Turbine di cazzate.
Oggi è stata una giornata da record. Nonostante io abbia sistemato numerosi filtri per tenere fuori la crociata contro l’AI — perché anche il rumore, a un certo punto, diventa una forma di inquinamento acustico dell’anima — un messaggio è riuscito comunque a raggiungermi. E conteneva una cazzata che definirei “turbinosa”: non una cazzata normale, statica, composta, educata, di quelle che stanno lì e puzzano in silenzio. No. Una cazzata turbinosa è una cazzata che gira, aspira detriti, solleva polvere, e soprattutto emana subcazzate tutto attorno a sé. Le sparge. Le dissemina. Le feconda, quasi. E quindi vorrei scrivere con chiarezza per quale motivo sia una cazzata.
Secondo questa cazzata, qualcuno avrebbe dato a dei medici alcuni strumenti di intelligenza artificiale, i quali, come strumenti diagnostici, avrebbero funzionato bene: in alcuni casi persino meglio del medico umano. Però, dicono, sarebbe emersa una cosa “terribile”: i team dotati di questi strumenti avrebbero “perso conoscenze e competenze mediche” nel tempo.
Secondo loro, cioè secondo gli adepti della jihad butleriana — visto che il nome letterario esiste, usiamolo — l’intelligenza artificiale sarebbe un male perché instupidirebbe chi è competente. Figuriamoci poi i “giovani”, gli “studenti”, gli apprendisti, i tirocinanti, e tutta quella popolazione che, nella loro testa, dovrebbe imparare il mestiere ripetendo a memoria i riti dei vecchi, possibilmente con sofferenza morale annessa. Ma ci arriviamo dopo.
Prima conviene debunkare il primo concetto.
I medici avrebbero perso alcune competenze del mondo pre-intelligenza artificiale. Benissimo. Ma, a giudicare dai risultati, hanno acquisito la capacità di usare l’intelligenza artificiale nel proprio lavoro. Cioè hanno spostato una parte della competenza: da “faccio tutto come prima” a “so usare un nuovo strumento che mi consente di ottenere risultati migliori”.
Stranamente, si cerca di dimostrare che le conoscenze e le competenze che avevano nel mondo pre-AI siano in qualche modo più preziose semplicemente perché vengono dal passato. Perché sono precedenti. Perché odorano di archivio, di camice ingiallito, di corsia con le piastrelle color vomito ministeriale.
Già.
Ma passate quanto?
Se foste andati da un medico greco-romano di duemila anni fa, o da un medico formato secondo le tradizioni antiche e poi medievali, una parte della diagnosi sarebbe potuta passare dall’osservazione dell’urina: colore, odore, consistenza, sedimenti, e in alcuni casi perfino il sapore. La storia del diabete è esemplare: per secoli una delle osservazioni più note era l’urina “dolce”, che attirava gli insetti, e il termine “mellitus” arriverà proprio per indicare quella dolcezza, quel “come miele”.
Ora, quella era una competenza.
Non sto dicendo che fosse una buona competenza secondo gli standard di oggi. Sto dicendo che era una competenza reale, tramandata, insegnata, riconosciuta, socialmente validata, e in alcuni casi perfino utile. Un medico capace di distinguere certe condizioni osservando l’urina ne sapeva più del contadino che si limitava a morire. E tuttavia oggi, se un primario entrasse in ambulatorio, prendesse il campione di urine e dicesse “un attimo che assaggio”, voi non parlereste di perdita di competenze mediche. Chiamereste la sicurezza.
Perché?
Perché abbiamo strumenti migliori.
E quando arrivano strumenti migliori, alcune competenze spariscono. Non perché l’umanità diventi stupida, ma perché quelle competenze diventano inutili, costose, lente, o semplicemente inferiori. Nessuno piange perché il radiologo moderno non sa interpretare le viscere di un pollo. Nessuno scrive paper allarmati perché il cardiologo non appoggia più l’orecchio nudo sul torace del paziente come facevano prima dello stetoscopio. Nessuno convoca un simposio sul fatto che i chirurghi non sappiano più sterilizzare i ferri facendosi il segno della croce e sperando nella Madonna.
