Vannacci e le mappe.
Poiché Vannacci sta crescendo in visibilità — e qui conviene distinguere: il giornalista medio tende a confondere popolarità e visibilità, mentre qualsiasi analisi moderna delle interazioni sociali separa bene le due cose — si discute sempre più spesso della sua carriera. Alcuni lo chiamano “il generale incursore”, attribuendogli eroismi che nemmeno Cesare. Altri ricordano che, a un certo punto, venne mandato all’Istituto Geografico Militare di Firenze, cioè, nella vulgata, “a fare le mappe”, e ne deducono che forse non fosse questo prodigio professionale. Nella discussione entra anche l’inchiesta sulle spese del periodo moscovita, poi chiusa sul piano amministrativo senza responsabilità per dolo o colpa grave.
Proviamo allora a mettere in fila solo i fatti pubblici abbastanza solidi. Che già è un’impresa, perché quando si parla di carriere militari italiane il confine tra informazione, allusione e romanzo di Tom Clancy scritto da un assessore provinciale diventa abbastanza sottile.
La prima cosa da dire è che una persona normale non può sapere con certezza perché un generale venga assegnato a un incarico invece che a un altro. Anche se ha visto tre documentari sugli incursori, ha letto due libri di geopolitica e sa cosa significa NOS, cioè Nulla Osta di Sicurezza. Le Forze Armate non funzionano come un torneo di calcetto, dove alla fine guardi chi ha segnato più gol e capisci perché gioca titolare. Funzionano per incarichi, equilibri, esigenze di servizio, rapporti tra reparti, opportunità diplomatiche e, talvolta, informazioni che non stanno esattamente sulla prima pagina di Repubblica.
Quando non hai accesso agli atti, puoi solo ragionare. Ma bisogna ricordare che la logica, applicata a sistemi opachi, produce ipotesi, non sentenze. In fase di assegnazione ci sarà stata qualche riunione, magari più di una, magari anche frettolosa. Da fuori, però, le variabili sono troppe. Magari serviva proprio un profilo con quella carriera. Magari serviva togliere qualcuno da un altro posto. Magari c’erano equilibri interni tra reparti. Magari la moglie di un collega era diventata opensource, il generale ne ha approfittato, e a quel punto tutta la nostra elegante analisi istituzionale va a farsi benedire dentro un albergo a quattro stelle con vista sul lungarno.
Questo per dire una cosa semplice: non possiamo leggere le assegnazioni militari come se fossero la classifica marcatori della Serie A. Possiamo solo guardare i dati pubblici, metterli in fila e chiederci se raccontano qualcosa. Se l’assegnazione all’Istituto Geografico Militare viene letta da alcuni come un ridimensionamento — “lo hanno mandato a fare le mappe” — allora vale la pena guardare allo step precedente. Perché se uno arriva a fare le mappe dopo aver gestito il magazzino delle graffette, è un conto. Se ci arriva dopo Mosca, è un altro.
Che cosa sappiamo?
Sappiamo che Roberto Vannacci, generale di divisione dell’Esercito Italiano ed ex comandante di reparti paracadutisti e incursori, fu assegnato all’ambasciata d’Italia a Mosca come addetto per la Difesa. Le cronache collocano quell’incarico tra il 7 febbraio 2021 e il 18 maggio 2022. Non era una sede qualsiasi, e non era un momento qualsiasi: Mosca, tra il 2021 e il 2022, significava stare nel punto più sensibile dei rapporti tra Russia e Occidente, proprio mentre la situazione precipitava verso l’invasione dell’Ucraina.
Questo non prova automaticamente che Vannacci fosse considerato Napoleone con il basco amaranto. Ma prova almeno una cosa: prima dell’Istituto Geografico Militare non veniva da una scrivania secondaria in un corridoio dimenticato. Veniva da Mosca. E Mosca, in quel momento, non era il dopolavoro ferroviario.
Quindi la sua carriera lo spinge in alto, almeno sino a Mosca.
Che cosa fa Vannacci a Mosca? L'addetto militare dell'ambasciata. E che cosa fa l'addetto militare di un'ambasciata?
