Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Università umanistiche: il perché di un fallimento.

Stavo osservando i log dei server che gestisco, sia questo blog che altri, e noto una cosa abbastanza impressionante: la furiosa, disperata determinazione con cui i bot cercano di fare ingestion dei contenuti. Arrivano, raschiano, riprovano, cambiano user agent, insistono. Sembrano mosche contro il vetro. E se il vetro non si rompe, continuano comunque, perché da qualche parte ci deve pur essere un contenuto da succhiare, indicizzare, archiviare, riassumere, riciclare. Su questo possiamo farci molta propaganda contro la AI, ovviamente. Possiamo dire che i cattivi robot stanno rubando il lavoro agli autori, che le macchine divorano la creatività umana, che siamo entrati nell’era dei vampiri statistici, e via dicendo. Tutto vero, almeno in parte. Ma il punto che mi interessa non è questo.

Il punto è che il mondo di Internet ha creato una gigantesca domanda di contenuti. Una domanda continua, bulimica, quasi patologica. E specialmente di contenuti freschi.

Non solo per il training delle AI. Quella è soltanto la parte più visibile oggi, perché fa rumore, perché ci sono miliardi in ballo, perché ogni volta che qualcuno dice “modello linguistico” da qualche parte un venture capitalist sente il profumo del sangue. Ma la fame viene da prima. Viene dalla semplice fame di informazione, dalla richiesta costante di novità, dalla soddisfazione immediata che è diventata la cifra della Internet moderna.

La rete non vuole soltanto contenuti. Vuole contenuti nuovi. Sempre. Vuole qualcosa che non ha ancora visto, non ha ancora indicizzato, non ha ancora archiviato, non ha ancora trasformato in un frammento da mostrare a qualcuno per tre secondi prima del prossimo scroll.

Ora, se parliamo di Internet e ci chiediamo quanto la sua diffusione abbia beneficiato i tecnici, scopriamo una cosa abbastanza evidente: la categoria STEM è stata sicuramente premiata da questa onnipresenza della rete. In termini di stipendi, di opportunità, di mercato del lavoro, di prestigio sociale persino. Il programmatore, l’amministratore di sistema, l’architetto cloud, il data engineer, il machine learning coso, tutta questa fauna qui ha beneficiato enormemente del fatto che ormai ogni attività umana debba passare da una rete, da una piattaforma, da un database, da un cluster, da una pipeline.

E fin qui, niente di sorprendente. Se il mondo si informatizza, chi costruisce e mantiene l’infrastruttura informatica viene pagato. È quasi ragionevole. Una di quelle cose che capitano raramente, ma capitano.

Ma se siamo abbastanza analitici, scopriamo subito che qualcosa non va.

Qualcosa manca.

Perché la rete non è fatta soltanto di cavi, server, protocolli, CDN, database, reverse proxy e container orchestrati da qualche divinità minore con l’ansia. La rete è fatta anche — e soprattutto — di contenuti. Senza contenuti, tutta questa magnifica infrastruttura non serve a nulla. Sarebbe un’autostrada perfetta che collega il nulla al niente, con un casello automatico in mezzo.

E allora la domanda va fatta.

Se c’è un disperato bisogno di contenuti, come mai chi li produce in maniera professionale non viene premiato?

Come mai viene sottopagato?

Voglio dire: prendiamo i musicisti. A prescindere dalla AI, o meno. Prima ancora di chiederci se un modello generativo possa produrre canzonette da ascensore in quantità industriale, bisognerebbe chiedersi un’altra cosa: come mai chi produce musica è così sottopagato, dentro una rete che ha continuamente bisogno di nuova musica?

Una rete che consuma musica ogni giorno, che la usa per video, reel, podcast, streaming, sottofondi, pubblicità, giochi, sigle, contenuti social, tutorial, spot, presentazioni aziendali e qualsiasi altra forma di rumore organizzato. Una rete che archivia quella vecchia con cadenza mensile, perché dopo un mese non è più “fresca”, non è più “trend”, non è più spendibile.

Eppure il musicista, cioè colui che produce esattamente la cosa di cui la rete sembra avere fame, molto spesso non vive affatto nella ricchezza. Anzi. Vive in quella zona grigia dove tutti usano il suo lavoro, tutti dicono che la musica è fondamentale, tutti vogliono la colonna sonora giusta, il jingle giusto, il mood giusto, il pezzo giusto, ma quando si tratta di pagare comincia improvvisamente una grande riflessione filosofica sul valore dell’esposizione.

E la stessa cosa vale, in generale, per chi scrive. Per chi fotografa. Per chi disegna. Per chi produce video. Per chi crea materiale originale. Per chi mette qualcosa dentro il gigantesco stomaco della rete.

Il risultato è abbastanza paradossale: chi produce la tecnologia è ben pagato, mentre chi produce i contenuti che rendono utile quella tecnologia non lo è.

E allora la domanda vera è questa.

Come mai Internet premia così bene chi costruisce i tubi, ma così male chi mette l’acqua dentro?



Le risposte che si danno a questa domanda non sono quasi mai soddisfacenti.

La prima risposta, oggi, è diventata quasi automatica: è colpa della AI. L’intelligenza artificiale ruba il lavoro degli autori, copia, imita, impasta statisticamente ciò che altri hanno prodotto, e quindi distrugge il mercato dei contenuti.

Ora, chi accusa la AI di “rubare il lavoro di altri” deve però capire una cosa: proprio per questo motivo, l’intelligenza artificiale non può creare qualcosa di mai visto. O di mai udito, nel caso della musica.

