Ukraina, post annuale.
Come ogni anno, arriva il momento del mio unico post sulla guerra in Ucraina. È una piccola tradizione del blog: un solo articolo all’anno su un conflitto che, ormai, si muove a una velocità geologica. Può sembrare poco, lo capisco, ma trattandosi di una guerra di posizione – e destinata a restarlo per motivi che restano evidenti – scrivere più spesso sarebbe solo ripetere le stesse cose con altre parole.
Ripartiamo dalle considerazioni ovvie, quelle che avevo già espresso l’anno scorso. La prima è semplice: nessuno dei due contendenti può vincere davvero questa guerra. I russi non possono farlo perché l’Ucraina è troppo profonda, troppo vasta da occupare stabilmente. Ogni volta che provano ad allungarsi in avanti, gli ucraini riattivano le stesse tattiche dell’inizio del conflitto: gruppi di resistenza che colpiscono le linee logistiche, sabotaggi, piccole azioni dietro le retrovie. Risultato: la spinta offensiva si blocca, si disfa da sola. Ed è esattamente ciò che vediamo da mesi.
Nemmeno gli ucraini, però, possono vincere. Le cosiddette “grandi controffensive” con cui vengono ciclicamente vendute speranze a buon mercato, non sono mai state più che sogni strategici. Il loro problema, diciamo così, è ruotato di novanta gradi rispetto a quello russo: se Mosca non riesce ad avanzare perché il territorio è troppo profondo, Kiev non può sfondare perché il fronte è troppo vasto. Ogni chilometro guadagnato costa mesi di sforzi e perdite che non si possono sostenere a lungo.
Siamo quindi giunti a un equilibrio che non è affatto statico, ma nemmeno realmente dinamico. Nessuno dei due potrà mai imporsi in modo decisivo, e il bilancio delle forze si riduce a vantaggi numerici o tattici locali, temporanei per definizione. In pratica, il solito venti per cento di territorio ucraino – quello che la Russia controllava già de facto tramite i vari signori della guerra filorussi – rappresenta la profondità massima di occupazione possibile. È una linea che può oscillare in avanti o indietro, ma che non cambierà mai sostanzialmente.
Stabilito che nessuno può vincere sul piano operativo, il punto diventa che nessuno vuole perdere sul piano politico e psicologico.
In guerra, la vittoria non è solo una configurazione di linee sulla mappa, ma la situazione in cui una delle due parti (l'avversario) perde la volontà (resa, collasso politico) o la capacità materiale (disfatta, logoramento irreversibile) di continuare a combattere.
Teniamo a mente questa definizione.
Putin non può permettersi di “perdere” la guerra perché, nel suo sistema, perdere la guerra significa rischiare di perdere il potere, e perdere il potere in Russia, storicamente, significa spesso perdere anche la pelle. Sul piano delle risorse materiali non è in emergenza immediata: può mobilitare ancora uomini, industria bellica, e spremere l’economia interna per anni, anche a costo di mandarla in malora, pur di mantenere la capacità di combattere. Ma il punto non è tanto se la Russia abbia benzina nel serbatoio, quanto il fatto che per lui questa guerra è stata presentata come guerra di sopravvivenza del regime, un “noi o loro” che non lascia spazio a una ritirata dignitosa.
In questo contesto, la sua volontà di combattere non è negoziabile perché è agganciata direttamente alla sua sopravvivenza fisica e a quella del suo entourage. La storia russa offre pochissimi esempi di leader che perdono il potere e continuano a vivere tranquilli: quando il sistema decide che hai perso, di solito ti toglie tutto, spesso in modo brutale o comunque umiliante. Gorbaciov è l’eccezione che conferma la regola: ha perso il potere senza finire fucilato o in prigione, ma ha passato il resto della vita in una sorta di semi-esilio dorato, con la famiglia spostata in Germania e la sua figura usata più all’estero che in patria. Per Putin un “momento Gorbaciov” non è un’opzione: ha concentrato troppo potere, troppi segreti, troppe responsabilità personali per immaginare una comoda pensione da conferenziere negli USA.
Tradotto: Putin non può perdere la capacità di combattere finché il sistema regge, e non può permettersi di perdere la volontà perché sa che il giorno in cui smette di combattere sarà il giorno in cui diventa sacrificabile. Da qui la rigidità assoluta su ogni ipotesi di resa o di concessione sostanziale: non è solo questione di “onore nazionale”, è puro istinto di sopravvivenza personale, travestito da narrativa storica e patriottica.
