[Sci-Fi] Fisica di Shai-Hulud
Allora, ieri sera ero a casa e quindi ho deciso di guardare di nuovo Dune. Intendo la nuova versione. Il problema di quel posto e' che non convince la fisica e nanche la chimica del pianeta, per cui occorrera' modificare delle cose, dei dettagli, per rendere sci-fi-plausibile il VERME. Vediamo come potremmo fare.
Salvare Shai-Hulud: una possibile fisica ed ecologia dei vermi di Arrakis
I vermi delle sabbie di Dune sono una delle immagini più riuscite della fantascienza: animali lunghi centinaia di metri che nuotano sotto le dune di Arrakis a velocità impressionanti. Il problema comincia quando si prova a prenderli sul serio.
Supponiamo un verme relativamente modesto, lungo 400 metri e con un diametro di circa 40 metri. Se lo approssimiamo brutalmente a un cilindro:
V = pi * r^2 * L V = pi * 20^2 * 400 V ~= 503.000 m3
Se la sua densità media fosse circa quella della sabbia, diciamo 1,6 t/m3, avremmo: M ~= 503.000 * 1,6 M ~= 805.000 tonnellate
Anche correggendo la forma cilindrica e assottigliandolo alle estremità, rimaniamo tranquillamente nell'ordine delle centinaia di migliaia di tonnellate.
Quindi il problema non è semplicemente che Shai-Hulud è grande.
Il problema è che abbiamo qualcosa vicino al milione di tonnellate che pretende di muoversi rapidamente dentro un mezzo granulare.
Il primo disastro: l'attrito
Supponiamo che il verme da 800.000 tonnellate si muova a circa 60 km/h.
60 km/h ~= 16,7 m/s
Il suo peso è: N = m * g N ~= 8 * 10^8 kg * 9,81 m/s2 N ~= 7,8 * 10^9 N
Se usassimo un coefficiente di attrito effettivo moderato, per esempio:
mu = 0,5
avremmo:
F = mu * N F ~= 3,9 * 10^9 N A 16,7 m/s la potenza dissipata sarebbe:
P = F * v P ~= 65 GW
Sessantacinque gigawatt.
Questo è il primo numero che sembra rendere impossibile il verme.
Un animale non può semplicemente produrre decine di gigawatt strisciando nella sabbia senza trasformarsi in un incidente industriale.
Ma forse stiamo guardando il problema dalla parte sbagliata.
A quella potenza la sabbia cuoce, o fonde.
Se decine di gigawatt vengono dissipati vicino alla superficie del verme, la temperatura locale diventa enorme.
La normale sabbia terrestre, composta soprattutto da silicati e quarzo, fonde a temperature superiori ai 1.000 °C. Ma 65 GW distribuiti sulla superficie di contatto rappresentano comunque una quantità impressionante di energia.
Se ipotizziamo circa 15.000 m2 di superficie coinvolta:
65 GW / 15.000 m2 ~= 4,3 MW/m2
Megawatt per metro quadrato.
Con sabbia terrestre il risultato sarebbe probabilmente abrasione, sinterizzazione, fratture termiche e, nelle zone più sollecitate, materiale vetroso.
Quindi un verme di Arrakis non può semplicemente strisciare nella normale sabbia terrestre.
Ma Arrakis non deve necessariamente avere normale sabbia terrestre.
Possiamo salvarlo abbassando la densità?
Una possibilità sarebbe rendere il verme estremamente leggero.
Ma non funziona molto bene.
Un organismo che vive immerso in un materiale granulare deve esercitare abbastanza pressione da entrarci e rimanerci.
Se la densità del verme fosse molto inferiore a quella della sabbia, soprattutto quando questa viene agitata e fluidizzata, avrebbe una forte tendenza a risalire. Non riuscirebbe ad andare sotto.
Quindi non possiamo salvarlo semplicemente trasformandolo in un enorme pallone.
Dobbiamo lasciare che pesi parecchio.
E se la sabbia fosse finissima?
Possiamo però modificare il terreno.
Supponiamo che la “sabbia” di Arrakis sia estremamente fine, più simile a una polvere minerale che alla sabbia terrestre.
Questo aiuta parecchio.
Un materiale granulare finissimo può essere fluidizzato tramite vibrazioni, gas o onde di pressione. Se il verme produce enormi vibrazioni, davanti e attorno al corpo può creare una zona nella quale i granuli si comportano molto più come un fluido denso che come terreno compatto.