Può imitare, ricombinare, comprimere, interpolare. Può produrre una cosa che sembra il risultato medio di tutte le cose simili che ha visto prima. Può fare la canzone che sembra una canzone, il testo che sembra un testo, l’immagine che sembra un’immagine, il video che sembra un video. Può essere tremendamente efficace quando quello che le chiedete è, in sostanza, una variante del già esistente.

Ma se il vostro contenuto è davvero creativo, se contiene qualcosa di nuovo, qualcosa che non era già presente nel grande minestrone statistico da cui il modello pesca, allora no: non è davvero soggetto alla competizione dell’intelligenza artificiale.

Non nel senso forte del termine.

Può essere copiato dopo, certo. Può essere imitato dopo. Può essere normalizzato dopo, digerito dopo, trasformato in stile dopo. Ma la AI non può arrivare prima. Non può inventare ciò che non ha mai visto, esattamente come un turista non può ricordare una città in cui non è mai stato. Può immaginarla, forse. Ma il più delle volte immaginerà pezzi di altre città incollati insieme, con qualche fontana al centro perché statisticamente le fontane fanno città.

Quindi no: se i vostri contenuti sono davvero creativi, o davvero nuovi, il problema non è semplicemente “la AI vi fa concorrenza”.

Il problema è più vecchio, più profondo, e più fastidioso.

Potremmo parlare di qualsiasi questione quantitativa o legata al mercato. Potremmo dire che ci sono troppi contenuti, troppi autori, troppi musicisti, troppi fotografi, troppi illustratori, troppi scrittori, troppa gente che produce roba.

Potremmo dire che il mercato è saturo, che l’offerta supera la domanda, che la qualità media è bassa, che moltissima produzione è mediocre o pessima.

Ma questo non spiega davvero il fenomeno.

Perché esistono anche pezzi di codice mediocri o pessimi. Esistono infrastrutture progettate male, software scritti coi piedi, architetture cloud che sembrano concepite durante una crisi mistica, sistemi informatici che stanno in piedi per miracolo, script aziendali che nessuno osa toccare perché l’ultima persona che li capiva è stata assunta da Google nel 2017 e adesso medita in Colorado.

Eppure il fatto che esista codice mediocre non impedisce ai programmatori di essere pagati. Il fatto che esistano infrastrutture pessime non impedisce agli architetti, ai sistemisti, agli specialisti di rete, ai DevOps e a tutta la confraternita del “funziona sul mio cluster” di avere un mercato del lavoro molto più favorevole.

Allo stesso modo, il fatto che esistano contenuti mediocri o pessimi non basta a spiegare perché chi produce contenuti venga pagato così poco.

Si potrebbe allora tirare fuori l’argomento del monopolio. Pochi grandi enti controllano la distribuzione, pochi grandi intermediari decidono cosa si vede, cosa si ascolta, cosa viene indicizzato, cosa viene monetizzato. Ed è vero. Ma anche qui, la spiegazione non basta.

Perché, se è per questo, anche i migliori posti di lavoro nel mondo tecnico — cioè quelli meglio pagati — sono spesso monopolio di grandi giganti. Le migliori possibilità di carriera sono concentrate in poche aziende, in pochi ecosistemi, in poche piattaforme. Anche lì ci sono gatekeeper, anche lì ci sono oligopoli, anche lì ci sono nomi talmente grandi che non competono nel mercato: in molti casi, sono loro a decidere cos’è il mercato.

Eppure il tecnico che entra in quel mondo viene pagato. Magari viene spremuto, magari viene messo dentro una macchina aziendale orrenda, magari finisce a fare riunioni su riunioni per decidere il nome di una variabile, ma viene pagato. E anche nel nostro settore c'e' concorrenza dall' Intelligenza Artificiale.

Il produttore di contenuti, invece, spesso no. O viene pagato poco. O viene pagato in visibilità, che è il modo educato per dire “in aria fritta con un logo sopra”.

Quindi no: non basta dire che la AI ruba. Non basta dire che il mercato è saturo. Non basta dire che molti contenuti sono mediocri. Non basta dire che esistono monopoli.

Tutte queste cose sono vere, o almeno parzialmente vere. Ma non spiegano il divario enorme tra quanto viene pagato chi produce l’infrastruttura e quanto viene pagato chi produce ciò che rende quella infrastruttura interessante.

Il divario rimane.

E rimane enorme.



La domanda è tremenda, e a testimoniarlo sono i prezzi.

Un film ben riuscito guadagna miliardi, anche se appartiene al genere “giovani culturisti in calzamaglia con gli effetti speciali”, altrimenti detto “supereroi”. Un genere che, in teoria, non offre nulla di nuovo nemmeno sul piano narrativo, ormai da un decennio, se non di più.

Bisogna capire che i soldi che questi film incassano non sono altro che il prezzo che l’opera ha sul mercato. Non sono necessariamente un giudizio sulla qualità artistica, e nemmeno sulla novità dell’opera. Sono il prezzo. Il mercato decide che quella cosa vale quei soldi, e li paga.

E se una tizia si compra la Porsche solo mostrando grosse tette su OnlyFans, vuol dire che persino le mammelle sono un contenuto pagato a carissimo prezzo, tale è la fame di contenuti. Anche qui, non serve fare moralismo: basta osservare il dato economico. Qualcuno produce un contenuto, qualcuno lo compra, e il prezzo può essere altissimo.

Se poi andiamo sulle principali piattaforme di streaming video, e persino su TikTok, troviamo milioni di video tutti uguali. Stessi formati, stessi gesti, stessi tormentoni, stesse musiche, stesse imitazioni. E la fame di contenuti è tale che vengono premiate le tendenze, ovvero le imitazioni.