Sinteticamente: intelligence.
Non nel senso cinematografico, con l’impermeabile, la pistola col silenziatore e la bionda che dice “Roberto, they are watching us” in un albergo di Mosca. Nel senso più normale, più burocratico e proprio per questo più serio: raccogliere informazioni, capire l’atmosfera, leggere i segnali, riferire a Roma che cosa sta succedendo nel mondo militare russo, seguire la politica di difesa del paese ospite, mantenere rapporti con le autorità militari locali, assistere delegazioni italiane, occuparsi di cooperazione militare e, quando serve, anche dell’industria della difesa.
Nel caso di Vannacci, parliamo dell’incarico di Addetto per la Difesa presso l’ambasciata d’Italia a Mosca. Le fonti pubbliche collocano il suo periodo moscovita tra il 2021 e il maggio 2022; nelle cronache sull’inchiesta si trova anche l’intervallo più preciso dal 7 febbraio 2021 al 18 maggio 2022. L’incarico non riguardava soltanto la Federazione Russa: il curriculum elettorale depositato per le europee indica accreditamenti secondari anche in Bielorussia, Armenia e Turkmenistan. Quindi non stiamo parlando di un ufficio qualsiasi, in un posto qualsiasi, in un momento qualsiasi. Stiamo parlando di Mosca, nel periodo immediatamente precedente e immediatamente successivo all’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022.
Ora, l’addetto militare non è ufficialmente “quello che paga le spie”. Ufficialmente è un diplomatico militare, con status diplomatico, che cura gli interessi italiani nel campo della Difesa. Però non facciamo nemmeno finta di essere bambini dell’asilo con il grembiulino: un incarico del genere vive di informazioni. Informazioni ufficiali, informazioni ufficiose, informazioni lette nei giornali, informazioni raccolte parlando con altri militari, diplomatici, funzionari, aziende, intermediari, gente che sa, gente che finge di sapere, gente che sa perché ha bevuto troppo, gente che parla perché vuole soldi, gente che parla perché vuole importanza, gente che parla perché vuole scopare, e gente che parla perché tutte queste cose insieme.
Sono cose che si dicono poco, ma si fanno molto.
Per questa ragione non darei automaticamente un grande peso politico a un’inchiesta del tipo: “ma come ha speso i fondi?”. Attenzione: se uno ruba, ruba. Non sto dicendo che un addetto militare abbia diritto divino al rimborso creativo, alla cena fantasma o alla contabilità scritta sulla tovaglia. Sto dicendo una cosa diversa: quando parliamo di fondi usati in una sede come Mosca, da un addetto per la Difesa, in un periodo come febbraio 2021-maggio 2022, non possiamo fingere che siano le note spese del capoufficio che va a Bologna per un convegno sulle stampanti.
In quel periodo Mosca non era una sede normale. Il 24 febbraio 2022 la Russia invade l’Ucraina. Il 5 aprile 2022 l’Italia espelle trenta diplomatici russi per ragioni di sicurezza nazionale. Il giorno dopo, 6 aprile 2022, Mosca annuncia una risposta simmetrica. Nel maggio 2022 anche personale italiano viene colpito dalle misure russe, e Vannacci conclude il suo incarico in Russia. Questo è il contesto: ambasciata, guerra, espulsioni diplomatiche, ritorsioni, rapporti militari congelati, servizi che si guardano in cagnesco da entrambi i lati del tavolo.
Dentro un contesto del genere, la domanda “perché hai speso quei soldi?” può essere legittima, ma non sempre può ricevere una risposta pubblica soddisfacente. Perché magari quei soldi erano davvero spesi male. Oppure magari erano spesi in modo che non puoi spiegare serenamente al primo cronista che passa, e nemmeno a un magistrato se poi quella spiegazione deve finire in un fascicolo leggibile da mezzo mondo. Questo non assolve nessuno. Ma dovrebbe almeno impedire al commentatore da bar di dire: “Ah, ha pagato una cena, allora era un ladro”, con la stessa sicurezza con cui valuta il rigore della Juventus.
