[SciFI] Worldbuilding e Society building
Nello scrivere di #SciFi, come ho detto nello scorso thread, ho dovuto inventare due cose. Che sono necessarie, quando arrivano specie che sono aliene, o solo diverse da noi. L'esercizio quindi si fonda su due concetti. Il Worldbuilding e il SocietyBuilding Prima di continuare, quindi, vi avviso: #spoiler. Se intendevate comprare ANNO XIII o anno XIX, ci sono alcuni spoiler, o almeno, mostro come ho ideato sia l'ecosistema che la societa'. Cioe', il perche' le cose devono andare circa cosi'.
So benissimo che quanto segue farà inorridire i biologi, ma chissenefrega. Lo fa anche Frank Herbert, e i suoi vermi non hanno senso nemmeno meccanicamente, perché l’attrito dovrebbe fondere la sabbia. Ops.
Quindi ok. Partiamo dal tema dominante di questo ecosistema.
Come aumento l’energia disponibile?
Un ecosistema terrestre su un’isola, diciamo la Sicilia, assorbe energia principalmente dal Sole. Se voglio aumentare la quantità di energia in gioco, devo espandere lo spettro utile degli organismi fotosintetici: non soltanto luce visibile, ma anche rosso profondo e near infrared.
La prima candidata è la BChl a, batterioclorofilla presente per esempio in Rhodobacter sphaeroides. Nei reaction center batterici la resa quantica della fotochemistry può arrivare attorno a 0.98: non significa che l’intero organismo trasformi il 98% della luce in biomassa, ma che il primo evento fotochimico, una volta assorbito il fotone utile, è estremamente efficiente.
Per spingermi più lontano nel near infrared aggiungerei BChl b, presente per esempio in Blastochloris viridis. Qui il vantaggio non è tanto dire “è più efficiente”, quanto dire “vede più lontano”: il suo sistema antenna può assorbire oltre i 1000 nm, cioè in una zona dello spettro che le piante terrestri normali sfruttano poco o nulla.
Infine aggiungerei chlorophyll f, detta anche 2-formyl chlorophyll a. Non è una batterioclorofilla, ma una clorofilla far-red trovata in alcuni cianobatteri. Serve ad allungare ancora lo spettro utilizzabile, soprattutto in ambienti dove la luce visibile è già stata filtrata da acqua, roccia, vegetazione o altri organismi. La sua Photosystem I può restare molto efficiente, mentre Photosystem II paga un prezzo più alto: perfetto, narrativamente, perché introduce un vantaggio evolutivo con un costo.
Se riempite la foresta di questa roba, non ottenete una stufa. Al contrario. Tutta quell'energia viene convertita in uccheri, e poi in biomassa, perche questo e' il meccanismo chimico. E quindi, la foresta raffredda l'ambiente.
Per questo, in una foresta abbastanza fitta, abbastanza umida e abbastanza carica di pigmenti capaci di usare rosso profondo e near infrared, posso immaginare un pavimento termico biologico: sotto una certa soglia, diciamo attorno ai 10–15 °C, la macchina rallenta, ma proprio perché rallenta consuma meno acqua, chiude il ciclo, riduce gli scambi, e diventa una massa scura, bagnata, isolante.
Non è un fenomeno completamente alieno. Le foreste vere fanno già qualcosa del genere, solo in modo meno spettacolare: il sottobosco ha minori escursioni termiche rispetto all’esterno, massime più basse, minime più alte, e una variabilità giornaliera più compressa. Le foreste nebulose tropicali e montane, poi, vivono spesso in fasce fresche, umide, con temperature medie che possono stare proprio nell’intervallo 8–20 °C. Non sono giungle bollenti da cartolina: sono motori biologici lenti, saturi d’acqua, avvolti nella nebbia.
Freddi.
Quindi il mio ecosistema non viola la fisica per decreto. Esagera un effetto reale.
Prende il microclima forestale, lo carica di pigmenti infrarossi, lo spinge verso il massimo della ritenzione termica, e ottiene una foresta che non produce soltanto biomassa: produce inerzia.
E raffredda l'ambiente producendo biomassa.
Tanta biomassa.
Adesso il problema diventa un altro: che succede se questa macchina biologica esagera?
Se le piante cominciano ad assorbire una parte più ampia dello spettro solare, a traspirare di più, a ombreggiare il suolo in modo più aggressivo e a trattenere umidità dentro la massa vegetale, l’aria sotto la chioma può diventare più fredda dell’ambiente circostante. Non serve immaginare una violazione della termodinamica. Basta il solito trucco sporco delle foreste: ombra, evaporazione, superfici bagnate, scarsa ventilazione, massa biologica e inerzia.
A quel punto entra in scena il punto di rugiada.
L’aria contiene sempre una certa quantità di vapore acqueo. Su un’isola come la Sicilia, circondata dal mare, questa riserva non è trascurabile. Finché l’aria resta abbastanza calda, il vapore rimane invisibile. Ma se una superficie vegetale, una foglia, un tronco, uno strato di muschio o l’aria stessa sotto la chioma scende di pochi gradi, può superare la soglia critica. Il vapore non riesce più a restare sospeso come gas.
Condensa.
Prima sulle foglie. Poi sulle superfici più fredde. Poi come nebbia bassa. Poi come gocciolamento continuo dalla chioma. Non è ancora pioggia, ma per una pianta la differenza filosofica tra pioggia e acqua che cola da una foglia è abbastanza irrilevante. Se arriva alle radici, è acqua.
E questo cambia tutto.
Perché da quel momento l’ecosistema non dipende più soltanto dalla pioggia stagionale. Comincia a mungere l’atmosfera. Il mare evapora, il vento porta umidità, la foresta la raffredda, la condensa, la trattiene. Una parte torna al suolo.
