Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Vivere con la mente negli USA.

Un paio di post fa ho scritto che la sinistra italiana sta accettando di diventare una porcheria “liberal” nel senso americano/anglosassone, semplicemente perche' in un contesto anglosassone si sente piu' a casa propria, e per questo vantaggio poco consistente ha sacrificato qualsiasi parte di sinistra operaista o working class, per diventare una sinistra del ceto medio, ovvero una sinistra piccoloborghese. E scontare quindi la distruzione attuale del ceto medio, in termini di calo di voti e di consensi. Ma quello che secondo me andrebbe chiarito e' l'effetto di un paese che, per via dei social americani e dei politici che si dividono tra MAGA e WOKE, vede solo i problemi americani e non quelli locali. E questo vale sia in Italia che, sia chiaro, in Germania. Con gli stessi identici risultati: la gente che ha problemi non-americani e' stufa marcia di sentir discutere di problemi americani.


Prendiamo un esempio particolarmente eclatante. Se andiamo su un qualsiasi social network americano — YouTube è probabilmente l’epitome del fenomeno — scopriamo che negli Stati Uniti avrebbero, o sarebbero convinti di avere, il gravissimo problema delle drag queen invitate nelle scuole per fare strip-tease davanti a bambini di sei o sette anni.

Ora, onestamente, non so quanto questa descrizione corrisponda alla realtà. Negli Stati Uniti esistono davvero le cosiddette Drag Queen Story Hour: drag queen invitate in biblioteche, scuole, librerie e altri spazi educativi per leggere libri ai bambini o partecipare ad attività sull’inclusione e sull’identità. Ma questo non significa affatto che lo strip-tease davanti ai bambini sia diventato una materia curricolare della scuola elementare americana. I video scandalistici possono mostrare un episodio reale, un’esibizione giudicata inappropriata, un caso isolato oppure semplicemente un evento raccontato tagliando via tutto il contesto. Da qui a trasformarlo in una prassi generale della scuola statunitense passa, come minimo, un oceano.

Ma ammettiamo pure, per assurdo, che negli Stati Uniti esista davvero l’ora settimanale di drag queen alle elementari. Ammettiamo persino la versione più isterica che circola su YouTube. Il vero problema è che dubito pesantemente che questa cosa rappresenti, come sostengono alcuni discutibili politici di destra del calibro di Pillon o Adinolfi, un problema della scuola italiana.

Provate a pensarci seriamente. Stiamo parlando di un paese nel quale una maestra può finire sui giornali, essere sospesa o perdere il posto perché si scopre che ha una vita privata considerata sconveniente, un amante oppure un hobby troppo piccante; e dovremmo contemporaneamente credere che le stesse scuole organizzino corsi regolari di strip-tease tenuti da drag queen?

In Italia?

O in Germania?

Stiamo scherzando, o cosa?

Il punto non è nemmeno stabilire se ogni singolo video americano sia vero, falso o manipolato. Il punto è che, anche qualora YouTube raccontasse la pura verità sugli Stati Uniti, continuerebbe a raccontare un problema statunitense.

Non un problema italiano, non un problema tedesco e, soprattutto, non un problema che giustifichi il fatto che la politica italiana o tedesca dedichi settimane a discuterne come se stesse accadendo nella scuola sotto casa.

Anche tralasciando il fatto che «strip-tease di una drag queen» sia quasi un ossimoro — nel senso che, togliendo i vestiti, il trucco, la parrucca e il resto della costruzione scenica, a un certo punto non rimane più la drag queen — si tratta di un classico esempio di come politici italiani o tedeschi cerchino di trascinare il dibattito pubblico su un problema che forse, ripeto forse, esiste negli Stati Uniti, ma non da noi.

E lo stesso vale per tutto il dibattito sui bambini trans, sulla «cultura gender» e compagnia cantando.

