Toh, chi si rivede: la questione ebraica.

Il 25 aprile, con il consueto scontro attorno alla cosiddetta Brigata Ebraica — che poi, nei fatti, era una formazione inquadrata sotto comando britannico, o comunque alleato, ma fermiamoci qui: anche questo continuo rebranding fa parte del problema — viene spesso raccontato come se fosse il riflesso di una polemica nata di recente. Come se le tensioni che emergono ogni anno fossero semplicemente il prodotto dell’attualità politica, o al massimo una conseguenza degli eventi più recenti del Medio Oriente.

Eppure è proprio questa lettura a essere fuorviante. Perché i fatti e le contestazioni che ruotano attorno al 25 aprile vengono presentati come un dibattito moderno, quasi contemporaneo, quando in realtà affondano le radici in processi storici molto più lunghi. “Recente”, in questo caso, significa spesso gli ultimi novant’anni — che sul piano della cronaca politica possono sembrare molti, ma sul piano storico restano un frammento relativamente breve. Ed è proprio questa compressione temporale, questa tendenza a trattare questioni profonde come se fossero nate ieri, che rende il dibattito tanto acceso quanto spesso superficiale.

La questione e' quella che da un paio di millenni e' detta "questione ebraica", e che ha passato molte fasi. Da problema , diciamo, religioso a problema politico, e con la nascita dei nazionalismi europei - e direi che la fase dei nazionalismi europei NON sia decisamente risolta, al massimo attenuata dalla EU - questa cosa riemerge in Europa periodicamente in forme diverse, a seconda della nazione. E dal suo particolare tipo di nazionalismo.

E se la guardiamo in prospettiva storica, allora la distinzione tra “ebraismo” e “sionismo” non rappresenta affatto la soluzione del problema: semmai rappresenta una reazione al problema. Il punto, però, è che non ogni reazione coincide automaticamente con una soluzione. Anzi, molto spesso una reazione è semplicemente il sintomo di una frattura preesistente, non il suo superamento.

Perché dico questo?

Per prima cosa, la contrapposizione “sionismo vs ebraismo” — oltre alla più classica, logora e quasi rituale vexata quaestio sull’ebraismo stesso — è anche la formulazione più ovvia e prevedibile possibile. È il modo più semplice, quasi scolastico, di declinare una questione molto più antica dentro le categorie moderne del nazionalismo.

Nei termini del nazionalismo, infatti, questa domanda si traduce immediatamente in formule riconoscibili: “Sono più ebrei o più israeliani?” è la versione più banale, diretta e immediata. Ma ne esistono varianti più crude, più politiche, e storicamente più rivelatrici. Per esempio: “In caso di guerra tra la nostra nazione e Israele, con quale esercito combatterebbero?”

E qui il tono cambia. Perché questa non è più soltanto una domanda identitaria: è una formulazione che richiama direttamente una tradizione europea ben precisa, più francese, più da Affare Dreyfus. Non a caso: lo scandalo Dreyfus riguardava un ufficiale militare, e quindi metteva al centro proprio il sospetto della doppia lealtà, dell’appartenenza nazionale condizionata da un’identità percepita come altra. In sostanza, cambia il linguaggio, ma il meccanismo resta riconoscibile: il dubbio non riguarda semplicemente chi si è, ma a chi si apparterrebbe davvero nel momento estremo.


Su questo meccanismo si innestano poi sia la propaganda — nazionalista o meno — sia, diciamolo, un notevole dilettantismo diffuso da tutte le parti coinvolte: dai nazionalisti stranieri fino a settori delle stesse comunità ebraiche. Ed è proprio qui che il problema, invece di chiarirsi, tende spesso a complicarsi ulteriormente.

Posso fare alcuni esempi.

Quando Francesca Albanese si è recata a Genova per tenere una conferenza che avrebbe dovuto concentrarsi sulle sue analisi dell’economia di guerra e sulle complicità economiche connesse ai conflitti israeliani, a protestare non è stata formalmente l’ambasciata israeliana in Italia. A mobilitarsi sono state invece le comunità ebraiche. Ora, al di là del merito specifico della contestazione, è evidente quanto una dinamica del genere renda molto più difficile sostenere, sul piano pubblico, una distinzione netta e immediatamente comprensibile tra “sionisti” da una parte ed “ebrei” in quanto tali dall’altra.