Il verme quindi non “scava” nel senso convenzionale.
Fa cedere continuamente il materiale davanti a sé e lo fa scorrere lateralmente. Questo funziona, ma il verme soffoca quando affonda, e non ha modo di risalire.
Ma possiamo fare ancora di meglio.
La sabbia che fonde
Supponiamo che una parte importante della sabbia di Arrakis sia costituita da un materiale minerale che fonde a temperatura molto bassa.
Diciamo attorno ai 100-150 °C.
Il calore prodotto dal movimento del verme fonde immediatamente uno strato della sabbia a contatto con il corpo.
La sequenza diventa:
sabbia solida
–> attrito –> calore –> fusione
Il verme finisce quindi circondato da una pellicola liquida. Si comporta come quelle lumache , che scivolano su uno strato lubrificante.
Non elimina necessariamente l'enorme produzione energetica associata al suo movimento.
La rende però fisicamente utile.
Una parte considerevole del calore prodotto dal verme viene utilizzata proprio per mantenere liquido il materiale che gli permette di attraversare il deserto.
In altre parole, l'attrito non è soltanto un problema.
Diventa parte del meccanismo locomotorio.
Il verme, in breve, si muove su uno strato di lava.
Un candidato quasi perfetto: lo zolfo
Serve allora un materiale inorganico, plausibile come componente di un deserto e con un punto di fusione molto basso.
Lo zolfo elementare fonde attorno a: 115 °C Può presentarsi sotto forma di cristalli, polvere e granuli. Non è necessario immaginare dune costituite da zolfo puro. La sabbia può essere una miscela complessa di silicati, sali e una grande frazione di materiale ricco di zolfo.
Quando passa il verme, quella frazione fonde.
Quindi abbiamo già una possibile spiegazione della locomozione:
sabbia ricca di zolfo –> riscaldamento –> zolfo liquido –> lubrificazione del corpo
Ma lo zolfo offre un vantaggio ancora più interessante.
Può essere usato come combustibile.
Da dove prende energia un animale da 800.000 tonnellate?
Questa è forse la domanda più importante di tutte.
Arrakis è un deserto.
Un animale di queste dimensioni non può dipendere principalmente da qualche grammo di plancton disperso nella sabbia.
Ma lo zolfo può essere ossidato: S + O2 –> SO2 + energia
Questa reazione libera circa: 9,3 MJ/kg
Quindi un verme potrebbe ottenere energia direttamente dalla geochimica del deserto.
Non sarebbe semplicemente un animale eterotrofo.
Sarebbe, almeno in parte, una gigantesca macchina chemiosintetica.
Potrebbe ingerire continuamente sabbia ricca di zolfo e ossidarne una parte.
Lo stesso materiale avrebbe quindi due funzioni:
zolfo –> fusione –> lubrificante zolfo –> ossidazione –> energia
Ed è qui che il numero apparentemente assurdo dei 65 GW smette di essere necessariamente assurdo.
Sette tonnellate al secondo non sono poi molte
Per ottenere 65 GW dalla combustione dello zolfo servirebbero grossolanamente:
65 * 10^9 / 9,3 * 10^6 ~= 7.000 kg/s
cioè circa:
7 tonnellate di zolfo al secondo
A prima vista sembra una quantità ridicola, enorme.
Ma guardiamo le dimensioni dell'animale.
Una bocca circolare larga 40 metri ha un'area di circa:
A = pi * 20^2 A ~= 1.250 m2
A 60 km/h, cioè 16,7 m/s, il verme attraversa ogni secondo un volume di circa:
1.250 * 16,7 ~= 21.000 m3/s
Se la sabbia ha densità:
1,6 t/m3
la massa di materiale attraversata ogni secondo è dell'ordine di:
21.000 * 1,6 ~= 34.000 tonnellate/s
Non significa necessariamente che il verme debba inghiottire tutte quelle 34.000 tonnellate. Gran parte verrà spostata lateralmente.
Ma mostra la scala del sistema.
Rispetto alle decine di migliaia di tonnellate di sabbia che incontrano ogni secondo la sezione frontale del verme, estrarre:
7 tonnellate/s
di zolfo significa sfruttare soltanto circa:
7 / 34.000 ~= 0,0002
ovvero, 0,02% della massa attraversata.
Una concentrazione estremamente modesta.
A questa scala, quindi, sette tonnellate al secondo non sono affatto un'obiezione seria.
Il verme ha una bocca larga quanto un edificio.
