(S)Divulgatori.

(S)Divulgatori.
Photo by Anna Pelzer / Unsplash

Mi è capitato, per puro errore (e spero sinceramente di non ripetere la disavventura), di cliccare su una delle cosiddette “lezioni” del Corriere della Sera. È bastato quel breve frammento di video per avere la conferma definitiva di una vecchia intuizione: in Italia, il disprezzo diffuso verso la cultura e gli intellettuali non nasce da ignoranza popolare o da barbarie sociale, ma dal pessimo lavoro che molti di questi “addetti ai lavori” fanno per farsi conoscere.


Da decenni assistiamo a un continuo auto-sabotaggio del mondo culturale: si presenta al pubblico in modo pretenzioso, autoreferenziale, incapace di rendere accessibile ciò che pure dovrebbe essere condiviso. Quando un intellettuale si rivolge alla gente comune con l’atteggiamento di chi parla a esseri inferiori, non è la cultura a elevarsi — è solo la distanza che cresce.

La cosa che colpisce di più, in queste “lezioni”, è la scelta deliberata di annoiare il pubblico, come se la noia fosse un requisito di serietà, una sorta di tassa da pagare per sentirsi “colti”. Per anni abbiamo ripetuto che in Italia la cultura viene percepita come qualcosa di distante, polveroso, respingente; poi ti imbatti in un video come quello su Husserl del Corriere e ti rendi conto che non è un incidente: è un progetto editoriale, un’estetica precisa della noia.

https://www.corriere.it/le-lezioni-del-corriere/filosofia/25_maggio_15/edmund-husserl.shtml

Il risultato è che “cultura” finisce associata a “mattone” invece che a “curiosità”, “scoperta” o “meraviglia”, e questo avviene proprio su piattaforme che dichiarano di voler “aiutare i ragazzi a prepararsi alla maturità”. Il caso Husserl è esemplare: un autore che parla di coscienza, intenzionalità, esperienza vissuta, ridotto a un flusso monotono di gergo scolastico, come se l’obiettivo non fosse capire qualcosa del mondo, ma solo superare indenne un quiz ministeriale. Se c’è un colpevole nell’aver reso la cultura sinonimo di tedio, non è “la gente che non legge”, ma chi, avendo in mano i mezzi di comunicazione, ha deciso che l’unico modo di sembrare profondo è diventare insopportabile.


Aneddoto.

Ad un certo punto della mia adolescenza, mia madre andò a lavorare per De Agostini, nel reparto vendite. Erano gli anni Ottanta, quelli in cui il partito aveva già deciso di mandare cordialmente a quel paese i lavoratori per abbracciare in blocco gli studenti borghesi del ’68, con il solito ritardo decennale rispetto agli USA. In quel contesto, mi raccontava di ricevere richieste surreali: gente che ordinava enciclopedie non in base ai contenuti, ma al colore della copertina, perché “devono stare bene con la libreria”.

Una volta le capitò una cliente che, con grande serietà, le disse: “Devo farmi una cultura, anche se sono una persona con poca scuola. Mi dia i libri più noiosi che ha”. In quella frase c’era già tutto: l’idea che la cultura, per essere “vera”, debba essere faticosa, respingente, ostile, quasi una forma di penitenza. Non cercava conoscenza, cercava sofferenza certificata in formato cartaceo. E se oggi “lezioni” come quelle del Corriere associano la cultura alla noia, è perché per decenni abbiamo venduto l’idea che ciò che interessa, diverte o incuriosisce non possa essere davvero culturale, ma debba per forza puzzare di sacrificio e polvere.


Ma torniamo a quel video del Corriere. Un video ha un tempo limitato: non puoi pretendere che la gente resti lì un’ora ad ascoltarti, perché l’attention span medio oggi non arriva neanche vicino a quella soglia, men che meno se parli di filosofia e maturità. Hai pochi minuti buoni, e te li giochi tutti nella parte iniziale: lì decidi se agganci qualcuno o se lo accompagni gentilmente verso il pulsante “chiudi scheda”.

Come usa questo tempo, la Chiarissima? Nel modo più prevedibile: lo spreca elencando la biografia da retro di copertina, con l’aria di chi sta maneggiando informazioni decisive per la salvezza dell’umanità. Data di nascita precisa, 1859, luogo di nascita preciso, Proßnitz in Moravia, oggi Prostějov in Repubblica Ceca, come se Husserl cambiasse completamente significato se fosse nato 50 chilometri più in là o un anno prima. Poi l’itinerario accademico: Halle, Gottinga, Friburgo, con nota rassicurante sul fatto che dopo di lui la cattedra passerà a Heidegger, così possiamo tutti tirare un sospiro di sollievo perché il posto non verrà trasformato in un circolo ricreativo o in un picnic fuori porta guidato da Valentina Nappi.

