Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Questioni cognitive.

Una delle critiche più frequenti, in questi giorni, è che mi starei occupando troppo di questioni cognitive. Per esempio, dimostrando attraverso la teoria della stima statistica che non può esistere alcuna percezione individuale del livello di criminalità: quando il fenomeno osservato ha un ordine di grandezza di 0,7 casi ogni centomila abitanti, un singolo individuo dovrebbe osservare direttamente un campione casuale di circa 28 milioni di persone per ottenere la precisione e il livello di confidenza richiesti dalla stima.

Può osservare ciò che accade a lui, ai suoi conoscenti e nelle poche strade che frequenta. Tutto il resto gli arriva necessariamente attraverso racconti, selezioni giornalistiche, social network, discorsi politici e rappresentazioni collettive.

Ma perché è così importante affrontare la questione cognitiva?

Per capirlo possiamo ricorrere a un esempio molto più quotidiano: quello della persona che non aveva mai pensato di comprare l’oggetto X, entra nel consueto percorso guidato di IKEA e, quando ne esce, ha deciso di desiderarlo.

La domanda che pongo è molto semplice: perché?

Se all’ingresso non sentivate alcun bisogno di comprarlo, se non possedete quell’oggetto e magari non ne avete mai posseduto neppure uno simile, perché improvvisamente lo desiderate?

La risposta è altrettanto semplice: perché il desiderio è (anche) cognitivo.

In qualche modo pensate che quell’oggetto debba essere comprato perché vi aspettate di ricavarne, diciamo, «qualcosa di buono». Eppure non lo avete mai posseduto. Non sapete davvero come sarà averlo in casa, usarlo ogni giorno, pulirlo, conservarlo o scoprirne i difetti.

In che modo, allora, potete essere certi che vi darà proprio quel «qualcosa di buono» che state cercando?

Non mi interessa, in questo momento, stabilire come abbiate costruito quella convinzione. Può essere stato il passaparola, la logica, la pubblicità, l’imitazione, il modo in cui l’oggetto è stato esposto oppure qualche altro meccanismo.

Il punto è che, prima di comprarlo e prima di conoscerlo davvero, avete già un’opinione su di esso. Se vogliamo, avete già un pregiudizio: una rappresentazione anticipata che vi porta a pensare all’oggetto in un certo modo e, proprio per questo, a desiderarlo.

Questo significa che il desiderio non affonda le proprie radici soltanto nella ricerca di quel «qualcosa di buono» che attiva i meccanismi cerebrali dell’aspettativa, della motivazione e della ricompensa. Il desiderio dipende anche dall’idea che vi siete costruiti di ciò che state per ottenere.

Il problema, insomma, è che nel desiderio è sempre coinvolta un’opinione.

Un’opinione che deve esistere prima di conoscere davvero l’oggetto e che, proprio perché precede l’esperienza, è strutturata come un pregiudizio. È quella rappresentazione preventiva a rendere l’oggetto desiderabile. In questo senso, quindi, il desiderio è cognitivo.

Il pregiudizio può avere ottime ragioni — per esempio: mi serve un battibistecche per preparare le bistecche del barbecue del fine settimana — oppure può assumere la forma di un’idea piuttosto strana, come: «Ogni supercar Lamborghini si riempirà di troie da sola».

Ma rimane il fatto che quella convinzione, sensata o delirante che sia, contribuisce a produrre il desiderio.

Non desiderate semplicemente un oggetto. Desiderate ciò che pensate che quell’oggetto farà di voi, per voi o intorno a voi.


Ma torniamo indietro, e riflettiamo sulle cose «percepite»: il caldo percepito, il crimine percepito, il traffico percepito e, in generale, tutto ciò che finisce per essere definito attraverso quell’aggettivo.

La prima cosa alla quale dobbiamo pensare è che, quando diciamo «percepito», intendiamo in realtà «percepito da me».

Il guaio è che, se proviamo a verificare quanto siamo precisi — o anche soltanto quanto potremmo esserlo — usando la fisica oppure la teoria statistica della stima, scopriamo che quei fenomeni «percepiti» non esistono come misurazioni individuali attendibili.

