"Remigrazione"?

Che il pensiero magico sia molto diffuso in politica non è certo una scoperta dell’ultima ora. Non c’è quindi nulla di cui stupirsi se, a intervalli regolari, saltano fuori parole o formule che non significano assolutamente niente, e tuttavia vengono trattate come se indicassero qualcosa di concreto. Il meccanismo è sempre lo stesso: si pronuncia un termine, lo si ripete abbastanza a lungo, e a quel punto tutti si comportano come se dietro ci fosse una realtà ben definita.

Un buon esempio è Babbo Natale. È descritto nei minimi dettagli: sappiamo dove vive, come lavora, che tipo di logistica utilizza, perfino le caratteristiche del suo mezzo di trasporto. La narrazione è così precisa e coerente da sembrare quasi tecnica. Eppure, c’è un piccolo problema: non esiste.

Questo e' dovuto ad una caratteristica peculiare del pensiero magico: nel mondo della magia, tutto cio' che ha un nome esiste, basta definire un nome per far esistere la cosa, e le parole hanno un potere sul mondo fisico.

Questa caratteristica fa sì che slogan come “portare la pace attraverso la forza” possano essere venduti alla politica con sorprendente facilità, insieme a etichette come “deep state” e ad altri concetti dello stesso genere.

Il punto non è tanto stabilire se esistano o meno nel mondo reale — spesso non esistono, o esistono in forme molto diverse da come vengono raccontate — ma osservare il meccanismo: nel pensiero magico, dare un nome a qualcosa equivale a crearla. E, una volta che il nome circola abbastanza, la cosa acquista una consistenza sociale. Diventa reale non perché abbia una base concreta, ma perché tutti iniziano a comportarsi come se l’avesse.


Un esempio di questi giorni è la parola magica “remigrazione”. Una parola che, già solo a sentirla, sembra descrivere un’operazione ordinata, quasi tecnica: invertire il processo migratorio, prendere chi è arrivato e riportarlo nel paese di origine. Beninteso, gli indesiderati: nessuno parla di remigrazione per Belén Rodríguez, ma se tiriamo in ballo il resto degli immigrati — specialmente se maschi, africani e, nella fantasia di qualcuno, pure “superdotati” — allora improvvisamente la parola diventa di uso comune.

Nella mente magica, o semplicemente credulona, di chi ascolta questa parola, il processo è semplice: lo prendo, lo metto su un aereo o su una nave, e lo rimando a casa sua. Fine. Problema risolto, pratica archiviata. Peccato che, appena si esce dal mondo delle formule evocative e si entra in quello reale, comincino a emergere i primi, fastidiosi dettagli.

Perché sì, riportare indietro un migrante è teoricamente possibile. Ma non è un atto unilaterale, non è una magia amministrativa. Presuppone un accordo con il paese di origine — e già questo non è scontato — e, soprattutto, presuppone di sapere con certezza quale sia questo paese.

E qui arriva il primo intoppo serio: se la persona che volete rimpatriare vi ha fornito documenti falsi, o non ne ha forniti affatto, o ha dichiarato un’identità inventata e una provenienza comoda, la macchina si ferma. Anche ammesso che abbiate un accordo con il paese indicato, quel paese potrebbe semplicemente rispondere: “Questo signor Giuseppe Akbar non risulta nei nostri registri. Non è nostro cittadino. Tenetevelo pure.”

A quel punto, la magia finisce. E resta la realtà, che è molto meno collaborativa degli slogan.


Il secondo punto e' il problema del PIL. 

Le statistiche serie, quelle di ISTAT o della Fondazione Leone Moressa, lavorano per aggregati: stranieri nel complesso, al massimo suddivisi per grandi aree. Ma già questo dovrebbe accendere una lampadina: quando il dibattito politico scende a quel livello di dettaglio emotivo, i numeri diventano improvvisamente vaghi. Non perché non esistano, ma perché smettono di essere utili alla narrazione.

Se però si esce un attimo dalla magia e si fanno due conti, il quadro è abbastanza chiaro. Gli stranieri in Italia producono circa il 9–10% del PIL, che tradotto significa qualcosa tra i 160 e i 180 miliardi di euro l’anno. Non bruscolini, ma una fetta consistente dell’economia reale, quella che tiene in piedi interi settori senza fare troppo rumore.

A questo punto basta un passaggio ulteriore, molto poco magico e molto aritmetico: gli immigrati africani rappresentano circa un quarto, a spanne fino a un terzo, della popolazione straniera. Il che porta a una stima dell’ordine dei 40–50 miliardi di euro l’anno. Non è una cifra esatta al centesimo, ma è sufficientemente accurata per capire di cosa stiamo parlando.

E qui casca il palco. Perché nella testa di chi usa parole come “remigrazione” il modello è quello del pacco postale: prendi, sposti, problema risolto. Nella realtà stai parlando di una componente strutturale del sistema economico. Gente che lavora nei campi, nei cantieri, nella logistica, nell’assistenza. Lavori spesso invisibili finché qualcuno non li toglie, e a quel punto diventano improvvisamente essenziali.