Una parte resta intrappolata nel muschio, nei licheni, nella lettiera, nelle cavità dei tronchi, nei funghi, nelle radici superficiali. La foresta diventa una rete di condensatori biologici.
A quel punto il feedback è feroce.
Più biomassa significa più ombra. Più ombra significa suolo più freddo. Suolo più freddo significa meno evaporazione diretta. Più foglie significano più superficie su cui condensare acqua. Più acqua significa più crescita. Più crescita significa più biomassa. E più biomassa significa ancora più capacità di catturare umidità.
Il sistema entra in una fase di accelerazione.
Abbiamo luce, compreso rosso profondo e near infrared. Abbiamo CO₂ nell’atmosfera. Abbiamo acqua, non solo dal cielo ma anche dall’aria. Abbiamo temperature che non collassano troppo, perché la foresta stessa fa da tampone termico. Il risultato è una produzione forsennata di biomassa: non una giungla normale, ma un organismo paesaggistico che si costruisce addosso il proprio clima.
Non piove abbastanza?
Non importa più come prima.
L’ecosistema ha imparato a far piovere verso il basso.
Abbiamo una foresta umida che produce una quantita' forsennata di biomassa. Ma davvero forsennata.

La domanda e': quant'e' sta cifra? E' “na cifra”, ma come la visualizziamo? In biomassa.Per farci un'idea, supponiamo che siano tutte querce, e finiscano in ghiande. Quante ghiande abbiamo?

Due millimetri al giorno.
Sembra niente, finché non fate la cosa volgare che rovina sempre la poesia: moltiplicare.
Due millimetri al giorno significano, su base annua, circa 700 millimetri. Quasi un metro di ghiande su ogni maledetto metro quadrato dell’isola. Non “in una radura”. Non “in una bella foresta rigogliosa”. Su ogni metro quadrato della Sicilia, città, montagne, calanchi, spiagge, parcheggi dell’Eurospin e rotonde con l’ulivo ornamentale incluso.
Settemila metri cubi di ghiande per ettaro. Chiedete ad un agronomo cosa voglia dire.
È tanto.
È fottutamente tanto.
Ovviamente non sto dicendo che la Sicilia diventerebbe davvero un parcheggio coperto da uno strato uniforme di ghiande. Le ghiande qui sono una proxy: un modo rozzo, comodo e abbastanza offensivo per visualizzare l’ordine di grandezza dell’energia trasformata in biomassa ad alto contenuto calorico.
Ma proprio perché è una proxy rozza, funziona.
Se quell’energia venisse distribuita dentro un ecosistema reale, non produrrebbe una moquette ordinata di ghiande. Produrrebbe tronchi, rami, foglie, frutti, radici, funghi, insetti, carcasse, fango organico, humus, animali erbivori e animali che mangiano gli erbivori. Una catena alimentare non è una favola Disney: è una macchina che prende carbonio atmosferico, acqua e fotoni, e li trasforma in roba che morde, marcisce, fermenta, respira e prima o poi prova a mangiarvi.
A quel punto potete tranquillamente immaginarvi un cinghiale alto tre metri, grosso come un elefante.
E no, non muore di fame.
Non perché “la natura è magica”, ma perché abbiamo appena costruito, per ipotesi, una fabbrica territoriale di biomassa con un surplus energetico osceno. Un ecosistema normale deve fare i conti con acqua, luce, stagione, temperatura, suolo, competizione e perdite. Questo mostro, invece, sta raccogliendo luce visibile, rosso profondo, near infrared, umidità atmosferica e CO₂, e sta buttando tutto dentro un ciclo biologico pompato come un bodybuilder in una farmacia bulgara.
Grazie, Wolfram.
Quindi il punto non è: “abbiamo 700 millimetri di ghiande”.
Il punto è molto peggiore.
Abbiamo l’equivalente energetico di circa 700 millimetri annui di biomassa secca ad alto potere calorico che entra nel sistema, si accumula, viene mangiata, viene trasformata, si decompone, fertilizza il suolo e alimenta un altro giro della giostra. In una foresta normale questo già basta a fare miracoli. In questa, comincia a sembrare meno una foresta e più un reattore biologico con le foglie.
E quando avete un reattore biologico che produce biomassa a quel ritmo, la domanda non è più se l’ecosistema possa sostenere animali enormi. La domanda è quanto tempo passa prima che gli animali enormi diventino il minore dei vostri problemi.
Perche' dico il minore? Perche' se inchiodiamo per un anno la Sicilia a 13 gradi, ci sono effetti climatici. Si trova nel mezzo di un mare, cioe' di una macchina termodinamica che evapora acqua. Che succede? Inversione termica ogni tramonto, e piogge. Tante piogge. Proviamo a fare una stima?
Sì. Però qui conviene fare una stima “a scatola d’aria”: prendiamo aria marina calda e umida, la raffreddiamo a 13 °C, e vediamo quanta acqua deve mollare. Poi moltiplichiamo per lo spessore d’aria processato ogni giorno.
Sì, e qui viene fuori una cosa molto bella per l’articolo: la pioggia non è gratis.
Se la foresta raffredda aria umida, ottieni condensa. Ma quando il vapore condensa, rilascia calore latente. Quindi il sistema non deve solo raffreddare l’aria: deve anche smaltire il calore liberato dall’acqua che diventa liquida. Questo rende la foresta ancora più “reattore biologico” e meno “boschetto fantasy”.
Perché dico che gli animali enormi sarebbero il minore dei problemi?
Perché se inchiodate la Sicilia a 13 °C mentre il Mediterraneo estivo intorno continua a comportarsi da Mediterraneo estivo, avete appena messo un blocco freddo nel mezzo di una macchina termodinamica calda, salata e molto irritabile.