Esiste certamente una sensazione. Ma quella sensazione non costituisce necessariamente una misura del fenomeno esterno.

La componente cognitiva, cioè, prevale sulla componente informativa: ciò che pensiamo di sapere, ciò che ci aspettiamo, ciò che ricordiamo e ciò che ci è stato raccontato finisce per pesare più delle informazioni che i nostri sensi potrebbero realmente raccogliere.

Prendiamo, per esempio, il «caldo percepito».

In questo caso scopriamo che l’espressione ha effettivamente un fondamento fisico: quando l’umidità relativa si avvicina al 100%, l’evaporazione del sudore diventa sempre meno efficace e, quando l’aria è satura, non può più contribuire in modo significativo alla dispersione del calore corporeo.

Il sudore, infatti, non raffredda il corpo per il semplice fatto di essere prodotto. Lo raffredda quando evapora, sottraendo energia termica alla pelle. Se non evapora, rimane soltanto acqua calda sulla pelle e il sistema di raffreddamento smette sostanzialmente di funzionare.

Sappiamo benissimo che l’evaporazione può modificare la temperatura misurata. Ed è proprio su questo principio che funziona lo psicrometro: si confronta la temperatura indicata da un termometro asciutto con quella indicata da un secondo termometro, il cui bulbo è avvolto in un tessuto bagnato.

Quando l’acqua evapora, il bulbo bagnato si raffredda e indica una temperatura inferiore. Quanto maggiore è la differenza tra i due termometri, tanto più facilmente l’acqua sta evaporando e, dunque, tanto più secca è l’aria.

Quando invece l’umidità relativa raggiunge il 100%, l’acqua non evapora più: il termometro bagnato e quello asciutto finiscono quindi per indicare la stessa temperatura.




Tuttavia, rimane un problema: il fatto che un fenomeno fisico esista non implica affatto che noi siamo capaci di percepirlo da soli, e tantomeno di misurarlo con precisione.

È verissimo, per esempio, che in ogni momento siamo attraversati da miliardi di neutrini. Il fenomeno esiste, è reale e può essere misurato con strumenti adeguati. Ma noi non ce ne siamo mai accorti.

Allo stesso modo, quando diciamo che «ieri la temperatura era di 37 gradi, ma se ne percepivano 39», non stiamo descrivendo una percezione reale nel senso ordinario del termine.

Sulla temperatura di 37 gradi possiamo essere ragionevolmente sicuri, perché disponiamo di termometri precisi, tarati e ripetibili. Ma quando passiamo ai 39 gradi «percepiti», quella precisione di due gradi non appartiene alla nostra esperienza cognitiva.

Nessun essere umano possiede un termometro interiore capace di distinguere con esattezza 38, 39 o 40 gradi apparenti. Quel numero non è stato percepito: è stato calcolato.

Sarebbe quindi più corretto dire: «La temperatura era di 37 gradi, l’umidità relativa era del 95%, il vento aveva una certa velocità e l’irraggiamento solare era quello misurato». Questi sono dati fisici.

Poi, sulla base di quei dati e di un modello convenzionale del corpo umano, possiamo calcolare un indice di temperatura apparente.

Ma chiamarlo «percepito» produce l’illusione che qualcuno abbia davvero percepito proprio quel numero.


Perché, onestamente, faccio fatica a capire come venga rappresentata una situazione con il 100% di umidità relativa.

Quando l’umidità relativa raggiunge il 100%, la temperatura dell’aria coincide con il punto di rugiada. Questo non significa necessariamente che debba esserci una nebbia fitta e uniforme ovunque, ma significa che l’aria è satura.

Di conseguenza, qualsiasi superficie anche solo leggermente più fredda dell’aria — un pezzo di metallo, un vetro, una parete o un oggetto rimasto all’ombra abbastanza a lungo — si trova sotto il punto di rugiada e comincia a coprirsi di condensa.

La nebbia richiede anche che il vapore condensi in minuscole goccioline sospese nell’aria, in quantità sufficiente da ridurre la visibilità. Ma la saturazione rimane un fenomeno fisico assai concreto: al 100% di umidità, basta una differenza minima di temperatura perché l’acqua cominci a condensare sulle superfici.

