Sgretolamenti
È chiaro a tutti che il destino politico degli USA sia oggi sul palcoscenico, per via dello sgretolamento della democrazia e dello stato di diritto che avviene sotto gli occhi di tutti. Il problema è che non si nota uno sgretolamento ancora più possente, che riguarda un bastione su cui la democrazia si regge: l’informazione, e persino la propaganda.
Dopo le ultime uccisioni avvenute a Minneapolis, per esempio, sono girati in rete i video di quanto accaduto, che smentivano le versioni dell’ICE. Ma non appena l’ICE ha inventato le sue panzane, hanno cominciato a girare altri video, nei quali le vittime avevano assalito l’ICE, avevano armi, in alcuni video semplici pistole, in altri fake con l’Uzi; e penso che, tra un pochino, salteranno fuori filmati in cui questi avevano in tasca un cacciatorpediniere. Il che è preoccupante, se pensate che nessun poliziotto ha ricevuto un addestramento su come affrontare un cacciatorpediniere.
Il problema è che, al di sotto del livello democratico ed elettorale, si sta sgretolando qualcosa che, sebbene invisibile, è alla base del sistema: la fiducia in alcuni mass media, come il video e la fotografia.
È sin dai tempi di Mussolini, con i suoi cinegiornali, che l’esistenza di un filmato sull’attualità viene percepita come una prova di verità. Sebbene i video del duce che miete il grano per la “battaglia del grano” fossero chiaramente costruiti a fini propagandistici – e nessuno sano di mente può pensare che Mussolini facesse davvero gli stessi orari di un contadino medio – vedere al cinema il filmato del capo con la falce, per molti, significava “vedere la verità”.
Lo stesso riflesso condizionato sopravvive oggi nei tribunali, dove il video tende a essere trattato come sinonimo di verità e di “prova certa”, quasi fosse una forma di testimonianza oggettiva.
In pratica, però, se si va a guardare come stanno davvero le cose, la stragrande maggioranza dei filmati usati come prova – soprattutto in Italia – è talmente sgranata, offuscata o mal inquadrata che spesso non si riesce neppure a capire con sicurezza se l’imputato sia davvero l’imputato, o se stia facendo esattamente ciò che gli viene attribuito. Tuttavia, spesso basta che i giornali scrivano “c’è il video” perché l’opinione pubblica, quasi per riflesso, concluda: “oh, se c’è il video, allora c’è poco da dire”. Si parte cioè dall’assunzione che il video, di per sé, sia verità assoluta.
Oggi, però, il dibattito sta cambiando. Quello che noto in rete è che immagini e filmati cominciano a essere guardati con una presunzione di sospetto: va bene, hai il filmato, ma è reale o è stato generato con l’AI?
Prima due persone discutevano e le loro parole erano, per così dire, opinioni. Poi arrivavano gli elementi dirimenti – le prove – sotto forma di fotografie o video, e la questione si chiudeva lì. Oggi, invece, foto e video non dirimono più nulla, non sono più prove definitive.
Io dico che non c’era bisogno di sparare al tizio disarmato, e porto il video che lo mostra disarmato; qualcun altro esibisce le sue “prove” che il tizio ha estratto un cacciatorpediniere dalla tasca, e ha il video in cui il tizio estrae un cacciatorpediniere dalla tasca. E siamo di nuovo al punto di partenza: anche il video, oggi, è soltanto un’opinione.
Il problema che sto cercando di descrivere, però, non è “come faccio a dire la verità su internet”, perché della morte della verità si è parlato e straparlato. Il punto è un altro: la propaganda, per essere tale, ha bisogno di pretendere di essere verità.
Nel libro 1984, nelle discussioni tra Winston Smith e il suo torturatore, O Brien, il protagonista tenta disperatamente di aggrapparsi al concetto di verità cercando una “verità autoevidente”, che lui individua ingenuamente nella matematica di base. Sostiene che “due più due fa quattro” sia un esempio di verità autoevidente, qualcosa che nessun potere dovrebbe poter toccare.
Il suo torturatore, però, gli spiega – e glielo incide nella carne, oltre che nella mente – che in un sistema fideistico le persone vengono addestrate o persuase a non vedere più l’autoevidenza. In pratica, vedono ciò che viene loro detto di vedere, mettono la fede in qualcosa (nel Partito, in questo caso) prima della realtà stessa, fino al punto di credere davvero che due più due possa fare cinque.
Fino al punto di vedere che fa cinque.
Sinora, però, tutti si interrogano su quanto Winston Smith avesse bisogno che il risultato fosse “quattro”, senza mai chiedersi di quanto bisogno avesse il Partito che il risultato NON fosse quattro.
Entrambi, Winston Smith e O’Brien, hanno bisogno del concetto di realtà: stanno solo combattendo per decidere quale realtà debba valere, non se la realtà esista o no.
Ma per via della AI, siamo andati ben oltre.
Ovviamente il dibattito su quanto sia cognitiva – e quanto invece fideistica – la nostra percezione della realtà potrebbe andare avanti all’infinito, ma se davvero OGNI cosa diventa un’opinione, NON vince la propaganda. Possiamo dire, nello stesso istante, che se la verità è fideistica allora OGNI realtà è fideistica; e se OGNI realtà è fideistica, anche la propaganda si riduce a mera opinione, una voce fra le altre.
C’è sempre stata un’élite di pensatori che, di fronte a una “verità autoevidente” presentata online tramite foto e filmati, ricordava che immagini e video non sono più prove autoevidenti, ma era, appunto, l’élite. Le masse, invece, continuavano a ripetere che una prova è una prova, una foto è una foto, un video è un video.