Il sistema non premia soltanto la novità. Premia anche la ripetizione. Premia il fatto che esista ancora un altro video, ancora un’altra faccia, ancora un’altra variazione minima dello stesso identico contenuto. Il mercato, quindi, paga bene.

La domanda è immensa, il prezzo è quindi alto.

E allora?

Come mai, se cerchiamo chi ha beneficiato davvero del boom del “content creator”, troviamo quasi più tecnici — cioè coloro che creano e mantengono l’infrastruttura — laureati in materie STEM, e quasi pochissimi tra quelli usciti da facoltà umanistiche?

Com’è possibile che un mondo affamato di contenuti abbia arricchito soprattutto chi costruisce i tubi, le piattaforme, gli algoritmi, i sistemi di pagamento e distribuzione, e molto meno chi quei contenuti dovrebbe produrli?




In questo catastrofico fallimento deve esserci qualcosa in comune tra le vittime.

E la risposta mi sembra evidente. Il fatto che, tra gli esempi di successo nel mondo dei contenuti, non ci siano quasi mai persone uscite da università umanistiche, la dice lunga.

Se vieni battuto o battuta da una che mostra le tette, qualcosa sta andando storto nel tuo modo di fare contenuti. Sicuri che non ci siano modi migliori di mostrare le tette? Eppure la letteratura erotica è sconfinata. Come mai hai studiato per quindici anni la letteratura erotica e non riesci a diventare una star su OnlyFans? Come mai hai studiato sociologia per vent’anni e il premio al fumetto con la critica sociale va a Zerocalcare? Non hai niente di meglio da dire?

Secondo me, quindi, il fallimento delle facoltà non-STEM va analizzato meglio, anche a costo di sollevare polveroni. Certo, dovrebbero essere i filosofi a farlo, invece lo fa un blogger.

Perché?

Proviamo a vederlo. Anzi: provo ad analizzare le risposte comunemente date alla stessa domanda, che non sono io a porre. Perché questa domanda gira già, solo che di solito viene addomesticata, resa innocua, trasformata in una lamentela generica contro il mercato, contro gli algoritmi, contro il capitalismo, contro la volgarità del pubblico. Tutte cose comodissime, perché spostano sempre il problema da un’altra parte.

Il primo problema che viene denunciato è il passatismo.

La rete premia i contenuti originali. Quindi, se inventi qualcosa, schizzi in cima. Se sei il primo o la prima ad arrivare, schizzi in cima. E ovviamente la tendenza accademica, specialmente nelle facoltà umanistiche, è quella di studiare il passato. Testi passati, autori passati, movimenti passati, categorie passate, dispute passate, forme passate.

È una teoria credibile, ma c’è un problema.

La cultura generale delle persone non copre tutto lo scibile umano. Essere “nuovi”, molto spesso, significa soltanto dire cose che le persone non ricordano di avere già visto. O che non hanno mai visto perché, banalmente, non hanno letto abbastanza, non hanno viaggiato abbastanza, non hanno studiato abbastanza, non hanno incontrato abbastanza mondi.

Siccome le persone non hanno visto molto, per chi conosce la storia delle tette non dovrebbe essere un problema primeggiare tra le mostratette di OnlyFans. Il loro contenuto, agli occhi di chi non ha un PhD in tette, può risultare nuovo e originale. Anche se, alla fine, magari è nato in Nepal nel 1300.

E questo vale per moltissimi altri contenuti. Il pubblico non chiede davvero l’assoluto inedito metafisico, mai apparso nella storia dell’umanità. Il pubblico chiede qualcosa che sembri nuovo a lui. E tra “nuovo per l’umanità” e “nuovo per il pubblico” passa la stessa differenza che passa tra inventare il fuoco e accendere un accendino davanti a un bambino.

Per questa ragione, il passatismo non basta a spiegare il fallimento. Anzi, in teoria dovrebbe essere un vantaggio. Chi ha studiato il passato dispone di un archivio enorme di forme, tecniche, immagini, racconti, strutture, simboli, trucchi, variazioni, registri, generi e ossessioni umane da riproporre a un pubblico che non li riconoscerà mai.

Il problema, quindi, non può essere semplicemente che le facoltà umanistiche studiano il passato.




Il secondo problema è lo sdegno accademico verso quanto piace al pubblico, cioè verso il “mercato”.

Sino al 1700, perché un artista fosse preso in considerazione, doveva prima esibirsi in un’accademia prestigiosa. Doveva passare da lì. Solo dopo essere stato battezzato, consacrato, legittimato, poteva sperare di farci due lire. Anche perché il fruitore dell’arte, in quel mondo, era comunque un aristocratico, oppure un clerico. Gente che stava dentro lo stesso circuito sociale, culturale e simbolico dell’accademia. Con il mercantilismo arriva la borghesia, e la borghesia è troppo numerosa per stare nelle accademie. Non solo: è anche troppo volgare, almeno agli occhi di chi nelle accademie ci stava già. Questi nuovi fruitori vengono guardati con sospetto, considerati gente dal gusto dubbio, troppo legata al denaro, al commercio, alla casa da arredare, al salotto da mostrare, alla reputazione da comprare. Le accademie, quindi, continuano a parlare soprattutto ad aristocratici e gente di chiesa. Intanto, fuori, nascono le gallerie d’arte, dove l’arte viene presentata, venduta e rivenduta. L’opera entra in un circuito commerciale più esplicito. E così il nome degli autori — Monet, e via dicendo — diventa adesso un brand. Arriva il commercio. Arriva il mercato. Arriva l’arte come oggetto che circola, che si compra, che si rivende, che acquista valore anche perché porta una firma riconoscibile.Ma attenzione: l’invidia per l’accademia rimane.