Morale: chi vi racconta di avere «visto» un’umidità del 100% mente, perché l’umidità relativa non si vede.

Può averla letta su un igrometro, certamente. Può aver osservato che la temperatura dell’aria coincideva, entro la precisione degli strumenti, con il punto di rugiada. Ma non può aver percepito direttamente quel 100%, né averlo distinto a sensazione da un 97%, un 98% o un 99%.

E soprattutto non dovrebbe raccontarlo come se il numero descrivesse un’esperienza umana precisa. Il 100% è il risultato di una misura e di una definizione fisica: non è qualcosa che il corpo umano sa leggere da solo.

Insomma, il fenomeno può esistere, ma la sua misura non nasce dalla percezione individuale.

E chiamarlo “percepito” serve solo ad inserire un pregiudizio su quello che le persone si aspettano di percepire. Il caldo “percepito” non e' altro che un caldo “cognitivo”.



Non per nulla mi trovo qui in Germania, nel mezzo di un’estate relativamente mite, mentre da casa mi parlano di temperature anche dieci gradi più alte. Eppure i tedeschi stanno morendo di caldo, perché sono convinti di «percepire» un calore incredibilmente superiore.

Ed è qui che si vede quanto possa essere potente lo strato cognitivo.

Persino sopra qualcosa di apparentemente neutrale come un numero possiamo costruire un intero sistema di pregiudizi.

Ventotto gradi fanno caldissimo. Trentasette gradi sono una temperatura estiva enorme. Quaranta gradi sono l’apocalisse. Non perché il corpo sappia leggere quei numeri, naturalmente, ma perché noi abbiamo già deciso che cosa debbano significare.

Il numero non si limita a descrivere la sensazione: la prepara.

Prima ancora di uscire di casa, sappiamo già che 28 gradi sono «troppi». E quando usciamo, interpretiamo ogni goccia di sudore, ogni momento di stanchezza e ogni stanza poco ventilata come una conferma di ciò che il numero ci aveva già annunciato.

Abbiamo quindi costruito uno strato cognitivo di aspettative e pregiudizi persino sopra una misura astratta.

Il termometro dice 28.

Tutto il resto lo aggiungiamo noi.



Il problema, quando si discute di fenomeni sociali e politici, è che quello strato cognitivo non nasce da solo. È stato manipolato pesantemente, per anni, con tecniche pubblicitarie.

Ma cosa sono, in concreto, le tecniche pubblicitarie?

Prendiamo il problema secondo cui «ogni automobile Lamborghini sufficientemente prestigiosa si riempie automaticamente di troie».

Si tratta di un pregiudizio interamente cognitivo. Se parlate con un ingegnere che progetta le Lamborghini, scoprite subito che la funzione di produrre troie non è mai stata implementata.

Nell’automobile non esiste alcun apparato capace di farlo.

Non potete quindi formulare domande tecniche precise, del tipo: «Sì, ma quante troie al chilometro produce?», oppure: «Quante troie al litro?». Non esiste una curva di rendimento, non esiste una portata nominale e non esiste una scheda tecnica che riporti il numero di troie generate per unità di carburante.

Tantomeno potete usare questa caratteristica come parametro di qualità. Non potete chiedere a un ingegnere della Lamborghini quale sarà la qualità delle troie prodotte, quale sarà la loro età media o quale classe di emissioni rispetteranno. Quest'ultima domanda, veramente cruciale.

La funzione, semplicemente, non esiste.

Tuttavia, se la pubblicità prende un’automobile — e no, so benissimo che Lamborghini non si pubblicizza attraverso normali spot televisivi — e continua a rappresentarla con a bordo un ragazzo giovane e una pila di troie in bikini, mentre tutti insieme si dirigono verso una festa sulla spiaggia, allora sull’automobile viene costruito uno strato cognitivo molto pesante.

A quel punto una parte del desiderio non deriva più dalle caratteristiche dell’oggetto: motore, accelerazione, tenuta di strada, materiali o progettazione.

Deriva dal pregiudizio secondo cui: «Se possedessi quell’automobile, avrei una mia sorgente privata di troie».

La pubblicità non ha aggiunto nulla all’automobile.

