The Killswitch.
Ha fatto capolino, nella stampa italiana, l’idea che i leader europei — o almeno alcuni di loro — quando trattano con gli americani siano terrorizzati dal cosiddetto killswitch. Cioè dall’ipotesi che gli Stati Uniti decidano, da un giorno all’altro, di spegnere i servizi IT che oggi vendono ai paesi europei. È un’ipotesi affascinante. Ma non è così lineare da immaginare, non è semplice costruirci sopra un piano di contingenza, e soprattutto non sarebbe necessariamente l’apocalisse che molti credono. Probabilmente sarebbe una botta iniziale tremenda. Quindi sì: come minaccia di breve periodo sarebbe credibile. Ma non è detto che sia una minaccia altrettanto grave nel lungo periodo. Anzi: potrebbe ritorcersi contro chi la usa.
Immaginiamo di essere l’ultimo fornaio del villaggio. E immaginiamo anche di essere rancorosi verso il villaggio.
“Quei bastardi.”
Certo: se chiudo per un mese, il paese resta senza pane. Choc iniziale fortissimo. Ma ho anche creato, all’istante, le condizioni di mercato perché arrivi un fornaio straniero a stabilirsi nel mio paese.
E non solo. Il problema non si limiterebbe al “fornaio”. Tutti, in paese, comincerebbero a cercare un modo per farsi il pane da soli. Tutti.
Il problema di un killswitch su quella scala è questo: sì, nei primi mesi può essere devastante. Poi però ti si ritorce contro. Dipende dal mercato, ovviamente, ma il principio è quello.
Prendiamo il caso dei cellulari.
Gli Stati Uniti decidono improvvisamente di togliere supporto cloud ai telefoni venduti in Europa. Cosa succede? Succede che molti servizi smettono di funzionare, gli aggiornamenti diventano problematici, e una parte dell’ecosistema mobile entra in crisi.
Ma anche qui: quanto dura?
Riesco a vedere almeno un paio di nazioni molto generosamente disposte, man mano che i cellulari europei si rompono e vanno sostituiti, a proporre alternative ad Apple e Android. Per esempio HarmonyOS, il sistema cinese, che non è più un giocattolo: esiste sui cellulari, esiste su dispositivi connessi, esiste dentro un ecosistema cinese ormai abbastanza maturo.
Ma anche sui cellulari che non esploderebbero certo, migliaia di piccoli provider, a volte cantinari a volte grossi, comincerebbero a offrire servizi sostituivi.
In questo caso, il colpo sarebbe anche attenuato da un fatto banale: un cellulare, anche senza cloud, continua a funzionare per un po’. Male, magari. Con servizi degradati. Ma non diventa un mattone nell’istante stesso in cui qualcuno preme il bottone.
Il cloud sarebbe un’altra storia.
Quello sì, sarebbe un colpo dolorosissimo. Perché anche se esistono cloud europei — Scaleway, OVHcloud, STACKIT, IONOS, Hetzner, T-Systems e tutti i nuovi cloud “sovrani” — metterli insieme non basterebbe automaticamente a sostituire AWS, Azure e Google Cloud. Servirebbero mesi, forse anni, per scalare davvero.
Ma anche qui bisogna evitare l’immagine hollywoodiana del blackout totale e definitivo.
Una mossa del genere metterebbe contro gli Stati Uniti milioni di persone che lavorano nell’IT, nelle aziende, nelle università, nelle pubbliche amministrazioni, nei provider locali. Tutti impegnati a risolvere lo stesso problema: togliersi da quella dipendenza il più in fretta possibile.
La mia azienda, per dire, pur facendo consulenza, ha un piccolo cloud on premise. Non è AWS, certo. Ma in emergenza alcuni clienti potrebbero usarlo, con certi limiti e al modico prezzo di “adesso ci arrangiamo”.
E lo stesso varrebbe ovunque.
Dopo uno o due mesi di choc, tutta la capacità in eccesso comincerebbe a saltare fuori. Data center sottoutilizzati. Server aziendali. Provider regionali. Laboratori universitari. Macchine oggi ferme, o usate male. Infrastrutture private che improvvisamente diventano utili.
Naturalmente la Cina si candiderebbe immediatamente a sostituire gli Stati Uniti come fornitore di hardware, software e servizi. E non sarebbe la sola. Perché quando crei una domanda così pazzesca, non ottieni soltanto la reazione delle grandi industrie. Ottieni che tutti comincino a lavorarci.