Il mare evapora acqua.
Sempre.
A 47 °C, aria marina anche solo moderatamente umida contiene una quantità oscena di vapore. Se quella massa d’aria entra sopra una foresta che la porta verso 13 °C, succede una cosa molto poco poetica: l’aria non riesce più a tenersi addosso tutta quell’acqua.
La sputa.
A 47 °C, l’aria satura può contenere circa 72 grammi di vapore per metro cubo. A 13 °C, circa 11 grammi. Anche prendendo aria al 50% di umidità relativa, il raffreddamento fino a 13 °C costringe l’atmosfera a liberare circa 25 grammi d’acqua per metro cubo.
Ventilazione modesta, cento metri d’aria processata al giorno: qualche millimetro di pioggia.
Ventilazione seria, cinquecento metri: dodici millimetri al giorno.
Un chilometro: venticinque millimetri al giorno.
E a quel punto non state più parlando di “un’isola un po’ umida”. State parlando di una Sicilia che prova a diventare una foresta pluviale con l’accento di Catania.
Ma la parte divertente, naturalmente, è che la pioggia non è gratis.
Quando il vapore condensa, rilascia calore latente. Dodici millimetri di pioggia equivalente al giorno, spalmati su tutta la Sicilia, significano circa 3.16 × 10¹¹ kg d’acqua condensata ogni giorno. Moltiplicateli per il calore latente di condensazione, circa 2.5 × 10⁶ joule per kg, e ottenete qualcosa nell’ordine di 7.9 × 10¹⁷ joule al giorno.
Cioè circa 220 TWh al giorno.
Solo di calore latente.
Quindi no, il sistema non si limita a “fare piovere”. Sarebbe troppo educato.
Il sistema raffredda l’aria, condensa l’acqua, riceve in faccia il calore liberato dalla condensazione, lo deve smaltire, lo trasforma in altra attività biologica, aumenta la biomassa, aumenta la superficie fogliare, aumenta la capacità di catturare umidità, e ricomincia.
A ogni tramonto, inversione termica.
A ogni notte, nebbia.
A ogni mattina, gocciolamento dalla chioma.
A ogni ciclo, altra acqua nel suolo, altra biomassa, altra decomposizione, altra vita.
Non avete creato una foresta.
Avete creato una macchina per strizzare il Mediterraneo.

Sono circa 4,5 metri di pioggia all’anno, sull’intera superficie dell’isola.
Niente escluso.
Non “sulle montagne”. Non “nelle zone interne”. Non “dove si formano temporali locali”. Su tutta la Sicilia. Costa, città, campi, autostrade, cave, villaggi turistici, capannoni abusivi e rovine greche comprese.
È tanto?
Mah.
Diciamo che sulla Lombardia reale, oggi, la media sta grosso modo attorno a un metro d’acqua all’anno.
Quindi sì: è tanto.
È quattro o cinque Lombardie di pioggia, compresse sopra una Sicilia sola.
A quel punto non avete più un clima mediterraneo.
Avete un esperimento di idraulica atmosferica con dentro alberi, funghi, fango e animali abbastanza grandi da far sembrare ragionevole un’assicurazione contro l’estinzione improvvisa.
E abbiamo “solo” fatto assorbire piu' energia alle piante.
Ma non si ferma qui.
Il conto precedente era prudente.
Calcolava solo una cosa: quanta acqua deve condensare un volume d’aria marina quando viene raffreddato fino a 13 °C. Punto. Era un conto da scatola d’aria, non un modello meteorologico.
Ma una Sicilia inchiodata a 13 °C nel mezzo di un Mediterraneo estivo non si limiterebbe a condensare vapore come una bottiglia fredda tirata fuori dal frigorifero.
Farebbe di peggio.
Intercetterebbe nubi basse, aria quasi satura, foschia marina, brezze cariche d’acqua. Le masse d’aria che altrove passerebbero come umidità invisibile, sopra l’isola fredda verrebbero spinte oltre il punto di rugiada. Le nuvole non “vedrebbero” semplicemente un’isola: vedrebbero una trappola termica, una superficie fredda, rugosa, alta, viva, capace di rallentare il vento e strizzare acqua dall’atmosfera.
Non è solo condensa sulle foglie.
È nebbia. È gocciolamento dalla chioma. È pioggia fine persistente. È pioggia orografica sulle zone alte.
È temporale ai margini dove l’aria calda del mare incontra la massa fredda dell’interno. Il conto dei dodici millimetri al giorno, quindi, non era una previsione completa.
Era il pavimento.
Il minimo sindacale.
(cominciate a capire quanto ci e' andata di culo, a noi homo sapiens, durante l'evoluzione).
A questo punto abbiamo abbastanza biomassa da ipotizzare alberi alti duecento metri, tipo Avatar? Sì.
Ma non gratis.
Il legno resta legno. Ha una resistenza meccanica, una densità, una struttura vascolare, dei limiti di pompaggio dell’acqua e una pessima abitudine: quando lo fate diventare troppo alto, smette di comportarsi come una colonna elegante e comincia a comportarsi come un problema di ingegneria civile.
Le sequoie reali arrivano attorno ai 90–100 metri nei casi più estremi. E sono già assurde. Se volete raddoppiare quell’altezza, non state solo “facendo un albero più alto”. State costruendo un edificio biologico.
E siccome il volume cresce col cubo mentre le sezioni portanti crescono col quadrato, il risultato naturale non è un albero slanciato da copertina fantasy. È una bestia tozza, larga, radicata come una fortezza, con un tronco enorme e una chioma che deve distribuire peso, acqua e vento senza suicidarsi alla prima tempesta.
Quindi sì: possiamo avere alberi da duecento metri.