Ha aggiunto qualcosa alla vostra idea dell’automobile.



E questa è precisamente la componente cognitiva del desiderio.


Desideriamo qualcosa perché un pregiudizio ce la presenta come desiderabile, vantaggiosa, piacevole, prestigiosa o comunque capace di procurarci quel «qualcosa di buono» che abbiamo già deciso di cercare.

La costruzione di questo pregiudizio è esattamente il meccanismo cognitivo sul quale si basa la pubblicità.

I filosofi stoici moderni, o neostoici, invitano infatti chi li segue a individuare questo genere di pregiudizio, a sospendere l’assenso immediato e ad analizzarlo criticamente, in modo da non cadere nella trappola delle proprie rappresentazioni. Non si tratta di negare ciò che vediamo, ma di distinguere l’impressione iniziale dal giudizio che costruiamo sopra di essa.

Tempo fa, per esempio, esistevano pubblicità nelle quali alcune casalinghe sembravano provare una specie di piacere fisico mentre spazzavano il pavimento con una nuova scopa di spugna.

La scopa scivolava, il pavimento brillava e la donna assumeva un’espressione che, fisiologicamente parlando, sarebbe stata più adatta a un’attività molto diversa dalla pulizia delle piastrelle.


Naturalmente non aveva alcun senso.

Una scopa non contiene un apparato capace di produrre piacere fisico nella persona che la impugna. Non esiste un coefficiente di soddisfazione erotica per metro quadrato pulito, né una curva che metta in relazione la quantità di sporco raccolto con l’intensità dell’orgasmo domestico.

Ma la pubblicità non aveva bisogno che il fenomeno esistesse.

Doveva soltanto costruire un pregiudizio.

E quel pregiudizio sarebbe riemerso ogni volta che una donna esposta a quella pubblicità avesse incontrato la stessa scopa sullo scaffale di un supermercato. L’oggetto non sarebbe più stato soltanto una scopa: sarebbe diventato la promessa di una casa pulita senza fatica, di una vita domestica finalmente ordinata e magari persino di un piacere inspiegabile nel lavare il pavimento.

Un esempio ancora più forte è quello delle vacanze.

Qui in Germania il pregiudizio cognitivo è che, se partiamo da Berlino e andiamo a Palma di Maiorca — una specie di Formentera dei tedeschi, ma con più birra — allora ci riposeremo, ci ricaricheremo e, soprattutto, sfuggiremo all’afa.

Tutte queste conseguenze vengono date per scontate prima ancora di partire.

In realtà potremmo non riposarci affatto, perché passeremo la vacanza in attività continua: aeroporto, trasferimenti, albergo, spiaggia, escursioni, ristoranti, discoteche e ritorno.

Potremmo non ricaricarci affatto, perché saremo fuori dalla nostra zona di comfort, dormiremo in un letto che non è il nostro, mangeremo a orari insoliti e trascorreremo una settimana a rispettare un programma più intenso di quello lavorativo.

E non è affatto detto che sfuggiremo al caldo.

Se te ne vai da una città nella quale ci sono 34 gradi, «percepiti» 38, per andare su una spiaggia dove ce ne sono 46, «percepiti» 50, non sei sfuggito proprio a niente. Hai semplicemente preso un aereo per raggiungere un caldo ancora peggiore, pagando per farlo.

Ma lo strato cognitivo è già stato costruito: la città è associata all’afa, mentre la spiaggia è associata alla freschezza, al riposo e al benessere.

Per questa ragione non soltanto ti sentirai più fresco, o almeno racconterai di esserlo, ma ti stenderai volontariamente sotto il sole per massimizzare l’assorbimento di calore, esponendoti per ore a un forno di radiazioni ultraviolette.

Ma sempre per via della componente cognitiva, non soltanto ti sentirai più fresco: ti stenderai al sole per massimizzare l’assorbimento di calore, esponendoti contemporaneamente a un forno di radiazioni ultraviolette capaci di danneggiare direttamente e indirettamente il DNA, trasformando così la vacanza in un bagno di cattiva salute.(*)

Avrai quindi trasformato la vacanza in un bagno di stress e cattiva salute, continuando però a descriverla come un periodo nel quale ti sei «ricaricato».