La combustione diventa parte integrante della locomozione
A questo punto possiamo lasciare che il verme produca davvero decine di gigawatt.
Una parte diventa lavoro meccanico.
Una parte viene dissipata come calore.
E quel calore serve anche a fondere la componente a basso punto di fusione della sabbia.
Abbiamo quindi una macchina biologica nella quale:
zolfo + O2 –> energia –> movimento + calore
e: calore + sabbia –> strato fuso –> locomozione
Non dobbiamo eliminare il problema termico.
Lo incorporiamo nella soluzione.
Arrakis diventa chimicamente terribile
Il problema diventa un altro: un ecosistema che finisce in qualche anno, e ... scordatevi di viverci.
La prima ossidazione dello zolfo produce soprattutto SO2: S + O2 –> SO2
La SO2 può essere ulteriormente ossidata: 2 SO2 + O2 –> 2 SO3
e, in presenza di acqua:
SO3 + H2O –> H2SO4
Quindi il passaggio di un verme lascia dietro di sé una quantità enorme di zolfo ossidato.
Non dobbiamo necessariamente immaginare fiumi di acido solforico puro.
Nel terreno avremo una miscela di:
- SO2;
- solfiti;
- solfati;
- SO3;
- acido;
- sali minerali.
Ma la conseguenza è evidente.
La sabbia di Arrakis, quando incontra acqua, può diventare estremamente aggressiva chimicamente.
Il problema dei Fremen quindi non sarebbe soltanto:
“non dobbiamo perdere acqua perché ce n'è poca”.
Sarebbe anche:
“non dobbiamo permettere all'acqua di entrare in contatto con questa roba”.
Sudore, saliva, condensa o perdite dalla tuta potrebbero produrre localmente soluzioni acide e corrosive. Da quelle parti la lingerie diventa “hot” , nel selso letterale del termine.
La tuta distillante avrebbe quindi una doppia funzione:
conservare l'acqua; separarla chimicamente dal deserto.
Ma così stiamo consumando il deserto
Rimane un problema fondamentale.
Se ogni verme brucia continuamente zolfo: S –> SO2 –> SO3 –> solfati prima o poi tutto lo zolfo ridotto del pianeta diventa zolfo ossidato.
Il verme scarica quindi una gigantesca batteria chimica.
Qualcuno deve ricaricarla.
E l'unica sorgente energetica abbastanza grande e continua su Arrakis è ovvia:
il Sole.
Il vero ruolo del plancton delle sabbie
Qui possiamo recuperare il “plancton delle sabbie” e assegnargli finalmente un ruolo fondamentale.
Non deve essere principalmente il cibo del verme.
Deve essere l'organismo che ricarica il deserto.
Immaginiamo microorganismi fotosintetici estremofili che vivono negli strati più superficiali delle dune.
Usano la luce solare per compiere il processo energeticamente opposto a quello del verme.
Il verme, schematicamente: S + 3/2 O2 + H2O –> H2SO4 + energia
Il plancton: H2SO4 + luce –> S + 3/2 O2 + H2O (vapore)
Nella biochimica reale probabilmente non avremmo questa reazione diretta.
Ci sarebbero passaggi attraverso:
- solfato;
- solfito;
- tiosolfato;
- solfuro;
- zolfo elementare.
Ma il bilancio planetario sarebbe quello.
Il verme porta lo zolfo verso stati molto ossidati e ricava energia.
Il plancton usa l'energia solare per riportarlo verso uno stato ridotto.
Il deserto è una batteria
Il sistema completo diventa quindi:
Sole –> plancton –> zolfo ridotto –> verme –> zolfo ossidato –> plancton –> zolfo ridotto
Il deserto di Arrakis è, letteralmente, una gigantesca batteria chimica.
Il Sole la ricarica.
Il plancton è il caricatore.
Il verme la scarica.
La cosa interessante è che il verme può scaricarla a una velocità enorme.
Decine di gigawatt per individuo non sono più necessariamente assurdi se l'energia chimica è presente direttamente nelle decine di migliaia di tonnellate di materiale che attraversa ogni secondo.
Anche la sabbia può essere biologica
Il plancton potrebbe ridurre i composti dello zolfo e precipitare zolfo elementare sotto forma di minuscoli cristalli.
Questi vengono dispersi dal vento e mescolati agli altri minerali.
Una parte significativa della sabbia di Arrakis potrebbe quindi essere biogenica.