È esattamente questo il problema: si scambia l’accumulo di dati anagrafici per profondità, la geografia per concetto, la cronologia per pensiero. In un formato che dovrebbe concentrare l’essenziale, l’essenziale viene accuratamente evitato, mentre si liturgia intorno a dettagli che non cambiano nulla di ciò che Husserl ha detto, ma che servono benissimo a far scappare chiunque non sia già iniziato al culto della noia.


Azzardo una domanda anch’io: e se a qualcuno, invece, interessasse capire che diavolo pensasse quel filosofo? Non dico tutto, non dico la bibliografia completa in ordine cronologico, ma almeno due idee in croce, messe lì in modo che uno possa farsi un’idea vaga ma concreta del perché quel nome sia finito nei programmi di maturità.​

Lo confesso: a volte mi viene da pensare che i filosofi siano importanti per quello che hanno PENSATO, non per il codice fiscale, le coordinate geografiche del luogo di nascita o la genealogia delle cattedre universitarie che hanno occupato. Lo so, è una perversione, sono un tipo bizzarro. Ma sarebbe interessante che in un video “divulgativo” arrivasse, prima o poi, il momento in cui qualcuno prova a spiegare – magari con parole proprie – che cosa abbia detto di così rilevante Husserl: perché la coscienza, perché l’intenzionalità, perché la fenomenologia, perché dovrei alzare un sopracciglio invece di cambiare scheda.​

Invece no: la struttura è sempre la stessa, una specie di rito canonico dove il pensiero è l’ospite imbarazzante che lasci fuori dalla porta. La cornice biografica occupa tutto lo spazio, e il quadro – cioè il contenuto, l’idea, la rottura concettuale – resta accuratamente fuori campo, magari evocato in due frasi di gergo scolastico da imparare a memoria per l’interrogazione.

Quello che impariamo, sul pensiero del filosofo, è che avrebbe “dato inizio” a una serie di parole importanti, quelle che suonano bene nei programmi ministeriali e nelle schede editoriali. Non è chiaro in che modo una persona che pensa “dia inizio” a qualcosa che poi pensa qualcun altro, ma la formula piace, fa molto manuale di liceo, quindi ce la teniamo così com’è.

La Chiarissima ci informa che da Husserl partono correnti, tradizioni, scuole, fra cui la mitica “ermeneutica”, parola meravigliosa che fa subito venire in mente scaffali pieni di libri, seminari specialistici e convegni dove non capisce niente nessuno ma tutti annuiscono con aria grave. Ed è qui che scatta il trucco: la parola viene evocata come un talismano, non come un concetto; non se ne dà una definizione operativa, non si prova neanche per sbaglio a dire “in pratica, vuol dire questo”. “Ermeneutica” suona molto meglio di “pimpiripettistica”, ma il livello informativo è lo stesso: etichetta senza contenuto, scatola senza oggetto, buzzword con timbro accademico.

Lo schema si ripete con l’insalata di altri termini: fenomenologia, intenzionalità, crisi delle scienze europee, interpretazione, senso, eccetera. Sono tutte cose su cui si potrebbe lavorare in modo divulgativo – ci sono canali YouTube che riescono a spiegare in dieci minuti cosa sia l’intenzionalità husserliana meglio di un intero corso liceale – ma nel video queste parole rimangono sospese, pronunciate e subito lasciate cadere, come se nominarle bastasse a “fare cultura”. Di ciò che Husserl ha effettivamente pensato vediamo solo l’ombra proiettata da un gergo compiaciuto, e la sensazione finale è sempre la stessa: se non capisci, la colpa è tua, non di chi ha scelto deliberatamente di non spiegare niente.


Qui dobbiamo farci una seconda domanda, stavolta seria: per quale motivo quelli del Corriere sono convinti che questa cosa sia “divulgazione” e che la Chiarissima abbia davvero “parlato di filosofia”? La risposta, alla fine, è disarmante nella sua semplicità:

Perché è noiosa. Se è noiosa, allora dev’essere cultura; non può essere altrimenti.

Nel loro schema mentale, esclusi il divertimento, il piacere, l’interesse, l’eccitazione, la curiosità e la scoperta, quello che rimane – cioè la noia pura, distillata – viene automaticamente classificato come “alto contenuto culturale”.

Questa idea di cultura, però, è una ruspa che passa sopra secoli (se non millenni) di satira, commedia, romanzi, canzoni, teatro, musica, cioè di tutto ciò che potrebbe essere sospettato di “intrattenere” il pubblico. Dal punto di vista del tribunale della cultura accademica, l’intrattenimento è sempre sotto inchiesta: anche quando veicola idee complesse, lo fa nel modo sbagliato, perché osa piacere. Così la cultura viene ridotta a ciò che non genera piacere, non genera curiosità, non genera coinvolgimento: ciò che rimane, per definizione, è la noia elevata a criterio ontologico del “serio”.​

A questo punto la domanda diventa inevitabile: ha senso ascoltare un’insalata di parole – “ermeneutica”, “fenomenologia”, “intenzionalità” – se nessuno si sente in dovere di renderle comprensibili, o almeno di espanderne il significato con la stessa pedanteria con cui vengono elencati i dati anagrafici del filosofo? Se ha senso sparare “ermeneutica” in faccia a un diciottenne senza il minimo tentativo di spiegarla in linguaggio umano, allora ha perfettamente senso anche comprare un’enciclopedia solo perché sta bene in soggiorno, in coordinato col colore dei mobili. La logica è la stessa: non conta che tu capisca, conta che tu possieda il feticcio giusto.