Quando una competenza viene sostituita da una competenza migliore, non abbiamo assistito a un collasso cognitivo. Abbiamo assistito al normale funzionamento della tecnologia.
Il punto, quindi, non è “i medici hanno perso competenze”. Il punto è: quali competenze? Erano ancora necessarie? Erano ancora le migliori? Oppure erano soltanto le competenze del mondo precedente, quelle che esistono finché non arriva uno strumento che rende stupido continuare a usarle?
Perché questa è la parte che gli adepti della jihad butleriana fingono sempre di non capire: usare uno strumento non significa smettere di sapere. Significa cambiare il contenuto del sapere. Il medico che usa bene un sistema di AI non è un medico che ha dimenticato la medicina. È un medico che ha imparato a inserire nel proprio processo decisionale un nuovo livello di informazione, un nuovo tipo di confronto, un nuovo assistente diagnostico.
E se i risultati migliorano, allora la nostalgia per le competenze perdute non è prudenza.
È archeologia sentimentale.
E sia chiaro: dal punto di vista del medico greco-romano, i medici odierni non sarebbero nemmeno medici. Nemmeno buoni per fare da infermieri. Non sanno controllare il cuore poggiando l’orecchio sul petto del paziente, come si faceva prima dello stetoscopio, quando l’auscultazione era letteralmente “immediata”: orecchio, torace, e speriamo che il paziente non abbia pidocchi, croste, piaghe, o semplicemente un corpo femminile che rende la cosa socialmente imbarazzante. Non sanno diagnosticare il diabete assaggiando le urine, o almeno osservandole come faceva l’uroscopia antica e medievale: colore, odore, sedimenti, consistenza, dolcezza. Non sanno dirvi cosa potreste avere leccando il vostro sudore, non sanno nemmeno fare una cosa semplicissima tipo infilarvi il dito nel culo e sentire che odore ha.
Inetti.
Completamente inetti.
Incompetenza totale.
Certo, voi direte che adesso gli esami di laboratorio sono migliori. Direte che ascoltare il cuore con lo stetoscopio, o con un ecocardiogramma, o con un ECG, o con una risonanza, produce risultati leggermente più affidabili del “mi appoggio al vostro petto e provo a capire se dentro c’è un tamburo, un’anatra o Satana”. Direte che per diagnosticare il diabete oggi abbiamo glicemia, emoglobina glicata, curva da carico, esami delle urine fatti in laboratorio, e non c’è più bisogno che il medico assaggi il vostro piscio come un sommelier dell’urea.
E infatti avete ragione.
Così come, fra trent’anni, tutti diremo che l’AI sgamava un problema che un medico umano non aveva proprio visto. Non “non aveva visto perché era scemo”. Non “non aveva visto perché era pigro”. Non “non aveva visto perché non aveva studiato abbastanza”. Semplicemente: non aveva gli strumenti cognitivi, statistici, diagnostici e computazionali per vedere quella correlazione, quel pattern, quel dettaglio, quella piccola anomalia dispersa dentro una quantità di segnali che un cervello umano non può gestire in modo affidabile.
Ma rimane il fatto che, dal punto di vista del medico greco-romano, tutte queste cose moderne avrebbero tolto praticamente ogni competenza ai medici.
Quanti medici odierni sanno davvero di erboristeria, nel senso antico del termine? Quanti sanno preparare decotti, impiastri, cataplasmi, estratti, unguenti, o distinguere a memoria le piante secondo le virtù terapeutiche attribuite dalla tradizione? Quanti sanno incidere una pustola come mestiere quotidiano, senza chiamare dermatologia, chirurgia, laboratorio, antibiotico, antibiogramma, protocollo e consenso informato? Quanti sanno praticare un salasso, decidendo dove incidere, quanto sangue togliere, con quale strumento, con quale teoria degli umori in testa, e con quanta sicurezza nel dire “adesso guarite” mentre il paziente diventa bianco come una mozzarella?
