Spendere bene.
Volevo dedicare un articolo a una specie di arte, ormai tipica dei nonni o addirittura dei bisnonni, che sta lentamente scomparendo dietro tutta una serie di tecniche di marketing pensate, ovviamente, per trasformare le persone in consumatori compulsivi. Devo dire che, quando si tratta di elettronica e tecnologia, anch'io sento spesso l'impulso di premere su “ordina”. Poi però arriva questa strana cosa, appresa nell'infanzia: fermarsi un momento, calcolare il valore di quello che si sta comprando e controllare che quel valore abbia qualche rapporto sensato con il prezzo che si sta per pagare.
E, soprattutto, evitare che “li ho” diventi automaticamente “li spendo”.
È uscito proprio in questi giorni un nuovo modello di Apple, l'iPhone Duo, il primo iPhone pieghevole. Premesso il fatto che nessuno di noi abbia mai realmente sentito la mancanza di un cellulare pieghevole — tranne forse i militari, che continuano a sognare un sistema di mimetismo tipo Predator — il problema interessante è il prezzo: siamo attorno ai duemila euro.
Ora, non è che non me lo possa permettere. Potrei anche comprarlo. Sto per comprare una cosa ben più costosa per farmi girare dei modelli LLM in casa, dopotutto. L'iPhone almeno telefona, direte voi.
Ma qui arriva il problema dello spendere bene.
È una mentalità antica, e definirla è più complicato di quanto sembri, perché non fa considerazioni soltanto sul prodotto in sé. Fa considerazioni soprattutto sul compratore e sull'uso che quel compratore farà del prodotto.
E quando valuta il costo non confronta necessariamente quell'oggetto con i suoi concorrenti. Non si chiede soltanto se quell'iPhone costi troppo rispetto a un Samsung, a un Google Pixel o a un altro telefono pieghevole.
Lo confronta con qualsiasi altra cosa sia possibile fare con la stessa cifra.
La domanda quindi non è:
“Qual è il miglior cellulare che posso comprare con duemila euro?”
La domanda è:
“Cos'altro potrei fare con duemila euro?”
Ed è una domanda completamente diversa.
Cosa intendo dire?
Se io chiedessi:
“Ma perché spendere duemila euro per un cellulare, solo perché è pieghevole?”
la risposta spesso sarebbe:
“Perché, essendo pieghevole, ci puoi lavorare.”
Ok. Interessante.
Ma con duemila euro, oggi, non ci viene fuori semplicemente un discreto PC portatile. Ci viene fuori già una macchina seria da lavoro. In Germania, per esempio, nella fascia tra 1.500 e 2.000 euro si trovano ThinkPad T14 e T14s, Zenbook S16 e persino alcune configurazioni di X1 Carbon; Dell vende diverse macchine business nella stessa fascia.
Non il top di gamma assoluto, ovvio. Ma macchine sulle quali si lavora davvero.
E, specialmente se io sono io e ci installo Linux, ci posso lavorare molto più che su un cellulare pieghevole.
E quindi posso tranquillamente tenere il mio Pixel 7 con /e/OS e, quando voglio lavorare, apro un portatile nuovo di zecca.
Con gli stessi soldi ho due oggetti distinti, ciascuno molto più adatto al proprio scopo: un telefono che fa il telefono e un computer che fa il computer.
A questo punto la domanda torna ad essere quella iniziale:
qual era esattamente il motivo per cui avrei dovuto spendere duemila euro per quel cellulare?
Il parossismo aumenta quando si arriva al mondo delle nuove automobili elettriche.
Ho visto, via web, il CEO di un'azienda tedesca che non voglio nominare parlare per quasi quaranta minuti — quaranta minuti della mia vita che nessuno mi restituirà mai — per scoprire alla fine che la sua nuova automobile può fare, grossomodo, il tre per cento delle cose che fa il mio cellulare.
E considerate che io non possiedo nemmeno un cellulare mainstream con accesso immediato a un catalogo sterminato di applicazioni. Sto usando /e/OS e installo buona parte della roba attraverso Obtainium.
Vedete voi.
La cosa diventa ancora più assurda quando si osservano i prezzi e si confrontano automobili funzionalmente analoghe di case diverse. A quel punto si scopre che le differenze possono tranquillamente arrivare all'ordine delle decine di migliaia di euro: ventimila euro in più non sono affatto una cifra fantascientifica.
Naturalmente quei ventimila euro non sono “il prezzo del tablet”. Dentro ci sono il marchio, gli allestimenti, la piattaforma, gli ADAS, le finiture, il posizionamento commerciale, il margine e tutto il resto. Ma dal punto di vista del compratore il problema non cambia: sto comunque pagando decine di migliaia di euro in più per un pacchetto che mi viene venduto anche attraverso una quantità impressionante di funzioni digitali.