Ma o arricchiamo il legno con qualche fibra o proteina , o cambiamo la sua struttura, oppure non otteniamo le colonne sottili di Avatar. Otteniamo una foresta secolare di super-sequoie obese, con basi larghe come palazzi, radici che sembrano strade romane e una geometria generale più vicina a una cattedrale gotica progettata da un fungo ubriaco che a un bosco normale.
E poi arrivano le conseguenze chimiche.
Ne vedo almeno due.
La prima è il dilavamento.
Quattro metri e mezzo di pioggia all’anno, su un gigantesco spessore di biomassa, non sono “acqua per le piante”. Sono una lavatrice continentale. L’acqua attraversa foglie morte, humus, radici, funghi, carcasse, tronchi marcescenti, strati di torba in formazione, e porta via sali minerali, basi, fosfati, carbonati, metalli, tutto quello che riesce a sciogliere o trascinare.
Le fibre vegetali restano più a lungo. Si accumulano, marciscono, fermentano, diventano humus, oppure torba se l’ambiente resta abbastanza saturo d’acqua e povero di ossigeno. Ma i sali no. I sali se ne vanno. E una foresta che produce biomassa a quel ritmo non può permettersi di perdere minerali per sempre.
Quindi deve imparare a mangiare la pietra.
Letteralmente.
Radici acide. Funghi micorrizici aggressivi. Biofilm che corrodono carbonati e silicati. Licheni che sbriciolano superfici nude. Acidi organici che entrano nelle fratture. Batteri che mobilizzano fosforo, ferro, magnesio, potassio. Ogni roccia diventa una miniera lenta. Ogni montagna diventa una dispensa geologica.
In qualche migliaio di anni, questa roba deve riuscire a rosicchiare le Madonie.
Non in modo spettacolare. Non con montagne che esplodono. Con calma. Con pazienza. Con acqua, acidi, radici e funghi. La modalità più offensiva della natura: quella che non ha fretta, perché tanto vincerà comunque.
Per il paesaggio geologico, va bene. È un processo lento. Chissenefrega.
Per gli edifici umani, invece, non ci sarà pietà.
Calcestruzzo, malte, intonaci, fondazioni, muri a secco, strade, gallerie, ponti, rovine archeologiche, tutto quello che contiene carbonati, calce, cemento, ferro esposto o microfratture diventa cibo laterale. Non viene “coperto dalla vegetazione”. Viene aggredito chimicamente, infilato dalle radici, tenuto umido, colonizzato da funghi, disgregato da cicli di condensa, assorbito pezzo per pezzo.
La foresta non invade le città.
Le digerisce.
E con questi numeri deve succedere a un ritmo quasi visibile. Non “nei secoli”, non “nelle ere geologiche”. Significa che se vi fermate a guardare, vedete i palazzi diventare verdi di muschio, gonfiarsi d’umidità, creparsi e poi cedere. Non vengono abbandonati. Vengono metabolizzati.
Ripeto, abbiamo “solo” aumentato l'energia assorbita dalla vegetazione.
Il secondo problema chimico è che tutta questa biomassa si accumula al suolo.
Prima abbiamo usato le ghiande come proxy energetica. Comodo, ma ottimistico: la ghianda è compatta, secca, calorica. Una foresta reale non produce soltanto piccoli proiettili vegetali pieni di amido e grassi. Produce foglie, frutti acquosi, rami, radici morte, tessuti verdi, funghi, lettiera umida, materiale parzialmente decomposto.
Quindi se assumiamo una densità energetica volumetrica più bassa della ghianda secca, i 700 millimetri annui diventano facilmente uno o due metri di biomassa reale equivalente.
Comunque, anche 700 millimetri/anno di ghiande non sono pochi. Sono solo 7000 metri cubi di ghiande per ettaro. Chiedete ad un agronomo cosa vuol dire.
Se abbassiamo la densita' energetica, forse sembra migliore, ma aumenta il volume. Due metri/anno.
E due metri l’anno sono una quantità oscena.
Roba che il Carbonifero gli fa le pippe.
Avete presente cosa significa, in tempi evolutivi, un milione di anni a due metri di biomassa ogni anno? Anche se ne decomponete una frazione enorme, anche se una parte viene mangiata, respirata, ossidata, trasformata in CO₂, metano, humus, torba e animali, il sistema resta comunque costretto a processare una massa biologica ridicola.
Quella roba deve essere mangiata.
Tutta.
Sempre.
Quindi via: funghi, licheni, muffe, batteri, rampicanti, termiti, scarafaggi, larve, acari, millepiedi, formiche, vermi, collemboli. Il suolo non è più un suolo. È un apparato digerente.
Se fate cadere tutta quella biomassa a settembre, avete un collasso stagionale. Piu' di dieci metri di materiale organico fresco su ogni metro quadrato. Una grandinata agricola uscita da un incubo.
Molto meglio distribuirla in raccolti mensili, magari con un ciclo lunare. Così non avete l’apocalisse in un colpo solo: avete solo qualche decina di centimetri di roba biologica al mese su ogni metro quadrato.
Molto più gestibile.
Per l’Inferno.
E se c’è tutta quella roba da mangiare, ci saranno organismi che la mangiano. E organismi che mangiano quelli. E organismi che mangiano quelli che mangiano quelli. La catena alimentare non cresce: brulica.
Non è un posto dove potete dormire per terra.
Non sprofondereste nel fango. Sarebbe troppo romantico.
Sprofondereste nei papacci, nelle larve, negli scarafaggi, nei detritivori, nei predatori dei detritivori e in tutto ciò che l’evoluzione riesce a inventarsi quando le date due metri di buffet all’anno.
E dormire sulle foglie degli alberi, come in Avatar, non sarebbe molto più intelligente.
