Sulla giustizia di provincia.

L’assoluzione di Dassilva — frutto, in sostanza, di una tecnica d’indagine che consiste nello scrivere un romanzetto diffamatorio contro l’indagato e poi gridare: “Se è uno stronzo, allora sarà stato lui” — insieme a Garlasco e a molti altri casi di malagiustizia, sta cominciando a far emergere un elemento comune: la provincia.

In tutti questi casi si nota una cosa: un certo dilettantismo da parte di chi arriva sul posto prima di chiamare gli esperti, come quelli della scientifica. Quando la scientifica arriva, la scena è già stata compromessa. E questo avviene in un mondo nel quale una singola traccia di DNA può dimostrare o smentire tutto.

Prendiamo Garlasco. Se nella casa di due non fumatori si trova un monile usato come portacenere, con tanto di cenere, bisogna capire una cosa molto semplice: se stiamo cercando qualcuno che si trovava davvero in quella casa, allora quell’oggetto è un indizio fondamentale. Altrimenti, significa che qualcuno tra le forze dell'ordine, di poco competente è entrato in quella casa, ci ha fumato dentro, e ha usato quel monile come portacenere. Del resto, pensateci.

Se succede un fatto grave, si chiamano le forze dell’ordine. Ma se siamo in provincia, chi arriva per primo?

Arrivano i soliti carabinieri o poliziotti del piccolo paese: gente abituata alle contravvenzioni, all’abigeato, alle risse al bar, al motorino truccato, al traffico di cornuti e alla profanazione della capra.

Sanno davvero come si approccia la scena di un crimine?

Forse lo hanno anche saputo, una volta. Ma dopo dieci, quindici, vent’anni passati tra multe, liti condominiali, ubriaconi molesti e contrabbando di casalinghe opensource, cosa diavolo volete che ricordino?

E anche ammesso che lo ricordino, il corso che hanno fatto risaliva magari a vent’anni prima: a un’epoca in cui le tecnologie forensi erano completamente diverse, e il DNA, per il poliziotto medio di paese, era ancora quasi fantascienza. Roba da film americani.


E lo stesso dicasi dei magistrati. Se siete magistrati in una procura di provincia del nord noioso, su cosa avete indagato prima di quel momento?

e a questo punto paf! , vi trovate da gestire un omicidio perlomeno complicato. E non e' che se siete di Rimini le cose migliorino;

e improvvisamente paf! Un bell'omicidio coperto di omerta' e storie da condominio.


Ci troviamo, insomma, nella situazione della cosiddetta Hollywood inversa.

Se guardate una serie tipo The Rookie, scoprite che un ex muratore, dopo sei mesi di corso e due anni passati in volante, conosce a memoria il codice penale, lo può recitare avanti e indietro (numerato che Gödel gli fa una sega, per poter dire “abbiamo un 302”) sa distinguere al volo ogni cavillo procedurale, e capisce esattamente in che modo un criminale potrebbe aver aggirato un esame basato sulla fotografia a muoni. Il tutto mentre estrae i guanti in lattice prima di toccare le prove, anche quando le “prove” sono una testimone.

Se invece mettete un ex muratore italiano a fare il carabiniere in provincia, dopo due anni e sei mesi può succedere che ignori serenamente l’esistenza dei muoni, che del codice penale e della relativa procedura sappia il minimo sindacale, che non abbia sempre con sé dei guanti in lattice per toccare le prove, e che se tocca la testimone, di solito, lo fa perché siamo mammiferi. Specialmente lei.

Il problema è che, però, quando arrivano le telecamere e i giornali, tutti devono improvvisamente apparire superprofessionali.

E così, in TV e sui giornali, vedremo persone con una tuta bianca immacolata entrare nella casa con i movimenti lenti e solenni degli astronauti, come se stessero sbarcando su Marte.

Peccato che, nelle prime due ore, dentro quella stessa casa siano già entrati i carabinieri con un’intera Ape Piaggio piena di letame — perché la pacciamatura aiuta l’inchiesta —, l’intero paese in ginocchio sui ceci, la banda comunale con l’effigie del santo, il prete salmodiante, e quattro suore stipate dentro una Prinz viola.


Adesso mettetevi nei panni del magistrato di provincia.