Completi incompetenti.
E non c’è nemmeno bisogno di andare in epoca premoderna. Secondo me basterebbero trecento anni per rendere inetti i medici di oggi, almeno agli occhi dei medici di allora. Un medico contemporaneo che tornasse nel 1700, o anche nel 1800, non conoscerebbe quasi nessuna delle tecniche mediche e diagnostiche in uso nella pratica comune. Non saprebbe muoversi dentro quel mondo. Non saprebbe parlare quel linguaggio. Non saprebbe usare quella cassetta degli attrezzi. Guarderebbe certe procedure con orrore, e verrebbe guardato con disprezzo. Perché non saprebbe fare le cose “da medico”.
Solo che noi, oggi, sappiamo perfettamente che questa non è incompetenza. È progresso.
È il passaggio da un insieme di competenze obsolete a un insieme di competenze più efficaci. È il motivo per cui non rimpiangiamo il medico che assaggia l’urina, il barbiere-chirurgo che vi cava sangue, o il luminare che interpreta i vostri umori come se il corpo umano fosse una zuppa medievale andata a male.
Quindi, quando qualcuno dice che l’AI fa “perdere competenze” ai medici, bisogna sempre chiedere: quali competenze? Quelle che servono ancora, o quelle che servivano solo perché non avevamo di meglio?
Perché se la risposta è la seconda, allora non abbiamo scoperto un pericolo.
Abbiamo appena descritto la storia della medicina.
Quanta competenza medica si è persa, nel tempo, per via del progresso tecnologico e scientifico?
Dipende da dove vi mettete a guardare.
Dal punto di vista di un medico greco, praticamente tutta. Il medico moderno non saprebbe leggere gli umori. Non saprebbe ragionare correttamente di bile nera, bile gialla, flegma e sangue. Non saprebbe ricostruire l’equilibrio del corpo secondo la teoria dominante della sua epoca. Non saprebbe diagnosticare osservando e annusando l’urina con la sicurezza di chi sta consultando un manuale vivente. Non saprebbe quali piante usare secondo la tradizione, quali impiastri applicare, quando purgare, quando salassare, quando aspettare che la natura faccia il suo corso e quando invece intervenire con gli strumenti disponibili.
Dal suo punto di vista, quindi, il medico moderno sarebbe un disastro. Un tecnico da laboratorio con il camice. Uno che senza macchina non sa niente. Uno che deve chiedere al sangue, alle immagini, ai valori, ai marcatori, alle curve e ai protocolli quello che un vero medico dovrebbe capire con l’occhio, il naso, la mano e l’esperienza.
Dal punto di vista di un medico del Settecento, di competenza se ne sarebbe persa parecchia. Una quantità imbarazzante. Il medico moderno non saprebbe muoversi bene in un mondo dove il salasso è ancora pratica rispettabile, dove la diagnosi passa da categorie che oggi consideriamo arcaiche, dove molte terapie sono un misto di osservazione empirica, tradizione, autorità e disperazione organizzata.
Non saprebbe ragionare spontaneamente dentro quel sistema. Non saprebbe nemmeno fare bella figura in una discussione seria sui miasmi, sulle febbri, sulle costituzioni individuali, sull’aria cattiva, sui vapori, sulle purghe, sui clisteri, sulle sanguisughe. Incompetente, insomma.
Non perché sappia meno medicina. Ma perché non sa più quella medicina.
Dall’Ottocento in poi, agli occhi dei medici dell’epoca, i medici moderni sarebbero stati ancora degli incompetenti, ma con qualche preparazione sensata. Avrebbero saputo qualcosa di anatomia, avrebbero riconosciuto l’importanza dell’osservazione clinica, forse avrebbero iniziato a parlare una lingua meno aliena. Ma poi sarebbero arrivati i problemi.