E poi, diciamocelo: stiamo parlando di intelligence. Non è strano trovarci delle troie. Dall’alba dell’umanità la troia è un sistema per avere informazioni. È probabilmente precedente alla ruota, e di sicuro più affidabile di certi think tank. Anche se scopriste che qualcuno ha dato soldi alla troia preferita di Gerasimov, dove andate con questa informazione? Che cosa dimostra, esattamente? Magari è corruzione. Magari è una fonte. Magari è una trappola. Magari è controinformazione. Magari serve solo a sapere che un certo martedì Gerasimov non aveva tempo, perché era da un’altra parte. Ed ecco che puoi situare Gerasimov in un posto, in un momento, con un’agenda che non coincide con quella ufficiale.
E anche se qualcuno avesse fatto consumo diretto delle troie stesse, il principio non cambia automaticamente. Anche i russi avranno un budget troie, immagino. Non credo che al GRU facciano tutto con Excel, patriottismo e tè caldo. Passare informazioni false alla troia di turno può avere un valore. Farsi vedere nel posto sbagliato può avere un valore. Far credere di essere ricattabile può avere un valore. Persino sembrare un coglione può avere un valore, se dall’altra parte qualcuno decide di trattarti come un coglione e abbassa la guardia.
Lo stesso vale per Gerasimov, ovviamente. Non sto dicendo che il Capo di Stato Maggiore russo passi le serate a compilare un programma fedeltà del bordello. Sto dicendo che, nel mondo reale, le informazioni non arrivano sempre con intestazione, protocollo, timbro e firma leggibile. A volte arrivano da un colonnello ubriaco, da un autista, da una cameriera, da una prostituta, da un imprenditore della difesa, da un interprete, da una segretaria o da uno che finge di essere tutte queste cose.
Sin qui, quindi, parliamo di un lavoro di pregio. Un incarico delicato, in una sede delicata, in un momento delicatissimo. Possiamo dire che fino a Mosca la carriera di Vannacci sembra andare a gonfie vele. Alcuni diranno che magari, per un uomo d’azione, un posto del genere non confà. Ma insomma: diventi il James Bond della situazione, stai a Mosca nel mezzo della più grave crisi militare europea dal 1945, hai contatti diplomatici, militari, industriali, probabilmente anche qualche budget opaco, e magari pure il budget troie. Voglio dire: vuoi anche un Amaro Lucano?
A quel punto cambia tutto. Il 24 febbraio 2022 la Russia invade l’Ucraina. Il 5 aprile 2022 l’Italia espelle trenta diplomatici russi “per motivi di sicurezza nazionale”, dentro una più ampia ondata europea di espulsioni seguita all’invasione. Mosca risponde come rispondono gli Stati quando giocano a quel gioco lì: ritorsione simmetrica, diplomazia a schiaffi, tu mi cacci i miei e io ti caccio i tuoi. Nel maggio 2022 la Russia espelle personale italiano dall’ambasciata di Mosca. Tra questi, secondo le cronache, c’è anche Roberto Vannacci, che fino a quel momento era addetto per la Difesa presso l’ambasciata italiana. Quindi Vannacci rientra in Italia. E a quel punto bisogna ricollocarlo.
Qui inizia la parte interessante, e anche quella dove bisogna stare attenti a non trasformare una consuetudine in una legge scolpita sulle tavole di Mosè. Per carriera, grado e profilo operativo, a Vannacci poteva ragionevolmente “spettare” una brigata. Metto “spettare” tra virgolette perché non parliamo di un diritto soggettivo, né di una promozione automatica tipo tessera punti del supermercato. È più una consuetudine di carriera, una traiettoria attesa: sei generale di divisione, vieni da reparti d’élite, hai comandato paracadutisti e forze speciali, hai fatto missioni estere, sei stato addetto militare a Mosca in un momento infame della storia europea. A quel punto, in una carriera lineare, uno si aspetterebbe un comando operativo di peso.