Quella sera aveva prenotato il suo ristorante di sushi. Ovviamente il cuoco possiede il certificato per servire sushi all’imperatore, certificato che l’imperatore gli tirerebbe in faccia ricordandogli che il sushi era cibo plebeo, roba da pescatori poveri. Ma siccome ormai ogni ristorante giapponese deve avere la sua patente mistica di autenticità imperiale, ecco accontentato il bimbo imperatore: mangia il finger food come tutti gli altri bambini poveri, imperatore di stocazzo.

E invece niente.

Il magistrato si ritrova catapultato in un’inchiesta vera. Lui, che aveva appena chiuso il caso della diffamazione della Zollia, casalinga nota in paese come “il bidone aspiratutto di cazzi”, improvvisamente deve occuparsi di morti, prove, DNA, stampa nazionale, telecamere, avvocati veri e giornalisti con l’aria di chi ha appena discusso con Patrick Jane di profili psicologici, e ha appena scherzato con Ice-T su una violenza sessuale. E sia chiaro, ha anche capito cosa dice, Ice-T. Che non e' semplice neanche per un altro newyorkese.

E lo fa.

Nel senso che, se i media vogliono il romanzo, avranno il romanzo.

Poiché non sa spiegare il DNA di quattro suore su una Prinz viola nel letto della vittima, visto che per inspiegabile sfortuna le provette continuano a cadere per terra in laboratorio, e poiché non riesce a dirvi come mai un’intera banda comunale abbia lasciato tracce evidenti di scatarro in un ascensore riminese, cos’altro può fare?

Può finalmente tirare fuori il sogno di una vita: diventare scrittore.

E allora decide che la colpa è del negro, oppure che quel biondino lì “non gliela racconta giusta”, e comincia a scrivere il romanzo. Non un’indagine: un romanzo. Con i personaggi, i moventi, le psicologie da dopolavoro, i traumi infantili inventati, le frasi origliate al bar, le superstizioni di paese, e sopra tutto questo una bella mano di diffamazione giudiziaria.

Perché quando non riesci a spiegare le prove, ti resta sempre una possibilità: spiegare le persone. Male.


E così il negro o il biondino vengono arrestati.

E qui nasce un primo, piccolo problema: continuano a dire di non essere colpevoli.

Questo maledetto vizio degli inquisiti, che non lasciano nemmeno il tempo di una serata al sushi ai magistrati, nel ristorante che sostiene di poter servire sushi all’Imperatore. Certificato.

A quel punto bisogna esercitare pressione sull’imputato.

Dapprima gli si offre l’impunità in confezione regalo: se confessi, fai il rito abbreviato, ti mostri disposto a collaborare, riveli la targa della Prinz viola carica di suore che hai usato per il delitto, stai tranquillo che te la cavi con poco. E siccome magari ti mandiamo in galera durante l’inchiesta, e siccome intanto la gente ti sputa addosso per strada, tanto che cosa facevi ancora in paese?, alla fine ti resterà da scontare praticamente niente.

Se però l’imputato ha questo strano pregiudizio contro le condanne a vent’anni, e continua a dichiararsi innocente, allora bisogna aumentare la pressione sulla sua vita personale. Bisogna costringere parenti e amici a lasciarlo solo, a vergognarsi di lui, possibilmente a insultarlo. Bisogna trasformarlo in un appestato.

Nel caso del biondino, si fa in fretta.

Si trova un video porno nel suo computer. Poi si chiede al biondino se possiede il certificato di nascita delle attrici. Se non lo possiede, si passa la storia alla stampa: pedofilia.

Se ci fate caso, nei delitti più disparati, quando l’indagato si dichiara fermamente innocente, a un certo punto salta fuori la storia del pedofilo. Perché? Perché è uno strumento di pressione.

O smetti di dire che sei innocente e mi lasci andare alla mia cena di sushi imperiale, oppure io ti diffamo come pedofilo finché la tua famiglia ti schifa, gli amici spariscono, e in paese è meglio che tu non ci torni mai più.

Nel caso del negro, ancora meglio.

Sei un negro, quindi hai il cazzo enorme. E allora si butta in pasto alla stampa qualsiasi donna bianca che ti conosca, e si lascia intendere che siano tutte tue amanti. Negro, cazzo grosso, quindi donne porche e culi rotti. Le donne sono più anziane di te? Perfetto: milf insoddisfatte a caccia di cazzoni neri. A scelta, Sex and the City o Gonzo dot com.

