Servizi IT, UE vs USA
Lavorando su un progetto finanziato dalla UE, nel campo della Digital Sovereignty, sto imparando un po' «come funziona, visto da dentro». E da quel momento, quando mi dicono che la UE «è molto indietro», oppure leggo tutti gli articoli che diversi giornalisti piscialetto scrivono sull'argomento, sto cominciando ad innervosirmi. Perché è vero che esiste un gap, ed è vero che stiamo lavorando come matti per ridurlo. Ma il problema è che il gap non è quello descritto dai vari giornalisti. Così ho deciso di spiegare un attimo come funziona la cosa, giusto per cercare di mettere in circolazione UN MINIMO di informazione su quello che la UE sta DAVVERO cercando di fare.
Il concetto di gap, cioè quanto manca per arrivare a X, si definisce come la differenza tra X e lo stato attuale.
Il primo problema di chi calcola il famoso «gap con gli USA» è quindi piuttosto semplice: considera X, cioè il punto di arrivo, come lo stato attuale degli Stati Uniti.
E da questa assunzione iniziale discende poi tutta una serie di errori logici che, passando per think tank, consulenti e comunicati vari, finisce regolarmente sulle pagine dei giornali.
Il GAP tra UE e USA, se lo definite in questo modo, rimarrà SEMPRE.
Per la semplice ragione che la UE non può — prima di tutto per ragioni politiche, istituzionali e di struttura del mercato — diventare una copia degli Stati Uniti sul piano dell'industria IT.
E soprattutto non sembra nemmeno essere questo il punto di arrivo che l'Unione si sta dando.
Per capirci.
La UE è fatta di 27 nazioni, ciascuna con una propria economia, un proprio sistema industriale, interessi nazionali e una propria sensibilità politica.
Supponiamo di voler replicare banalmente il modello americano del cloud, creando due attori enormi, qualcosa di equivalente, diciamo, ad Azure e AWS.
Questi due attori sarebbero aziende. E le aziende, persino quando operano su scala continentale, hanno una sede, un centro decisionale, una proprietà, una fiscalità, un ecosistema industriale attorno e inevitabilmente un luogo nel quale una parte importante del valore economico prodotto finisce per concentrarsi.
Diciamo allora che i quartier generali dei nostri due ipotetici colossi europei si trovino nella nazione X e nella nazione Y.
Se X e Y fossero due grandi economie europee, diciamo due paesi del top 3 del PIL della UE, gli Stati più piccoli avrebbero immediatamente il problema di trovarsi tecnologicamente dipendenti da aziende enormi concentrate nelle economie già dominanti.
Avremmo cioè costruito, dentro l'Unione, qualcosa che assomiglia molto al problema dal quale stiamo cercando di uscire: una dipendenza strutturale da pochissimi fornitori giganteschi, semplicemente sostituendo Seattle o Redmond con qualche città europea.
Non sarebbe esattamente un trionfo della sovranità digitale.
Se invece X e Y fossero due nazioni relativamente piccole, succederebbe probabilmente il contrario: le grandi economie europee avrebbero tutto l'interesse economico, industriale e politico a finanziare concorrenti nazionali capaci di ridurre quella dipendenza.
Insomma: un modello costituito da pochissimi giganti, sul modello americano, nella UE incontra PRIMA DI TUTTO un problema POLITICO.
Questo non significa che in Europa sia impossibile far nascere aziende gigantesche. Significa qualcosa di diverso: che un mercato digitale europeo strutturato esattamente come quello americano non è uno stato finale particolarmente plausibile, e soprattutto non è l'unico possibile metro con cui misurare il successo.
Anzi, le politiche europee più recenti sul cloud parlano esplicitamente di interoperabilità, portabilità, concorrenza, infrastrutture federate, edge computing e riduzione della dipendenza da pochi fornitori extra-UE. Persino l'infrastruttura Telco-Edge-Cloud che la Commissione ha finanziato nel 2026 viene descritta esplicitamente come federata, non come il tentativo di fabbricare artificialmente un «AWS europeo».
E questa non è una sottigliezza terminologica.
È un'architettura industriale differente.
Lo stesso vale per la AI.
Anche qui il dibattito giornalistico tende a fare una classifica abbastanza infantile: OpenAI vale tot, Google vale tot, Anthropic vale tot, quindi dov'è «la OpenAI europea»?