Forse negli Stati Uniti esistono migliaia, o milioni, di bambini che i genitori vorrebbero costringere a cambiare sesso. Forse esistono strutture che consentono ad adolescenti molto giovani di accedere ai bloccanti della pubertà o, in seguito, a terapie ormonali. Forse esistono medici irresponsabili, protocolli troppo permissivi e famiglie fanatiche.

Ma, anche se tutto questo esistesse davvero nelle dimensioni raccontate dalla propaganda americana, rimarrebbe prima di tutto un problema americano.

In un paese dotato di sanità pubblica, équipe multidisciplinari, norme sulla tutela dei minori e procedure mediche regolamentate, è difficile che lo stesso fenomeno possa assumere dimensioni paragonabili in Italia o in Germania.

Quando, nel 2024, scoppiò la polemica sul centro per l’incongruenza di genere dell’ospedale pubblico Careggi di Firenze, il centro venne descritto da una parte della politica quasi come una catena di montaggio per la transizione dei bambini. Poi si scoprì che la triptorelina, il farmaco impiegato per ritardare temporaneamente la pubertà, era stata somministrata a ventisei pazienti, su circa centocinquanta minori seguiti dal centro.

Ventisei.

E secondo i dati comunicati dall’AIFA, nell’intero 2023 i minori trattati con triptorelina in tutta Italia erano stati venticinque, molti dei quali passati proprio dal Careggi e provenienti da regioni diverse.

Si può certamente discutere se il protocollo fosse applicato correttamente. Si può discutere della qualità delle valutazioni psicologiche, degli effetti a lungo termine, della prudenza necessaria e persino dell’opportunità di utilizzare questi farmaci sui minori.

Ma venticinque casi in un anno, in un paese di quasi sessanta milioni di abitanti, non costituiscono un’emergenza nazionale.

Costituiscono un numero molto ristretto di casi clinici complessi.

L’emergenza nazionale, semmai, sembra essere il numero di politici che riescono a parlarne ogni giorno.




Un altro esempio è l’ossessione per la Cina.

Gli Stati Uniti vedono la Cina come un problema gigantesco, quasi metafisico: non più semplicemente un concorrente industriale e commerciale, ma una specie di nemico assoluto destinato prima o poi a sostituirli, dominarli, umiliarli e probabilmente rubare loro anche il cane.

Ora, è evidente che la Cina costituisca un problema commerciale molto serio. Esistono squilibri nella bilancia commerciale, sussidi pubblici, trasferimenti tecnologici, problemi di proprietà intellettuale, barriere all’ingresso e una politica industriale cinese che non coincide esattamente con il manuale del libero mercato. Gli stessi governi americani contestano da anni queste pratiche e hanno cercato di affrontarle mediante dazi, negoziati e accordi commerciali. Nel 2025, nonostante tutto, gli scambi di merci tra Stati Uniti e Cina valevano ancora circa 415 miliardi di dollari.

Ma appunto: sono problemi commerciali. Trasformarla in una guerra fredda non ha senso.

E i problemi commerciali si affrontano con strumenti commerciali. Con dazi, quote, regole comuni, trattati, arbitrati, controlli sugli investimenti, politiche industriali e, quando serve, con il divieto di esportare tecnologie strategiche. Non trasformando un conflitto economico in un’ostilità culturale permanente, destinata a crescere sino a rendere plausibile una guerra che, per definizione, non risolverebbe nessuno dei problemi commerciali che l’avrebbero provocata.

La cosa più surreale è che anche questa ossessione viene poi importata integralmente in Europa. Così politici italiani e tedeschi cominciano a parlare della Cina come se Italia e Germania avessero la stessa posizione geopolitica, gli stessi interessi, la stessa struttura industriale e soprattutto lo stesso oceano da difendere degli Stati Uniti.

Non li hanno.

Possono avere problemi con la Cina, naturalmente. Ma sono i loro problemi, e andrebbero definiti sulla base degli interessi europei, italiani o tedeschi. Non copiando il panico strategico di Washington e traducendolo malamente nella lingua locale.