Le tipe passano per vecchie troie e devono cambiare città. E forse, per mettere a tacere tutto, se poi ti promettono pochi mesi, magari un pensierino a confessare lo fai.

Del resto, che cos’è, in un processo penale, un “video pedofilo”?

È un video nel quale voi non riuscite a dimostrare che le attrici sono maggiorenni. Se si tratta di Sasha Grey, trovate la biografia su Wikipedia e via. Ma se si tratta dell’anonima Scosciandra Paloalto, che ha fatto un solo film porno e magari si è pure ossigenata i capelli per non farsi riconoscere, non riuscirete mai a trovare la prova che fosse maggiorenne al momento dei fatti.

Anche perché il “momento dei fatti” non è quasi mai menzionato. Quindi dovrete anche stabilire quando sia stato girato il film trovato sul computer. E buona fortuna.

Con la storia delle “amanti del negro” funziona allo stesso modo.

Sei l’amante se non puoi dimostrare il contrario.

Era tuo amico? Ci scherzavi? Vi hanno visti insieme? Hai riso a una sua battuta? Gli hai offerto un caffè? Gli hai affittato una stanza? Gli hai chiesto di aggiustarti il lavandino?

E via.

Padrona di casa, cliente di un idraulico di colore, barista, vicina, conoscente, collega: chiunque sia stata vista ridere alla battuta di un negro diventa la sua amante.

Perché? Perché cazzolungo, culi rotti, black mamba, Gonzo dot com, e via dicendo.

Il sillogismo è ovvio, no?

Non è un’indagine. È pornografia giudiziaria. Solo che al posto degli attori ci sono imputati, testimoni, parenti, vicini di casa, donne trascinate nel fango e famiglie intere usate come leva. Tutto per ottenere una confessione, o almeno una trama abbastanza sporca da riempire i giornali.


Quando la stampa vuole sapere che cosa avete concluso, e i protagonisti della vicenda sopportano gli sputtanamenti più atroci ma continuano ostinatamente a dichiararsi innocenti, allora entrano in gioco i due protagonisti indiscussi della provincia riccozza italiana.

Il primo è il prete.

Il secondo è il massone, che di solito — o spesso — è anche il sindaco.

Entrambi vi promettono di poter contribuire alla saga sui giornali, così finalmente potrete mostrare agli altri magistrati che razza di inquirenti siete. Perché a voi vincere facile non basta: voi volete vincere scrivendo anche il secondo volume.

Il prete, in cambio di una certa esposizione, vi chiede solo una cosa: inserire Satana nella storia.

Messe sataniche, rituali strani in qualche cimitero, in una chiesa sconsacrata, o anche in campagna, purché vicino a una madonnina: non importa. Basta una croce al contrario, un metallaro, due candele nere, una scritta fatta male su un muro e siamo già arrivati a Satana, forze oscure, pazzia, setta, Marilyn Manson e, per non farci mancare niente, la tauromachia.

satanismo

Il massone, invece, ha una fissazione diversa.

In paese non succede nulla. E soprattutto non deve risultare che sia successo qualcosa.

Quindi dev’essere stato “uno di fuori”.

A quel punto cominciano a spuntare voci di uomini misteriosi visti da quelle parti. Forestieri. Gente non del posto. Persone arrivate, passate, forse ripartite, forse no. Insomma: gente di fuori. E se è gente di fuori, non c’è bisogno di allarmarsi. Il paese resta sano. Il paese resta pulito. Il paese resta decoroso.

Il massone, essendo anche sindaco, deve proteggere il buon nome della comunità. Perché ammazzare qualcuno, diciamolo, è scortese. Ma soprattutto dà un cattivo nome al paese, e questo può danneggiare il turismo, il commercio, la sagra, il bar della piazza e tutta quella piccola economia locale fatta di spritz, ricevute mai viste, piadine, parcheggi abusivi e voti spostati a pacchetti.

E il barista, ovviamente, muove voti.

E anche lui, guarda caso, è massone come il sindaco.


E così, dopo una lunga saga che ha tenuto occupati tutti — come se quel condominio, quella via o quella villetta fossero il centro di un incrocio pericolosissimo tra porno interracial, pornografia generica, personaggi misteriosi, quattro suore su una Prinz viola, satanismo e uomini ancora più misteriosi che si aggirano per il paese il giorno del delitto — si arriva al giudizio.

Di fronte al giudice.

I giudici sono di due tipi.