Il problema è che una brigata non si inventa da oggi a domani. Non è che al ministero abbiano un armadio con scritto “brigate libere”, accanto ai toner e alle sedie ergonomiche. Le brigate hanno comandanti, calendari, scadenze, rotazioni, pensionamenti, equilibri interni, promozioni già previste, posti già promessi, e tutta quella meravigliosa fauna burocratica che trasforma una carriera militare in un sudoku giocato con le mostrine.
Che succede, quindi, se a qualcuno “spetta” una brigata, ma una brigata libera non ce l’hai?
Succede che guardi che cosa si libera. Un comando, un ente, una struttura compatibile col grado. Magari perché il titolare va in pensione. Magari perché c’è un avvicendamento già programmato. Magari perché si apre una finestra di opportunità e dentro quella finestra ci infili il generale che devi sistemare.
Ed eccoci all’Istituto Geografico Militare.
L’Istituto Geografico Militare ha sede a Firenze, in via Cesare Battisti, ed è l’ente cartografico dello Stato. Non è una baracca. È un’istituzione storica dell’Esercito, erede della tradizione cartografica militare italiana, con una biblioteca importante, personale militare e civile, funzioni tecniche, cartografiche, territoriali e istituzionali. Il 21 giugno 2023 Roberto Vannacci si insedia come comandante dell’Istituto Geografico Militare, subentrando al generale di corpo d’armata Pietro Tornabene. Il 22 giugno 2023 l’Esercito comunica ufficialmente l’avvicendamento, nella biblioteca storica “Attilio Mori” dell’Istituto. Quindi: incarico vero, sede vera, istituzione vera, grado compatibile. Non lo hanno mandato nello scantinato a disegnare le curve di livello col pennarello Carioca. Il guaio è un altro.
Il guaio è che, nella carriera di un generale operativo, l’Istituto Geografico Militare non è esattamente il trampolino classico verso il vertice dello Stato Maggiore. È un incarico legittimo, dignitoso, persino prestigioso sul piano storico-istituzionale; ma non è il tipo di comando che di solito viene percepito come anticamera naturale dei massimi incarichi operativi. Se vuoi giudicare, fai un esercizio semplice: conta quanti capi di Stato Maggiore dell’Esercito arrivano dall’Istituto Geografico Militare. Poi conta quanti arrivano da comandi operativi, corpi d’armata, reparti, aree territoriali, pianificazione, formazione superiore, comandi NATO, incarichi centrali. La differenza la vedi da solo, senza bisogno della tavoletta Ouija.
Del resto il suo predecessore, Pietro Tornabene, lascia il servizio attivo dopo oltre quarant’anni di carriera militare proprio uscendo da lì. Non risulta, nella sua traiettoria pubblica, che l’Istituto Geografico Militare sia stato per lui il gradino verso lo Stato Maggiore. È stato, più realisticamente, un incarico conclusivo: rispettabile, istituzionale, decoroso, ma conclusivo.
Ed è questo il punto. Non serve dire che Vannacci sia stato “punito”, perché non lo sappiamo. Non serve dire che sia stato “retrocesso”, perché formalmente non è vero. Ma si può dire una cosa più sottile, e probabilmente più vicina alla realtà: dopo Mosca, invece di finire su una traiettoria operativa forte, Vannacci viene collocato in un incarico che appare compatibile col grado ma laterale rispetto alla carriera operativa di massimo slancio. Non è una fucilazione. È una sistemazione. Ma, nella carriera di un generale, a volte una sistemazione è già un messaggio.
C’erano alternative?
Voglio dire: se non hai una brigata da comandare, almeno temporaneamente, che fai? Lo metti davvero all’Istituto Geografico Militare e buonanotte? Può darsi. Ma non era l’unica possibilità immaginabile. Vannacci veniva da Mosca. Non da una sede qualunque: da Mosca. E non da Mosca nel 1998, quando al massimo dovevi capire se Eltsin fosse sobrio o solo più pallido del solito. Veniva da Mosca nel 2021-2022, cioè dal centro della crisi tra Russia e Occidente. Era stato Addetto per la Difesa presso l’ambasciata italiana, con accreditamenti secondari anche in Bielorussia, Armenia e Turkmenistan. L’incarico viene collocato pubblicamente tra il 7 febbraio 2021 e il 18 maggio 2022. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022, l’Italia espelle trenta diplomatici russi il 5 aprile 2022; Mosca risponde con le sue espulsioni, e Vannacci rientra in Italia dentro questa dinamica di ritorsioni diplomatiche, non per un provvedimento personale contro di lui.