Insomma, o sei consacrato dall’accademia, oppure sei consacrato dal mercato. Sono due sacerdoti diversi, ma sempre consacrazione è. Da una parte il tempio, dall’altra il listino prezzi. Cambia l’incenso, non cambia il bisogno di essere riconosciuti da qualcuno che conti.

Poi arriva il ceto medio. Arrivano il benessere, il consumo di massa, il consumismo. A questo punto l’arte non viene più soltanto comprata: viene consumata. Entra in un ciclo economico diverso, più rapido, più largo, più ripetitivo.

Esistono le star nella musica, nel cinema, nell’intrattenimento, ma non più nello stesso modo nell’arte classica. L’arte diventa “Pop”.

“Pop” indica semplicemente l’arte diventata parte di un sistema consumistico. Non significa necessariamente arte stupida, né arte bassa, né arte fatta male. Significa arte che circola dentro il consumo, che parla al consumo, che usa il consumo, e spesso lo rappresenta. Andy Warhol è un esempio classico, se vogliamo. Ma lo sono anche i registi di film, visto che alla lista si aggiunge il cinema pop, con i suoi miti, le sue immagini, le sue icone, i suoi poster appesi nelle camerette.

Anche qui, i puristi della consacrazione — mercato o accademia che sia — si strappano i capelli dallo scandalo. Perché per loro l’arte deve sempre essere autorizzata da qualcuno: dall’accademia, dal critico, dal collezionista, dal museo, dal prezzo d’asta, dal festival, dalla retrospettiva. L’idea che il pubblico consumi direttamente qualcosa, e che quella cosa diventi culturalmente rilevante proprio perché consumata, resta per molti una bestemmia.

Ma nemmeno questa teoria mi convince.

Innanzitutto perché l’arte classica è usatissima, se non altro a livello di meme, e non è affatto sconosciuta. Il meme sotto non esisterebbe senza Michelangelo. Non esisterebbero certe pose, certe citazioni, certe immagini continuamente riciclate, certe battute visive, se il patrimonio classico fosse davvero morto e sepolto dentro i musei.

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Non c’è metallaro che non ascolti anche musica classica, o che almeno non abbia qualche simpatia per organi, cori, requiem, sinfonie, atmosfere gotiche, architetture sonore che arrivano da molto lontano. I luoghi dell’arte rinascimentale sono stravisitati. Le città d’arte sono piene. I musei fanno code. Le immagini classiche vengono continuamente riusate nella pubblicità, nella moda, nei videoclip, nei videogiochi, nelle copertine degli album, nei profili social, nei meme.

Quindi non ha senso dire che il pubblico rifiuta quel materiale. Non è vero. Il pubblico lo riconosce, lo consuma, lo fotografa, lo cita, lo trasforma, lo riduce a meme, se necessario, ma lo usa. E allora non ha senso che qualcuno che ha studiato queste cose non riesca a farci due soldi. Non ha senso che chi ha passato anni a studiare simboli, forme, miti, immagini, testi, musica, estetica e narrazione non riesca a trasformare tutto questo in qualcosa che il pubblico voglia comprare, guardare, ascoltare o condividere.


No, mi spiace, non c'entra nemmeno questo.



Il mondo accademico si è politicizzato.

È un male?

Sì.

Se consideriamo che la politica fornisce sostanzialmente solo due grandi categorie per vedere il mondo — destra o sinistra — allora il problema diventa evidente: con due categorie non vai lontano. Puoi interpretare alcune cose, certo.

Puoi organizzare qualche conflitto, dare un nome a certe appartenenze, riconoscere alcuni schieramenti. Ma non puoi ridurre tutta la realtà a due etichette e poi stupirti se, quando provi a produrre contenuti, sembri sempre il comunicato stampa di qualcuno.

Il punto non è nemmeno soltanto ideologico. Il punto è espressivo.

Perché ogni corrente politica porta con sé i propri stilemi, i propri morfemi, il proprio sistema di immaginario, i propri tic linguistici, i propri nemici rituali, i propri santi, i propri mostri, i propri modi di comunicare. Una volta che entri in quel recinto, finisci quasi inevitabilmente dentro un coro o dentro l’altro.

E quando finisci dentro un coro, puoi anche cantare benissimo. Ma difficilmente stai dicendo qualcosa che non fosse già previsto dallo spartito.

Quindi sì: politicizzarsi, se la politica è diventata quella forma di calcio giocata con altri mezzi, può rendere i contenuti banali sino a cancellare la domanda. Perché a quel punto non stai più producendo contenuti: stai producendo segnali di appartenenza. Stai dicendo al tuo pubblico “sono dei vostri”, oppure “sono contro quelli là”. Il contenuto diventa una bandierina. Una sciarpa da stadio.

Un modo per riconoscersi, applaudire, fischiare, insultare l’arbitro e tornare a casa convinti di avere partecipato alla Storia.

E questo, ovviamente, alla lunga annoia.

Annoia perché è prevedibile. Annoia perché sai già dove andrà a parare. Annoia perché, dopo tre righe, hai già capito chi sono i buoni, chi sono i cattivi, chi deve essere assolto, chi deve essere bruciato, chi deve essere “problematico” e chi invece deve essere “necessario”. È un teatrino con due copioni, e il pubblico finisce per conoscerli entrambi a memoria.

Tuttavia, nemmeno questo mi convince.

Le grandi sovrapposizioni politiche, morali, tribali e simboliche sono sempre esistite. Guelfi e Ghibellini, Orazi e Curiazi, Atene e Sparta, Roma e Cartagine, papisti e antipapisti, rivoluzionari e reazionari. La storia umana è piena di divisioni binarie, di appartenenze feroci, di fazioni che si odiavano con metodo, disciplina e una certa soddisfazione estetica.