Ancora una volta, il fenomeno fisico e il racconto cognitivo procedono in direzioni diverse.

Il corpo è stanco, disidratato, accaldato e irradiato.

Ma il pregiudizio dice che siete in vacanza, e dunque state bene.


Quest’estate, cioè tra poco, farò una specie di test cognitivo.

Ero stufo di sentir parlare continuamente di Palma di Maiorca, così ho convinto due dei miei amici più stretti — i miei buddies della palestra di judo — a saltare Palma e ad andare invece in Sicilia.

Aha.

So già per certo che arriveranno portandosi dietro alcuni pregiudizi cognitivi.

Uno dei due è allergico al latte vaccino e si aspetta di trovare una quantità sterminata di dolci e prodotti preparati con ricotta di pecora.

Check.

So benissimo che li troverà. Cannoli, cassate e una parte consistente della pasticceria siciliana confermeranno con grande efficienza il suo pregiudizio.

Non conosce ancora l’esistenza della versione siciliana della granita servita dentro — o, più normalmente, insieme — alla brioscia. Ma la apprenderà.

Questa è la parte semplice: un’aspettativa costruita in anticipo che, almeno in questo caso, incontrerà una realtà perfettamente disposta a confermarla.

Il secondo dei due, invece, vuole andare a vedere Corleone.

So che a questo punto molti di voi diranno: «Eh?».

Eh.

Purtroppo una quantità impressionante di film, a partire dal Padrino, ha spiegato al mondo che Corleone sarebbe la capitale della mafia. La capitale geografica, culturale e possibilmente amministrativa di Cosa Nostra, con tanto di municipio, ufficio informazioni e sportello per il rilascio della coppola.

Dal momento che abbiamo affittato un’automobile, a Corleone ci andremo.

Ma sono relativamente certo che ne rimarranno delusi.

O forse no.

Perché il bias cognitivo è precisamente questo: non stanno andando a visitare il paese reale. Stanno andando a cercare il paese che il cinema ha già costruito nella loro testa.

Si aspettano che Corleone abbia un aspetto particolare.

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(Notoriamente, sparare un colpo di lupara contro una bicicletta serve ad avviare meglio le biciclette di Corleone. L’unico personaggio senza coppola, il bambino che gioca a calcio, si chiama «Qua­quaraquà».)

Tuttavia, “sospetto fortemente” che non vedranno nulla del genere.

Secondo me arriveremo in un piccolo paese siciliano, parcheggeremo l’automobile, compreremo qualcosa da mangiare e forse troveremo qualche souvenir trash che richiama la mafia, prodotto apposta per i turisti che hanno visto Il

Padrino e desiderano portarsi a casa una coppola, una calamita con la lupara o qualche altra forma di folklore cinematografico industrializzato.

Ma, onestamente, non credo che incontreremo alcun fenomeno mafioso direttamente osservabile.

Non credo che vedremo uomini appostati agli angoli delle strade con la lupara, bambini baffuti che giocano a pallone sotto lo sguardo delle famiglie, automobili che producono coppole o un grattacielo di vetro con l’insegna luminosa Cosa Nostra AG.

Probabilmente vedremo un paese.

Il problema è che loro non stanno andando a cercare semplicemente un paese. Stanno andando a verificare se la realtà possiede l’aspetto particolare che il cinema le ha assegnato.



Ho lavorato in Sicilia , e ci sono stato , e NON sono mai stato a Corleone, ma sono relativamente certo che non sia come nell'immagine.

Vediamo allora come potrebbe costruirsi, poco alla volta, la «Cosa Nostra percepita».

Arriveremo in Sicilia, prenderemo possesso del nostro residence e andremo a fare compere, dopo aver chiesto qualche informazione alle persone del luogo.

Conoscendo i siciliani — e questo non è un pregiudizio, è memoria — mediamente si sbracceranno per spiegarci dove trovare una pasticceria piena di dolci preparati con la ricotta di pecora, dove comprare i prodotti migliori e dove fare colazione con granita e brioscia, o qualcosa di simile.

In quel momento la componente cognitiva sarà felice.