Il ciclo diventerebbe:
solfati –> plancton –> zolfo elementare –> granuli della sabbia –> verme –> ossidazione –> solfati
Le dune stesse sarebbero, almeno in parte, un prodotto dell'ecosistema.
Anche l'acqua deve tornare indietro
Il ciclo deve essere chiuso anche per l'acqua.
Nel nostro bilancio semplificato il metabolismo del verme consuma acqua: S + 3/2 O2 + H2O –> H2SO4
Il metabolismo fotosintetico del plancton la restituisce: H2SO4 + luce –> S + 3/2 O2 + H2O
Quindi acqua, ossigeno e zolfo vengono riciclati.
L'acqua prodotta negli strati superficiali può evaporare: H2O liquida –> H2O vapore
entra nell'atmosfera e torna successivamente al terreno tramite condensa notturna o altri processi.
Arrakis può quindi avere pochissima acqua totale.
Non serve che ne produca di nuova.
Serve che quella presente continui a circolare.
La testa rimane il vero problema meccanico
Il verme probabilmente non “nuota” nella sabbia mantenendo tutto il corpo alla stessa profondità.
Un meccanismo più plausibile è ciclico.
Per prima cosa il verme avanza muovendo il corpo in superficie o appena sotto la superficie. L'attrito è inizialmente molto elevato, ma proprio per questo produce rapidamente enormi quantità di calore.
Man mano che accelera: attrito –> calore –> fusione della frazione di sabbia a basso punto di fusione
Lo strato immediatamente sotto il corpo comincia quindi a liquefarsi e la resistenza diminuisce.
A quel punto entra in gioco la parte anteriore.
Il verme abbassa la testa e una porzione consistente del corpo, forse circa tre quarti della lunghezza totale, esercita pressione sulla sabbia già calda.
La zona sotto la parte anteriore riceve allora una quantità di energia enorme.
Se il materiale di Arrakis fonde attorno ai 100-150 °C, non è necessario fondere un intero volume profondo decine di metri: basta creare davanti e sotto il verme una zona spessa alcuni metri nella quale il materiale perde la propria struttura granulare e diventa parzialmente liquido o fortemente fluidizzato.
La sequenza potrebbe essere:
- avanzamento superficiale;
- accelerazione;
- riscaldamento della sabbia;
- fusione dello strato sottostante;
- abbassamento della testa;
- immersione della parte anteriore;
- scorrimento del corpo nella zona fusa;
- ritorno verso la superficie;
- ripetizione del ciclo.
In questo modo Shai-Hulud non deve aprire continuamente un tunnel cilindrico largo quaranta metri.
Procede invece per una successione di “tuffi”.
La testa crea una zona di materiale caldo e cedevole.
Il corpo entra nella depressione.
La sabbia liquefatta o fluidizzata scorre lateralmente e sopra il corpo.
Poi il verme risale, lasciando dietro di sé il materiale che ricade e comincia a solidificare.
Perché tre quarti del corpo?
Se consideriamo un verme lungo 400 metri, una porzione attiva di circa 300 metri è coerente con la sua scala.
Il segmento posteriore può rimanere più vicino alla superficie e svolgere diverse funzioni:
- fornire trazione;
- stabilizzare il movimento;
- trasmettere l'onda muscolare;
- impedire che l'intero animale sprofondi contemporaneamente;
- facilitare il ritorno verso la superficie.
Quindi il movimento non assomiglia molto a quello di un pesce.
È più simile a una gigantesca onda locomotoria verticale che attraversa il corpo.
La parte anteriore si immerge.
Il resto segue.
Poi la testa torna verso l'alto e l'onda ricomincia.
Il vantaggio termico
Questo modello permette anche di concentrare il calore dove serve.
Non dobbiamo immaginare 65 GW distribuiti uniformemente lungo tutti i 400 metri.
Durante la fase di immersione una parte molto consistente della potenza può essere scaricata nella zona sotto la testa e sotto il tratto anteriore.
Supponiamo, per esempio, che il tratto effettivamente coinvolto nell'immersione sia lungo 300 metri.
La superficie inferiore interessata potrebbe essere dell'ordine di migliaia di metri quadrati.
Una potenza di decine di gigawatt concentrata lì significa flussi termici enormi.
Quindi diventa plausibile fondere rapidamente non soltanto una pellicola millimetrica, ma uno strato spesso decimetri o persino metri, soprattutto se la componente fusibile della sabbia ha un basso calore di fusione.