Lo stesso meccanismo si vede nell’ossessione per il rapporto tra migranti e criminalità.

Negli Stati Uniti questo discorso si inserisce dentro un problema molto più vasto: l’incapacità del paese di ridurre la violenza criminale complessiva ai livelli europei. Se usiamo l’omicidio, che è uno dei pochi reati abbastanza chiaramente definibili da permettere confronti internazionali sensati, la differenza è enorme.

Nel 2023 l’Unione Europea ha registrato 3.930 omicidi intenzionali, pari a meno di un omicidio ogni centomila abitanti; il tasso di mortalità per omicidio nell’UE era circa 0,7 per centomila. Negli Stati Uniti, pur dopo il calo più recente degli omicidi, il livello rimane diverse volte superiore.

Questo non significa che in Europa non esistano criminalità, quartieri pericolosi, bande o reati commessi da immigrati. Significa che gli Stati Uniti partono da un livello generale di violenza molto più alto, prodotto da un insieme di fattori che comprende armi da fuoco, disuguaglianze, segregazione urbana, narcotraffico, debolezza dei servizi sociali e funzionamento del sistema penale.

In un contesto del genere, attribuire il problema della criminalità ai migranti è politicamente comodo, perché permette di fingere che il crimine arrivi da fuori. Basta chiudere il confine, espellere qualcuno e il problema, almeno nella propaganda, è risolto.

Ma se un paese registra livelli di violenza molto superiori a quelli europei anche prima di distinguere tra cittadini e immigrati, allora il problema non può essere spiegato semplicemente con l’immigrazione.

È un problema americano.

Il punto, ancora una volta, non è sostenere che l’immigrazione non produca mai problemi. Può produrre tensioni sociali, sfruttamento, marginalità, criminalità organizzata e conflitti culturali. E ogni paese ha il diritto di decidere quanti immigrati accogliere, con quali criteri e con quali obblighi.

Il punto è che Italia e Germania dovrebbero discutere dell’immigrazione sulla base dei reati realmente commessi in Italia e Germania, delle loro leggi, delle loro frontiere, del loro mercato del lavoro e della capacità concreta dei loro servizi pubblici.

Invece importano il dibattito americano completo di lessico, immagini, paure e soluzioni. Parlano come se il Mediterraneo fosse il Rio Grande, come se Lampedusa confinasse con il Texas e come se le periferie di Berlino fossero improvvisamente diventate quelle di Los Angeles.

E così, ancora una volta, la politica non affronta i problemi locali.

Recita una puntata doppiata male della politica americana.




La cosa peggiore, però, è ritrovarsi ad avere nemici che non sono nemici nostri, ma nemici degli Stati Uniti.

Prendiamo l’Iran.

Nel gennaio del 2016 il presidente iraniano Hassan Rouhani venne ricevuto a Roma da Matteo Renzi, incontrò il presidente della Repubblica e il papa, visitò i Musei Capitolini e firmò accordi economici per miliardi di euro. La grande polemica italiana di quei giorni non riguardò minacce militari, attentati o aggressioni contro il nostro paese, ma la decisione grottesca di nascondere dietro alcuni pannelli le statue nude dei Musei Capitolini, apparentemente per non offendere la sensibilità dell’ospite iraniano.

Non stiamo parlando della Persia di Ciro il Grande. Era già la Repubblica islamica. Era già il regime degli ayatollah, con la repressione politica, la polizia religiosa, la censura e tutto ciò che continuiamo, giustamente, a considerare ripugnante.

Eppure veniva trattato come un paese con il quale era possibile negoziare, commerciare e mantenere normali relazioni diplomatiche.

Oggi, invece, scopriamo che l’Iran sarebbe un nemico pericolosissimo, ferocemente ostile e quasi naturalmente destinato a entrare in guerra con noi.

Ma diciamolo chiaramente: che cosa aveva fatto l’Iran all’Italia?

Che cosa aveva fatto alla Germania?