E se non c'è una società europea identica, con la stessa capitalizzazione, lo stesso numero di GPU e la stessa capacità di bruciare miliardi, allora l'Europa sarebbe automaticamente «indietro».
Ma ancora una volta si sta scegliendo arbitrariamente il modello americano come unità di misura.
La strategia europea attuale comprende certamente infrastrutture enormi: la Commissione ha avviato 19 AI Factories in 16 Stati membri, accompagnate da ulteriori AI Factory Antennas, e sta lavorando alla creazione di un massimo di cinque AI Gigafactories, con circa 20 miliardi di euro previsti per mobilitarne la realizzazione. Quindi non è affatto vero che l'Europa abbia deciso di giocare soltanto con piccoli laboratori universitari e Raspberry Pi.
Ma anche qui il modello è diverso.
L'obiettivo dichiarato comprende accesso condiviso alla capacità di calcolo, sviluppo di un ecosistema industriale europeo, infrastrutture distribuite tra gli Stati membri, maggiore autonomia tecnologica e riduzione della dipendenza da fornitori non europei. Nel giugno 2026 la Commissione ha persino presentato un nuovo pacchetto sulla European Technological Sovereignty che mette insieme cloud, AI, semiconduttori e open source precisamente sotto questa logica.
E tutto questo avviene contemporaneamente ad una politica della concorrenza che considera esplicitamente problematico il potere dei grandi gatekeeper digitali e cerca di mantenere i mercati contendibili. Il DMA nasce precisamente dentro questa filosofia.
Quindi immaginare come obiettivo finale dell'Europa la creazione di quattro o cinque mostri monopolistici europei identici a quelli americani, e poi misurare il nostro «ritardo» contando quanti di questi mostri abbiamo già prodotto, significa probabilmente misurare la distanza dalla destinazione sbagliata.
Per capire meglio la difficoltà politica, immaginate per un momento di avere in Europa, che so io, in Francia, un Elon Musk della situazione.
Pomposo. Presuntuoso. Cialtrone. Sprezzante e stupido.
E adesso immaginate che Monsieur le Musk, dalla Francia, cominci a fare contro il vostro paese qualcosa di simile a quello che Musk ha fatto nella politica europea.
Che cominci ad usare il proprio media per influenzare le vostre elezioni. Che sostenga apertamente un partito politico del vostro paese, che ne amplifichi i messaggi, che intervenga durante la campagna elettorale, magari comparendo persino ai suoi eventi. Musk lo ha fatto davvero durante la campagna elettorale tedesca del 2025: ha sostenuto pubblicamente AfD, ha ospitato Alice Weidel su X invitando i tedeschi a votarla ed è apparso in video ad un evento elettorale del partito.
Che mandi i suoi uomini, i suoi consiglieri, i suoi contatti politici a costruire relazioni con partiti locali. Che utilizzi la propria enorme capacità di amplificazione per spostare l'agenda politica e alterare il peso relativo delle diverse voci nel dibattito pubblico.
Non sto dicendo, attenzione, che Musk possa magicamente decidere il risultato di un'elezione. Anzi, le analisi disponibili sulla Germania non dimostrano affatto che abbia determinato il risultato elettorale. Il punto è diverso: un proprietario privato di una grande infrastruttura mediatica può decidere di entrare personalmente nella politica di un altro paese, usando contemporaneamente denaro, notorietà e controllo della piattaforma. Ed è esattamente questo che ha prodotto il dibattito sull'interferenza di Musk nella campagna tedesca.
Ma stavolta immaginiamo che non sia americano.
Stavolta è francese.
E magari voi siete tedeschi. O italiani. O polacchi. O spagnoli.
Sareste davvero disposti a lasciar correre in nome dell'«Unità Europea» un comportamento simile?
Perché quando il miliardario è americano la faccenda, paradossalmente, sembra più semplice da raccontare. Negli Stati Uniti Musk può accumulare un'enorme influenza politica e qualcuno può persino interpretarla come la solita storia americana del miliardario di successo che cerca di trasformare il proprio potere economico in potere politico.
Ma trasferite la stessa dinamica dentro l'Europa.
Immaginate un miliardario francese proprietario di una piattaforma usata da milioni di tedeschi che decide chi sostenere alle elezioni tedesche.