Ed è qui che torna il problema dello spendere bene.
Perché sapete come si fa a integrare nella vostra automobile praticamente TUTTE le funzioni del cellulare?
Si può fare in molti modi, che vi spiegherò dopo, ma il principale consiste in una tecnologia sofisticatissima: entrare nell'automobile avendo il cellulare con voi.
Fine.
Sarebbe persino carino se le automobili avessero una scanalatura, un alloggiamento universale fatto apposta per tenere il cellulare fermo, collegato e sotto carica. Una specie di docking station, insomma. Sarebbe meglio delle soluzioni a ventosa che vediamo appese ai parabrezza, già perfettamente progettate per il giorno in cui incontreremo una civiltà aliena composta da polipi e vorremo immediatamente dimostrare di essere tecnologicamente alla loro altezza.
Ma a quanto pare no.
A quanto pare, invece, dentro l'automobile serve necessariamente un tablet da quattordici pollici.
Un tablet che deve rifare, molto peggio e con molte meno applicazioni, una quantità di cose che il dispositivo che avete già in tasca sa fare da anni.
E tenete conto che, se proprio volessimo un tablet in automobile, potremmo tranquillamente comprarlo noi, scegliendo quello che ci piace, della marca che preferiamo, con il sistema operativo che vogliamo e con le applicazioni che ci servono davvero.
Avremmo anche un altro vantaggio non proprio secondario: quando quel tablet diventasse vecchio, lento o semplicemente inadatto alle nostre esigenze, potremmo sostituirlo senza dover cambiare automobile insieme a lui.
Ma sto parlando di spendere bene, quindi torniamo al discorso delle decine di migliaia di euro.
Per decine di migliaia di euro sono dispostissimo a farvi personalmente un corso su come integrare il vostro cellulare nella vostra automobile. E posso persino offrirvelo in diversi stili, adeguati alla vostra personalità.
1. Lo stile grunge. Entrate in auto con i capelli lunghi ma tagliati a caschetto e una camicia di flanella a quadri. In tedesco “a quadri” si dice kariert, parola che per associazione mi porta inevitabilmente a ricordare la carie. Entrate dunque con il vostro cellulare, lo estraete dalla tasca anteriore della camicia a carie e lo gettate sul sedile a fianco senza nemmeno guardare dove cadrà, mentre contemporaneamente vi allacciate la cintura. Il telefono arriva sul sedile, rimbalza, sbatte contro lo sportello e scompare nelle profondità del posto del passeggero. Roba che la Fossa delle Marianne je spiccia casa. A questo punto dovete togliervi nuovamente la cintura, allungarvi e piegarvi più del cellulare Duo di Apple per andare a recuperarlo. Dopo una breve spedizione oceanografica riuscite finalmente a estrarlo dal fondale del sedile del passeggero, un ecosistema che sa vagamente di scarpe e patatine fritte in sacchetto, e lo appoggiate con maggiore attenzione sul sedile accanto. A questo punto il cellulare, grato per essere riemerso dagli abissi, ringrazia SIP, dio dei cellulari, e si collega all'automobile via Bluetooth.
Ovviamente, alla prima frenata, il telefono riparte e finisce nuovamente nelle profondità marine del posto del passeggero, evidentemente progettato pensando a top model dalle gambe infinite che, per qualche misteriosa ragione, non saliranno mai a bordo della vostra automobile grunge. Il vostro amico che gioca a basket, invece, adora quella macchina e ha già annunciato che sarà la prossima che comprerà.
Ma tranquilli: voi siete grunge, e quindi anche il vostro cellulare è rugged grunged. Può cadere quante volte vuole.
Il problema è la musica di merda che vi piace, non il cellulare.
2. Lo stile sciantosa.
La sciantosa deve idealmente incrociare le gambe anche mentre guida. Non lo fa, per fortuna dell'umanità e del Codice della Strada, ma pretende comunque che la propria sciantosità emerga anche durante gli spostamenti automobilistici. Quindi avrà con sé una borsetta grande più o meno quanto una custodia per cellulare, con la differenza che lei la chiama borsetta. In realtà è una custodia per cellulare. Oppure avrà una gigantesca borsa quadrata, con una capienza grossomodo paragonabile allo zaino di un soldato russo mandato per diciotto mesi in Ucraina. Ma è Dolce&Gabbana, quindi apparentemente è diverso. In entrambi i casi, da qualche parte là dentro c'è un cellulare.