Il killswitch, quindi, è una minaccia seria. Ma è seria soprattutto nel breve periodo.
Nel lungo periodo, è un’arma a doppio taglio. Può fare danni enormi, ma può anche distruggere la fiducia nel fornitore che la usa. E nel mercato IT, la fiducia è una parte enorme del prodotto.
Se domani gli Stati Uniti dimostrassero di poter spegnere l’Europa con un interruttore, il giorno dopo ogni governo, ogni azienda e ogni amministratore di sistema europeo avrebbe una sola priorità: fare in modo che quell’interruttore non esista più.
Ed è qui che l’analisi del killswitch spesso sbaglia scala.
Non sarebbe “Bruxelles che deve trovare un sostituto ad AWS”. Non sarebbe nemmeno “il governo italiano che deve migrare la pubblica amministrazione”. Sarebbe ogni singola industria IT, ogni singolo reparto IT, ogni singolo provider locale, ogni consulente, ogni sysadmin, ogni università, ogni banca, ogni assicurazione e ogni azienda minimamente strutturata che si trova davanti allo stesso ordine implicito: far ripartire le cose.
Una crisi di quella scala non produce solo danno. Produce anche mobilitazione.
Il punto non è che l’Europa abbia già pronta, oggi, una sostituzione ordinata e pulita degli hyperscaler americani. Non ce l’ha. Il punto è che un colpo così grande non verrebbe affrontato da un singolo ministero, da una task force o da qualche tavolo europeo. Verrebbe affrontato da milioni di persone, contemporaneamente, ognuna nel proprio pezzo di infrastruttura.
È la differenza tra ricostruire una strada con un appalto pubblico e spalare neve davanti a casa dopo una tempesta. Nel primo caso aspetti il piano, il budget, il bando, il ricorso al TAR e la conferenza stampa. Nel secondo caso escono tutti con la pala.
Un killswitch americano sarebbe una tempesta. E dopo la tempesta, piaccia o no, uscirebbero tutti con la pala.
Sul piano militare, certo, sarebbe un colpo duro.
Prendiamo gli F-35. Se gli Stati Uniti spegnessero i sistemi logistici che stanno dietro al programma e tagliassero i ricambi, molti aerei diventerebbero rapidamente un problema. Non necessariamente un “ferrovecchio” istantaneo, ma qualcosa di molto vicino: un sistema d’arma costosissimo, sofisticatissimo, e improvvisamente difficile da mantenere, aggiornare e far volare.
Ma sarebbe anche un ferrovecchio bizzarro.
Perché riesco a immaginare almeno un paio di paesi molto interessati a comprarne qualcuno, a caro prezzo, per farci reverse engineering. E magari, in cambio, fornire aerei loro. Sempre che ce ne fosse davvero bisogno.
Il problema, insomma, non è “io colpisco te e tu non puoi farmi niente”.
Il problema è: “io colpisco i miei migliori clienti, perdo una fetta enorme di fatturato, distruggo la fiducia nel mio prodotto, e al mio posto entrano concorrenti. Oppure i miei clienti imparano a fare senza di me”.
Quello che si sottovaluta, quando si parla di killswitch, è la scala della reazione.
Si stima che in Europa ci siano tra 1,8 e 2,2 milioni di aziende ICT, a seconda di come contiamo consulenza, telecomunicazioni, software house, hosting, system integrator, microimprese e freelance organizzati come aziende. Solo nell’Unione Europea, il settore “information and communication services” conta circa 1,4 milioni di imprese e più di sette milioni di occupati.
Oggi, nei vari piani per costruire un IT europeo, ne sono coinvolte forse un centinaio. Perché? Per ragioni economiche.
Un’azienda che ha investito in AWS non se ne va da AWS senza un buon motivo. Se sei un Platinum Partner di Microsoft, vendi Microsoft, perché hai investito soldi, tempo e certificazioni per diventare Platinum Partner. Se vendi servizi AWS, vendi quelli perché hai accordi con Amazon. E così via.
Nel momento in cui si attivasse davvero un killswitch, tutto questo cambierebbe in una notte.
Si passerebbe da un centinaio di aziende ingaggiate nella produzione di un IT europeo a due milioni di aziende bombardate di telefonate. Da qualche migliaio di persone coinvolte nei progetti di “sovranità digitale” a milioni di tecnici, consulenti, sysadmin, sviluppatori, provider locali e reparti IT aziendali costretti a risolvere problemi concreti.