Oppure un miliardario tedesco che usa il proprio social network per spiegare agli italiani quale partito debbano votare.
Oppure uno spagnolo che comincia a finanziare, amplificare e promuovere movimenti politici polacchi perché il governo di Varsavia non gli piace.
A quel punto la questione cambia immediatamente natura.
Non avete più soltanto una concentrazione di mercato.
Avete una concentrazione transnazionale di potere politico privato.
Ed è qui che il modello americano dei giganteschi campioni tecnologici diventa politicamente molto più difficile da riprodurre nell'Unione Europea. Perché NESSUNO vorrebbe davvero trovarsi con un miliardario di un altro Stato membro capace di fare il bello e il cattivo tempo nella propria politica nazionale.
Nessuno.
E questa è precisamente una delle difficoltà politiche della UE che, personalmente, considero salutare.
La UE è fatta di 27 Stati.
Ventisette governi, ventisette sistemi politici, ventisette opinioni pubbliche, ventisette storie nazionali e soprattutto ventisette paesi che hanno deciso di stare insieme a condizione che nessuno possa pisciare davvero in testa agli altri.
Questa struttura rende molte cose esasperantemente lente.
Rende difficile concentrare rapidamente quantità mostruose di capitale.
Rende difficile costruire un singolo centro decisionale continentale.
Rende difficile produrre il classico «campione nazionale» e poi lasciarlo crescere sino a diventare così potente da dettare le condizioni al resto del mercato.
Ma forse questa non è semplicemente una debolezza.
Forse è anche uno dei meccanismi attraverso i quali l'Europa impedisce che una potenza economica privata, nata casualmente dalla parte giusta di una frontiera interna, finisca per trasformarsi in una potenza politica sopra le altre ventisei.
E quindi, quando qualcuno mi mostra Microsoft, Google, Meta, Amazon, Musk e compagnia e domanda:
«Perché l'Europa non ha prodotto la stessa cosa?»
una delle risposte possibili è:
perché non è affatto ovvio che vogliamo produrre la stessa cosa.
E questo è il motivo OVVIO per il quale il punto di arrivo della politica europea sul cloud, sulla AI e in generale sull'infrastruttura digitale non può semplicemente essere una copia della situazione americana.
Qui però bisogna fare una precisazione.
Non è vero che il commissario europeo alla concorrenza interverrebbe necessariamente MOLTO PRIMA che un'azienda diventi grande quanto Amazon, Azure o OpenAI. Essere giganteschi, di per sé, non è vietato. Anzi: oggi la UE sta spendendo parecchi soldi proprio per creare aziende e infrastrutture europee capaci di raggiungere una scala molto maggiore di quella attuale.
Il problema arriva quando la scala produce dominanza, lock-in, dipendenza strutturale e capacità di chiudere il mercato agli altri.
Ed è qui che la differenza diventa interessante.
Per come viene gestita oggi la questione della sovranità informatica europea, il desiderata non sembra essere:
dobbiamo avere UN Amazon europeo, UN Microsoft europeo e UNA OpenAI europea.
Assomiglia molto di più a:
per ogni funzione importante dobbiamo avere più fornitori europei credibili, possibilmente distribuiti tra diversi paesi, interoperabili e sostituibili tra loro.
La mia maniera di riassumerlo, che non è una regola scritta da qualche parte ma rende abbastanza bene l'idea, è questa: un cittadino o un'azienda europea dovrebbero poter trovare almeno una scelta ragionevolmente locale e altre due o tre scelte europee, senza essere obbligati a consegnarsi ad un unico gigante.
E se guardiamo quello che sta succedendo, il panorama comincia effettivamente ad assomigliare a questo.
Cloud
Prendiamo il cloud.
In Francia esistono OVHcloud e Scaleway.
In Germania ci sono IONOS Cloud e STACKIT, la piattaforma cloud di Schwarz Digits, cioè il braccio digitale del gruppo Schwarz, quello di Lidl e Kaufland. STRATO rimane poi un grande attore tedesco nell'hosting, nei server, nella mail e nello storage, anche se oggi appartiene allo stesso gruppo IONOS e quindi non costituisce un concorrente industrialmente indipendente da IONOS.
In Italia c'è Aruba, che non è soltanto quello presso cui vostro cugino ha comprato il dominio nel 2007: possiede propri data center, offre cloud, hosting, mail, PEC e infrastrutture AI, e si presenta esplicitamente come operatore europeo sovrano.