Se il suolo diventa inabitabile, la vita sale sugli alberi. E vola. E plana. E si appende. E caccia dall’alto.
Il pavimento vi mangia.
La chioma vi aspetta.
Auguri.
Non so dove dormirebbero gli omini blu di Avatar, ma no, non in terra, e nemmeno sugli alberi.
In quelle condizioni, gli animali più evoluti non vivrebbero sul suolo. Alcuni diverrebbero enormi, tanto il cibo non manca, altri diventerebbero arboricoli.
Vivrebbero sopra il suolo.
Tra le radici emerse, sui contrafforti degli alberi, dentro cavità vegetali, sui tronchi, sui rampicanti, nelle chiome. Il terreno normale sarebbe invivibile: troppo umido, troppo instabile, troppo ricco di decompositori, larve, papacci, funghi, batteri e predatori minuscoli. Non sarebbe un pavimento. Sarebbe un apparato digerente.
Per evitare che questa roba si mangi il pianeta, ovviamente devo darle un limite.
È un’isola.
Diciamo che la ferma l’acqua di mare.
Non perché la foresta “veda il mare e si spaventi”, ma perché salinità, aerosol marino, vento, suoli sabbiosi, rocce costiere e falde salmastre creano una fascia ostile. Un paio di chilometri dalla costa restano fuori: una cintura più chiara, più secca, più salata, dove questa assurda foresta buia e fitta di rampicanti non riesce a chiudere il ciclo.
Dentro, invece, è un altro mondo.
Un seme caduto al suolo non avrebbe quasi nessuna possibilità. Finirebbe divorato, marcito, sepolto, colonizzato da funghi o smontato dagli insetti prima ancora di capire di essere un seme. Quindi la foresta deve riprodursi diversamente: polloni, radici aeree, germogli dai tronchi, propagazione dall’alto, rami che toccano altri rami, liane che diventano ponti, chiome che si saldano come quartieri.
La foresta non nasce dal basso.
Cala dall’alto.
E questo cambia anche la fauna. Se il suolo è morte lenta, la selezione premia chi vive appeso, chi salta, chi plana, chi vola, chi nidifica nei tronchi, chi scava nelle radici emerse, chi mangia frutti senza mai toccare terra. Più uccelli, più arrampicatori, più predatori arboricoli, più animali capaci di muoversi in verticale.
La costa resta il confine.
Dentro, la Sicilia non è più un’isola.
È una cupola vivente.
A questo punto il WorldBuilding basta.
La domanda vera diventa: cosa fanno le persone?
La risposta più ovvia è che vivono sulla costa.
Non per romanticismo marinaro. Perché la costa è l’unico posto dove la foresta non riesce a chiudere il ciclo. Sale, vento, aerosol marino, sabbia, roccia nuda e falde salmastre tengono la macchina biologica qualche chilometro più indietro. Quella fascia costiera diventa il mondo umano.
Ma non basta vivere fuori dalla foresta.
Bisogna evitare che la foresta vi veda.
Cioè che vi trovi, vi colonizzi, vi agganci con semi, radici, spore, rampicanti, insetti, animali opportunisti e tutto il resto della sua educatissima diplomazia botanica. Se la foresta arriva agli edifici, li mangia. Se arriva agli abitanti, mangia anche quelli. Non per odio. Per metabolismo.
Quindi le città sono fortificate.
Non mura decorative. Mura vere. Mura contro cinghiali alti tre metri, e soprattutto contro ciò che mangia i cinghiali alti tre metri. Perché se esiste abbastanza biomassa da mantenere erbivori grossi come elefanti, allora esiste abbastanza biomassa da mantenere predatori molto poco rassicuranti.
La pianta urbana, a quel punto, torna quasi medievale: cerchi concentrici, strade radiali, quartieri chiusi, porte controllate, spazi interni difendibili. La città non cresce come una periferia moderna. Si avvolge su sé stessa.
E deve essere costruita per favorire chi è piccolo.
Un essere umano non può vincere in campo aperto contro un animale grande come un furgone, né contro qualcosa capace di scalarvi una muraglia. Quindi la città diventa un labirinto intelligente: portici bassi, gallerie, sottopassi, ponti di pietra, passaggi coperti, archi, scale strette, corridoi, cortili interni, tetti collegati.
Tutto ciò che permette a una persona di passare.
Tutto ciò che rallenta una bestia enorme.
Secondo me, per risparmiare spazio e difesa, queste città avrebbero uno o due piani sotterranei.
Non catacombe romantiche. Zone produttive.
Artigiani, magazzini, officine, concerie, fucine, depositi, cisterne, molini, laboratori, lavorazioni sporche e rumorose: tutto quello che non ha bisogno di luce diretta finisce sotto il livello della strada. La città visibile resta residenziale, commerciale, amministrativa, religiosa, politica. La città sotterranea lavora.
Ha senso.
In superficie ogni metro quadrato è prezioso: deve essere difeso, illuminato, ventilato, controllato, protetto dagli animali, dalle spore, dai semi, dalle radici, dagli insetti, dall’umidità e da tutto ciò che arriva dalla foresta. Se costruite troppo largo, allungate le mura. Se allungate le mura, avete più punti deboli. Se avete più punti deboli, prima o poi qualcosa entra.
Quindi la città cresce in profondità.
Sotto, invece, potete scavare nella roccia, usare archi, volte, pilastri, gallerie, pozzi di ventilazione e cortili interni. Potete isolare un quartiere produttivo se viene contaminato. Potete chiudere una galleria se qualcosa entra. Potete controllare gli accessi. Potete tenere il fuoco, il fumo, il rumore e gli odori lontani dalle case.
Sopra, la città sembra quasi normale: case, piazze, portici, mercati, logge, terrazze, ponti.
Sotto, è una macchina.