Nel primo caso è facile da capire, perché la vostra borsetta è sostanzialmente la custodia di un cellulare e l'avete pagata settemila euro. Nella versione 18-months-deployment, invece, dentro avete certamente il cellulare, ma anche cibo, medicinali, trucchi, ricevute del 2019, caricatori, probabilmente caricatori per fucili automatici e tutte quelle cose che trovate inevitabilmente ogni volta che state cercando il cellulare senza riuscire a trovarlo.
Dicevo: aprite la porta, entrate in automobile con un movimento che suggerisce che vorreste accavallare le gambe anche mentre guidate, e depositate la borsa sul sedile del passeggero.
Anche se sul sedile del passeggero c'è già un passeggero, sia chiaro.
Nessuno sembra mai avere problemi con la roulotte con tre camere da letto che gli porgete appena sale in macchina. Anzi, sono tutti felicissimi di portarla sulle ginocchia.
In alternativa avete la borsetta custodia per cellulare, e allora la sistemate verticalmente sul cruscotto, rigorosamente di taglio. Per motivi legati al potenziale gravitazionale, alla stabilità e probabilmente alle Hamiltoniane avete appena creato una cuspide di un certo livello, diciamo un punto di equilibrio instabile, se non un attrattore di sfiga, per cui il passeggero, impietosito e soprattutto preoccupato per la propria incolumità, la prende e la mette in un posto più sicuro.
Ma quel posto non vi piace.
Quindi la riprendete immediatamente, con il tono di Pazuzu che annuncia “la ragazza è mia, miaaahhh”, e la mettete in un altro posto sicuro. Ma vostro. A questo punto, mentre continuate a difendere il territorio della borsetta contro qualsiasi interferenza esterna, il cellulare si collega tranquillamente al Bluetooth dell'automobile. E anche voi avete appena integrato completamente il cellulare nell'auto. Costo dell'operazione: zero euro.
3. Lo stile “io lavoro nell'IT”.
Aprite la portiera quasi telepaticamente, pensando IL certificato che NFC scambierà con l'auto. Naturalmente, prima ancora di sedervi, avete già riflettuto sulle modifiche che andrebbero fatte al protocollo NFC per renderlo più sicuro, perché non sia mai che un sistema funzioni senza darvi almeno tre motivi per diffidarne. Entrate in auto col cellulare. Ma ancora prima di chiudere la portiera — se non si chiude la portiera — avete BISOGNO di prendere in mano il cellulare e collegarlo voi. Voi personalmente.
E non in maniera automatica, sia chiaro. Controllando singolarmente OGNI feature che state abilitando, verificando a quale parte dell'elettronica dell'auto accede, quali permessi chiede, quali dati scambia e, soprattutto, perché cazzo ne abbia bisogno. Quando avete collegato 155 app ad almeno 310 funzioni dell'automobile, finalmente potete allacciare la cintura.
Unica funzione, curiosamente, per la quale NON avete una app. A questo punto potete ascoltare musica e contemporaneamente leggere la pressione degli pneumatici mentre suonano i Rammstein. Che, del resto, era l'unico motivo per cui avevate davvero bisogno di collegare il cellulare all'auto.
Poi il vostro sguardo cade sull'uscita USB, che vi avrebbe permesso di ascoltare esattamente la stessa musica usando una chiavetta USB comprata alla Lidl per 3,50 euro. La osservate con sospetto. Perché è chiaramente un security bridge. Certo, per sfruttarlo bisogna prima riuscire a entrare fisicamente nell'automobile, cosa che nella maggior parte dei casi può succedere soltanto se voi siete d'accordo. Ma spostare il problema sul layer 8 non cambia il fatto fondamentale: quella è una porta aperta. E non c'è nemmeno fail2ban. Inconcepibile.
Mentre riflettete sul fatto che praticamente OGNI componente dell'automobile sia uno SPOF, un single point of failure non ridondato — il motore, per esempio, scandalosamente presente quasi sempre in una sola copia — siete finalmente pronti ad accendere l'auto.
Sono passati soltanto venticinque minuti. Uno dei passeggeri nel frattempo ha avuto un figlio. Un'auto plug&play, davvero. E i passeggeri non amano i Rammstein, per cui dovrete spegnere la musica. Passeggeri grunge di merda. Cariati.
Insomma, scherzi a parte, se torniamo allo spendere bene, non c'è alcuna ragione per spendere tutti quei soldi per integrare nell'automobile il tre per cento delle funzioni del mio cellulare, quando per ottenere lo stesso risultato posso semplicemente entrare in macchina con il cellulare in tasca.