In Spagna c'è Arsys, che partecipa direttamente all'IPCEI-CIS; è però parte del gruppo IONOS, quindi anche qui bisogna distinguere tra presenza locale e indipendenza societaria.
In Polonia troviamo, fra gli altri, Oktawave, anch'essa coinvolta nei progetti europei di nuova generazione cloud-edge.
In Belgio c'è Proximus.
In Lussemburgo POST Luxembourg.
E la cosa interessante è che non sto facendo un elenco di aziende che Bruxelles guarda da lontano sperando che sopravvivano.
La Commissione ha appena assegnato un (altro) contratto da 180 milioni di euro per cloud sovrano europeo a quattro offerte: STACKIT dalla Germania, Scaleway dalla Francia, POST Luxembourg con OVHcloud e Clever Cloud, e Proximus con un consorzio di partner.
E ancora più importante è IPCEI-CIS, il grande progetto europeo Cloud Infrastructure and Services.
Sette Stati membri possono metterci fino a 1,2 miliardi di euro di denaro pubblico, ai quali dovrebbero aggiungersi circa 1,4 miliardi di investimenti privati.
Per fare cosa?
Non per costruire «AWS ma con la bandiera europea».
La descrizione ufficiale parla del primo ecosistema europeo di elaborazione dati interoperabile, apertamente accessibile e multi-provider, dal cloud fino all'edge: infrastrutture distribuite, federate e capaci di lavorare insieme. IONOS, per esempio, riceve finanziamenti per tecnologie destinate alla gestione di workload distribuiti tra cloud ed edge; Arsys lavora dalla Spagna allo stesso progetto; OpenNebula sviluppa il livello open source destinato precisamente alla federazione e alla portabilità dei workload.
Questa cosa ha persino un nome, oggi: 8ra.
Il concetto è che un domani voi possiate avere il vostro workload su un provider tedesco, spostarlo o distribuirlo su uno francese, usare capacità italiana o spagnola, senza dover riscrivere metà dell'azienda perché avete deciso di lasciare il padrone precedente.
E infatti il Data Act europeo contiene obblighi specifici per facilitare switching e portabilità tra cloud provider.
Questo è quasi l'esatto contrario del modello del gigantesco silo proprietario.
Intelligenza artificiale
Con la AI la struttura che sta emergendo è simile, ma ancora più evidente.
La Francia ha Mistral AI, che ormai è senza dubbio uno dei principali attori europei del settore. È una società francese indipendente con sede a Parigi e sta costruendo in Francia anche capacità di calcolo propria su scala molto importante.
La Germania ha Aleph Alpha, oggi fortemente integrata nell'ecosistema Schwarz Digits: PhariaAI viene offerta direttamente sopra STACKIT.
L'Italia ha realtà come iGenius e, su un altro piano, Engineering con la propria architettura IS-IA, costruita attorno a EngGPT 2 e presentata esplicitamente come piattaforma italiana di AI sovrana.
E contemporaneamente OVHcloud ha annunciato di voler addestrare propri frontier model, quindi persino la distinzione fra «cloud provider» e «azienda AI» sta già cominciando a sfumare.
Ma sopra questi campioni nazionali sta crescendo un'altra infrastruttura che è tipicamente europea.
Ci sono ormai 19 AI Factories distribuite in 16 Stati membri, costruite attorno alla rete EuroHPC, che devono mettere GPU, supercomputer, dati e competenze a disposizione di startup, università e aziende.
E sopra queste la UE sta costruendo fino a cinque AI Gigafactories, con strutture progettate per superare i 100.000 acceleratori AI ciascuna e con decine di miliardi di investimenti previsti.
Ancora una volta: non UNA gigantesca OpenAI europea.
Un'infrastruttura continentale distribuita sulla quale possono crescere Mistral, Aleph Alpha, aziende italiane, spagnole, polacche, startup che ancora non esistono e magari qualche futuro mostro che oggi lavora in uno sgabuzzino con quattro GPU.
E qui si vede bene la differenza tra scala e centralizzazione.
La UE vuole la scala.
Eccome se la vuole.
Quello che cerca di evitare è che tutta quella scala appartenga necessariamente ad UN SOLO padrone.