Oggi, per quanto posso vedere, le masse cominciano a comportarsi come facevano le vecchie élites: non credono più nell’“autoevidenza” del video. Chi ha fede anti‑ICE prende per oro colato le immagini che mostrano un ICE colpevole; chi è di fede MAGA prende per oro colato i filmati in cui le vittime tirano fuori un cacciatorpediniere dalla tasca. E possiamo scommettere che, a parti invertite, sarebbero le sinistre a gridare che quel filmato è fatto con l’AI, e gli altri a giurare che è autentico.
Insomma, poiché la propaganda pretende di dire la verità, non si salva nemmeno la propaganda stessa: chi crede nel Partito pensa che due più due faccia cinque, chi non ci crede pensa che faccia quattro, ma le due posizioni finiscono per apparire sullo stesso piano, come semplici opinioni. In questo processo di sgretolamento, la scienza non viene vista come nemico perché contraddice la propaganda, ma perché propone un metodo che pretende di riportare almeno alcune prove – gli esperimenti – al rango di elementi dirimenti, cioè qualcosa che non puoi liquidare con un “è solo la tua opinione”.
Questo sgretolamento è un fenomeno importante, perché quando la realtà cessa di essere tale anche la propaganda cessa di essere tale; e se il fenomeno diventa di massa, stiamo toccando la politica alle sue radici. In generale, la democrazia non esiste come entità “in sé”: è una configurazione percettiva. Quando le persone non sanno chi davvero le comanda – come nel caso degli oligarchi della finanza – è molto più semplice convincerle che si stanno gestendo da sole e che nessuno le comanda.
Ovviamente, per giustificare il fatto che la democrazia sia “l’illusione migliore”, viene portata come prova la “libertà”, che a sua volta è qualcosa di profondamente cognitivo. Se per avere il minimo per vivere devi fare due lavori, come accade spesso negli USA, e non hai tempo per nulla, è difficile sostenere che tu sia davvero “libero”; ma, dall’altro lato, il solo fatto di poter parlare o scrivere un blog viene esibito come prova di questa libertà.
Quello che non si coglie è che, alla fine, le diverse classi sociali vivono la libertà in modo radicalmente diverso: se per la massa la libertà consiste nel poter scegliere la salsa di pomodoro che preferisce, per i ceti alti la libertà è quella di rendere tossico il pomodoro e guadagnarci di più. Una volta convinte le persone della bontà di questa truffa – cui credono perché, se non credessero di comandarsi da sole col voto, dovrebbero chiedersi chi le comanda davvero – diventa necessario che affermazioni come “tu sei libero” o “tu partecipi alle politiche nazionali attraverso il voto” appaiano REALI.
Ma se anche la realtà si sgretola, perché tutto, ma proprio tutto, diventa opinione, e questo accade alle masse, allora cambia tutto. In quel momento la scienza non viene percepita come nemico perché contraddice la propaganda, ma perché propone un metodo che pretende di riportare almeno alcune prove – gli esperimenti – allo status di elementi dirimenti, qualcosa che interrompe il flusso delle narrazioni e non può essere liquidato come “solo la tua opinione”.
Andiamo sul concreto. Come funziona la democrazia come illusione? È una piramide a tre livelli.
- Esiste una realtà documentabile, mediante foto, filmati e altre tecniche di indagine giornalistica.
- I giornali, se sono “liberi”, sgameranno sempre i politici cattivi, portando prove dirimenti della loro cattiva condotta.
- Per questo, il cittadino potrà sempre votare per i politici “buoni”.
Finora le dittature hanno sempre agito sullo strato 2, perché prendendo il controllo della stampa, mediante la propaganda, era possibile evitare di essere “sgamati”.
Lo scopo del controllo del giornalismo e della stampa non è solo evitare che il dittatore venga colto mentre fa porcherie: il dittatore ha anche bisogno di apparire buono. Il significato della bugia è proprio questo: pretende di essere vera. Se giro con i soldi del Monopoli in tasca, nessuno mi accuserà mai di spacciare denaro falso, perché i soldi del Monopoli non pretendono di essere veri. Sono le banconote false a pretendere di essere vere. Il problema comincia quando OGNI banconota viene vista come “soldi del Monopoli”.
Non hanno mai toccato davvero il livello 1, perché demolendo la fede nella realtà documentabile si ottengono masse che non credono a nulla; e se non credono a NULLA, non credono nemmeno nel Duce, per usare un eufemismo.
Ma ora sta accadendo, per via dell’AI, che lo strato 1 si stia corrodendo.
Ma se il dittatore ha bisogno di una SUA verità, uno stato di cose in cui “non esiste nessuna verità” non gli è utile: quando niente è vero, nemmeno la propaganda è vera. Non so, onestamente, se la perdita di fiducia nelle fonti documentali sia un bene o un male; di certo, però, se masse sempre più grandi si abituano a pensare che fotografie e filmati siano solo opinioni, la politica come la conosciamo deve cambiare, e con essa la stampa come la conosciamo.
Quello che vedo nascere è qualcosa che non si era mai visto prima. Non si parla più di “ricerca della verità”, semplicemente perché nessuno è più davvero convinto che, al di fuori della propria esperienza sensoriale immediata, esista una verità documentabile. E mano a mano che questa convinzione si diffonde, diventa impossibile sapere come andrà a finire. Né è possibile prevedere chi, alla fine, ne trarrà vantaggio.
Sarebbe ora, però, che di questo fenomeno si cominciasse a parlare apertamente.