Che cosa aveva fatto all’Unione Europea, nel suo complesso, per diventare improvvisamente un nostro nemico esistenziale?

Certo, l’Iran ha fornito armi alla Russia. Ma il mercato internazionale delle armi e dei materiali dual use è vasto, opaco e molto indiretto. La Russia riceve componenti, tecnologie, munizioni e apparati da una pluralità di paesi, aziende e intermediari. Se la vendita di materiale militare a uno Stato coinvolto in una guerra bastasse, da sola, a trasformare il fornitore in nostro nemico, avremmo una lista di nemici lunga quanto l’elenco telefonico.

E certo, i servizi iraniani sono stati accusati di complotti, intimidazioni e operazioni clandestine sul territorio europeo.

Ma anche qui bisogna decidere se il criterio valga per tutti.

Le rivelazioni di Edward Snowden mostrarono che gli Stati Uniti avevano sottoposto a sorveglianza massiccia cittadini, governi e alleati europei, arrivando sino alle comunicazioni della cancelliera tedesca Angela Merkel. La vicenda provocò una delle più gravi crisi di fiducia tra Germania e Stati Uniti dalla guerra in Iraq.

In Italia, agenti della CIA rapirono nel 2003 l’imam Abu Omar in pieno giorno, a Milano, e lo trasferirono illegalmente in Egitto, dove denunciò di essere stato torturato. Ventitré cittadini statunitensi, in gran parte agenti della CIA, furono successivamente condannati dalla giustizia italiana; la Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì inoltre che l’operazione era stata condotta con la cooperazione delle autorità italiane e aveva violato la Convenzione europea.

Eppure nessuno concluse che gli Stati Uniti fossero diventati, per questo, un nemico dell’Italia o della Germania.

Giustamente, peraltro.

Si parlò di uno scandalo, di una violazione della sovranità, di attività illegali dei servizi segreti e di una crisi diplomatica. Non si trasformò automaticamente un alleato in un nemico assoluto.

Perché dunque lo stesso criterio non dovrebbe valere per l’Iran?

Questo non significa approvare il regime iraniano. Possiamo considerarlo autoritario, repressivo e teocratico. Possiamo sostenere le rivolte contro il governo, condannare la repressione delle donne e sperare che il sistema politico iraniano venga rovesciato dai suoi stessi cittadini.

Ma questa è, prima di tutto, politica interna iraniana.

Un regime può essere disgustoso senza essere nostro nemico. Può violare i diritti dei propri cittadini senza rappresentare una minaccia militare contro l’Italia. Può condurre operazioni clandestine senza che questo renda inevitabile una guerra, soprattutto quando tolleriamo comportamenti analoghi — o persino più gravi — da parte degli Stati che consideriamo alleati.

L’Iran è certamente un nemico dichiarato e ideologico degli Stati Uniti.

Ma come è diventato un nemico nostro, di preciso?

Che cosa ci ha fatto, di preciso, che non sia stato compiuto anche da paesi con i quali continuiamo a commerciare, collaborare e stringere alleanze?

La risposta è semplice: non è diventato nostro nemico in seguito a una valutazione autonoma degli interessi italiani, tedeschi o europei.

È diventato nostro nemico perché abbiamo spostato negli Stati Uniti il baricentro del nostro pensiero.

E quando si sposta il baricentro del pensiero, prima si importano i problemi americani.

Poi si importano le paure americane.

Infine si importano anche i nemici americani.