No, non “massoni” e “non massoni”. Tranquilli: sono tutti massoni.

Dicevo: sono di due tipi.

Sono persone uscite dalla facoltà di giurisprudenza, e poi mandate a giudicare processi che coinvolgono, di volta in volta, furto di dati informatici, truffa stradale all’assicurazione, traffico internazionale di Pokémon, criptovalute, abigeato sessuale, turbamenti capreschi e tutta una serie di fenomeni per capire i quali occorrerebbe essere letteralmente onniscienti.

Perché in Italia il giudice non si specializza in una materia fino a capirne qualcosa. No. Il giudice italiano viene assegnato tuttologicamente a casi di furto informatico di criptomonete quantistiche e di abigeato mistico, e deve mostrarsi ugualmente competente in blockchain, motori diesel, dinamiche familiari, satana, DNA, idraulica forense e capre turbate.

Si dividono quindi in due categorie.

  1. I socratici.

So di non sapere un cazzo di niente, ma se lo fa Santi Licheri, che diavolo volete da me? E poi, diciamolo: la blockchain era in offerta da Bennet neanche due settimane fa. C’era anche la lima per affilare la sega e la benzina per il motore. Quindi qualcosa avrò pur capito. So benissimo di scrivere sentenze a cazzo, ma io so il latino. E in latino anche il ragionamento più strampalato sembra fico. Latine Omnia Sensant.

  1. Gli onniscienti.

Non importa se non ci capisco un cazzo: io ho la logica dei fatti umani. E poi credo di essere un principe del foro. Nel senso che mi atteggio a principe del foro, ergo sum, e se la legge si occupa di tutto, evidentemente chi si occupa di legge sa tutto, e quindi posso capire cosa sia successo anche se non ho la più pallida idea di cosa sia un motore diesel. ERGO, so che una Prinz viola, se guidata da quattro suore, è evidentemente diesel. Lo diceva il grande giurista romano Porchenzo Turbio Milone: Quattuor sorores dieselium significant in Prinz Maxima.

E come se non bastasse, se pugnali abbastanza un’insalata, prima o poi ottieni una Caesar Salad.

Scriverò cazzate nella sentenza?

Certo.

Ma le scriverò in latino.

E si sa: Latinum Omnia Sistemant.


E qui arriviamo alla difesa.

Perché entrano in gioco gli avvocati.

Che si dividono in due categorie.

  1. I principi del foro.

Il loro ego li classifica direttamente come buchi neri supermassivi.

Sono quelli che sanno convincervi che, se vi condannano, è perché i giudici non capiscono un cazzo di diritto.

Il che è vero, sia chiaro. Ma non perché lo dicono loro.

I giudici italiani non capiscono un cazzo di diritto nel senso che, col tempo, si sono costruiti un loro diritto personale: un diritto privato, mistico, sedimentato per sentenze, abitudini, antipatie, pranzi saltati, circolari mai lette e massime latine ricordate male.

I principi del foro, invece, sono personaggi che hanno già partecipato a inchieste finite sui giornali. Gente tipo Taormina, Buongiorno o altri nomi da talk show giudiziario permanente. Un giorno si candideranno, a patto di partecipare — non lavorare: partecipare — ad abbastanza inchieste famose.

  1. I principi del buco.

Sono avvocati che, fino a quel momento, non hanno mai partecipato a una grande inchiesta nazionale. Sono avvocati di provincia, gente che al massimo appenderà alle pareti dello studio i ritagli dei giornali in cui compare il loro nome, per poter chiedere parcelle più alte al prossimo che entra.

Anche loro si atteggiano a maestri del diritto, ma dentro di sé sanno benissimo che, se tornassero oggi all’università, non ri-passerebbero nessun esame.

Nemmeno diritto privato.

Nemmeno filosofia del diritto.

Nemmeno l’esonero facoltativo su “che cos’è una porta”.

Entrambe le categorie, però, condividono la stessa tattica processuale: buttarla in caciara, saltare lo squalo, invocare il dubbio ragionevole, quello irragionevole, quello esoterico, quello balneare e, se necessario, citare gli UFO.

E infatti fanno un casino.

Un casino enorme.

A quel punto non si discute più se l’imputato abbia commesso il fatto. Si discute se il fatto esista, se il luogo esista, se la vittima esista, se la Prinz viola fosse davvero viola, se quattro suore possano costituire un movente, se il DNA sia una costruzione sociale, se il metallaro conoscesse Marilyn Manson personalmente, e se Quattuor monachae, ergo motor Diselianus sia principio generale dell’ordinamento o solo giurisprudenza minoritaria.