Hosting, domini e posta elettronica
Se scendiamo di livello e andiamo verso servizi molto più quotidiani, la cosa è già visibile da anni.
Un tedesco può comprare dominio, hosting e mail da IONOS, STRATO, Tuta o mailbox.org.
Un italiano ha Aruba, che offre tutto il percorso dal dominio alla posta elettronica, dalla PEC al cloud.
Un francese dispone di OVHcloud e di diversi operatori locali.
Un belga ha Mailfence, che offre posta, calendario, contatti e documenti.
E un cittadino di uno qualsiasi di questi paesi può tranquillamente comprare il servizio da uno degli altri.
Quindi il tedesco non è costretto ad usare il tedesco.
Può usare l'italiano.
L'italiano può usare il francese.
Il francese può usare il tedesco.
E tutti e tre possono cambiare idea.
Per la posta privata esiste persino una costellazione abbastanza interessante di operatori europei specializzati nella privacy: Tuta in Germania e Mailfence in Belgio, per esempio. Proton viene spesso inserita nello stesso gruppo culturale e tecnologico, ma va ricordato che è svizzera: europea geograficamente, NON appartenente alla UE.
Ed è proprio qui che bisogna stare attenti alla parola «locale».
Locale non deve significare:
ogni nazione deve ricostruirsi Google da zero.
Sarebbe stupido, costosissimo e probabilmente impossibile per molti dei 27 Stati.
Il modello sensato è avere alcuni poli nazionali forti e, attorno a loro, abbastanza concorrenti europei perché nessuno diventi indispensabile.
Software e collaboration
Lo stesso principio comincia ad apparire anche nello strato software.
Schwarz Digits, per esempio, ormai non vende soltanto STACKIT.
Sta costruendo un vero stack: cloud STACKIT, Aleph Alpha per la AI, sicurezza informatica, Wire per la messaggistica sicura e Workspace by STACKIT per gli strumenti di produttività.
Questo significa che in Germania sta nascendo qualcosa che comincia vagamente ad assomigliare, per ampiezza dello stack, ad un concorrente locale delle grandi piattaforme americane.
Ma contemporaneamente esistono aziende francesi, italiane, belghe, spagnole e di altri paesi che coprono pezzi sovrapposti dello stesso stack.
Ed è precisamente la sovrapposizione ad essere importante.
Perché se STACKIT diventa bravissima, bene.
Se diventa enorme, ancora meglio.
Se diventa così enorme che non potete più vivere senza STACKIT, allora abbiamo ricreato il problema.
Cybersecurity
Lo stesso fenomeno esiste nella cybersecurity.
In Francia ci sono aziende come Thales e una vasta industria della sicurezza.
In Germania Schwarz Digits possiede XM Cyber, oltre ad avere costruito un ecosistema attorno a STACKIT.
In Italia esistono Leonardo e decine di fornitori specializzati.
Poi queste aziende operano anche negli altri paesi europei.
Ancora una volta non esiste necessariamente «la CrowdStrike europea».
Esiste, o dovrebbe esistere sempre di più, un mercato europeo nel quale diversi attori europei sono abbastanza grandi da fornire gli stessi clienti e nessuno può presentarsi dicendo: senza di me spegnete tutto.
Ed è questa, secondo me, la parte che viene capita meno quando si parla del famoso «ritardo europeo».
Se il metro di misura è:
quanti AWS abbiamo?
la risposta europea sarà sempre deprimente.
Se il metro diventa:
quante infrastrutture indipendenti abbiamo, quanto sono interoperabili, quanto facilmente possiamo cambiare fornitore, e quanta parte dello stack possiamo controllare senza chiedere permesso fuori dalla UE?
allora state misurando un'altra cosa.
E questa seconda cosa assomiglia molto di più a ciò che Bruxelles chiama oggi Digital Sovereignty.
Il Cloud and AI Development Act proposto nel giugno 2026 lo rende abbastanza esplicito: l'obiettivo è almeno triplicare la capacità dei data center europei nei prossimi cinque-sette anni, aumentare la capacità europea nel cloud e nella AI e contemporaneamente creare un quadro comune europeo per valutare la sovranità dei fornitori.
Quindi no: la strategia non consiste nel rassegnarsi ad essere piccoli.
Consiste nel diventare grandi senza diventare dipendenti da uno solo.