Ed è bene ricordare che gli americani hanno un certo talento nel procurarsi nemici militari. Non necessariamente perché siano più cattivi degli altri, e nemmeno perché ogni loro preoccupazione sia inventata. Semplicemente, davanti a un problema internazionale, gli Stati Uniti tendono sempre più spesso a chiedersi quale pressione possano esercitare, quali sanzioni possano imporre, quali armi possano vendere, quale flotta possano spostare e quale paese debba essere indicato come avversario. L’Unione Europea, con tutti i suoi difetti, tende ancora a chiedersi quale trattato possa firmare. Se prendiamo all’incirca gli ultimi dieci anni, la differenza è piuttosto visibile. Dal 2016 in poi l’Unione Europea ha concluso, firmato o messo in applicazione accordi commerciali importanti con:

  • il Canada, con il CETA, applicato provvisoriamente dal 2017;
  • il Giappone, con l’accordo di partenariato economico entrato in vigore nel 2019;
  • Singapore, con l’accordo commerciale entrato in vigore nel 2019;
  • il Vietnam, con l’accordo di libero scambio entrato in vigore nel 2020;
  • il Regno Unito, con il Trade and Cooperation Agreement applicato dal 2021;
  • la Nuova Zelanda, con l’accordo entrato in vigore nel 2024;
  • il Kenya, con l’accordo di partenariato economico applicato dal 2024;
  • il Cile, con il nuovo accordo commerciale interinale entrato in vigore nel 2025;
  • il Mercosur, dopo decenni di trattative, con l’accordo firmato nel 2026 e la parte commerciale avviata in applicazione provvisoria;
  • il Messico, con la modernizzazione dell’accordo globale firmata nel 2026.

Nello stesso periodo l’Unione ha inoltre concluso i negoziati per nuovi accordi con l’India e con l’Australia, oltre ad aver esteso o aggiornato una serie di accordi con paesi africani, caraibici e del Pacifico. Non tutti questi trattati hanno lo stesso valore, non tutti sono entrati integralmente in vigore e alcuni sono aggiornamenti di rapporti commerciali precedenti. Ma la direzione politica è evidente: quando Bruxelles individua un’area di conflitto economico, prova a trasformarla in una struttura di regole, arbitrati, concessioni reciproche e interessi condivisi.

Gli Stati Uniti, nello stesso arco di tempo, non hanno concluso nessun nuovo accordo generale di libero scambio paragonabile alla serie europea.

L’unica grande eccezione è l’USMCA, entrato in vigore nel 2020, che tuttavia non ha aperto una nuova area commerciale: ha sostituito e rinegoziato il NAFTA, cioè un accordo già esistente con Canada e Messico. Washington ha poi concluso intese più limitate, come l’accordo sui minerali critici con il Giappone, iniziative commerciali con Taiwan e, più recentemente, una serie di cosiddetti accordi di reciprocità. Ma l’elenco ufficiale americano continua a mostrare accordi generali di libero scambio con venti paesi, quasi tutti ereditati dai decenni precedenti.

Questo non significa che l’Europa sia pacifica, innocente o immune dalla politica di potenza. L’Unione impone sanzioni, protegge settori industriali, finanzia armamenti e utilizza anch’essa il proprio peso economico come strumento di pressione.

E non significa neppure che gli Stati Uniti non sappiano negoziare.

Significa che, quando incontrano un concorrente, le due potenze hanno sviluppato riflessi diversi.

L’Europa cerca soprattutto di legarlo a sé mediante un trattato.

Gli Stati Uniti cercano sempre più spesso di piegarlo mediante dazi, embarghi, sanzioni, controlli tecnologici e minacce. Se poi il concorrente resiste abbastanza a lungo, smette gradualmente di essere definito un concorrente commerciale e comincia a essere descritto come una minaccia alla sicurezza nazionale.

Da quel momento, qualsiasi prodotto diventa strategico.

Qualsiasi investimento diventa un’infiltrazione.

Qualsiasi tecnologia diventa un’arma.

E qualsiasi controversia commerciale comincia a essere raccontata come l’anticamera di una guerra.

È così che un paese si procura nemici militari: non necessariamente partendo da una guerra, ma trasformando progressivamente ogni contrasto economico in una questione militare.

E il problema europeo è che, avendo trasferito negli Stati Uniti il baricentro del proprio pensiero, finiamo per adottare anche questo riflesso.

Gli americani trasformano un concorrente in un nemico.