La scala della reazione sarebbe enormemente più ampia della scala dei piani attuali.
Ovviamente il danno sarebbe tremendo. Ma durerebbe meno di quanto immaginano le vittime, e molto più di quanto immagina chi preme il pulsante.
Per capire cosa intendo, immaginiamo le carte di credito.
Improvvisamente si spengono tutte. Non avremmo solo qualche centinaio di banche che cerca una soluzione. Avremmo centinaia di milioni di persone che cercano una soluzione.
Qualcuno farebbe risorgere gli assegni. Qualcuno li migliorerebbe. Qualcuno userebbe i buoni pasto. Qualcuno userebbe le crypto più stravaganti. Qualcuno tornerebbe al credito informale del negozio sotto casa. Qualcuno metterebbe in piedi sistemi di voucher, wallet locali, clearing tra aziende, conti prepagati, bonifici semplificati.
Il primo giorno ci sarebbe probabilmente la coda davanti alle banche. Il secondo giorno comincerebbero gli arrangiamenti. Il terzo giorno qualcuno venderebbe già una soluzione provvisoria.
E nel frattempo le banche accelererebbero quello che possono già fare: pagamenti istantanei SEPA, bonifici immediati, QR code, app bancarie, sistemi account-to-account. Non sarebbero belli come Apple Pay. Non sarebbero comodi come una carta contactless. Ma funzionerebbero. E soprattutto non dipenderebbero nello stesso modo dai circuiti americani.
L’impatto sarebbe devastante. Ma non sarebbe il buio eterno. Sarebbe una crisi gigantesca, seguita da una gigantesca improvvisazione collettiva. Quando dico che i cinesi si farebbero avanti, molti rispondono: “Ma così saremmo punto e a capo”.
Non necessariamente. Perché la sostituzione non dovrebbe essere immediata, totale e definitiva. Dovrebbe solo rompere il monopolio della dipendenza.
Torniamo ai cellulari.
Prendiamo Wiko. È un marchio molto conosciuto in Francia, nato a Marsiglia e venduto per anni come brand francese. Il guaio, o il dettaglio interessante, è che dietro c’è Tinno, cioè produzione e proprietà cinese.
Se domani gli Stati Uniti sospendessero le nuove licenze di iOS e dei servizi Android, cosa succederebbe? Succederebbe che un marchio come Wiko potrebbe chiamare in Cina e dire: possiamo scalare la produzione? Possiamo fare quaranta milioni di telefoni Wiko con un sistema alternativo? Possiamo usare HarmonyOS? Possiamo far produrre telefoni brandizzati Wiko da qualcuno che ha già una filiera pronta?
E Wiko è solo un esempio.
C’è anche Jolla, in Finlandia, con Sailfish OS: un sistema operativo mobile Linux, nato dalle ceneri di Nokia/MeeGo, che esiste da anni, funziona, e nel 2026 è tornato persino con un nuovo telefono europeo. Non scala come Android, certo. Non ha l’ecosistema di Android, certo. Ma il punto è proprio questo: oggi non scala perché non c’è abbastanza domanda. In una crisi, la domanda esploderebbe. Il killswitch, quindi, non va immaginato come un interruttore che spegne l’Europa e basta.
Va immaginato come un interruttore che spegne l’Europa il lunedì mattina, e il martedì mattina trasforma ogni dipendenza americana in un mercato aperto per chiunque sappia offrire un’alternativa.
Posso tentare di immaginare la scena.
È lunedì mattina. Mi chiama il capo, terrorizzato: non abbiamo più Teams, non abbiamo più Slack, non abbiamo più WhatsApp. I clienti non riescono a parlarci. I gruppi aziendali sono morti. La gente manda email come nel 2004 e qualcuno, nel panico, propone persino di tornare al telefono.
Poi arriva la domanda vera:
“Cosa possiamo fare con l’hardware inutilizzato negli ambienti di staging?”
Probabilmente risponderei qualcosa del tipo: guarda, su due piedi possiamo tirare su Matrix. Magari con Conduit, che è un homeserver Matrix leggero, scritto in Rust, pensato proprio per consumare poche risorse e partire in fretta. Non diventa magicamente WhatsApp, Teams e Slack messi insieme. Però per messaggi, stanze, gruppi, comunicazione interna e un minimo di coordinamento, ci arriviamo. E se federiamo bene, possiamo anche spiegare ai clienti che devono cominciare a ospitare qualcosa da loro.