A quel punto, se non hai una brigata libera, puoi comunque pensare a diverse soluzioni ponte. Puoi pensare a un incarico NATO. Puoi pensare a un comando o a uno staff internazionale. Puoi pensare a un ruolo presso comandi operativi terrestri. Puoi pensare a un’altra sede diplomatica sensibile, magari nel Baltico, in Polonia, in Finlandia, nei paesi nordici, in un posto dove l’esperienza russa non diventa carta da archivio ma capitale operativo. Puoi pensare a un ruolo dove uno che ha appena passato un anno e mezzo a Mosca, durante l’avvicinamento alla guerra, continui a coltivare contatti, letture, reti, analisi, memoria istituzionale.
Perché questo è il punto: una rete informativa non è un bonsai dell’IKEA. Non la sposti sul davanzale e continui ad annaffiarla quando ti ricordi. Se hai passato mesi in una sede delicata, se hai parlato con diplomatici, militari, funzionari, intermediari, industriali, informatori, giornalisti, puttane, mezze spie, spie intere e gente che non sai mai bene dove mettere, quella roba o la usi subito, oppure evapora. I numeri di telefono cambiano, le persone vengono richiamate, i canali si chiudono, le confidenze scadono, le troie cambiano cliente e le spie cambiano padrone. La continuità, in quel mestiere, non è arredamento: è valore.
Invece no.
La prima domanda logica è: ma Vannacci ha gradito l’incarico?
Magari sì. Magari era stanco. Magari aveva voglia di un pochino di pace, di calma, di biblioteca storica, di cartografia, di Firenze, di lungarni e di pranzi senza che dall’altra parte del tavolo qualcuno cercasse di capire se stai mentendo per mestiere o per carattere. Magari aveva scoperto Gesù e diceva: basta troie, basta Mosca, basta informatori, basta gente che ti offre vodka alle undici del mattino per vedere se ti scappa qualcosa. Che ne sappiamo? Magari era felicissimo di quell’incarico.
Quello che osserviamo, però, è la sequenza successiva.
Il 21 giugno 2023 Vannacci assume il comando dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Il 22 giugno l’Esercito comunica ufficialmente l’avvicendamento con il generale Pietro Tornabene, nella biblioteca storica “Attilio Mori”. Poche settimane dopo esplode il caso del suo libro, Il mondo al contrario, autopubblicato tramite Kindle Direct Publishing di Amazon. Il 18 agosto 2023 la vicenda è già diventata nazionale: il libro è in cima alle classifiche Amazon, i giornali ne riportano i passaggi più controversi, e Vannacci viene rimosso dal comando dell’Istituto Geografico Militare con un provvedimento dello Stato Maggiore dell’Esercito.
Dal 20 agosto gli subentra il generale Massimo Panizzi.
Ora, Il mondo al contrario non è esattamente il memoriale elegante di un alto ufficiale che, dopo una lunga carriera, decide di consegnare al paese una riflessione composta sul mondo contemporaneo. È un libro terribile in tutti i sensi: forma, contenuto, tono, struttura. Nemmeno l’editing riesce a emendarlo, perché il problema non è solo dove mettere le virgole; il problema è che sembra scritto da uno che ha preso le frasi lette sui muri dei cessi maschili e ha deciso di dar loro una prefazione.
E da lì Vannacci entra in politica.
O meglio: entra in quella zona grigia che oggi viene chiamata politica, ma che spesso consiste in poche proposte di governo, moltissimo marketing identitario e una quantità industriale di frasi da spogliatoio vendute come coraggio civile. Prima il libro autopubblicato. Poi il tour mediatico. Poi la trasformazione in personaggio. Poi la candidatura con la Lega alle europee del 2024. Poi l’elezione al Parlamento europeo. Tutto legittimo, sia chiaro. Ma non esattamente la prosecuzione naturale di una carriera militare che punta allo Stato Maggiore.