Perché, nel momento in cui soggetti che si presentano come rappresentanti di comunità ebraiche intervengono direttamente su una questione percepita come politica e legata a Israele, la distinzione teorica rischia di diventare, agli occhi di molti, molto meno chiara. E questo, indipendentemente dalle intenzioni, non è stato esattamente un gesto di grande saggezza politica.

C’è poi un secondo punto. Questo accanimento contro la Albanese appare, per certi versi, persino sproporzionato rispetto alla sostanza delle sue affermazioni. Che cosa avrebbe scoperto, in fondo? Che la guerra è anche un affare economico, e che attorno alle guerre prosperano interessi, profitti, reti industriali e convenienze finanziarie?

Francamente, non si tratta di una rivelazione apocalittica. È una realtà storica vecchia quanto la guerra stessa. Succede oggi, succedeva ieri, è successo in pressoché ogni conflitto della storia umana. Non si vede per quale ragione Israele dovrebbe essere considerato ontologicamente immune da dinamiche che hanno accompagnato qualunque apparato bellico moderno.

Ed è proprio qui che l’eccesso di reazione rischia di produrre un effetto opposto a quello desiderato. Perché l’accanimento, quando appare sproporzionato, tende a riattivare immaginari antichi, simboli tossici e associazioni storicamente pericolose: il denaro, gli interessi economici, “lo sterco del demonio”, per usare una formula classica, e l’antichissima accusa sugli ebrei come élite finanziaria o come gruppo associato alla ricchezza.

Si tratta di un tema vecchio, quasi noioso nella sua ripetitività, e proprio per questo tanto più insidioso: perché ogni reazione mal calibrata rischia non di spegnerlo, ma di rimetterlo in circolo. Ed è qui che il dilettantismo politico diventa pericoloso: quando, nel tentativo di difendere un’identità o una causa, si finisce per riattivare proprio i riflessi storici più deteriori che si vorrebbero combattere.


E ci sono anche altri dettagli tutt’altro che irrilevanti.

Per esempio, l’uso sempre più inflazionato dell’accusa di antisemitismo contro chiunque critichi Israele — e, in certi casi, anche le comunità ebraiche come soggetti politici o rappresentativi — ha prodotto un effetto collaterale piuttosto evidente: l’accusa stessa, a forza di essere distribuita indiscriminatamente, tende progressivamente a perdere peso specifico.

Il problema, infatti, è che se chiunque osi esprimere una critica finisce automaticamente sotto questa etichetta, allora nel lungo periodo quasi tutti finiscono per avere una qualche “condanna” simbolica per antisemitismo nel curriculum. Con l’eccezione, forse, dei soli sicofanti professionali: quelli che riescono a superare i limiti della decenza politica ogni volta che aprono bocca, purché lo facciano nella direzione ritenuta corretta.

Ma una categoria usata in modo così estensivo finisce inevitabilmente per deteriorarsi. Se tutto è antisemitismo, allora nulla lo è davvero con chiarezza. E questo non rafforza la lotta contro il pregiudizio reale: rischia piuttosto di banalizzarlo.

Il problema è che queste strategie retoriche non sono affatto neutre, né particolarmente brillanti.


Prendiamo la formula: “Israele ha il diritto di difendersi?”

Detta così, sul piano astratto, la risposta è quasi obbligata: ogni Stato rivendica il diritto alla difesa. Ma il punto è un altro. Quando questa formula viene usata per giustificare, dopo due anni, operazioni che comportano la morte di civili su larga scala, allora il significato implicito cambia radicalmente. Perché a quel punto non si sta più discutendo il principio generale della difesa, ma si sta cercando di estendere semanticamente il concetto di “difesa” fino a comprendere qualunque conseguenza successiva.

E francamente, non è esattamente una costruzione dialettica geniale.

Lo stesso vale per la tiritera del “E allora il 6 ottobre”, o qualunque richiamo rituale all’evento traumatico iniziale come giustificazione automatica e permanente. Anche qui il problema non è negare l’orrore di un attacco, ma trasformare quell’orrore in una sospensione indefinita di ogni criterio morale successivo.