Non è la soluzione perfetta. È la soluzione del lunedì mattina.
E la cosa interessante è che scene simili avverrebbero ovunque.
Avverrebbero nelle telco, che partono persino avvantaggiate: hanno data center, reti, apparati, personale, esperienza di esercizio e clienti già collegati. Sceglierebbero SIP, probabilmente. Avverrebbero nelle banche, che hanno infrastrutture, sicurezza, compliance e reparti IT abituati a non poter semplicemente “aspettare che torni il servizio”. Avverrebbero nelle università, negli ospedali, nelle regioni, nei comuni grandi, nelle aziende industriali, nei provider locali.
Ognuno tirerebbe fuori qualcosa.
Qualcuno sceglierebbe Matrix. Qualcuno sceglierebbe XMPP/Jabber, che esiste da decenni, è uno standard aperto per messaggistica e presenza, e non appartiene a nessuno. Qualcuno rispolvererebbe Rocket.Chat, Mattermost, Zulip, Nextcloud Talk, IRC, mailing list, VPN, PBX, SIP, sistemi interni dimenticati, o qualunque altra cosa funzioni abbastanza bene da tenere insieme l’azienda per una settimana.
E magari io sbaglierei pure a scegliere Matrix con Conduit.
Magari alla fine vincerebbe Jabber. O vincerebbe un fork europeo di qualcosa. O vincerebbe un sistema messo in piedi da una telco. Ma il punto è proprio questo: se sbaglio io, devo cambiare il nostro cloud, non tutti i cloud d’Europa. La reazione sarebbe distribuita. Gli errori sarebbero locali. Le soluzioni migliori emergerebbero per selezione, non per decreto.
Questo è il punto che si continua a sottovalutare.
Un killswitch non metterebbe l’Europa davanti a un unico problema centrale, da risolvere con un unico piano centrale. Metterebbe milioni di tecnici davanti a milioni di problemi locali. E appena una soluzione locale funziona, gli altri la copiano.
Ripeto: immediatamente sarebbe una catastrofe per tutti.
Nessun dubbio. E nessun tentativo di farlo passare per una passeggiata.
Un killswitch americano produrrebbe panico, blocchi, fallimenti operativi, danni economici enormi, servizi che spariscono, aziende che non riescono più a lavorare, pubbliche amministrazioni paralizzate, militari che scoprono di avere sistemi molto meno sovrani di quanto credevano.
Quindi sì: se il punto è dire che i politici europei ne sono terrorizzati, fanno benissimo a esserlo.
Il problema è un altro: una minaccia del genere può funzionare una volta. E funziona soprattutto all’inizio.
L’analogia, con tutte le cautele del caso, è l’Ucraina. All’inizio dell’invasione russa, l’Ucraina sembrava destinata a essere devastata, occupata, spezzata. E in parte fu davvero devastata. Ma poi è successo qualcos’altro: la vittima ha imparato. Si è adattata. Ha decentralizzato. Ha improvvisato. Ha costruito filiere. Ha modificato droni commerciali. Ha iniziato a colpire logistica, aeroporti, raffinerie, infrastrutture energetiche, fino a portare la guerra dentro il territorio russo.
La prima botta è stata terribile. Ma non è stata la fine della storia.
La stessa cosa vale per un killswitch tecnologico.
Il primo giorno sarebbe il disastro. Il primo mese sarebbe durissimo. Ma dal secondo mese in poi avresti aziende, telco, banche, sysadmin, cloud locali, università, industrie, consulenti, provider e governi che lavorano tutti allo stesso problema: eliminare, aggirare o ridurre quella dipendenza.
E a quel punto il problema cambia lato.
Non è più soltanto “gli Stati Uniti possono colpire l’Europa”.
Diventa anche: “gli Stati Uniti hanno appena dimostrato ai loro migliori clienti che comprare americano senza un piano B è un rischio esistenziale”.
Questo significa che anche Washington non può tirare la corda all’infinito.
Può usare il killswitch come minaccia. Può usarlo come pressione negoziale. Può usarlo, forse, come arma di shock. Ma se lo usa davvero, brucia capitale politico, commerciale e industriale accumulato in decenni.
Per qualche mese fa malissimo alle vittime.
Per molti anni fa malissimo a chi ha premuto il pulsante.
Uriel Fanelli
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