Nel frattempo arriva anche la sanzione disciplinare. Il 28 febbraio 2024 viene resa nota la sospensione dall’impiego per undici mesi, con dimezzamento dello stipendio e detrazione di anzianità, dentro il procedimento disciplinare nato dopo la pubblicazione del libro. Il 13 novembre 2024 il TAR del Lazio conferma la sospensione. A quel punto, formalmente e sostanzialmente, la carriera militare di vertice è finita. La pensione, certo. Il blasone, certo. Le interviste, certo. Il Parlamento europeo, certo. Ma lo Stato Maggiore dell’Esercito, oggi come oggi, è fuori quadro.
E qui bisogna distinguere tra cose comprensibili e cose meno comprensibili.
Se un generale dice: “Ho ricevuto un’ottima offerta da Leonardo, Thales, Rheinmetall, Fincantieri, MBDA o da un grande gruppo della difesa”, nessuno si stupisce davvero. Un generale con esperienza operativa, missioni estere, relazioni internazionali e conoscenza del mondo militare può diventare un consulente strapagato. È una traiettoria normale, perfino banale. Non sempre elegantissima, ma comprensibile: finisci la carriera pubblica e monetizzi il capitale relazionale e tecnico nel settore privato.
Se invece la traiettoria diventa: “Scrivo un libro autopubblicato con KDP, faccio il fenomeno televisivo, provo a rubare voti ai leghisti parlando come il muro del cesso dell’autogrill e mi gioco definitivamente la carriera militare”, allora qualche domanda viene.
Non sto dicendo che Vannacci fosse disperato all’Istituto Geografico Militare. Non sto dicendo che odiasse quell’incarico. Non sto dicendo che abbia scritto il libro perché si sentiva parcheggiato, frustrato, chiuso, finito o messo in salamoia tra le mappe dell’Appennino tosco-emiliano. Non lo sappiamo.
Però possiamo osservare la dinamica: prima un incarico prestigioso ma laterale; poi un libro autopubblicato e politicamente esplosivo; poi la rimozione dal comando dell’IGM; poi un nuovo incarico a Roma come Capo di Stato Maggiore del Comando delle Forze Operative Terrestri, che il ministro Crosetto definisce ruolo di staff, non di comando; poi la sospensione disciplinare; poi la politica elettorale. Il 4 dicembre 2023 la Difesa precisa infatti che, nel nuovo incarico al Comando delle Forze Operative Terrestri, Vannacci sarebbe stato “Capo dello Staff in supporto al Comandante e al Vicecomandante”, quindi non titolare di un comando operativo autonomo.
Potete anche sostenere che fosse contento di quella posizione. Magari lo era davvero. Magari sognava da bambino di comandare l’Istituto Geografico Militare, poi di passare a uno staff romano, poi di autopubblicare un libro su Amazon e infine di diventare eurodeputato pescando voti nel laghetto della Lega. Tutto è possibile.
Ma se volete sostenere che questa sia la traiettoria lineare di un generale soddisfatto, in pieno slancio di carriera, avrete dei momenti duri.
Su questo si innesta un altro fatto davvero stravagante.
Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, il 24 febbraio 2022, i generali italiani sono diventati una categoria televisiva. Generali, ex generali, ammiragli, ex comandanti, analisti militari, consulenti strategici e pensionati con giacca blu sono finiti ovunque: telegiornali, talk show, quotidiani, podcast, inserti domenicali, dirette speciali, pagine esteri, pagine opinioni. Tutti a spiegare Putin, Kiev, Donbass, NATO, missili, carri armati, artiglieria, logistica, HIMARS, Wagner, droni iraniani, controffensive ucraine, linee rosse russe e linee rosse occidentali. A un certo punto, se accendevi la televisione per sbaglio, rischiavi di trovarti un generale italiano che spiegava l’oblast di Kherson prima ancora del meteo.
E i nomi non mancavano.