Perché l’Ottocento è il secolo in cui la medicina comincia a cambiare davvero pelle. Anestesia, antisepsi, microscopia, batteriologia, statistica, epidemiologia, ospedale moderno, laboratorio moderno. Un medico contemporaneo avrebbe molte conoscenze avanzatissime, certo, ma sarebbe anche incapace di praticare molte tecniche comuni dell’epoca, e soprattutto porterebbe idee che a molti colleghi sembrerebbero completamente folli.
Lavarsi le mani prima di toccare una partoriente? Ma per favore.
Sterilizzare gli strumenti? Che fissazione.
I germi causano malattie? Ma non diciamo sciocchezze.
Attorno al 1900, probabilmente, i medici moderni sarebbero stati considerati dei buoni principianti: gente con una preparazione ormai riconoscibile, meno barbarica, più vicina al nostro mondo. Avrebbero saputo parlare di anatomia, fisiologia, microbi, infezioni, chirurgia, diagnosi differenziale. Avrebbero avuto un terreno comune.
Ma anche lì, attenzione.
Perché poi arriva il medico moderno e dice: “Guardate che l’ulcera gastrica, in moltissimi casi, non viene semplicemente dallo stress, dal carattere, dalla dieta, dall’acidità o dal destino crudele dello stomaco borghese. C’entra un batterio. Si chiama Helicobacter pylori.” E il medico del 1900, o anche molti medici parecchio più tardi, probabilmente risponderebbero:
“Ma dài. Un batterio nello stomaco? Con quell’acido? Ma chi dice queste fesserie?”
E invece era vero.
Solo che per arrivarci è servito cambiare strumenti, cambiare teoria, cambiare modo di osservare. È servito perdere vecchie competenze e acquisirne altre. È servito smettere di essere bravissimi a spiegare male le cose con i concetti disponibili, per diventare abbastanza umili da vedere ciò che prima non si poteva vedere.
Quindi sì: il progresso tecnologico e scientifico distrugge competenze. Continuamente.
Ma distrugge soprattutto le competenze che servivano a sopravvivere in un mondo con strumenti peggiori.
E ogni volta che accade, qualcuno scambia quella distruzione per decadenza. Vede il medico che non sa più fare il salasso e urla all’incompetenza. Vede il pilota che usa strumenti automatici e urla all’incompetenza. Vede il programmatore che usa librerie, compilatori, debugger, IDE, Stack Overflow, GitHub, e ora AI, e urla all’incompetenza.
Perché nella sua testa la competenza vera è sempre quella precedente.
Quella che si è fatta in tempo a mitizzare.
Ma ho parlato di cazzata turbinosa, cioè di una cazzata che, roteando, si sparge.
E come si spargono queste cazzate?
Le cazzate si spargono specialmente laddove servono come giustificazione, o come capro espiatorio, per cazzate peggiori. Specialmente quelle collettive.
La cazzata turbinosa non vive da sola. Non è un fungo solitario nel bosco. È più simile a una spora: appena trova l’ambiente adatto, attecchisce. E l’ambiente adatto è sempre lo stesso: un problema reale, complicato, costoso da risolvere, possibilmente causato da decenni di scelte politiche e amministrative sbagliate.
A quel punto arriva lei.
La cazzata turbinosa. Cade dal cielo, come un pesce cefalo che precipita sulla testa di un contadino durante un uragano.

E tutto diventa improvvisamente semplice.
Avrete sentito dire di sicuro che da quando ci sono internet e i cellulari, le competenze degli studenti sono peggiorate molto. Non leggono più. Non sanno più scrivere. Non sanno più concentrarsi. Non sanno più fare i conti. Non sanno più studiare. Non sanno più tenere in mano una penna senza chiedere a TikTok un tutorial di sette secondi.
E come capro espiatorio, internet e cellulari funzionano benissimo.
Sono visibili. Sono nuovi. Sono odiabili. Sono sempre lì, in mano ai ragazzi, e quindi offrono quella soddisfazione meravigliosa che prova l’adulto quando può indicare un oggetto e dire: “Ecco. È colpa di quello.” Comodissimo.