E questa separazione cambia anche la società. Chi lavora sotto vive in un mondo più caldo, umido, rumoroso, minerale. Chi vive sopra ha aria, luce, vista sul mare e prestigio. Non è ancora una casta, ma ci somiglia abbastanza da diventarlo col tempo.
La città costiera non è solo fortificata.
È stratificata.
Andiamo al SocietyBuilding.
Prima domanda: da dove arriva il cibo?
Da fuori.
La città costiera può avere orti interni, terrazze coltivate, serre, funghi nei sotterranei, allevamenti piccoli, conserve, acquacoltura, tutto quello che volete. Ma non basta. Una popolazione urbana non vive di basilico sui balconi e romanticismo autarchico. Prima o poi qualcuno deve uscire.
Quindi attorno alla città nasce una cintura agricola.
Non una campagna normale. Una zona di compromesso: abbastanza vicina alle mura da essere difendibile, abbastanza lontana da non portare la foresta direttamente dentro casa, abbastanza antropizzata da produrre cibo, legna, fibra, biomassa combustibile e materiali utili.
È una fascia mantenuta artificialmente rada.
Gli alberi enormi non vengono eliminati del tutto, perché sono troppo grandi, troppo utili e troppo costosi da abbattere. Vengono rarefatti. Si aprono corridoi, radure, campi, terrazze, pascoli controllati, canali di drenaggio, piste rialzate.
Si lasciano in piedi gli individui più gestibili o più produttivi, e si taglia tutto ciò che chiude troppo la luce, favorisce i rampicanti o permette alla foresta di ricucirsi.
Il raccolto non è solo agricolo. Si raccoglie anche ciò che cade: frutti, semi, foglie, rami, funghi, biomassa secca, materiale da compostare o da bruciare.
Perché questa fascia è anche la centrale energetica della città.
Ma non può essere grande.
Primo, perché mantenerla coltivabile è un lavoro feroce. La foresta cerca continuamente di riprendersela. Ogni seme, ogni radice, ogni liana, ogni fungo, ogni insetto lavora contro di voi. L’agricoltura non è piantare e aspettare. È respingere un assedio biologico permanente.
Secondo, perché i numeri diventano ridicoli.
Se la biomassa utile arriva a migliaia di tonnellate per ettaro, edibile o combustibile che sia, non avete più un problema agricolo: avete un problema logistico. Tagliare, raccogliere, asciugare, trasportare, selezionare, immagazzinare, proteggere, bruciare, compostare, salare, fermentare. Ogni ettaro produce troppo per essere trattato come un campo normale, ma troppo poco per essere lasciato alla foresta.
Quindi la cintura agricola resta stretta.
Non perché manchi la terra.
Perché manca la capacità umana di tenerla aperta.
E qui nasce una classe sociale precisa: quelli che vivono fuori. I coltivatori di margine, i tagliatori, i raccoglitori, i bruciatori, i guardiani dei fossati, gli allevatori, i cacciatori di decompositori, la gente che conosce i sentieri, gli odori, i versi notturni e la distanza minima di sicurezza da una cosa capace di mangiare un cinghiale alto tre metri.
Una società moderna riesce a mantenere la produzione agricola con pochi punti percentuali della popolazione. Qui, però, il paragone è quasi offensivo.
Perché non stiamo parlando di campi di grano.
Stiamo parlando di settemila metri cubi per ettaro di materiale con densità calorica da ghianda.
Settemila metri cubi per ettaro significano settanta centimetri di roba compatta su ogni metro quadrato. Se il ciclo è mensile, sono settanta centimetri al mese. Ogni mese. Su ogni ettaro controllato.
Questa non è agricoltura.
È estrazione mineraria, solo che la miniera cresce, marcisce, brulica e tenta di mangiarvi.
Per questo il 4% può diventare plausibile: non perché il lavoro sia poco, ma perché la produttività per unità di superficie è oscena. Pochissima terra basta a nutrire moltissima gente, ammesso che qualcuno riesca a raccogliere, selezionare, trasportare e difendere quella biomassa senza finire dentro la catena alimentare.
Questi maschi dovrebbero essere, come dire, almeno peculiari.
Perché il problema non è soltanto la cosa che mangia un cinghiale alto tre metri. Quello è il problema grosso, quello che vedete arrivare, quello per cui suonano le campane e chiudono le porte.
Il problema vero è il resto.
Se esiste un cinghiale grande come un elefante, allora esiste anche un topo grande quanto un rottweiler. E se esiste un topo grande quanto un rottweiler, da qualche parte esiste il gatto che lo mangia. E probabilmente non miagola.
Quindi la fascia agricola non può essere lavorata da contadini normali. Non mandate là fuori gente con la zappa, il cappello di paglia e una visione ottimistica della natura. Mandate squadre.
Piccole squadre.
Tre, quattro persone. Cinque al massimo. Gente armata, addestrata, abituata a muoversi in silenzio, capace di raccogliere biomassa, tagliare rampicanti, aprire passaggi, chiudere trappole, trascinare carichi, leggere impronte, riconoscere odori, capire quando un cespuglio è solo un cespuglio e quando invece ha un’agenda.
Una legione romana contro una tigre è scenografia. Una squadra di quattro persone che sa dove colpire, quando ritirarsi, come coprirsi a vicenda e come non farsi separare dalla vegetazione è molto più sensata.
Il loro lavoro sarebbe assurdo: carichi enormi, turni durissimi, raccolti da spostare in fretta, materiale da essiccare, fascine da portare, frutti da selezionare, fossati da pulire, semi da bruciare, radici da tagliare, animali da tenere lontani.
E poi, improvvisamente, cinque minuti di dibattito violentissimo con la fauna locale.
A volte con la flora.