Anche perché, se proprio vogliamo fare i moderni, c'è un particolare che sembra essere sfuggito a qualcuno: i miei DATI si trovano sul cellulare.
E non sono decisamente disposto a trasferirli nell'automobile per il piacere del meccanico dall'accento russo che tifa FSB, nota squadra di calcio russa.
Sul piano dello spendere bene, quindi, quei dieci o quindicimila euro in più che posso arrivare a pagare scegliendo un'automobile più premium, più connessa e più imbottita di elettronica a me, per questa parte dell'offerta, non danno praticamente niente. Ma proprio niente.
Il car infotainment, poi, secondo me è una delle più catastrofiche cagate della storia dell'automobile moderna.
Voi, come autisti, durante il viaggio al massimo ascolterete la radio, la musica, un podcast o seguirete il navigatore. Spero.
Rimane allora il passeggero.
Il passeggero adulto, molto spesso, è il vostro compagno o la vostra compagna, che dispone già di un cellulare e ha comunque come principale sistema di intrattenimento quello di scassarvi la minchia spiegandovi come dovreste guidare.
Poi ci sono i bambini.
Sempre coniugati al plurale dalle case. Ottimismo demografico.
Ed è qui che qualcuno deve essersi immaginato il trionfo dell'infotainment automobilistico: mettete uno schermo dietro, fate partire un cartone animato, e i bambini adoreranno la meravigliosa esperienza digitale progettata dagli ingegneri dell'automobile.
No.
Gli farà cagare a spruzzo. Spesso letteralmente, a seconda dell'età.
Perché se avete DUE o più bambini e un solo programma da mostrare, avete semplicemente costruito una macchina costosissima per produrre una guerra civile sul sedile posteriore. Ognuno vorrà il PROPRIO cellulare o il PROPRIO tablet, con il PROPRIO programma, il PROPRIO account e la PROPRIA roba. E ovviamente non sarà disposto a condividerlo con il fratello o la sorella. Come sarebbe a dire, condividere Instagram? Condividere qualcosa costruito appositamente per condividere cose?
Che pensiero pazzesco.
È una classica attività social: serve a condividere tutto col pianeta, purché naturalmente il fratello seduto trenta centimetri più in là non possa vedere un cazzo. Segreto militare.
Aha.
E infatti alcune case stanno già tornando, indirettamente, proprio a questa soluzione. BMW, per esempio, vende un supporto ufficiale per fissare nell'auto il tablet privato del passeggero, dichiarando esplicitamente che sostituisce il precedente sistema di rear-seat entertainment con monitor installati permanentemente. In pratica, dopo anni di evoluzione tecnologica, siamo arrivati al sofisticatissimo concetto di: portati il tablet da casa.
E c'è un'altra domanda.
Perché mai dovreste necessariamente scaricare film e programmi da Internet mentre siete in viaggio?
Una connessione 5G può funzionare benissimo anche in autostrada, ma durante un viaggio la qualità reale dipende da copertura, congestione e continui passaggi tra celle tra MSC, e altri apparati. Se invece avete già deciso cosa guardare, potreste mettere tranquillamente film e serie su una grossa chiavetta USB, su una scheda SD oppure su un piccolo dispositivo che li condivida sulla Wi-Fi interna.
Esistono router portatili Wi-Fi/4G/5G da poche decine di euro che fanno esattamente questo genere di cose, e alcuni permettono anche di condividere contenuti locali dalla memoria collegata.
Oppure, soluzione ancora più rivoluzionaria, scaricate prima i film direttamente sui tablet dei bambini.
Ma no.
Ci vuole il sistema di infotainment dell'automobile.
Quello che nessuno userà mai come immaginato nella presentazione aziendale, ma che i bambini immaginari dei figli del CEO della vostra casa automobilistica sicuramente adoreranno.
Ma il problema non è nemmeno criticare il prodotto.
Il problema è che sono soldi spesi male.
Io potrei anche comprarlo, diciamo, al suo valore. Cento euro, toh. Mi mettete dentro un piccolo Wi-Fi locale che condivide una chiavetta USB, qualche porta dove infilare la chiavetta con i film che SO piacere ai bambini, un bel DLNA, e abbiamo risolto.
Sono funzioni che fanno già dei router mobili Wi-Fi da cinquanta euro. Ma sono generoso: se me lo integrate bene nell'automobile, sono disposto a pagarvene cento.
A una condizione, però: se si rompe, me lo cambiate gratis, e soprattutto il resto dell'auto continua a funzionare come se niente fosse. Perché non ho alcuna intenzione di trasformare un giocattolo da cento euro in un componente critico di una macchina da decine di migliaia.
E la parte che si è persa è proprio questa:
la differenza tra spendere bene e spendere male.