Per dire: io non sono contrario all’uccisione di migliaia di bambini perché ritengo che i loro genitori, i loro governi o i loro concittadini siano tutti santi.

Sono contrario all’uccisione di migliaia di bambini perché l’uccisione di migliaia di bambini è una cosa orribile.

Punto.

Ed è proprio qui che molte di queste costruzioni propagandistiche sembrano crollare con una facilità sorprendente: perché cercano spesso di spostare il discorso su identità, schieramenti, precedenti storici o colpe collettive, quando invece esiste una replica semplicissima che le disarma quasi immediatamente sul piano morale.

Non so chi abbia progettato queste strategie dialettiche, ma di certo non sembrano il prodotto di autentici professionisti della propaganda. Perché una propaganda efficace, di norma, non costruisce argomenti che possono essere smontati con una sola risposta lineare. Quando invece bastano poche parole per far emergere la fragilità dell’impianto, significa che qualcosa, nella macchina retorica, è stato concepito male.


Quello che vedo, osservando l’intero dibattito, è che quasi tutti — detrattori di Israele, difensori di Israele, e persino una parte della stessa propaganda israeliana — stanno ancora utilizzando argomenti che hanno due secoli di età, se non di più.

Il problema non è soltanto che siano argomenti antichi. Il problema è che, proprio perché antichi, sono già stati percorsi, analizzati, smontati, ricostruiti e nuovamente demoliti innumerevoli volte. Sono strutture retoriche che appartengono a epoche in cui il controllo dell’informazione funzionava in modo verticale, quando la propaganda poteva ancora sperare di imporsi attraverso la ripetizione relativamente unidirezionale.

Ma in un ecosistema informativo come quello attuale, dove la propaganda non è più una voce dominante bensì una goccia in un torrente incessante di informazioni, controinformazioni, archivi storici, polemiche, memorie digitali e repliche immediate, “vecchio” finisce per significare una cosa molto semplice:

che non funziona più.

O, perlomeno, non funziona più nello stesso modo.

Perché se usi oggi argomenti ottocenteschi, o novecenteschi, in uno spazio pubblico iperconnesso, non stai soltanto riproponendo una narrativa: stai riattivando automaticamente anche tutte le critiche, le smentite e le demolizioni che quella narrativa si porta dietro da generazioni. E questo vale per tutti gli schieramenti.

Una volta elencati i limiti di queste propagande incrociate, allora si può tornare davvero agli eventi del 25 aprile.


Cosa intendo?

Intendo dire che il 25 aprile non è semplicemente una commemorazione tra le altre. È, per la Repubblica italiana, un momento che se non è propriamente identitario nel senso assoluto, è quantomeno percepito come fondativo. È uno dei rituali civili attraverso cui la nazione attuale racconta a sé stessa la propria origine politica e morale.

E qui la questione cambia profondamente.

Perché domandarsi se la Brigata Ebraica faccia o meno parte delle celebrazioni dalla parte dei “fondatori” — cioè di coloro che vengono associati al processo resistenziale e alla nascita dell’Italia repubblicana — non significa soltanto discutere di una presenza simbolica in un corteo.

Significa, in termini più profondi, chiedersi se gli ebrei possano o meno essere percepiti come parte integrante del processo fondativo nazionale italiano.

 

E questa, appunto, non è una domanda nata con Israele.

Non nasce nel 1948. Non nasce con Gaza. Non nasce con il sionismo contemporaneo.

È una questione enormemente più antica.


Certo, chi propone risposte attuali a una domanda antica cercherà inevitabilmente di declinarle dentro l’attualità. E così, chi non vuole gli ebrei nella fondazione della Repubblica Italiana difficilmente porrà la questione nei termini storici più espliciti: molto più facilmente la sposterà sul piano del presente, dentro le polemiche contemporanee, dentro Israele, dentro il sionismo, dentro i conflitti attuali.

Ma il punto è proprio questo: usare categorie contemporanee non significa necessariamente che la domanda sia contemporanea.

E quindi, chi non vuole gli ebrei nella fondazione della Repubblica Italiana — fermo restando che quanto la Brigata Ebraica sia “gli ebrei” andrebbe discusso storicamente, e non dato automaticamente per scontato — tenderà comunque a usare l’attualità come linguaggio, come cornice, o come pretesto. Perché è nel presente che certe posizioni cercano legittimazione, anche quando affondano in questioni molto più antiche.