E qui, paradossalmente, Husserl avrebbe una domanda più interessante della Chiarissima: qual è la differenza, sul piano dell’esperienza vissuta, tra comprare libri perché sono noiosi – e quindi “colti” – e farsi riempire le orecchie da un’insalata di termini tecnici che nessuno si prende la briga di significare? In entrambi i casi, l’intenzionalità non è rivolta all’oggetto (il contenuto, il pensiero, il concetto), ma al segno sociale: voglio sembrare colto, non capire qualcosa. E se diamo per scontato che tutti sappiano cosa sia l’ermeneutica, tanto da non meritare neanche due minuti di spiegazione, allora perché non dare per scontato che tutti sappiano dov’è nato Husserl, e risparmiarci la parte “favorisca patente e libretto” all’inizio del video?

Se l’unica cosa che trattiamo come non ovvia è la biografia, mentre i concetti vengono considerati talmente ovvi da non dover essere spiegati, forse il problema non è il pubblico “ignorante”, ma un’idea malata di cultura che ha deciso che pensare è un dettaglio, mentre annoiare è un dovere.


Come direbbe Husserl stesso, se il video è noioso, allora abbiamo due sole possibilità fenomenologiche sul tavolo. O è noioso Husserl, oppure è noiosa la Chiarissima che ce lo sta raccontando. Tertium non datur, direbbero quelli che amano il latino quanto le schede biografiche inutili.

Che sia noioso Husserl, lui per primo l’avrebbe escluso senza esitazioni: ai suoi corsi la gente ci andava per scelta, si alzava, usciva di casa, si sedeva in aula e restava lì ad ascoltare uno che parlava di coscienza, intenzionalità, mondo della vita. A quei tempi funzionava così: se un professore era mortalmente tedioso, semplicemente non lo seguivi, non c’era obbligo di “guardare il video fino alla fine per la maturità”. Il fatto stesso che Husserl abbia avuto allievi, interlocutori, critici, tradizioni successive, è la prova storica che qualcuno lo trovasse abbastanza interessante da investire tempo e neuroni su di lui.

Resta quindi la seconda ipotesi: è noiosa la Chiarissima. E in questo caso il video rientra perfettamente in quella logica da arricchiti velleitari anni ’80, per cui la noia è il marchio DOCG della “vera” cultura, la certificazione di autenticità del prodotto intellettuale. Se ti annoia, allora dev’essere profondissimo; se ti incuriosisce, ti appassiona o – orrore – ti diverte, allora dev’essere intrattenimento, robaccia per il popolo. La lezione del Corriere non ci dice niente di interessante su Husserl, ma ci dice moltissimo su come una certa Italia continua a concepire la cultura: non come qualcosa che illumina, ma come qualcosa che pesa.


Per avere una prova sperimentale di questa cosa, possiamo sempre rivolgerci a un grandissimo filosofo, oggi purtroppo dimenticato: Ivo Balboni, pensionato a Cesena. Nato nel 1637, alle dieci e trenta del dodici maggio, del peso di tre chili e seicento grammi, in un minuscolo borgo dell’entroterra – diciamo Sarsina, che all’epoca, come tutto da quelle parti, stava sotto lo Stato della Chiesa – Balboni è universalmente sconosciuto come fondatore della filosofia Piadinistica, della Squacqueronistica e della Zippandistica astratta.

Allora lo interroghiamo, con il dovuto rispetto.


- Professore, a cosa serve tutta questa insalata di parole? Qual è il suo uso pratico?
- “La sua utilità, figliolo” – risponde Balboni, aggiustandosi la toga unta di strutto – “è che devi capire l’ermeneutica dell’insalata”.
- Cioè?
- “Se è un’insalata, gode di una proprietà materiale precisa”.
- E sarebbe?
- “Che se la pugnali alle spalle, diventa una Caesar salad”.

- Ah. Tutto qui?
- “E che cazzo ti aspettavi, a parlare con un filosofo morto da secoli?”.

E come vedete, Ivo Balboni ha ragione. Ha sempre avuto ragione.

Anche quando dice che, per cambiare il panorama culturale italiano, la prima cosa da fare sarebbe licenziare il 99% dei docenti italiani. E il rimanente 1% destinarlo a fare il bidello, così almeno ha finalmente un lavoro socialmente utile.