Dimentichiamo però che sono almeno quarant’anni che, in nome di “morte al comunismo!”, “meno Stato!”, “privato è bello!”, “la scuola deve servire al mercato!”, “bisogna tagliare gli sprechi!”, “bisogna fare efficienza!”, le scuole pubbliche vengono definanziate, destrutturate, burocratizzate, private di dignità, importanza e levatura. Non sempre nello stesso modo, non con la stessa intensità in ogni paese, non con la stessa traiettoria contabile. Ma il clima culturale è stato quello: la scuola pubblica non come infrastruttura civile, ma come costo. Non come
fondamento della società, ma come spesa da comprimere. Non come luogo dove si forma una cittadinanza, ma come servizio da ottimizzare, misurare, riformare, tagliare, riorganizzare, esternalizzare, umiliare e poi accusare di non funzionare.E questa spiegazione, purtroppo, ha un difetto enorme.
Implica che stiamo sbagliando da qualche parte.
Implica che forse non basta sequestrare il telefono allo studente. Implica che forse il problema non è soltanto il ragazzino col cellulare, ma l’adulto che per quarant’anni ha votato, applaudito, amministrato o tollerato politiche che trattavano la scuola come una discarica sociale con banchi e campanella. Implica che forse non si può pretendere che un sistema impoverito, demoralizzato, sovraccaricato di burocrazia, riformato ogni tre anni da gente che non insegnerebbe nemmeno a un cane a sedersi, produca poi miracolosamente studenti colti, disciplinati, competenti e capaci di analisi.
Ma niente paura.
Perché la cazzata turbinosa adesso non deve più fermarsi a “sono i cellulari” o “è internet”. Quella era la versione 1.0. Roba da dilettanti. Oggi, grazie al turbine di cazzate, nel calderone è schizzato anche: “è colpa dell’intelligenza artificiale”.
Perfetto.
Meraviglioso.
Geniale.
Quarant’anni di malagestione? Non contano.
Quarant’anni di pauperismo? Irrilevanti.
Quarant’anni di definanziamento, perdita di prestigio, insegnanti trattati come fastidiosi impiegati del ministero del rumore, classi ingestibili, programmi riscritti da commissioni, famiglie trasformate in clienti, dirigenti trasformati in manager poveri, studenti trasformati in utenti, e la scuola trasformata in un call center pedagogico?
Tutto assolto.
Perché adesso abbiamo il capro espiatorio artificiale.
Prima era colpa della televisione. Poi era colpa dei videogiochi. Poi era colpa di internet. Poi era colpa degli smartphone. Poi era colpa dei social. Ora è colpa dell’AI. Domani sarà colpa del chip neurale, dopodomani del pupazzo quantistico, e tra vent’anni qualcuno spiegherà che i ragazzi non sanno più leggere perché hanno imparato a comunicare coi mitocondri via Bluetooth.
Il meccanismo è sempre lo stesso: trovare una tecnologia abbastanza nuova da spaventare gli adulti, abbastanza diffusa da sembrare onnipresente, e abbastanza opaca da poterci proiettare dentro ogni fallimento precedente.
Così il problema non è più la scuola che abbiamo costruito.
È il giocattolo che i ragazzi hanno in mano.
E il bello del capro espiatorio tecnologico è proprio questo: non chiede responsabilità. Non chiede bilanci. Non chiede di guardare a stipendi, classi, programmi, edilizia scolastica, selezione degli insegnanti, formazione, continuità didattica, status sociale della professione, rapporto con le famiglie, riforme sbagliate, austerità, ideologia manageriale e disprezzo sistematico per tutto ciò che non produce profitto entro il trimestre.
No.
Dice solo: “È colpa dell’AI.”
E tutti tirano un sospiro di sollievo.
Perché il turbine di cazzate ci ha appena dotati di un nuovo, scintillante, comodissimo capro espiatorio artificiale.