La Sicilia reale coinciderà perfettamente con il pregiudizio: un pregiudizio positivo, sia chiaro. Gente ospitale, cibo preparato con latte di pecora, dolci meravigliosi e persone disposte a passare venti minuti a spiegarvi quale pasticceria dovete assolutamente provare.

Check.

Poi andremo a mangiare qualcosa fuori. Spero di trovare del pesce fresco, e compreremo formaggi come il pecorino o altri prodotti di pecora, grazie ai quali il mio amico potrà ingrassare serenamente senza essere costretto a ingoiare pillole contenenti enzimi vari.

E via: altri due pregiudizi cognitivi confermati.

Il cibo è ottimo.

Si usano latte di pecora e latte di capra.

Fatto.

Le spiagge saranno bellissime — e, in Sicilia, sbagliare completamente spiaggia richiede comunque un certo impegno — mentre il caldo sarà quel che sarà. Falconara, vicino a Licata, non e' “un posto fresco”.

La festa del patrono locale confermerà il retroterra di caos, rumore e allegria.

Fatto.

I negozi chiuderanno verso l’ora di pranzo e riapriranno nel pomeriggio. Loro penseranno che si tratti della «siesta», senza sapere di non essere in Spagna.

Comunque: check.

A quel punto saremo già entrati in una situazione cognitiva molto precisa. Avranno portato con sé una serie di aspettative sulla Sicilia e, una dopo l’altra, quelle aspettative saranno state confermate.

La Sicilia sarà ospitale.

Il cibo sarà buono.

La ricotta sarà di pecora.

Le spiagge saranno belle.

La festa sarà rumorosa.

I negozi chiuderanno a metà giornata.

Tutto corrisponderà.

E poi andremo a Corleone.

Ed è lì che, ovviamente, vedranno la mafia.

Non perché la mafia debba necessariamente manifestarsi davanti a noi — sono ragionevolmente convinto che le donne di Corleone non abbiano i baffi, e neppure le automobili — ma proprio perché sarà invisibile.

Non troveranno il grattacielo di Cosa Nostra AG.

Non troveranno uomini con la lupara appostati agli incroci.

Non troveranno bambini con la coppola che giocano sotto un cartello con scritto «Direzione generale mandamento». Non credo che sia uso tirare colpi di lupara alla propria bicicletta.

Non troveranno nulla che corrisponda apertamente al mondo costruito dal cinema.

Ma a quel punto avranno un problema di «mafia percepita».

Perché, quando un pregiudizio è molto forte e la realtà non lo conferma apertamente, la mente non è costretta ad abbandonarlo subito. Può cominciare, invece, a reinterpretare ciò che vede.

Ed è proprio questo che sono curioso di osservare: quante cose completamente normali verranno lette come segnali della mafia?

Un gruppo di uomini seduti al bar sarà soltanto un gruppo di uomini seduti al bar?

Un negozio chiuso sarà semplicemente chiuso?

Una persona poco loquace sarà riservata, oppure starà praticando l’omertà?

Due persone che si salutano si conoscono, oppure si sono appena scambiate un ordine?

Un’automobile costosa sarà soltanto un’automobile costosa, oppure apparterrà certamente a un boss?

È questo il punto interessante: una volta entrati a Corleone, ogni dettaglio normale potrà essere promosso a indizio.

Essendo due persone intelligenti, naturalmente, potranno anche arrivare alla conclusione opposta e dire: «Siamo stati a Corleone, ed erano tutte cazzate di Hollywood».

Ci conto molto.

Ma un pregiudizio costruito da decenni di cinema non scompare necessariamente nel momento esatto in cui viene contraddetto. Viene smontato lentamente, osservazione dopo osservazione, mentre cerca ancora di sopravvivere reinterpretando ciò che incontra.

Ed è proprio questo che voglio vedere.

Non la mafia.

La «mafia percepita» mentre tenta disperatamente di fabbricarsi delle prove.




Esperimenti a parte, il punto è che noi, come esseri umani moderni, trascorriamo quaranta ore alla settimana dentro un ufficio, escluse le ferie. Dormiamo a casa, ci spostiamo lungo percorsi abituali, frequentiamo più o meno sempre gli stessi luoghi e incontriamo un numero relativamente ristretto di persone.