E noi, senza nemmeno aver partecipato alla disputa originaria, scopriamo di essere già loro alleati nella guerra successiva.

E come se non bastasse, i politici americanoidi continuano a presentare la mentalita' europea come una “debolezza”, ossessionati da un altro problema tipico della politica americana, il “winning” canto caro a Trump.



Lo stesso vale per l'americanizzazione dei politici di sinistra.

Il caso più evidente è quello delle razze amministrative.

Negli Stati Uniti la razza non è soltanto una caratteristica che qualcuno attribuisce a qualcun altro. È una casella.

Compare nei censimenti, nelle statistiche pubbliche, nei moduli scolastici, nelle domande di lavoro, nelle cartelle cliniche e nei questionari compilati per verificare il rispetto delle norme contro la discriminazione. Il governo federale stabilisce persino le categorie minime da utilizzare: White, Black or African American, Asian, American Indian or Alaska Native, Native Hawaiian or Pacific Islander e, secondo gli standard aggiornati, anche Hispanic or Latino e Middle Eastern or North African. “Caucasian”, che si incontra ancora in molti moduli e nel linguaggio americano corrente, è essenzialmente una variante più vecchia e pseudoscientifica di “White”.

In altre parole, un americano può trovarsi perfettamente sul serio davanti a un documento che gli chiede di dichiarare la propria razza.

In Italia e in Germania una cosa del genere apparirebbe immediatamente bizzarra, quando non inquietante.

Le amministrazioni europee registrano normalmente la cittadinanza, il luogo di nascita, la cittadinanza dei genitori o l’origine migratoria. Possono raccogliere dati sull’origine etnica per studi specifici sulla discriminazione, ma non esiste, nella vita burocratica ordinaria, una casella nella quale un cittadino italiano o tedesco debba dichiararsi “caucasico”, “bianco”, “nero” oppure “asiatico”.

Anzi, nell’Unione Europea i dati che rivelano l’origine razziale o etnica sono considerati dati personali particolarmente sensibili e possono essere trattati soltanto in condizioni specifiche.

Questa differenza non è cosmetica.

Significa che tutto il dibattito americano sulle quote razziali, sulla affirmative action, sulla DEI e sulla discriminazione dei bianchi nasce dentro una società nella quale lo Stato, le università e le aziende classificano ufficialmente le persone secondo razze amministrative.

Quando importiamo quel dibattito in Italia o in Germania, importiamo categorie che le nostre amministrazioni normalmente non usano e che la nostra storia ci ha insegnato a guardare con estremo sospetto.

Non importiamo soltanto una politica americana.

Importiamo la tassonomia razziale sulla quale quella politica è costruita poi, dalla sinistra liberal e woke.




I tre esempi più forti sono questi.

1. L’intersezionalità trasformata in sistema politico generale

L’intersezionalità nasce negli Stati Uniti per descrivere come discriminazioni diverse — razza, sesso, classe, orientamento sessuale — possano sovrapporsi. Il problema comincia quando smette di essere uno strumento di analisi e diventa una cosmologia politica: ogni individuo viene collocato in una gerarchia di oppressori e oppressi sulla base delle sue identità.

Questo modello nasce in una società costruita storicamente attorno a categorie razziali molto rigide e persino amministrative. Importarlo in Italia o in Germania significa trattare come equivalenti storie completamente diverse e, soprattutto, sostituire la classe sociale con un catalogo di identità.

Il lavoratore povero non è più povero: è un maschio bianco privilegiato.

La dirigente benestante non è più parte della classe dominante: è una donna oppressa.

A quel punto la sinistra smette di chiedersi chi possieda la fabbrica e comincia a chiedersi con quali pronomi il proprietario debba rivolgersi agli operai.

2. La rappresentazione identitaria come sostituto della redistribuzione

Dal liberalismo americano arriva l’idea che un sistema diventi più giusto quando ai vertici compaiono persone appartenenti a gruppi diversi.

Una banca diretta da una donna.