Ho usato prima il termine “jihad butleriana”.
Siccome Zendaya ha reso assolutamente sexy l’idea, sembra quasi che sia una cosa buona. Una specie di estetica del deserto, occhi azzurri, veli, coltelli, vermoni, tramonti sull’Arrakis, e tutti a pensare: beh, in fondo eliminare le macchine pensanti magari è poetico. Magari è spirituale. Magari ci restituisce l’umano. Magari ci libera dalla tirannia degli algoritmi, dei computer, delle AI, dei server, delle dashboard, dei prompt, dei data center e di tutte quelle cose brutte che non stanno bene in una scena con la sabbia al rallentatore.
Uhm.
A meno che non consideriamo il fatto che, proprio in quella narrazione, il mondo uscito da questa “jihad” è un mondo che in diecimila anni è arrivato, sul piano politico e civile, a qualcosa che assomiglia molto a un medioevo galattico.
Non tecnologicamente, attenzione. Non è che in Dune vadano tutti a dorso di mulo perché hanno perso la ruota. Hanno astronavi, scudi, armi, genetica, addestramenti mentali mostruosi, condizionamenti, droghe, tecniche raffinatissime, manipolazioni biologiche, interi ordini dedicati a sostituire con carne umana quello che non si vuole più affidare alle macchine. È un impero ipertecnologico senza computer pensanti.
Che è anche peggio.
Perché nel libro il risultato non è “l’uomo liberato dalla macchina”. L'uomo che vediamo, se escludiamo pochi nobili, di liberato non ha nulla.
Il risultato è un impero feudale con conti, baroni, duchi, imperatori, casate nobiliari, vendette dinastiche, monopolî, assassinii ritualizzati, gente ammazzata per divertimento, religione usata come ingegneria sociale, superstizione Bene Gesserit spacciata per profondità spirituale, e tutto il campionario degli orrori civili che ne deriva.
La macchina pensante è stata bandita.
Benissimo.
E al suo posto cosa avete messo?
Avete messo i Mentat, cioè esseri umani addestrati a diventare calcolatori viventi. Avete messo le Bene Gesserit, cioè un ordine di manipolatrici genetiche, politiche e religiose che tratta le popolazioni come colture in piastra di Petri con i sandali. Avete messo la Gilda Spaziale, cioè un monopolio assoluto del viaggio interstellare basato su esseri umani trasformati dall’abuso di spezia fino a diventare qualcosa di grottesco, acquatico, quasi da acquario imperiale: navigatori mutati che devono vedere il futuro perché nessuno può più usare una macchina per calcolare la rotta.
Grande liberazione.
Non avete più il computer che attraversa la galassia.
Avete un essere umano alterato chimicamente, mutato, deformato, chiuso in un ambiente artificiale, dipendente da una sostanza psicotropa, trasformato in strumento vivente di navigazione.
Ma vuoi mettere?
Almeno non è una AI.
E questo è il punto interessante. La jihad butleriana, se la prendi sul serio invece di guardare solo Zendaya con gli occhi blu, non produce una società più libera, più razionale, più umana. Produce una società in cui le funzioni della macchina vengono scaricate sugli esseri umani. Non avete abolito l’automazione: avete automatizzato le persone. Non avete eliminato il calcolo: avete allevato caste umane per calcolare. Non avete sconfitto il dominio tecnico: avete sostituito il tecnico con il sacerdote, il feudatario, il monopolista, il genetista occulto, il navigatore drogato, il consigliere mentale, l’ordine iniziatico.
Quindi quando sento invocare, anche per scherzo, una “jihad butleriana” contro l’intelligenza artificiale, mi viene sempre da ridere.
Ma lo avete letto, quel libro?
Perché nella fantasia del crociato anti-AI c’è l’idea romantica che, tolta la macchina, torni l’uomo.
In Dune, tolta la macchina, torna il barone.
Tanti auguri, aspiranti servi della gleba.
Uriel Fanelli
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