Per Zelensky e per gli ucraini il margine di manovra è, di fatto, quasi inesistente, solo rovesciato di segno rispetto a quello di Putin. Zelensky sa benissimo che, se accettasse una resa che somiglia a una sconfitta, agli occhi dei suoi sponsor occidentali diventerebbe immediatamente irrilevante: il “leader eroico” con la maglietta verde diventa, in un attimo, il presidente che ha firmato la capitolazione. In più, una resa non sarebbe una semplice transizione di potere, ma l’apertura delle porte a un’occupazione russa in stile già visto: filtrazione, deportazioni, torture sistematiche, stupri, camere di tortura improvvisate nelle cantine e negli scantinati, cioè esattamente il catalogo di orrori che le ONG e i gruppi per i diritti umani stanno documentando nei territori occupati. Firmare una resa, nella percezione interna ucraina, equivale a consegnare la propria popolazione a un futuro di violenza strutturale, non a “evitare ulteriori sofferenze”.
Sul piano personale, però, la posizione di Zelensky è quasi altrettanto disperata di quella di Putin, solo con meno garanzie a fine partita. Se l’Ucraina perde in modo netto, Zelensky diventa la preda simbolica perfetta da esibire a Mosca: il presidente “nazista”, il volto del nemico, l’uomo che ha incarnato la resistenza. In teoria gli alleati potrebbero offrirgli un esilio sicuro, ma nella pratica, dopo aver perso la guerra, sarebbe un asset logoro: su di lui hanno costruito anni di narrativa, hanno investito capitale politico e mediatico, e un leader sconfitto è un promemoria vivente del loro fallimento. Non è affatto scontato che gli stessi governi che oggi lo celebrano abbiano davvero interesse domani a proteggerlo a qualunque costo, soprattutto se in cambio potrebbero ottenere qualche fragile “normalizzazione” dei rapporti con Mosca.
Risultato: per Zelensky arrendersi significa sacrificare il paese a un’occupazione brutale e, contemporaneamente, giocarsi la protezione dei suoi stessi sponsor, che non amano investire in simboli sconfitti. Non può vincere, ma non può nemmeno smettere di perdere lentamente: deve continuare a recitare il ruolo del comandante in guerra, perché l’unica alternativa concreta è diventare il trofeo di qualcuno – dei russi, o del disprezzo silenzioso dei suoi ex alleati.
Se è una guerra che non può essere vinta né persa sul campo, allora l’unica vera variabile diventa chi, dall’esterno, decide di quanto allungare o accorciare l’agonia. Il balletto del supporto militare ed economico, che aumenta, cala, si blocca nei parlamenti e poi riparte, suggerisce che almeno a livello di riflessione strategica sia stata considerata una soluzione “alla Ribbentrop-Molotov”: alla Russia una zona di influenza a est, all’Occidente un’Ucraina monca ma agganciata a UE/NATO, come una Polonia tagliata in due nel 1939. Un assetto del genere, però, era vagamente gestibile con presidenti americani tradizionali; con Trump alla Casa Bianca, il gioco si rompe, perché lui questa divisione brutale la vorrebbe davvero, apertamente, ma proprio questa brutalità la rende politicamente indigesta agli europei.
Ricapitolando: Trump vuole “la pace”, ma a spese degli ucraini, perché ai suoi occhi la soluzione più semplice è quella più cinica, cioè scambiare territorio per la fine dei combattimenti. Lui è convinto che Zelensky non abbia carte in mano, che sia un mendicante di aiuti e basta, mentre in realtà Zelensky ha leve politiche e mediatiche, può dire no, può far apparire gli USA come traditori, può riorientare parte del racconto verso l’Europa. In una situazione di stallo, però, non sono questi duelli personali a decidere l’esito: sono gli interessi industriali e strategici esterni che fanno davvero la differenza, e qui entra in gioco l’Europa.
La UE guarda all’Ucraina contemporaneamente come a un granaio e come a un laboratorio a cielo aperto. Dal punto di vista agricolo, il paese resta un grande esportatore di cereali verso l’UE, al punto che Bruxelles ha dovuto mettere freni e “freni di emergenza” alle importazioni per non devastare i mercati interni dei paesi membri. Dal punto di vista militare, invece, l’Ucraina è diventata il testbed ideale: droni, artiglieria, sistemi antiaerei, tutto viene provato e riprovato in condizioni di guerra vera, con dati preziosi per industrie e stati maggiori. Se metti insieme questi due fattori con il riarmo strutturale europeo post-2022, in cui la spesa per la difesa è esplosa e i governi parlano apertamente di “war economy mode”, ti ritrovi con un’industria della difesa che ha davanti un orizzonte di domanda assicurata fino al 2033-2035.