Una multinazionale guidata da una persona nera.

Un esercito che manda a bombardare un paese sotto il comando di un generale transgender.

Il problema non è che queste persone occupino quelle posizioni. Il problema è spacciare la diversificazione della classe dirigente per una politica di sinistra.

Il lavoratore sfruttato non viene sfruttato meno perché l’amministratore delegato appartiene a una minoranza. L’inquilino non paga un affitto più basso perché il fondo immobiliare ha un consiglio di amministrazione inclusivo. La precarietà non scompare perché il responsabile delle risorse umane mette i pronomi nella firma.

Questa è una politica perfettamente compatibile con il capitalismo americano: non modifica la distribuzione del potere, modifica la fotografia di chi lo esercita.

3. La politica del linguaggio come principale terreno di conflitto

Un’altra importazione è l’idea che il linguaggio non sia soltanto uno degli strumenti della politica, ma il luogo centrale nel quale si esercita il potere.

Da qui l’ossessione per i pronomi, la terminologia corretta, le parole proibite, le formule inclusive, i nomi delle professioni e la continua ridefinizione del vocabolario.

Naturalmente le parole hanno importanza. Ma quando una sinistra non riesce più a modificare salari, pensioni, affitti, orari di lavoro e distribuzione della ricchezza, correggere il linguaggio diventa una forma estremamente economica di radicalismo.

Non richiede scioperi.

Non richiede tasse patrimoniali.

Non richiede di scontrarsi con Confindustria o con le banche.

Richiede soltanto di correggere qualcuno su Twitter.

Ed è proprio per questo che il liberalismo americano piace tanto alla sinistra piccoloborghese europea: consente di apparire radicale senza toccare alcun rapporto economico reale.

Una quarta importazione, strettamente collegata, potrebbe essere la politica delle microaggressioni e degli spazi sicuri: un modello nato nei campus americani e poi trasferito nel dibattito generale, nel quale il disagio soggettivo viene trattato come prova sufficiente di un’aggressione politica.

Ma i primi tre costituiscono già una sequenza molto solida: intersezionalità, rappresentazione e controllo linguistico.



E il problema arriva inevitabilmente anche nel linguaggio.

Basta osservare una cosa: quasi ogni problema reale è stato rinominato, riformulato o sterilizzato dai politici di sinistra, in modo da ridurne l’urgenza e lasciare spazio a problemi più americani, più presentabili e soprattutto meno pericolosi per chi detiene il potere economico.

Per non sembrare marxisti, sembra che non si possa più dire «lotta alla povertà». Bisogna dire «lotta alle disuguaglianze».

Naturalmente è facile sostenere che le disuguaglianze siano una delle cause dell’aumento della povertà. Ed è anche vero. Ma se per evitare di pronunciare la parola «poveri» occorre inventare un’espressione più elegante, più accademica e più adatta a un convegno universitario, allora non si sta soltanto descrivendo il problema da un’altra prospettiva.

Lo si sta rendendo meno urgente.

Dire che esistono milioni di poveri, compresi milioni di bambini poveri, mentre una piccola percentuale della popolazione concentra una parte crescente della ricchezza, significa indicare un conflitto preciso. Significa dire che qualcuno possiede troppo mentre qualcun altro non ha abbastanza. Significa porre immediatamente la questione di chi debba perdere qualcosa perché altri possano avere il necessario.

Parlare genericamente di «disuguaglianze», invece, permette di trasformare tutto in una curva statistica.

Una disuguaglianza può essere studiata, monitorata, mitigata, inclusa in un rapporto annuale e magari affidata a una commissione. La povertà, invece, ha fame. Non paga l’affitto. Non manda i figli dal dentista. Non aspetta il prossimo convegno sulla resilienza sociale.

Ma questa sostituzione lessicale è tutta americana. Allo stato puro.