Potrete farvi un'idea di massima qui:

https://it.wikipedia.org/wiki/Brigata_Ebraica

Ma il problema rimane: come mai?

Voglio dire: la diaspora ebraica è molto antica, ma non è la più grande. L’Italia ha avuto una diaspora su scala praticamente globale, con un numero di emigrati che supera vastamente il numero di ebrei attualmente in vita.

E allora come mai, come diceva Edika su Totem, “perché tanto odio?”

La risposta è semplice: Israele non esiste dal 1948.

E con questo non voglio parlare del diritto o meno, o del sionismo o meno. Intendo dire questo: il processo fondativo di una nazione, almeno quello che sta alla base del nazionalismo, non è un processo storico o formale.

Non andate dal notaio a formare una nazione.

Il processo fondativo di una nazione è principalmente un mito.

Il “mito fondativo”.


Sappiamo bene che Romolo e Remo non sono mai esistiti, e che un canide non può svezzare neonati umani. Più probabilmente li divora. E sappiamo bene che non sono mai esistiti i Puritani americani che hanno fondato gli USA: gli USA sono stati fondati da un gruppo di massoni, tra cui un certo numero di schiavisti.

Ma questo non importa: l’atto fondativo DEVE riferirsi al mito.

Perché nel mito risiedono i valori della nazione, cioè quelle verità scritte una volta e una volta per tutte in un passato che deve essere mitico, non necessariamente remoto.

Per far esistere una nazione non servono confini o eserciti.

Basta che esista, e sia diffuso, un mito fondativo.

E dovete ammettere che il Vecchio Testamento come mito fondativo abbia funzionato assai bene.

Al punto che gli ebrei si sono sempre percepiti come nazione ebraica, e specialmente si sono fatti percepire come tali. In pratica, Israele esiste, anche quando non esiste, nel proprio mito fondativo.

In queste condizioni, lo scontro coi nazionalisti locali è sempre stato inevitabile.


In definitiva, propagare un mito fondativo equivale — o comunque viene percepito — come la fondazione di una nazione.

Il guaio è che, normalmente, fondare una nazione sul territorio di altre nazioni è politicamente, per così dire, problematico.

Se andate in qualsiasi paese — che so, la Francia, la Russia, la Polonia, o qualunque altro — a proclamare che la vostra comunità crede in un proprio mito fondativo nazionale, sul piano percettivo avete quantomeno prodotto un’enclave; ma più probabilmente, agli occhi di molti, avete fondato una nazione dentro casa d’altri.

Ed è proprio questa percezione il punto centrale.

Perché, indipendentemente dalle intenzioni reali, quando una collettività viene vista come portatrice di una continuità nazionale autonoma, distinta e fondata su un proprio mito originario, il nazionalismo locale tende facilmente a interpretarla non come semplice minoranza, ma come presenza politicamente separata.

Azione che, politicamente, non è sempre saggia.

E soprattutto non produce sempre i risultati voluti.

Perché i miti fondativi non vivono nel vuoto: entrano inevitabilmente in rapporto, e talvolta in conflitto, con i miti fondativi già esistenti nei territori in cui si diffondono. E quando due narrazioni di appartenenza nazionale vengono percepite come concorrenti nello stesso spazio politico, la tensione diventa spesso meno teorica di quanto si voglia credere.


Come se non bastasse, le altre nazioni dove andate a proclamare il vostro mito fondativo hanno a loro volta un proprio mito fondativo.

E arrivare col vostro implica anche una cosa piuttosto evidente: che non credete nel mito fondativo locale, bensì in un altro mito fondativo.

Questo, sul piano percettivo, è il nodo.

Perché se una comunità si presenta dentro uno spazio nazionale già esistente portando una propria narrazione fondativa distinta, inevitabilmente comunica anche una distanza rispetto alla narrazione originaria del luogo che la ospita.

Quindi voi andate in un luogo che si percepisce nato da un proprio racconto nazionale — religioso, storico o simbolico che sia — e dichiarate invece che il vostro riferimento identitario profondo è un altro, che il vostro mito fondativo è altrove, e che quel mito precede, supera o relativizza quello locale.