E questa differenza, che sembra una sottigliezza, cambia completamente il significato della parola GAP.
E questo è il mio punto.
Se per voi essere diversi dagli Stati Uniti, e non voler costruire un sistema nel quale cinque o sei oligarchi tecnologici possano accumulare abbastanza potere economico, mediatico e politico da condizionare direttamente la vita democratica, significa essere «indietro», allora prima dovete chiedervi una cosa: volete davvero andare dove sono andati gli Stati Uniti?
Oppure volete andare da qualche altra parte?
Perché se volete andare da qualche altra parte, ALLORA il famoso GAP non può più essere misurato prendendo gli Stati Uniti come punto di arrivo.
Dovete prima stabilire dove volete arrivare, e soltanto dopo misurare la distanza tra quel punto e dove siamo oggi.
E potreste avere delle piacevoli sorprese.
Una delle sorprese, per esempio, è che una parte importante dei finanziamenti europei sulla sovranità digitale non serve affatto a costruire capannoni pieni di server.
Naturalmente i finanziamenti alle infrastrutture fisiche esistono eccome: data center, supercomputer EuroHPC, AI Factories, reti edge, semiconduttori e capacità di calcolo sono una parte importante della strategia europea.
Ma una quantità enorme del lavoro riguarda il software necessario a fare funzionare insieme queste infrastrutture.
Ed è perfettamente logico.
Perché se il vostro obiettivo fosse semplicemente costruire «AWS europeo», basterebbe costruire dei data center giganteschi, comprare montagne di GPU, scrivere uno stack proprietario e mettere un cancello intorno a tutto.
Se invece volete costruire un sistema nel quale STACKIT, OVHcloud, Scaleway, Aruba, IONOS e gli altri possano costituire parti di una vera infrastruttura europea, allora il problema più difficile non è più soltanto avere abbastanza ferro.
È fare in modo che il software non trasformi ogni infrastruttura in un'isola.
Ed è esattamente il problema che la Commissione dichiara di voler affrontare.
L'IPCEI-CIS, per esempio, non viene descritto come un programma per costruire semplicemente altri data center. Il suo obiettivo ufficiale è creare un ecosistema europeo di elaborazione dei dati interoperabile, apertamente accessibile e multi-provider, dal cloud fino all'edge.
Ed è qui che cominciano i problemi interessanti.
Supponiamo che io abbia una workload su un cloud europeo.
La macchina virtuale, o il container, è quasi il problema facile.
- Devo poter spostare i dati.
- Devo poter spostare la configurazione.
- Devo poter ricreare networking, identity e policy.
- Devo poter ricostruire le dipendenze.
- Devo avere API sufficientemente compatibili.
- Devo poter trasferire o ricreare in sicurezza certificati, credenziali, chiavi, token e tutto ciò che permette all'applicazione di funzionare.
E soprattutto devo poter fare queste cose senza che il costo tecnico dello spostamento sia così alto da rendere puramente teorica la possibilità di cambiare cloud.
Questa non è una mia interpretazione particolarmente creativa. Il Data Act europeo dice esplicitamente che i clienti dei servizi cloud ed edge devono poter passare da un provider all'altro in maniera efficace e che devono essere sviluppati standard armonizzati e specifiche aperte di interoperabilità. La Commissione cita persino strumenti capaci di trasferire workload fra tecnologie di virtualizzazione diverse.
Quindi il GAP, molto spesso, sta proprio nel software intermedio.
- Sta negli orchestratori.
- Sta nelle API.
- Sta nei sistemi di identity.
- Sta nella gestione delle policy.
- Sta nei sistemi di secret management.
- Sta nelle astrazioni sopra il networking.
- Sta negli strumenti per trasferire workload e dati.
- Sta nei formati comuni.
- Sta nei middleware che permettono a sistemi costruiti da aziende differenti di riconoscersi e lavorare insieme.
Per questo uno dei progetti europei più interessanti è Simpl, un middleware open source finanziato dalla UE il cui scopo dichiarato è precisamente permettere federazioni cloud-to-edge e fornire il software comune sul quale possono funzionare i Data Spaces europei.
E ci sono progetti IPCEI che fanno esattamente questo ad altri livelli.