È il linguaggio di una cultura politica che non vuole più nominare lo sfruttamento, perché nominarlo significherebbe ammettere che esiste uno sfruttatore. Non vuole parlare di classe, perché parlare di classe significa ammettere che interessi diversi possono essere incompatibili. Non vuole parlare di poveri, perché la parola «poveri» suggerisce immediatamente che la società abbia prodotto dei perdenti reali, e non soltanto una distribuzione imperfetta degli indicatori.

Così il lavoro nero può diventare «lavoro subprime».

I salari insufficienti diventano «in-work poverty».

La precarietà diventa «flessibilità».

I licenziamenti diventano «ristrutturazioni».

E gli omicidi aziendali diventano pudicamente «morti sul lavoro», come se un operaio fosse semplicemente morto mentre si trovava casualmente sul posto di lavoro, magari per una coincidenza meteorologica.

Se volete chiamarli così, fate pure.

Ma non state rendendo il linguaggio più preciso.

State nascondendo la polvere sotto un comodo tappeto di parole.


E, come se non bastasse, la «lotta alle disuguaglianze» sembra quasi una questione di principio. Un problema morale, astratto, da discutere nei convegni: quanto sia giusto che qualcuno abbia molto più di qualcun altro, quale grado di differenza sia socialmente accettabile, dove debba collocarsi il limite dell’equità.

Ma qui non stiamo discutendo di una simmetria imperfetta nella distribuzione della ricchezza.

Stiamo parlando di povertà.

Stiamo parlando di persone che non riescono a pagare l’affitto, a riscaldare la casa, a curarsi, a nutrire decentemente i figli o ad arrivare alla fine del mese. Non è una questione estetica, e nemmeno una disputa filosofica sull’uguaglianza.

È un problema materiale.

Dire «lotta alle disuguaglianze» sposta immediatamente il discorso sul terreno morale: quanto sia sconveniente che il ricco sia troppo ricco. Dire «lotta alla povertà», invece, lo riporta sul terreno pratico: perché esistono persone che non hanno abbastanza per vivere?

La prima formulazione invita alla riflessione.

La seconda pretende una soluzione.

Ed è curioso osservare come la stessa sinistra capace di inalberarsi per un pronome sbagliato diventi improvvisamente incerta, afona e spesso incompetente quando si arriva alle questioni sostanziali.

Sul linguaggio possiede regole, glossari, sensibilità, sanzioni morali e una terminologia aggiornata quasi in tempo reale.

Sul costo degli affitti, sui salari, sulla precarietà, sulla sanità, sulla scuola e sulla povertà, invece, balbetta.

Sa perfettamente come chiamare una persona.

Molto meno come impedirle di diventare povera.



E diventa sempre più inspiegabile come una sinistra capace di individuare un misgendering in avvicinamento quando si trova ancora dalle parti della nube di Oort, e una destra capace di sospettare di matrimonio omosessuale persino i polsini di una camicia, possano poi non accorgersi di una trasformazione molto più vasta e molto più importante.

Il linguaggio della politica è cambiato in modo da consentirci di discutere quasi esclusivamente di problemi americani, usando categorie americane, paure americane e conflitti americani, mentre i problemi che abbiamo davvero rimangono sullo sfondo, privi persino delle parole necessarie per essere descritti.

E quando non si possiedono più le parole per nominare un problema, difficilmente si possiedono gli strumenti cognitivi per comprenderlo.

Tantomeno per risolverlo.

Così la sinistra dispone di un vocabolario minuzioso per classificare ogni possibile offesa identitaria, e la destra di un apparato paranoico altrettanto raffinato per scoprire omosessualità, gender e comunismo in qualsiasi oggetto sufficientemente colorato.

Ma entrambe diventano improvvisamente analfabete davanti ai salari, agli affitti, alla sanità, alla scuola, alla deindustrializzazione, alla precarietà e alla povertà.

Non perché questi problemi non esistano.

Ma perché, dopo avere importato il linguaggio politico americano, non sappiamo più nemmeno come parlarne.

Uriel Fanelli


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