E spesso queste contrapposizioni sono finite nell’arte.

Non solo: hanno prodotto arte. Hanno prodotto poemi, tragedie, satire, affreschi, cronache, canti, romanzi, pamphlet, architetture, simboli, miti fondativi. Interi pezzi della cultura europea sono nati dentro conflitti politici, religiosi, dinastici, cittadini, imperiali. E nessuno può dire che questo abbia impedito il successo dei contenuti relativi.

Anzi, spesso li ha resi più forti.

Quindi il problema non può essere semplicemente “la politica entra nella cultura”. La politica è sempre entrata nella cultura. Il conflitto è sempre entrato nella narrazione. Le fazioni sono sempre entrate nell’immaginario.



Non credo quindi a nessuna delle grandi teorie riguardanti la mancanza di sbocchi professionali degli studenti di facoltà umanistiche.

O meglio: penso che forse ci siano componenti forti di questi tre atteggiamenti, e che facciano parte del problema. Il passatismo, lo sdegno verso il mercato, la politicizzazione del linguaggio e dell’immaginario: tutto questo pesa.

Sarebbe stupido negarlo.

Ma non credo che siano sufficienti a spiegare il tutto.

Quello che credo, invece, è molto diverso.

Credo che il problema sia nella mancanza di coscienza del proprio ruolo. Non tanto nella mancanza di talento, o nella mancanza di cultura, o nella mancanza di materiale da usare. Il materiale c’è. La cultura c’è. Il talento, almeno in alcuni casi, c’è. Quello che manca è la percezione chiara di cosa si stia andando a fare nel mondo.

Posso prendere l’Italia come esempio, e poi mostrare come la cosa si declini all’estero.

In Italia, chi sceglie facoltà umanistiche?

Il dialogo interno, e spesso anche quello familiare, è principalmente questo:

  • Voglio fare una facoltà completamente umanistica.
  • E dopo cosa andrai a fare? Quali sbocchi lavorativi avrai?

Questa domanda arriva quasi sempre. Arriva dai genitori, dai parenti, dagli amici, dal tizio che ha fatto ragioneria e ora lavora in banca, dal conoscente che “però ingegneria dà più possibilità”, dal barista che ha opinioni molto solide sul mercato del lavoro perché ha un cugino laureato in filosofia che fa il rider.

E la risposta non è quasi mai: oggi, con Internet e con la domanda immensa di contenuti, vivrò dei miei contenuti.

La seconda risposta, per dire, sarebbe del tutto legittima. Sarebbe persino razionale. Se il mondo chiede contenuti in quantità industriale, e se io sto andando a studiare linguaggi, testi, immagini, narrazioni, storia, estetica, simboli, forme culturali, allora posso rispondere: andrò a produrre contenuti. Andrò dove c’è domanda. Andrò nel mercato che ha fame esattamente di ciò che dovrei imparare a fare.

Ma come mai non si tratta della risposta di default?

Come mai chi sceglie una facoltà umanistica non si vede, istintivamente, come una persona che sta imparando a produrre contenuti per un mondo che vive di contenuti?

Qui bisogna allargare un pochino lo sguardo.

È mai successo prima, in Italia, che la capacità di produrre contenuti fosse considerata una probabile fonte di reddito?

Ma specialmente: è mai successo che le facoltà umanistiche abbiano avuto come scopo dichiarato — se escludiamo giurisprudenza — quello di formare una precisa classe di professionisti, o più di una?

Chi studia giurisprudenza sa che mira a diventare avvocato, notaio, procuratore, giudice, magistrato. Insomma, quella facoltà ha piena contezza di preparare un certo numero di professionisti. Può riuscirci bene o male, può produrre più laureati di quanti il mercato riesca ad assorbire, può avere tutti i problemi del caso, ma almeno sa cosa sta facendo. Sa quale figura professionale sta cercando di formare.

E persino facoltà un tempo considerate troppo astratte, come matematica, oggi hanno preso coscienza del fatto che stanno preparando professionisti. Professionisti del data mining, del data analytics, data engineer, data scientist, modellisti, gente che finirà a lavorare su algoritmi, statistiche, ottimizzazione, previsione, sistemi complessi, finanza quantitativa, intelligenza artificiale, e così via.

Hanno creato le necessarie strutture per far sentire agli studenti che si stanno muovendo in quella direzione. O almeno hanno creato la narrativa che serve. Perché, se ti insegno certe cose, alla fine sappiamo che probabilmente finirai a fare quello. Non è più una vergogna dirlo. Non è più una caduta di stile. È un obiettivo dichiarato.

Ora invece la mia domanda è: vista la domanda immensa di contenuti, le facoltà umanistiche hanno questa stessa coscienza?

Il DAMS, per esempio, ha coscienza chiara del fatto che dovrebbe preparare gli studenti a lavorare nel settore della produzione di contenuti audiovisivi reali, cioè quelli che esistono davvero sul mercato, non quelli che fanno bella figura nel programma del corso?

E quindi, per essere brutali: il DAMS ha coscienza chiara che dovrebbe preparare gli studenti a lavorare anche nel settore del porno, che oggi rappresenta una quantità gigantesca della produzione di contenuti su Internet?

Perché se stiamo parlando di contenuti, bisogna parlare dei contenuti che il mercato consuma davvero. Non soltanto di quelli che possiamo nominare senza imbarazzo durante un seminario.

Ovviamente la domanda , indirizzata al porno, e'una domanda estrema che faccio a scopo di shock, ma ... potrei fare domande piu' semplici. Perche' la facolta' di lettere non ha corsi per giornalisti fatti al preciso scopo di formare giornalisti? Quali e quante facolta' li hanno?

Facciamo un parallelo con le materie STEM, giusto per capire il punto.