Il punto è che togliere quelle persone non significa “fare ordine”. Significa togliere decine di miliardi di PIL e interi pezzi di filiera produttiva. E a quel punto la domanda, quella vera, non è più dove li mandi. È chi li sostituisce. E quella, guarda caso, è la domanda a cui nessuno risponde mai.

Se prendiamo quei 40–50 miliardi e li mettiamo accanto al PIL italiano — che oggi sta attorno ai 1.900–2.000 miliardi — il conto è piuttosto semplice.

Stiamo parlando di circa il 2%–2,5% del PIL nazionale.

Che detta così sembra poco, perché “due percento” suona come una cosa trascurabile, roba da arrotondamento. Ma è un’illusione ottica, la stessa che si usa quando si minimizza qualcosa per farla sparire dal discorso. In valore assoluto, sono decine di miliardi. Per dare un ordine di grandezza, siamo nella fascia di una legge di bilancio “seria”, o di un intero settore industriale di medie dimensioni.

Ed è qui che la retorica si inceppa. Perché togliere il 2–2,5% del PIL non è un intervento cosmetico: è una recessione selettiva, concentrata su alcuni settori ben precisi. Non è che “spariscono le persone e tutto resta uguale”: spariscono le persone, e con loro sparisce anche la produzione che generano.

Morale del discorso: la “remigrazione”, così come viene raccontata, è semplicemente impossibile. Non perché manchi la volontà politica, ma perché manca il contatto con la realtà.

Anche volendo restringere il discorso ai soli africani — quindi già facendo una versione “ridotta” dello slogan — l’effetto sarebbe quello di togliere dall’economia qualcosa come il 2–2,5% del PIL.

E un -2,5% non è un dettaglio tecnico, né una correzione marginale. È una recessione vera, di quelle che si sentono. È il tipo di numero che manda in crisi interi settori, che si traduce in meno lavoro, meno entrate fiscali, meno stabilità complessiva. Altro che “metterli su un aereo e risolvere il problema”.

Il punto, alla fine, è sempre lo stesso: lo slogan funziona finché resta nel mondo delle parole. Ma appena lo si traduce in numeri, smette di essere una soluzione e diventa, molto banalmente, un problema più grande di quello che pretendeva di risolvere.


Qualcuno sostiene — e a quanto pare anche in Europa l’idea ha trovato una certa popolarità — che basti costruire dei centri di raccolta in paesi terzi. Una soluzione elegante, sulla carta: spostiamo il problema fuori dai confini e abbiamo finito. Il che è interessante, perché a questo punto si ammette implicitamente una cosa: non si può “remigrare” tutti. E allora si restringe il campo, si dice che in fondo vogliamo rimandare indietro solo i criminali. Benissimo, sembra già più ragionevole.

Peccato che, appena si traduce questa idea in qualcosa di concreto, il trucco diventi evidente. Perché questi “centri di raccolta” all’estero, se devono trattenere persone contro la loro volontà in attesa di qualcosa che spesso non arriverà mai, hanno un altro nome: prigioni. Non c’è molto spazio per girarci intorno.

E qui arriva la domanda che nessuno sembra voler fare ad alta voce. Costa di più costruire e gestire una prigione in patria, dove almeno hai infrastrutture, personale formato, sistema legale funzionante, oppure farne una in un paese remoto, dove devi esportare tutto — soldi, sicurezza, controllo, logistica — e sperare che regga?

Perché la magia funziona finché resti nel livello delle parole. “Centro di raccolta” suona quasi neutro, amministrativo. Ma appena lo traduci nella realtà operativa, stai parlando di strutture detentive fuori giurisdizione, con tutti i costi — economici e amministrativi — che questo comporta. E a quel punto la soluzione semplice smette di essere semplice, e comincia a sembrare, ancora una volta, un problema molto più complicato di quello che pretendeva di risolvere.


Esistono poi molte altre ragioni, tutte molto concrete, per cui il concetto — o meglio lo slogan — di “remigrazione” resta una parola elegante appesa al nulla. Non a caso lo si trova stampato sui loghi dei partiti, sui cartelli delle manifestazioni, nei titoli dei comizi: viene trattato come qualcosa di ovvio, di già definito, quasi di banale nella sua esecuzione. Come se tutti sapessero non solo cosa sia, ma soprattutto come farla.

E invece no. Perché nel momento in cui si prova anche solo ad avvicinarsi a un dibattito serio, cioè pratico, fatto di procedure, costi di esecuzione e conseguenze economiche, il concetto comincia a sciogliersi. Non regge. Diventa sfuggente, vago, contraddittorio. Esattamente come Babbo Natale: una figura descritta in ogni dettaglio, con una biografia precisa, una logistica apparentemente impeccabile, e intere società che per mesi all’anno si comportano come se fosse reale.

Il problema, ovviamente, è che Babbo Natale non esiste.

E la remigrazione  nemmeno.