Vi dico subito una cosa: ai nazionalisti locali questo non piacerà molto.

Ma non piacerà nemmeno ai religiosi locali.

Perché il mito fondativo nazionale, in Europa come altrove, raramente è stato soltanto una questione politica: molto spesso è stato anche un problema di legittimazione religiosa.

Dopo Carlo Magno, per esempio, i re venivano incoronati dal Papa, e il potere temporale cercava nella struttura religiosa una consacrazione simbolica. Chi meglio di una Chiesa organizzata può legittimare un mito fondativo?

Ed è proprio qui che il conflitto diventa più complesso: perché quando un mito fondativo alternativo entra in uno spazio dove ne esiste già uno, non si crea soltanto una differenza culturale, ma una possibile concorrenza simbolica.

In questo senso, il problema che emerge può essere riassunto così: si tratta di un sottogruppo della popolazione che non assume come riferimento ultimo il mito fondativo nazionale del luogo, ma ne privilegia un altro, anche molto precedente all’esistenza di uno Stato moderno, semplicemente perché ne adotta il racconto originario.

E allora la questione, dal punto di vista del nazionalismo, tende a condensarsi in una domanda brutale ma storicamente ricorrente:

Se rifiutano il nostro mito fondativo a favore del loro, sono dei “nostri”?

 


Come si è potuto vedere bene anche questo 25 aprile, si è manifestata una questione che non è semplicemente relativa all’esistenza dello Stato di Israele in quanto tale, o alle sue azioni.

Perché questa questione è esistita anche prima, quando Israele come Stato moderno non esisteva affatto.

A declinarla esclusivamente come risultato dei conflitti “Israele/Hamas” o “Israele/Iran” sono soprattutto i militanti contemporanei, che tendono a tradurre problemi molto più antichi dentro il linguaggio immediato dell’attualità geopolitica.

Ma la questione, in realtà, è molto più antica.

E si ripresenta — guarda caso — proprio il 25 aprile, cioè nel momento in cui si celebra il mito fondativo della Repubblica Italiana, “nata dalla Resistenza”.

Molti stranieri possono ridere di questo mito, così come noi possiamo guardare con scetticismo a Re Artù, o a Romolo e Remo, riconoscendoli per ciò che sono: miti fondativi.

Ma questo non cambia il punto essenziale.

Restano comunque miti fondativi.

E i miti fondativi, veri o falsi sul piano letterale, non servono a descrivere la storia con precisione notarile: servono a fondare identità politiche, appartenenze, legittimità collettive.

È per questo che la questione riemerge proprio lì, dentro una celebrazione fondativa, e non soltanto dentro la cronaca internazionale.

Onestamente, si tratta di un problema molto antico, stratificato, e probabilmente destinato a ripresentarsi ogni volta che gruppi portatori di miti fondativi differenti entreranno in tensione con quelli locali.

Ed è proprio questo il punto più scomodo: la mera esistenza dello Stato di Israele, che teoricamente avrebbe potuto assorbire o risolvere una parte di questa tensione, non sembra averla né risolta né attenuata.

Per certi versi, sembra addirittura averla peggiorata.


Di certo, rifiuterei di discutere questa cosa come se fosse semplicemente un problema di Israele contro Hamas, o di Israele contro Palestina.

Ridurre tutto a questo significa, a mio avviso, comprimere una questione molto più antica e profonda dentro la cronaca immediata, trattandola come se fosse soltanto l’effetto di un conflitto contemporaneo.

Quello che si è visto, invece, è stato più chiaramente uno scontro tra miti fondativi.

Tra narrazioni originarie, appartenenze profonde, identità percepite, e simboli politici che non nascono ieri e che non si esauriscono con l’ultimo evento di cronaca.

Ed è proprio per questo che la questione non se ne andrà facilmente.

Perché i conflitti tra Stati possono anche cambiare forma, attenuarsi, trasformarsi o persino terminare. Lo abbiamo visto con la UE.


I conflitti tra miti fondativi, invece, tendono a essere molto più persistenti.

Perché toccano il modo in cui collettività diverse definiscono sé stesse, la propria origine, e il proprio diritto simbolico a esistere dentro una determinata storia.