Vincenzo Camporini, generale dell’Aeronautica, ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e poi della Difesa, viene intervistato più volte su Ucraina, NATO, difesa europea e scenari militari. Nel 2025 lo trovi ancora a spiegare il rischio di riconoscere alla Russia i territori occupati e le debolezze militari italiane. Leonardo Tricarico, anche lui generale dell’Aeronautica ed ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, compare spesso quando si parla di Russia, NATO, missili, spazio aereo, esercitazioni e rapporti con gli Stati Uniti: era già in televisione il 24 febbraio 2022, il giorno stesso dell’invasione russa. Marco Bertolini, generale di corpo d’armata in congedo, già comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze e della Folgore, diventa una voce ricorrente nell’area più scettica verso la linea euro-atlantica. Fabio Mini, generale di corpo d’armata in congedo, già comandante della missione NATO KFOR in Kosovo, viene intervistato più volte da testate critiche sulla guerra, sulla NATO e sulla strategia occidentale. Insomma: non mancavano i generali. Il problema non era la scarsità di mostrine nei talk show. Anzi, a un certo punto sembrava che ogni redazione italiana avesse il suo generale di riferimento, come una volta aveva il critico cinematografico, l’esperto di Sanremo e quello che spiegava perché il Festival “quest’anno parla ai giovani”.
Molti di loro avevano sicuramente competenza. Alcuni moltissima. Altri, diciamo, avevano soprattutto una bella voce, una cravatta sobria e la capacità di dire “scenario complesso” senza ridere. Ma il punto è un altro.
Sul discorso Russia/Ucraina, Vannacci era uno dei profili più interessanti in circolazione. Non perché fosse simpatico. Non perché fosse antipatico. Non perché avesse scritto Il mondo al contrario. Ma perché al momento dello scoppio della guerra era Addetto per la Difesa presso l’ambasciata d’Italia a Mosca. Non stava commentando la Russia da uno studio televisivo a Roma, con il plastico e la penna laser. Stava lì. A Mosca. Nel 2021-2022. Nel periodo in cui l’esercito russo ammassava truppe ai confini dell’Ucraina, nel periodo in cui la diplomazia occidentale cercava di capire se Putin stesse bluffando, nel periodo in cui, il 24 febbraio 2022, il bluff smette di essere bluff e diventa invasione.
Quindi l’anomalia non nasce da qualcosa che succede.
Nasce da qualcosa che NON succede.
Voglio dire: da febbraio 2022 in poi le interviste ai generali italiani si sprecano. Sui giornali italiani, nelle televisioni italiane, nei podcast, nei salotti di approfondimento. Avete a disposizione uno che, al momento dello scoppio della guerra, era all’ambasciata italiana a Mosca come addetto militare. Uno che era stato dentro l’ambiente diplomatico-militare russo nel momento più delicato degli ultimi decenni. Uno che, piaccia o no, avrebbe potuto raccontare almeno il contesto, l’atmosfera, le percezioni, i limiti della diplomazia, la qualità delle previsioni occidentali, il modo in cui si sentiva Mosca nei giorni prima dell’invasione.
E in più vedete che questo signore ha una voglia matta di stare sui giornali e in televisione. Non stiamo parlando di un monaco certosino della riservatezza istituzionale. Stiamo parlando di uno che scrive un libro autopubblicato, va in tour mediatico, si candida, entra nel Parlamento europeo, fa dichiarazioni su qualunque cosa e sembra abbastanza felice di trovarsi un microfono davanti.
E quasi nessuno gli fa la domanda ovvia.
Una domandina semplice semplice:
“Generale, lei era addetto militare a Mosca quando è scoppiata la guerra. Ci racconta che cosa si percepiva, nei mesi precedenti, dentro l’ambiente diplomatico-militare? L’invasione era considerata probabile? I russi lasciavano filtrare qualcosa? Gli addetti militari occidentali si parlavano? Che clima c’era all’ambasciata? Quando avete capito che non era più pressione negoziale ma guerra vera?”
Sarebbe naturale. Non dico intelligente: naturale. Sarebbe la prima domanda di un giornalista normale, dotato non dico di fiuto, ma almeno di sistema nervoso periferico.