Se entri a ingegneria, nessuno ti dice: “stai studiando la bellezza astratta delle strutture”. Ti dicono, più o meno esplicitamente: stai imparando a costruire ponti, edifici, macchine, impianti, reti, sistemi, software, infrastrutture. Poi magari finirai a fare altro, perché la vita è piena di tradimenti, ma la direzione è chiara.

Ingegneria edile prepara persone che, almeno in teoria, dovrebbero capire qualcosa di edifici. Ingegneria informatica prepara persone che, almeno in teoria, dovrebbero capire qualcosa di sistemi informatici. Ingegneria gestionale prepara persone che, almeno in teoria, dovrebbero capire qualcosa di processi, organizzazioni, produzione, logistica. E già qui potremmo aprire un processo per direttissima, ma non è il tema.

Se entri a fisica, puoi trovare percorsi che ti portano verso la fisica della materia, la fisica nucleare, l’astrofisica, la fisica applicata, la modellistica, i materiali, la sensoristica, la ricerca industriale. Anche quando la materia sembra astratta, l’istituzione sa costruire una narrativa professionale: stai imparando strumenti che possono finire in laboratorio, nell’industria, nei dati, nella simulazione, nella tecnologia.

Se entri a matematica, un tempo potevi ancora raccontarti la favola romantica del matematico puro che vive nutrendosi di teoremi e caffè. Oggi invece anche matematica ha imparato benissimo a dire: data science, crittografia, finanza quantitativa, ottimizzazione, machine learning, analisi dei dati, modellistica, algoritmi. Magari poi metà di queste parole vengono usate come amuleti contro la disoccupazione, ma almeno la direzione viene nominata.

Cioè: le facoltà STEM, anche quando studiano cose astratte, hanno imparato a tradurre quella astrazione in figure professionali.

Corsi universitari italiani con “giornalismo” nel nome o nel curriculum

Numero prudente: circa 8 corsi/curricula magistrali individuabili.

Ateneo Forma
Università di Bologna Laurea magistrale in Comunicazione giornalistica, pubblica e d’impresa, con curriculum Giornalismo e comunicazione politica
Università di Parma Laurea magistrale in Giornalismo, cultura editoriale, comunicazione ambientale e multimediale, classe LM-19
Sapienza Università di Roma Laurea magistrale Media, comunicazione digitale e giornalismo, classe LM-19, con curriculum Giornalismo
Università del Salento Laurea magistrale Comunicazione, media digitali, giornalismo, classe LM-19, con curriculum Media digitali e giornalismo
Università Roma Tre Laurea magistrale Informazione, Editoria e Giornalismo, classe LM-19
Università di Cagliari Laurea magistrale Giornalismo e Informazione Web, classe LM-19
Università di Verona Laurea magistrale Editoria e Giornalismo, classe LM-19
Università di Roma Tor Vergata Curriculum Editoria, Giornalismo, Comunicazione dentro una laurea magistrale LM-19

Scuole/master di giornalismo riconosciuti dall’Ordine dei Giornalisti

Da tenere separati dai corsi di laurea: sono scuole o master riconosciuti dall’Ordine, spesso percorsi successivi alla laurea.

Numero trovato: 11 scuole/master attivi o autorizzati.

Sede Scuola / master
Bari Master in Giornalismo
Bologna Scuola di Giornalismo
Milano Università Cattolica
Milano IULM
Milano Università Statale / Walter Tobagi
Napoli Suor Orsola Benincasa
Perugia Scuola di Giornalismo
Roma LUMSA
Roma LUISS
Torino Scuola di Giornalismo
Urbino Scuola di Giornalismo

Se cerchiamo una cosa analoga a “ingegneria edile” dentro ingegneria, o “fisica della materia” dentro fisica, cioè un corso di laurea che dica chiaramente allo studente “tu stai venendo qui per diventare questa figura professionale/accademica”, nel caso del giornalismo troviamo pochissimo.

Non zero: qualcosa esiste.

Esistono alcuni corsi magistrali LM-19, cioè “Informazione e sistemi editoriali”, che hanno “giornalismo” nel nome o dentro un curriculum. Facendo un conto prudente, siamo nell’ordine di una manciata: circa otto corsi o curricula esplicitamente riconoscibili.

Poi esistono le scuole e i master riconosciuti dall’Ordine dei Giornalisti, che sono un’altra cosa: l’Ordine ne elenca undici attivi o autorizzati. Ma appunto, sono master, scuole, percorsi successivi, spesso separati dalla normale identità della facoltà umanistica generalista.

E questo conferma il punto: il giornalismo non è pensato normalmente come lo sbocco naturale e dichiarato di chi studia lettere, linguistica, storia, retorica, testi, media, narrazione. È trattato come una specializzazione eventuale, successiva, quasi laterale.


Il confronto è impietoso: le università di tipo umanistico sembrano completamente disinteressate a dare agli studi una prospettiva futura chiara.

Prima, intanto, “studi”. Poi, semmai, ti fai un master, una scuola ulteriore, un percorso professionalizzante aggiuntivo, qualcosa che arrivi dopo e che provi a trasformare quello che hai studiato in un mestiere. Come se il mestiere fosse un accessorio imbarazzante, una faccenda pratica da sistemare più avanti, possibilmente lontano dalla purezza originaria dello studio.

E lo stesso vale per, che so io, il “content producer” per Internet.

Ci sono scuole di blogging? No. Esistono corsi, manuali, consulenti, tutorial, fuffaguru che vendono “strategie di contenuto” con la stessa solennità con cui un alchimista vendeva polvere di drago. Ma una filiera universitaria chiara, dichiarata, rispettabile, che dica: noi formiamo persone capaci di produrre contenuti scritti per il web, no. Non davvero.