SAP, per esempio, con ApeiroRA, lavora ad un blueprint di riferimento aperto per un'infrastruttura cloud-edge di nuova generazione. Altri progetti sviluppano API indipendenti dalla piattaforma, orchestrazione distribuita, gestione dei workload e software destinato precisamente a rendere possibile quel famoso cloud-edge continuum che altrimenti rimarrebbe una bella espressione da PowerPoint.
E poi ci sono componenti meno spettacolari, ma assolutamente indispensabili.
Prendiamo i secrets.
Se un'applicazione cifra dei dati, usa certificati TLS, password per database, API key, credenziali dinamiche o chiavi di cifratura, non basta copiare i suoi file dal cloud A al cloud B.
Bisogna assicurarsi che possa ottenere nuovamente quelle credenziali, con le stesse garanzie di sicurezza, senza infilare le chiavi in un file ZIP e mandarle per posta.
Serve quindi uno strato di gestione dei secrets e delle chiavi che non sia legato indissolubilmente ad un singolo hyperscaler.
Un esempio concreto è OpenBao, il fork open source di Vault oggi gestito sotto OpenSSF. OpenBao offre secret management, PKI e encryption as a service, e supporta scenari distribuiti fra cloud e data center. Una parte dello sviluppo viene svolta da sviluppatori SAP ed è finanziata attraverso fondi europei NextGenerationEU.
Ed è interessante anche perché mostra quanto poco cinematografica sia, in realtà, una parte della sovranità digitale.
Non sempre significa costruire una fabbrica di chip da dieci miliardi.
A volte significa che qualcuno deve scrivere bene il pezzo di software che gestisce una chiave crittografica.
Oppure il plugin che parla con un HSM.
Oppure il sistema che consente ad una PKI di sopravvivere allo spostamento di un'applicazione.
Oppure l'interfaccia comune attraverso la quale due infrastrutture differenti possono scambiarsi ciò che serve senza che il cliente debba riscrivere tutto.
OpenBao, per esempio, è già integrato con OpenStack, con infrastrutture OVHcloud e con HSM di fornitori europei come Utimaco. Non perché OpenBao sia «la soluzione europea ai vault», ma perché è un buon esempio del tipo di mattone open source che rende materialmente possibile un ambiente multi-cloud.
E ce ne sono moltissimi altri.
Perché quando dite:
«voglio poter cambiare cloud»
state facendo una richiesta enorme.
- Dovete poter cambiare storage.
- Compute.
- Networking.
- DNS.
- Identity.
- Secrets.
- Logging.
- Monitoring.
- Policy.
- Database.
- Container registry.
- Message queue.
- API gateway.
E magari dovete farlo senza fermare il servizio.
La portabilità non è quindi un bottone con scritto EXPORT TO EUROPE.
È un'intera industria del software.
Ed è precisamente per questo che la nuova strategia europea sull'open source non considera l'open source una simpatica attività per programmatori coi sandali, ma una componente della sovranità tecnologica. La Commissione stima che in Europa esistano già oltre 500 aziende commerciali open source attive in settori come cloud, cybersecurity, dati e sistemi industriali, e nel 2026 ha indicato esplicitamente l'open source come uno degli strumenti con cui ridurre dipendenze tecnologiche e rafforzare la resilienza europea. Ed ecco quindi un altro errore abbastanza sistematico quando si misura il famoso GAP.
- Si contano i data center.
- Si contano le GPU.
- Si contano gli LLM.
- Si contano le capitalizzazioni.
E tutte queste cose sono importanti.
Ma se il sistema europeo che vogliamo costruire è federato, allora una parte del GAP sta necessariamente in una montagna di software che nessun giornalista metterà mai in copertina.
Il software che permette al pezzo francese di parlare con quello tedesco.
A quello tedesco di essere sostituito da quello italiano.
A quello italiano di usare capacità di calcolo spagnola.
E al cliente di poter mandare tutti al diavolo e cambiare fornitore senza dover demolire la propria infrastruttura.
In altre parole, se il punto di arrivo è un ecosistema europeo grande, distribuito, interoperabile e sostituibile, allora non siamo semplicemente in ritardo nella corsa verso AWS.
Stiamo correndo un'altra gara.
E soltanto dopo aver capito quale gara stiamo correndo ha senso chiedersi quanto siamo indietro.
Sta a voi chiedervi se volete Elon Musk o no.
E ricordarvi che dietro un Elon Musk ci sono sempre dieci Epstein.
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