Il verme crea quindi davanti a sé una specie di “pozza” temporanea di materiale fuso.
Poi vi cade dentro.
Una locomozione pulsata
La velocità media di 60 km/h non significa necessariamente che il corpo viaggi sempre a 60 km/h rispetto alla sabbia.
Il moto potrebbe essere pulsato.
Durante una fase il verme accelera.
Durante la successiva sfrutta la zona fusa e scivola più rapidamente.
Poi risale, rallenta leggermente e ricomincia.
La velocità osservata in superficie sarebbe la media di questi cicli.
Questo spiegherebbe anche perché nei film il verme sembra muoversi con grandi ondulazioni e con porzioni del corpo che emergono e scompaiono.
Non sarebbe un semplice effetto scenografico.
Sarebbe una conseguenza diretta del meccanismo locomotorio.
Il verme come macchina che prepara il terreno davanti a sé
In questa interpretazione la cosa essenziale è che Shai-Hulud non cerca di attraversare sabbia fredda.
La trasforma prima.
La sequenza fisica diventa:
movimento muscolare –> attrito –> calore –> fusione –> perdita di resistenza della sabbia –> immersione –> scorrimento –> risalita
Il verme non attraversa quindi il deserto così com'è.
Produce continuamente, davanti e sotto di sé, il mezzo nel quale riesce a muoversi.
È una differenza importante.
Non è un animale adattato a nuotare nella sabbia.
È un animale che trasforma temporaneamente la sabbia in qualcosa di molto più simile a un liquido.
Una conseguenza interessante
Se questo modello fosse corretto, il passaggio di un verme dovrebbe produrre una struttura molto particolare nel terreno.
Non una galleria continua.
Piuttosto una successione di zone:
sabbia intatta –> sabbia riscaldata –> zona parzialmente fusa –> materiale rimescolato –> raffreddamento –> ricristallizzazione
Quindi, in sezione, una vecchia pista di verme dovrebbe apparire quasi come una serie di grandi lenti o sacche di materiale ricristallizzato, corrispondenti alle successive immersioni.
In superficie invece vedremmo le grandi ondulazioni della duna prodotte dal corpo che entra e torna fuori.
E questo è effettivamente molto vicino a come il movimento viene rappresentato cinematograficamente.
Inoltre, questa locomozione spiega una cosa diversa:
Perché il verme è attratto dalle pulsazioni
Questo modello di locomozione spiega anche in modo naturale perché il verme sia attratto dalle pulsazioni regolari nel terreno.
Se Shai-Hulud si muove per cicli successivi di:
spinta –> aumento dell'attrito –> riscaldamento –> fusione locale –> immersione –> risalita
allora il suo movimento dovrebbe produrre una firma sismica molto caratteristica.
Non un rumore continuo, ma una successione di impulsi a bassa frequenza trasmessi attraverso la sabbia.
In pratica: movimento del verme –> pulsazioni periodiche –> propagazione nel terreno
Se i vermi sono territoriali, questa firma meccanica può avere un significato molto semplice: “un altro verme si sta muovendo nel mio territorio”.
A quel punto il thumper dei Fremen non serve genericamente a “fare rumore”.
Serve a imitare il segnale sismico prodotto da un altro verme.
Il comportamento diventa quindi:
thumper –> pulsazione regolare –> segnale simile a quello di un verme –> risposta territoriale –> Shai-Hulud si avvicina
Questo spiega anche perché una pulsazione ritmica sia molto più efficace di un rumore casuale. Il verme non deve essere sensibile semplicemente all'intensità delle vibrazioni.
Può riconoscere:
- periodicità;
- frequenza;
- ampiezza;
- struttura temporale del segnale.
In altre parole, riconosce una firma locomotoria.
Il thumper funziona perché ne produce una falsa.
Questo rende anche molto più credibile il modo di camminare dei Fremen.
Il problema non è evitare qualsiasi vibrazione.
È evitare di produrre una sequenza periodica che il verme possa interpretare come locomozione di un altro grande organismo.
Quindi:
passi regolari –> pattern riconoscibile –> possibile risposta del verme
mentre:
passi irregolari –> rumore non periodico –> nessuna firma locomotoria chiara
I Fremen non cercano quindi di essere silenziosi.
Cercano di non sembrare un verme.
Le tracce del verme
Questo modello avrebbe conseguenze osservabili molto precise.