E la realtà è ancora più assurda: la facoltà di Lettere e Filosofia non ha nemmeno un corso di laurea per diventare scrittori.

Scrittori.

Cioè la figura professionale più ovvia che dovrebbe uscire da un posto dove si studiano testi, lingua, letteratura, retorica, narrazione, generi, stili, storia delle forme espressive. Se esiste un luogo in cui uno dovrebbe poter dire “vado lì perché voglio imparare a scrivere professionalmente”, quello dovrebbe essere Lettere.

E invece no.

Puoi studiare gli scrittori. Puoi commentare gli scrittori. Puoi contestualizzare gli scrittori. Puoi decostruire gli scrittori, storicizzarli, problematizzarli, inserirli dentro correnti, movimenti, tradizioni, genealogie, dispositivi, orizzonti di senso e altre parole che fanno curriculum accademico.

Ma diventare scrittore?

Faccio una domanda semplice: perché una persona non può studiare Lettere allo scopo di diventare uno scrittore di fantascienza, ed essere in un posto dove oggettivamente gli insegnano a scrivere fantascienza?

Se voglio diventare un ingegnere edile, cribbio, faccio ingegneria edile. E lì le materie stesse dicono che stai studiando proprio quello. Non è che ti trovi Scienza delle costruzioni per il destino cinico e baro. È lì perché devi imparare a progettare strutture. È lì perché esiste una professione, esiste un mestiere, esiste un campo di applicazione. L’università non fa finta che tu stia contemplando il concetto platonico di pilastro.

E allora perché a Lettere non c’è un corso di laurea per scrivere fantascienza?

Perché non esiste un percorso dichiarato per chi vuole scrivere sceneggiature di film? O storie erotiche? O telenovelas? O contenuti per la TV? O narrativa seriale? O romanzi di genere? O dialoghi per videogiochi? O testi per podcast? O format per YouTube?

Non sto dicendo che ogni università debba diventare una fabbrica di romanzetti, con l’esame di “Elfo problematico I” e “Distopia post-apocalittica II”. Sto dicendo una cosa molto più semplice: se il mondo consuma quantità immense di narrazione, perché il luogo che studia narrazione non si sente responsabile di formare narratori?

Perché la fantascienza deve essere studiata come fenomeno culturale, magari con grande finezza critica, ma non insegnata come mestiere? Perché posso fare una tesi su Philip K. Dick, Ursula Le Guin o Stanisław Lem, ma non posso seguire un percorso serio, tecnico, valutato, strutturato, per imparare a scrivere quel tipo di cose?

E attenzione: “insegnare a scrivere fantascienza” non significa spiegare agli studenti dove mettere i laser e le astronavi. Significa insegnare worldbuilding, ritmo narrativo, costruzione dei personaggi, coerenza interna, gestione dell’informazione, estrapolazione sociale, uso della tecnologia come motore narrativo, dialoghi, conflitto, revisione, mercato editoriale, serialità, adattamento audiovisivo.

Cioè competenze. Tecniche. Strumenti.

Le stesse cose che altrove vengono considerate normali quando si tratta di formare un professionista.

Invece, a Lettere, molto spesso puoi studiare chi ha scritto. Puoi studiare cosa ha scritto. Puoi studiare quando ha scritto, perché ha scritto, dentro quale contesto ha scritto, con quali influenze, con quali rapporti di potere, con quali implicazioni simboliche.

Ma se vuoi scrivere tu, professionalmente, allora improvvisamente cala il silenzio.

Come se produrre contenuti fosse una cosa che deve accadere fuori dall’università. Dopo. Altrove. Per conto tuo. Magari di notte, mentre di giorno fai un lavoro vero, cioè un lavoro che qualcuno ha avuto la decenza di nominare dentro un corso di laurea.

Le facoltà umanistiche ragionano come se lo studio puro fosse la loro missione. Prima si studia. Poi, alla fine, per caso, sbatterai la testa qui e lì, farai qualche tentativo, ti adatterai, ti reinventerai, e magari troverai un qualche lavoro.

Per caso.

Sia chiaro: non tutti gli ingegneri edili finiscono per fare gli ingegneri edili. Non tutti i fisici della materia finiscono a fare i fisici della materia. Non tutti quelli che studiano informatica finiscono a scrivere compilatori, sistemi operativi o driver per schede di rete in una cantina illuminata da un neon tremolante.

Ma almeno mirare in quella direzione si può fare.

La direzione esiste. È nominata. È dichiarata. È visibile nelle materie, nei curricula, nei laboratori, nei tirocini, negli esempi, persino nella propaganda della facoltà. Lo studente può anche cambiare strada, certo. Può scoprire che non gli interessa davvero progettare edifici, o che la fisica della materia lo annoia, o che la data science è meno romantica di quanto sembrasse sulle brochure. Ma non può dire di non avere mai visto un bersaglio.

Nelle facoltà umanistiche, invece, spesso il bersaglio non c’è.

O meglio: c’è, ma non viene detto. Rimane implicito, nebuloso, quasi imbarazzante. Studi testi, ma non per diventare uno scrittore. Studi linguaggi, ma non per diventare un produttore professionale di contenuti. Studi storia dell’arte, ma non per imparare a produrre immagini, curare immaginari, costruire narrazioni visive vendibili nel mondo reale.

Studi.

Poi si vedrà.

E questo “poi si vedrà” è il problema.


E qui siamo al punto: le facoltà umanistiche non si prendono alcuna responsabilità, nemmeno vaga come quella di ingegneria chimica, di indicare una direzione allo studente.

La direzione la prenderai dopo.

Ma è accessoria.