Poi magari Vannacci risponde: “Non posso parlarne, è materia classificata”. Benissimo. Sarebbe già una risposta. Magari dice: “Posso parlare solo in termini generali”. Benissimo. Magari dice: “Non avevamo elementi sufficienti”. Benissimo. Magari dice: “Tutti pensavano che Putin stesse alzando il prezzo negoziale, e invece ha invaso”. Benissimo. Magari dice una cazzata. Benissimo lo stesso: almeno la cazzata sarebbe sul punto rilevante.
Invece no.
La discussione pubblica su Vannacci si concentra quasi sempre su altro: il libro, le frasi sui gay, gli immigrati, Egonu, le classi separate, la Decima, Salvini, la Lega, il personaggio, il folklore, il circo. Tutte cose politicamente spendibili, certo. Tutte cose televisivamente più facili, certo. Ma intanto resta quasi intatta la domanda più interessante: che cosa ha visto, capito, sbagliato o riferito l’addetto militare italiano a Mosca nei mesi che precedono l’invasione russa dell’Ucraina? Perché quella è la domanda professionale.
Non “che cosa pensa Vannacci dei gay”. Non “che cosa pensa Vannacci della Egonu”. Non “che cosa pensa Vannacci del mondo al contrario”. La domanda seria sarebbe: “Generale, lei era lì. Che cosa avete capito? Che cosa non avete capito? Che cosa avete sottovalutato? Che cosa sapevano gli italiani a Mosca nel gennaio e febbraio 2022?”
E qui il silenzio diventa interessante.
Non prova nulla, ovviamente. Magari i giornalisti gliel’hanno chiesto e lui ha glissato. Magari le risposte sono state tagliate. Magari nessuno voleva entrare in una zona classificata. Magari il Ministero non gradiva. Magari Vannacci stesso preferiva parlare di muri dei cessi, perché lì il pubblico applaude e non devi spiegare perché metà Europa non ha creduto fino in fondo all’invasione. Magari era più conveniente, per tutti, trasformarlo in fenomeno da talk show invece che interrogarlo come testimone professionale di un passaggio storico.
Ma l’anomalia resta.
Nel paese in cui si intervista un generale anche per sapere se domani pioveranno missili, l’uomo che era addetto militare italiano a Mosca quando la Russia invade l’Ucraina viene interrogato pochissimo proprio su Mosca, sulla Russia e sull’Ucraina. E questa, più che una dimenticanza, sembra una rimozione collettiva.
Io non so in che modo sia possibile che a un personaggio del genere — uno smanioso di parlare di politica, geopolitica, Occidente, Russia, guerra, decadenza, identità, civiltà e qualsiasi altra cosa gli permetta di stare davanti a un microfono — quasi nessun giornalista faccia la domanda più ovvia. Non la domanda più intelligente. Non la domanda più raffinata. Non la domanda da premio Pulitzer.
La domanda ovvia.
“Generale, lei era addetto militare italiano a Mosca quando è scoppiata la guerra in Ucraina. Che cosa ha visto? Che cosa avete capito? Che cosa non avete capito? Che cosa si percepiva dentro l’ambiente diplomatico-militare?”
Questa mancanza è incredibile.
E, a volerla dire tutta, insospettisce.
Ripeto: insospettisce. Non dimostra. Non prova. Non consente di tirare fuori una teoria completa, con le frecce rosse, i cerchi gialli e la foto sgranata del generale accanto a Putin. Non sto dicendo che ci sia un complotto, un ordine, una velina, una manina, una regia occulta o il solito omino del ministero che telefona alle redazioni dicendo: “Mi raccomando, non chiedetegli di Mosca”.
Non lo so.
Non è più soltanto: “Che cosa sa Vannacci?”
Diventa: “Perché nessuno sembra davvero interessato a chiederglielo?”
Se riuscite a capire il perché di questo silenzio, probabilmente avrete anche la risposta a molte delle vostre domande su Vannacci. Non tutte, magari. Ma molte sì.
Dopotutto, io sono un osservatore.
Posso solo osservare e pormi delle domande.
Come voi.
Uriel Fanelli
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