E adesso, udite udite.

Quei poveri palombari bianchi, che si aggiravano con fare spettrale in tuta e mascherina da diserbante attorno al luogo del delitto, saranno chiamati a descrivere cose che diventano prove perché loro gli hanno fatto una foto in bianco e nero vicino a un righello.

Finché, dalla sala d’aspetto, entrano i periti.

Sono stato perito del tribunale svariate volte, il che in Italia significa: testimone.

Testimone significa che, legalmente, la vostra non è una perizia, cioè un atto di autorità scientifica. È una testimonianza.

E non solo non avete autorità: ne avete meno della polizia, che siccome è Polizia Postale, RIS o Qualsiasicosa Sappia Di Hollywood, viene considerata composta da superesperti.

Vi risponderanno che loro “non hanno preso l’IP dei computer perché non si fa di prassi”.

Dobbiamo stabilire se quel PC abbia agito come client di posta elettronica. Cosa potrebbe mai andare storto?

Il dramma è che non potete “testimoniare” quasi nulla.

Nei casi che ho visto:

E su tutto questo, la polizia massone scrive che “senza ombra di dubbio” le prove in loro possesso — allegato: schermata di avvio di Lotus Notes — dimostrano, sempre “senza ombra di dubbio”, che l’imputato è colpevole. Non scherzo. La sentenza scritta sulla perizia.

Fate notare che l’imputato non era fisicamente in ufficio.

Fate notare che il computer era condiviso tra cinque colleghi con la medesima password.

Fate notare che la password condivisa veniva usata come screensaver. No, non scherzo. Ed era il nome del figlio di uno dei coinvolti.

Fate notare che in basso a destra c’è l’icona di VNC attivo, che consente teoricamente a chiunque, da remoto, di lavorare su quel computer.

E poi, nella sentenza, leggete che “nessun altro poteva aver accesso a quel computer”.

Tutte queste cose le ho viste succedere davanti ai miei occhi.


Questo vi fa capire come funziona la giustizia italiana.

E se funziona così con l’informatica, non voglio osare immaginare come diavolo funzioni quando abbiamo un caso complicato che contiene genetica, chimica, ricostruzioni tridimensionali, impronte di scarpe, traiettorie, tempi di decomposizione, fibre, DNA, celle telefoniche e via dicendo.

Esiste una via d’uscita da questa giostra dell’incompetenza, dove l’unica abilità davvero condivisa dai coinvolti è quella di apparire professionali in TV, mentre Vespa ricostruisce il traffico con il plastico?

L’unica che vedo è questa: proibire ai giudici di condannare davvero qualcuno.

La gente vuole il processo. Vuole lo show. Vuole sentir parlare di colpa, di movente, di condanna, di mostro, di segreti, di amanti, di satanismo, di DNA, di “quella sera non ce l’ha raccontata giusta”.

Ma non è che poi, quando la loro repressione sessuale si sposta sul prossimo omicidio torbido, gliene freghi ancora qualcosa. Anzi: se scarcerate gli imputati, e poi quelli finiscono di nuovo sotto processo, potranno pure lamentarsi del magistrato che libera i delinquenti. Quindi il circo resta alimentato lo stesso.

La mia proposta è semplice.

Fate pure tutto lo show.

Soddisfate il pubblico.

Emettete pure una sentenza.

Una bella condanna alla ghigliottina elettrica dentro una camera a gas mentre vi iniettano bagna cauda. Così soddisfate il sadismo mostruoso dell’opinione pubblica, dei giornali, dei talk show, degli editorialisti, dei criminologi da divano e dei vicini di casa che “io l’avevo sempre detto”. Ma lo annunciate, senza farlo davvero.

Poi però non li toccate, e li liberate.

Una stretta di mano al brigadiere, un verbale, un timbro, e via.

E sapete cosa penso?

Che funzionerebbe comunque meglio di quello che si fa ora.

Perché io li ho visti, i processi. Non solo non hanno nulla a che fare con la giustizia, ma non hanno nulla a che fare col diritto.

Ah, si. Ho detto “Criminologa col fisico da porno, motocicletta e giacca di pelle? No?”

Strano.

Uriel Fanelli

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