Non abbiamo quindi una possibilità reale di conoscere direttamente il mondo esterno nella sua interezza.

Quasi tutto ciò che sappiamo del mondo è «percepito», ma non osservato. E questo accade sia per gli ovvi limiti dei sensi umani, sia per ragioni statistiche.

Non possiamo vedere milioni di persone.

Non possiamo assistere personalmente a migliaia di eventi.

Non possiamo verificare direttamente la criminalità di un paese, l’andamento dell’economia, il comportamento medio di una popolazione o le condizioni di una città distante migliaia di chilometri.

Quasi tutto ci arriva attraverso numeri, racconti, fotografie, filmati, giornali, social network, discorsi politici e testimonianze altrui. Il nostro rapporto con il mondo, cioè, è in grandissima parte cognitivo.

La realtà esiste, naturalmente. Ma ciò che noi chiamiamo «il mondo» è quasi sempre una rappresentazione mentale costruita a partire da una quantità minuscola di osservazioni dirette e da una quantità enorme di informazioni ricevute da altri.

E, come tale, la fotografia di Corleone che ho generato potrebbe essere distante dalla realtà quanto qualsiasi altra cosa venga definita «percepita» e che, proprio per questo, finiamo per considerare reale o realistica.

Nell’immagine ci sono baffi, coppole, lupare, Fiat 500 e il quartier generale di Cosa Nostra AG.

Sappiamo che è una caricatura perché gli elementi sono stati spinti fino all’assurdo.

Ma il meccanismo con cui è stata costruita non è diverso da quello con cui costruiamo ogni giorno immagini molto più serie e credibili: selezioniamo alcuni elementi, li associamo tra loro, li ripetiamo e infine li scambiamo per una descrizione del mondo.

Per questo considero essenziale la questione cognitiva.

Perché, se non capiamo come viene costruita la rappresentazione, non possiamo sapere quanta parte di ciò che crediamo reale derivi dall’osservazione e quanta, invece, dal pregiudizio.

E no: non suggeritemi di andare a guardare qualcosa di Žižek.

Žižek parla di falsità, di ideologia, di costruzioni politiche che mascherano o deformano la realtà. Il suo problema è stabilire in che modo una rappresentazione sia falsa, a chi serva, quale struttura di potere protegga e quale funzione politica svolga.

Io sto parlando di un’altra cosa.

Sto parlando del meccanismo cognitivo con cui una rappresentazione viene costruita, prima ancora di stabilire se sia vera, falsa, utile, dannosa, progressista o reazionaria.

Naturalmente le due cose possono anche coincidere. Una rappresentazione prodotta da un certo meccanismo cognitivo può essere falsa, e può essere stata costruita deliberatamente per ragioni politiche.

Ma non sono la stessa questione.

La parola «falsità», in Žižek, possiede già un valore morale e politico. Presuppone una critica, un inganno, una funzione ideologica, qualcuno che nasconde qualcosa a qualcun altro.

Per me, invece, il meccanismo cognitivo non è né buono né cattivo.

È semplicemente il modo in cui la mente costruisce il mondo che crede di osservare.

Può produrre la mafia percepita, il caldo percepito, il crimine percepito oppure il desiderio di comprare una scopa di spugna. Può essere manipolato dalla pubblicità o dalla propaganda, ma può anche funzionare da solo, senza che esista necessariamente un colpevole, un inganno consapevole o un progetto politico.

Prima di domandarci chi ci stia mentendo, quindi, dovremmo capire in che modo diventiamo capaci di credere a quella menzogna.

Ed è precisamente questo il problema cognitivo.




(*) Questi UV danneggiano comunque il DNA senza doverlo ionizzare. In particolare:

  • gli UVB vengono assorbiti direttamente dalle basi del DNA e producono soprattutto dimeri di pirimidina e fotoprodotti 6-4;
  • gli UVA agiscono in gran parte indirettamente, generando specie reattive dell’ossigeno, ma possono produrre anche alcuni danni diretti;
  • tali lesioni, se riparate male, causano mutazioni e tumori cutanei.
Uriel Fanelli

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