Non sto dicendo che quella funzione sia inutile.
Sto dicendo che non vale quello che mi state chiedendo di pagare.
Ed è una differenza enorme.
Posso comprare il cellulare pieghevole. Va bene. Se insistete.
Ma io vi pago il valore che quella feature ha per me.
Dieci euro. Venti, toh.
Perché se con duemila euro posso comprare due cellulari normali e una custodia bicellulare, alla fine ho perfino ottenuto qualcosa che il pieghevole non mi dà: ridondanza totale. Se uno si rompe, ho ancora l'altro.
Raddoppiarmi il prezzo per una caratteristica che, tra cerniera, schermo flessibile e maggiore complessità meccanica, aumenta anche i possibili punti di rottura, onestamente, significa chiedermi di spendere male.
Al contrario, sono tranquillamente disposto a pagare il doppio una camicia flex che non devo stirare. Quello, per me, è valore. Mi risparmia tempo, fatica e una cosa che odio fare.
Ma un cellulare pieghevole?
No. Non al doppio del prezzo.
Perché non ha raddoppiato né la sua utilità né il suo valore per me. E con quei soldi ho parecchi altri modi, molto migliori, di comprare qualcosa che invece mi dia davvero il doppio del valore.
Personalmente archivio la fine dello spendere BENE alla voce americanizzazione della società: quel principio del cool before important che ormai tende a dilagare ovunque.
E non è affatto un problema di spendere TANTO contro spendere POCO. Ho comprato senza fiatare un'automobile dotata di un sistema EBS efficacissimo sulla neve, quando sistemi del genere erano ancora relativamente nuovi, e ho firmato l'assegno — all'epoca esistevano ancora — senza battere ciglio.
Costava.
Ma valeva tutti i soldi che costava.
Perché quella funzione modificava concretamente quello che l'automobile poteva fare per me, e soprattutto la sicurezza con cui poteva farlo.
L'infotainment dell'auto, invece?
Ve lo pago dieci euro. Venti, se proprio avete fatto un bel lavoro.
Ma non oltre. Il cellulare pieghevole è un gadget curioso. Posso persino capire che qualcuno lo desideri. Ma non vale quanto un PC portatile soltanto perché si piega. Posso pagarvi un cinque per cento in più per quella caratteristica, magari anche qualcosa di più se mi piace particolarmente. Ma non il doppio. Perché il punto dello spendere bene non è stabilire quanto posso permettermi di spendere. È stabilire quanto valore ricevo in cambio.
E qui secondo me entra in gioco anche una differenza culturale.
La società tedesca e quella italiana questa idea dello spendere bene ce l'hanno ancora abbastanza radicata. Non significa essere tirchi, né comprare sempre la cosa più economica. Significa essere disposti a spendere molto quando una cosa vale molto, e diventare improvvisamente avari quando qualcuno tenta di venderci una funzione spettacolare, modaiola e sostanzialmente inutile facendocela pagare come se avesse reinventato il fuoco.
Negli Stati Uniti, invece, questa barriera culturale mi sembra molto più debole. È il paese nel quale riesce a nascere un mercato per qualsiasi gadget capace di evitare un'attività che richiede sette secondi, e nelle cucine potete trovare macchine elettriche che sbucciano automaticamente la frutta. Il principio è semplice: se una cosa è nuova, automatica, connessa, digitale e possibilmente illuminata da qualche LED, allora deve essere migliore.
Qui in Europa il riflesso del “sì, ma a cosa cazzo mi serve?” sopravvive ancora.
E guarda caso, non sono necessariamente le automobili elettriche più costose, più lussuose e più imbottite di elettronica a trascinare il mercato. In Germania le elettriche stanno crescendo molto, ma i grandi volumi arrivano soprattutto da modelli relativamente normali: Skoda Elroq, Volkswagen ID.3, Enyaq, ID.7, ID.4, BMW iX1. Anche i costruttori premium stanno cercando di scendere verso automobili più compatte e razionali, perché evidentemente il mercato del mettiamoci dentro un tablet enorme e facciamogli pagare il futuro ha dei limiti.
Lo stesso vale per i cellulari pieghevoli.
Esistono da anni, hanno ricevuto investimenti enormi, pubblicità enorme e una quantità impressionante di attenzione giornalistica. Eppure restano ancora una nicchia. Un po' come la macchina per sbucciare la frutta. Non necessariamente inutili.
Semplicemente, per molta gente, soldi spesi male.
--
Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei
Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.net
XMPP: uriel@keinpfusch.net
vecchio blog: https://blog.keinpfusch.net
email: blog@keinpfusch.net