Per l’industria militare europea, altri sei-sette anni di guerra a bassa intensità ma ad alta tecnologia in Ucraina sarebbero quasi l’optimum: tempo per ricostruire capacità industriali, consolidare i campioni continentali, emanciparsi da una parte delle forniture USA, e nello stesso tempo vendere prodotti “battle-tested” al resto del mondo. In questo quadro, l’Unione come istituzione non ha un incentivo forte a chiudere il conflitto in fretta: può lamentarsi degli orrori della guerra nelle dichiarazioni ufficiali, ma a livello di filiera industriale e di pianificazione strategica un conflitto congelato, che brucia lentamente ma non esplode oltre i confini, è tremendamente comodo.
Se guardiamo al quadro complessivo, la Cina è probabilmente l’attore più tranquillo della partita: per ora la guerra le conviene, perché le sanzioni hanno fatto quello che da sola non sarebbe riuscita a fare in tempi rapidi, cioè spingere la Russia tra le sue braccia. La penetrazione dell’industria cinese nel mercato russo è sempre più profonda: dai consumi alla tecnologia, dall’auto alla componentistica, fino ovviamente all’energia, le immense risorse russe stanno venendo integrate pezzo per pezzo nella supply chain cinese, a condizioni di prezzo e di dipendenza che decidono a Pechino, non a Mosca. A ogni rinnovo o inasprimento delle sanzioni occidentali, l’alternativa russa si riduce, e la dipendenza dalla Cina aumenta di un altro giro di vite.
Se questo processo continua per altri tre o quattro anni, è verosimile che la Russia scivoli di fatto nel ruolo di provincia economica cinese: una “colonia di risorse” che fornisce materie prime, energia e spazi logistici a un’unica potenza cliente. A quel punto, quando i cinesi avranno in mano le chiavi delle infrastrutture critiche, dei flussi energetici, di buona parte della tecnologia e dell’export russo, sarà per loro un ottimo momento per chiudere il rubinetto della guerra e aprire quello del commercio. Fine del pretesto delle sanzioni, ripresa delle rotte, e soprattutto un’ondata di merce e di prodotti “via Russia” diretta verso l’Europa, dove sarà molto più difficile giustificare ulteriori barriere con la narrativa della punizione a Mosca.
La domanda su come Pechino possa “convincere” Mosca a chiudere la guerra, quando le conviene farlo, è meno esoterica di quanto sembri. In un sistema dove la sopravvivenza del regime è appesa a un uomo solo, basta togliere di mezzo quell’uomo: Putin è già perfettamente in età da “morte naturale” per gli standard russi, e un infarto, un cancro fulminante o un incidente sono scenari che nessuno potrebbe davvero contestare. Se e quando la Cina dovesse ritenere che la guerra non è più utile ma è diventata un ostacolo all’espansione commerciale, non le mancheranno leve per favorire una successione più docile: il successore, debitamente selezionato e sostenuto da Pechino, firma la pace, le sanzioni cadono, e la Russia – ormai incastrata economicamente – diventa il corridoio “rispettabile” per l’invasione delle merci cinesi in Europa.
Questa è, in termini concreti, la fotografia della situazione sul campo di quest’anno: una guerra che non può essere vinta né persa da nessuno dei protagonisti, mantenuta in vita da interessi esterni che hanno tutto da guadagnare nel prolungarne l’agonia. In questo quadro, gli USA non sono più il regista unico, ma un attore importante solo finché la Cina non avrà completato la sua “occupazione amichevole” della Russia e deciso, per convenienza propria, di chiudere il sipario. Da quel momento in poi, la pace sarà una misura di politica industriale cinese, non un trionfo diplomatico occidentale.
Ed è proprio questo che spiega la fretta quasi isterica con cui Washington parla di “pace”, “negoziati”, “accordi territoriali”: non è improvvisa saggezza, è il timore molto concreto che sia Pechino a presentarsi per prima con una soluzione pronta, trasformando gli USA nel tizio che ha pagato lo scontrino senza neanche mangiare. Se avessero realmente compreso la portata del gioco cinese, gli americani avrebbero già minacciato in modo credibile un intervento diretto, o spostato truppe e mezzi in modo da rendere chiaro che l’Ucraina è una linea rossa vera, non un talk show. Ma il governo Trump è troppo occupato a sopravvivere alla propria guerra civile interna per occuparsi davvero di quella esterna.
Il risultato è che gli Stati Uniti continuano a parlare come una potenza egemone, ma si muovono come una potenza distratta e in declino, mentre la Cina lavora, con calma e senza troppi proclami, per trasformare la Russia in un’appendice economica e l’Europa in un mercato di sbocco.
Quando un giorno qualcuno dichiarerà “la guerra è finita”, scopriremo che la domanda interessante non era chi l’ha vinta sul campo, ma chi ha deciso il momento di spegnere le luci.
E la risposta, sospetto, non arriverà né da Kiev né da Mosca.