Perché in un ecosistema del genere anche le piante smettono di essere sfondo. Rampicanti, spine, radici mobili, liane sotto tensione, frutti tossici, muffe irritanti, pollini narcotici, foglie taglienti, tronchi marci che cedono sotto i piedi. La vegetazione non deve essere intelligente per uccidervi. Basta che sia abbondante, aggressiva, umida e indifferente.
Questa gente, quindi, non sarebbe “contadina”.
Sarebbe una combinazione di boscaioli, ranger, minatori, soldati, facchini, cacciatori e pazzi certificati.
La città li chiamerebbe agricoltori, per comodità amministrativa.
Loro saprebbero benissimo di essere fanteria di frontiera.
A questo punto ho deciso di togliere il freno. Un freno biologico.
La molecola si chiama miostatina: in un organismo normale serve a dire ai muscoli “basta così, grazie, non stiamo costruendo un bufalo per hobby”. Se quel freno viene ridotto o eliminato, il risultato è semplice: più massa muscolare, più forza, più consumo calorico, più bisogno di proteine ed energia ad utlizzo rapido.
Perfetto.
Perché questi maschi non vivono in una palestra. Vivono sul margine di una foresta che prova a ucciderli per osmosi, fame, insetti, predatori, rampicanti e umidità. Devono gestire carichi enormi, tagliare biomassa, sollevare tronchi, portare armi, correre con attrezzatura addosso, arrampicarsi, combattere e poi tornare abbastanza interi da rifarlo il giorno dopo.
Quindi li facciamo diventare bestioni.
Bestioni.
Schiene larghe, colli spessi, gambe enormi, mani da muratore mitologico, tendini rinforzati, e una tolleranza sociale molto bassa verso chi spiega loro che “la natura è equilibrio”.
La natura, per loro, è una cosa che provano a prendere a calci prima che li prenda a morsi.
Ma non basta.
Non basta renderli grossi. Un bestione lento, nella fascia agricola, è solo biomassa con le scarpe.
Occorre che siano reattivi. Veloci. Capaci di passare da otto ore di lavoro brutale a trenta secondi di violenza assoluta senza aspettare che il pensiero completi il verbale.
L’idea mi venne leggendo della placenta.
Nella nostra specie, una parte del funzionamento placentare dipende da antichi retrovirus endogeni. Erano virus. Poi l’evoluzione li ha addomesticati. Alcuni loro geni, oggi chiamati syncytin, derivano da proteine virali capaci di fondere membrane cellulari. Il virus le usava per entrare, invadere, propagarsi. La placenta le usa per far fondere cellule del trofoblasto in uno strato unico multinucleato: il sinciziotrofoblasto.
Cioè, detta male ma non troppo: un vecchio virus ha insegnato alla placenta a fondere cellule.
A quel punto, nel mio ecosistema, faccio la stessa porcheria altrove.
Non nella placenta.
Nel sistema nervoso motorio.
I neuroni, di per sé, possono essere veloci. Un assone mielinizzato trasmette impulsi a velocità rispettabili. Il problema sono le sinapsi. Ogni volta che il segnale deve passare da una cellula nervosa all’altra, c’è un ritardo. Piccolo, certo.
Ma quando qualcosa che mangia cinghiali alti tre metri vi salta addosso, “piccolo” è già abbastanza per diventare necrologio.
Quindi riduciamo le sinapsi.
Un antico retrovirus, addomesticato come nel caso della placenta, induce la fusione controllata di alcune cellule nervose motorie e interneuronali. Non crea un cervello migliore. Crea circuiti più diretti: strutture nervose multinucleate, sinciziali, dove certi passaggi cellulari vengono eliminati e il comando motorio corre con meno interruzioni.
Meno deliberazione.
Meno burocrazia biochimica.
Meno “aspetta che ci penso”.
Più arco riflesso, più automatismo, più reazione.
La miostatina abbassata li rende enormi.
Il sincizio nervoso li rende immediati.
Naturalmente ha un costo.
Nel libro, una scienziata che li studia lo dice senza particolare crudeltà, ed è proprio questo a renderlo peggiore: «Possono essere diversi tra loro. Poetici, a volte. Amichevoli. Anche simpatici. Alcuni hanno una memoria formidabile, altri un istinto narrativo sorprendente. Possono raccontare storie, affezionarsi, sacrificarsi, odiare, proteggere.
Ma hanno un solo neurone.
E con un solo neurone, anche ben educato, non si diventa mai adulti.
Si può diventare adolescenti con una storia da raccontare. Magari adolescenti coraggiosi, perfino adorabili. Ma non si va oltre.» (si, essendo un libro geek, i maschi hanno un solo neurone).
Immaginate una popolazione dove tutti somigliano a Lobo, insomma.
E avrebbe senso.
E le donne?
Le donne stanno dentro.
Non perché “deboli”, non perché “protette” nel senso romantico del termine. Stanno dentro perché la città è il luogo dove si produce ciò che permette alla specie di continuare: bambini vivi, cibo distribuito, conoscenza, medicina, industria, memoria, ordine.
Le città sono piccole, compatte, densissime. Non possono espandersi troppo, perché ogni metro di mura in più è un metro da difendere, riparare, sorvegliare e sterilizzare dalla foresta. Quindi si cresce in altezza, in profondità, in efficienza. Poco spazio, moltissime persone, pochissimo margine d’errore.
Il primo obbligo è la sicurezza dei bambini.
Non sicurezza “abbastanza”. Sicurezza da asilo nido militare. Porte, cortili interni, percorsi coperti, infermerie, mense, dormitori, scuole, turni, registri, razioni, controlli sanitari. Un bambino che muore non è soltanto una tragedia: è una perdita strategica.
Il secondo obbligo è la sicurezza alimentare.