Subito dopo il passaggio di un verme, la sabbia dovrebbe essere:
- molto più calda;
- parzialmente rifusa;
- più ricca di zolfo ossidato;
- più povera di zolfo elementare;
- chimicamente più aggressiva;
- temporaneamente meno adatta al plancton.
Poi il plancton torna.
Utilizza la luce solare.
Riduce nuovamente i composti dello zolfo.
Produce nuovo zolfo elementare.
La composizione originaria della sabbia viene lentamente ripristinata.
Una traccia di verme diventerebbe quindi contemporaneamente:
- una traccia meccanica;
- una traccia termica;
- una traccia chimica;
- una successione ecologica.
Analizzando il rapporto fra zolfo ridotto e zolfo ossidato si potrebbe persino stimare quanto tempo è passato dall'ultimo verme.
Il verme non mangia veramente il plancton
In questo modello il plancton non deve fornire direttamente le enormi calorie necessarie al verme.
Il plancton produce il combustibile.
Il verme può ingerire materiale contenente microorganismi, ma il valore energetico della biomassa è secondario rispetto a quello dello zolfo ridotto.
Quello che gli interessa davvero è: S0
Il plancton quindi non è tanto “l'erba” mangiata dal verme.
È la centrale solare che fabbrica il suo carburante.
Il ciclo completo
Durante il giorno il plancton fotosintetico vive negli strati superficiali.
Riceve:
- luce solare;
- zolfo ossidato;
- tracce d'acqua;
- CO2 e altri nutrienti.
- Produce:
- biomassa;
- ossigeno;
- zolfo elementare;
- acqua come parte del ciclo complessivo.
- Lo zolfo precipita sotto forma di piccoli cristalli.
- Il vento e il movimento delle dune lo distribuiscono.
- Il verme arriva.
- La sua testa fluidizza la sabbia.
- Il calore fonde parte dello zolfo.
- La superficie del corpo viene lubrificata.
- Il verme assorbe zolfo elementare.
- Lo ossida con l'ossigeno.
- Produce decine di gigawatt.
Quell'energia mantiene il metabolismo, muove il corpo e contribuisce a mantenere fusa la regione immediatamente circostante.
- Dietro di sé lascia sabbia calda e ossidata.
- Poi arriva nuovamente il plancton.
- Il Sole paga il conto energetico necessario per riportare lo zolfo allo stato iniziale.
- E tutto ricomincia.
La vera fonte energetica di Shai-Hulud
Alla domanda: “da dove prende 65 GW un verme?” la risposta diventa:
dal Sole.
Ma il percorso è:
Sole –> plancton –> energia chimica dello zolfo –> verme Esattamente come sulla Terra abbiamo: Sole –> piante –> energia chimica –> animali Solo che Arrakis utilizza massicciamente il ciclo redox dello zolfo come sistema di accumulo energetico.
Shai-Hulud è quindi, in ultima analisi, un animale solare.
Solo che fra il Sole e il verme c'è un gigantesco accumulatore geochimico.
Cosa abbiamo dovuto cambiare per salvarlo
Un verme di 400 metri nella normale sabbia terrestre rimane praticamente impossibile.
Ma possiamo costruire un Arrakis in cui la cosa comincia almeno ad avere una struttura fisica coerente.
Servono:
- sabbia estremamente fine;
- grande abbondanza di zolfo;
- una frazione minerale che fonde attorno ai 100-150 °C;
- fluidizzazione attiva davanti al verme;
- uno strato fuso che lubrifica il corpo;
- metabolismo basato sull'ossidazione dello zolfo;
- potenze metaboliche dell'ordine delle decine di gigawatt;
- plancton fotosintetico che riduce nuovamente lo zolfo;
- riciclo dell'acqua;
- un ciclo geochimico quasi chiuso.
La cosa interessante è che queste assunzioni non sono indipendenti.
Una volta introdotto lo zolfo, quasi tutto comincia a collegarsi.
- Lo zolfo fonde facilmente.
- Quindi aiuta la locomozione.
- Lo zolfo può essere ossidato.
- Quindi fornisce energia.
- L'ossidazione produce composti acidi.
- Quindi spiega la chimica terrificante del deserto.
- Il plancton usa il Sole per ridurli nuovamente.
- Quindi rigenera la sabbia.
- Il processo restituisce acqua.
- Quindi chiude anche il ciclo idrico.
Diciamo che si potrebbe cosi' arrivare alla sospensione dell'incredulita' necessaria alla Sci-Fi per esistere.
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