Una strana eccezione, che però conferma la regola, è quella degli storici.

C’è fame di storia. E le facoltà sono anche strutturate, tipo “storia contemporanea”, “storia medievale”, eccetera. Ma l’idea che lo storico potrebbe essere una persona che spiega un’epoca e viene pagata dal pubblico per questo, stile Barbero, è accessoria.

Certo, Barbero ha talento in questo, per cui c’è poco da fare. Ma perché “divulgazione” non è un curriculum? Perché non esiste un percorso che dica chiaramente: tu studi storia anche per imparare a raccontarla al pubblico, a renderla comprensibile, interessante, rigorosa ma ascoltabile?

Cercate sulle piattaforme principali. La fame c’è. Il pubblico c’è. Il mercato c’è. E lo si nota anche nell’assenza.... di presenza sul mercato.

Sul mercato, sì.

Quando parliamo di self-publishing pensiamo sempre a piattaforme da hobbisti che fanno cose per ragioni commerciali, o per vanità, o per disperazione editoriale. Ma perché nessuna facoltà di Lettere ha una piattaforma di self-publishing per studenti?

Non scrivono?

Non gli piacerebbe scrivere?

Nessuno?

Statisticamente impossibile. Stai studiando Lettere, santiddio.

Una facoltà di Lettere dovrebbe essere piena di persone che scrivono racconti, saggi, romanzi, poesie, recensioni, pamphlet, traduzioni, articoli, dialoghi, sceneggiature, monologhi, esperimenti narrativi, persino brutte fanfiction sugli amori tormentati tra Leopardi e una creatura di Lovecraft. Va bene tutto. Ma deve esserci produzione.

E non produzione nel senso del compitino consegnato al docente, letto da tre persone e poi sepolto in una cartella. Produzione vera. Pubblicazione. Lettori. Commenti. Numeri. Download. Fallimenti. Revisioni. Copertine brutte. Copertine meno brutte. Sinossi sbagliate. Titoli che non funzionano. Testi che nessuno legge. Testi che qualcuno legge. Testi che girano. Testi che imbarazzano l’autore dopo sei mesi, come è giusto che sia.

Perché è così che si impara a stare nel mercato dei contenuti: producendo contenuti, pubblicandoli, misurandone la ricezione, correggendo il tiro. Non solo studiando quelli prodotti da altri, possibilmente morti da secoli e quindi incapaci di lamentarsi se li interpretiamo male.

Una piattaforma di self-publishing universitaria sarebbe una cosa banalissima. Un catalogo interno, pubblico, indicizzato. Ogni studente può pubblicare racconti, saggi brevi, traduzioni commentate, raccolte, esperimenti, piccoli ebook. I docenti possono fare da editor, o almeno da revisori. I corsi possono produrre collane. Gli studenti possono imparare impaginazione, editing, revisione, promozione, metadati, licenze, distribuzione.

Cioè tutte quelle cose sporche, pratiche, basse, mercantili, senza le quali un testo rimane un file dimenticato sul desktop.

Esistono tanti giornali online. Se Sofri può fare il suo foglietto online semplicemente procurandosi un CMS, e se persino i licei si fanno i loro giornalini — io vengo dall’“Acido Roitico” — perché una facoltà di Lettere e Filosofia non ha il suo giornale online per esercitare e formare studenti sul giornalismo online?

Non sto parlando del comunicato istituzionale dell’ateneo, con la foto del rettore che inaugura una siepe. Sto parlando di un giornale vero, fatto dagli studenti, con una redazione, una linea editoriale, sezioni, rubriche, recensioni, inchieste, interviste, fact checking, correzioni pubbliche, responsabilità sui testi, scadenze, titoli, SEO, newsletter, social, statistiche di lettura.

Una palestra. E un piccolo palcoscenico.l

Vuoi formare giornalisti? Falli scrivere. Vuoi formare critici? Falli recensire. Vuoi formare divulgatori? Falli spiegare. Vuoi formare persone capaci di stare nel mondo dei contenuti? Falle stare nel mondo dei contenuti, non nel plastico in scala uno a mille della cultura.

E invece sembra sempre che il contatto col pubblico debba arrivare dopo, fuori, quasi per contaminazione. Prima la teoria. Poi, forse, la realtà.

Ma la realtà, nel frattempo, è già piena di gente che pubblica.


E il risultato è desolante.

Abbiamo creato, negli ultimi trent’anni, il più famelico e redditizio mercato dei contenuti della storia. Una macchina immensa, globale, sempre accesa, che consuma testi, immagini, video, musica, opinioni, spiegazioni, tutorial, recensioni, intrattenimento, pornografia, divulgazione, polemica, satira, narrativa, memoria, identità.

Una domanda mai vista.

Cifre in gioco da capogiro.

Eppure le università che dovrebbero sfornare chi produce questi contenuti non se ne sono accorte.

O, peggio, se ne sono accorte e hanno deciso che non era affar loro.

Hanno continuato a ragionare come se il contenuto fosse un oggetto da studiare dopo che qualcun altro lo ha prodotto. Come se il testo fosse qualcosa da commentare, non da scrivere. Come se l’immagine fosse qualcosa da interpretare, non da costruire. Come se la narrazione fosse qualcosa da analizzare, non da vendere, pubblicare, distribuire, adattare, serializzare, mettere alla prova davanti a un pubblico reale.

Il mondo chiedeva produttori di contenuti.

Le facoltà umanistiche hanno continuato a formare lettori di contenuti.

E poi si sono stupite del fatto che il mercato abbia premiato chi costruiva le piattaforme, non chi avrebbe dovuto riempirle.

Passeranno alla storia per il loro fallimento.

Uriel Fanelli


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