Niente fame urbana. Niente panico. Niente rivolte per il pane. Niente bambini malnutriti, perché una società del genere non può permettersi di sprecare una generazione. Il cibo arriva da fuori, ma dentro viene pesato, conservato, trasformato, razionato, distribuito. Non secondo il capriccio del mercato, ma secondo la sopravvivenza collettiva.
Il terzo obbligo è l’istruzione totale.
Ogni bambino deve imparare. Non per idealismo illuminista, ma perché l’ignoranza costa troppo. In una città chiusa, densa, assediata dalla biologia, ogni persona inutile è un lusso. Si insegna a leggere, contare, obbedire, curare, riparare, cucinare, progettare, registrare, diagnosticare, amministrare, difendersi.
Il quarto obbligo è la medicina.
Non la medicina come servizio gentile, ma come infrastruttura demografica. I bambini DEVONO vivere.
Gravidanze, parti, infezioni, epidemie, ferite, nutrizione, quarantene, igiene, acqua, rifiuti, salute infantile. La città deve funzionare come una macchina immunitaria, perché basta poco: un fungo sbagliato, un parassita entrato dai campi, una febbre nei dormitori, e il sistema perde più vite di quante la foresta riesca a prendere con i denti.
Il quinto obbligo è l’industria.
Fuori i maschi raccolgono, tagliano, trasportano, bruciano, combattono, coltivano il margine. Dentro qualcuno deve trasformare tutto questo in utensili, corde, tessuti, armi, conserve, ceramiche, medicinali, mattoni, vetro, metallo, combustibile, carta, registri, ponti, pompe, serrature, filtri, grate, gallerie.
Quindi la città interna è femminile, ma non domestica.
È industriale.
E per far funzionare tutto serve organizzazione feroce.
La disciplina di una caserma, perché un errore fa danni enormi.
L’equa distribuzione di un sistema collettivista, perché non vogliamo bambini poveri o affamati.
La contabilità di un monastero, perché le risorse vanno allocate bene.
L’igiene di un ospedale, perché per i bambini infettarsi è facilissimo, e una medicina, specialmente pediatrica, molto avanzata.
La paranoia di una fortezza, perché fuori c’è una foresta che considera l’architettura una fase intermedia del compost.
Questa società non può permettersi il liberalismo da centro commerciale. Deve pianificare. Piano quinquennale.
Ha troppo poco spazio, troppi bambini da proteggere, troppa biomassa da processare, troppi maschi fuori da mantenere vivi, e troppe cose là fuori che aspettano solo una porta lasciata aperta.
Quindi sì: dentro le mura avreste qualcosa come una caserma comunista gestita da madri, ingegnere, mediche, maestre, contabili e caporeparto. E non possono nemmeno dedicare troppo tempo ai rituali di accoppiamento, quindi ho trovato un'alternativa. Quindi non sono ragazze facili, tranne quando non vogliono.
E hanno una diffidenza sistemica verso quello che viene da fuori.
A questo punto, probabilmente, avrete riconosciuto il mondo di Anno XIII.
Ed era questo il punto.
Per fare SocietyBuilding bisogna partire dal WorldBuilding, perché una società non nasce nel vuoto. Nasce da risorse, vincoli, pericoli, logistica, energia disponibile, acqua, cibo, malattie, nemici, clima, territorio. Le società non vengono “disegnate” come bandiere o stemmi araldici. Vengono scolpite.
Da cosa?
Da ciò che permette loro di sopravvivere.
Se volete costruire una società credibile, non partite chiedendovi che vestiti portano, che religione hanno, che lingua parlano o quale sia il loro sistema politico. Quelle cose arriveranno dopo. Prima dovete chiedervi: dove prendono l’energia? Dove prendono il cibo? Dove prendono l’acqua? Cosa li uccide? Cosa li costringe a collaborare? Cosa rende impossibile vivere da soli? Cosa devono proteggere a ogni costo? Quale dimensione del gruppo nucleare diventa efficace, e quale no?
Per fare WorldBuilding, quindi, la cosa migliore è partire dalle condizioni di base.
Per esempio: energia.
Aumentate l’energia disponibile in un ecosistema, e non avete solo “piante più grandi”. Avete più biomassa, più acqua, più decomposizione, più insetti, più animali, più predatori, più rischio, più malattie, più erosione, più chimica, più logistica. A quel punto la foresta non è più uno scenario. È una macchina.
E se la macchina è abbastanza potente, gli esseri umani devono adattarsi.
Le città si spostano sulla costa. Le mura tornano sensate. La campagna diventa un fronte. Gli uomini che lavorano fuori diventano pochi, enormi, addestrati e quasi sacrificabili. Le donne che vivono dentro diventano amministrazione, industria, medicina, istruzione e continuità demografica. La famiglia cambia. La politica cambia. L’economia cambia. Perfino l’architettura cambia.
Non perché l’autore abbia deciso: “voglio una società strana”.
Ma perché, date le condizioni iniziali, molte conseguenze diventano quasi obbligate.
Questo è il metodo.
Non inventare una stranezza e poi decorarla.
Impostare una condizione di base, aumentarla fino alle estreme conseguenze, e poi chiedersi, senza pietà: cosa deve succedere perché qualcuno sopravviva qui?
Il WorldBuilding crea il mondo.
Il SocietyBuilding mostra il prezzo umano da pagare per viverci.
Non partite mai dal SocietyBuilding, o dal Character Building.
Per la cronaca:
ANNO XIII: https://www.lulu.com/it/shop/uriel-fanelli/anno-xiii/ebook/product-v8gnm7e.html?page=1&pageSize=4
ANNO XIX (il seguito): https://www.lulu.com/it/shop/uriel-fanelli/anno-xix/ebook/product-w47gq97.html?page=1&pageSize=4
Uriel Fanelli
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