Questa non è un’esercitazione

E niente, mi e' venuto da scrivere una storia breve.

Ero a Milano da poche ore, arrivato dalla Germania con quella sensazione leggermente irreale che si prova quando si scende da un treno o da un aereo e il mondo attorno parla di nuovo la tua lingua, ma non esattamente come la ricordavi. Milano faceva Milano: traffico, aria nervosa, gente che camminava come se stesse andando a licenziare qualcuno, monopattini lanciati come proiettili moralmente superiori, e quel grigio lombardo che non è un colore, ma una diagnosi.



Ero venuto a trovare un’amica. Lei viveva dalle parti di Lodi, ma per qualche ragione che non ricordo — e che probabilmente, conoscendoci, non aveva nessuna importanza — eravamo finiti in un supermercato a Milano. Nella storia la chiamerò Lupa, perché ogni storia ha bisogno di almeno un nome che sembri uscito da una banda partigiana, da un branco di motociclisti o da un romanzo che l’autore non ha avuto il coraggio di scrivere fino in fondo.

Lupa mi conosceva bene. Non nel senso banale del “sa che caffè prendo”, anche se probabilmente sapeva pure quello. Mi conosceva proprio nel senso più pericoloso: sapeva prevedere quando stavo per dire una cosa orribile con tono ragionevole, quando stavo per offendermi per una stupidaggine, quando stavo per partire con una filippica sulla decadenza dell’Occidente perché qualcuno aveva scritto “bio” su una confezione di biscotti industriali.

Eravamo in fila alla cassa.

Davanti a noi c’era la solita fauna da supermercato, quella che dimostra come Darwin avesse ragione, ma solo fino a un certo punto. Una signora con il carrello pieno di prodotti “senza”: senza zucchero, senza lattosio, senza glutine, senza gioia, senza futuro. Un uomo sulla cinquantina che fissava il display della cassa come se da lì dovesse uscire la sentenza della Cassazione. Una coppia giovane che comprava hummus, birra artigianale e carta igienica, cioè il trittico liturgico della borghesia urbana contemporanea. Un anziano con tre bottiglie di vino rosso e una scatola di croccantini per gatti, che aveva chiaramente capito tutto della vita e non aveva più bisogno di spiegazioni.

La cassiera passava i prodotti con la rassegnazione fluida di chi ha visto la civiltà occidentale ridursi a codici a barre e punti fragola. Ogni tanto lo scanner faceva bip. Bip. Bip. Il suono cardiaco del capitalismo terminale.

Poi, improvvisamente, tutti i cellulari iniziarono a suonare.

Non uno. Non due. Tutti.

Un coro isterico, metallico, simultaneo, quel tipo di allarme che non sembra progettato per avvisarti di un pericolo, ma per fartelo desiderare, purché finisca il rumore. I telefoni vibravano sui banconi, dentro le borse, nelle tasche, tra le mani. Qualcuno sobbalzò. Qualcuno bestemmiò. Qualcuno, italiano esperto, guardò subito male qualcun altro, perché in Italia anche l’apocalisse deve avere un responsabile nelle immediate vicinanze.

All’inizio nessuno ci fece davvero caso.

“Ah, sarà l’esercitazione,” disse qualcuno.

E in effetti aveva senso. Ogni tanto arrivano questi allarmi pubblici, questi test della protezione civile, questi messaggi che ti spiegano che il tuo telefono può urlarti addosso in caso di catastrofe, come se questa fosse una conquista della modernità e non semplicemente un altro modo per rendere più rumorosa la fine del mondo.

Lupa prese il telefono, lo guardò appena, poi guardò me.

Io non presi il mio.

Per principio.

O per pigrizia.

Che, col tempo, ho scoperto essere due parole diverse per indicare spesso la stessa posizione filosofica.

Il suono cessò quasi nello stesso momento in cui era iniziato, lasciando dietro di sé un vuoto strano, un silenzio più grande del supermercato. Per un paio di secondi si sentirono solo il motore dei frigoriferi, il rotolare di una bottiglia sul nastro, il bip tardivo di una cassa automatica che evidentemente non aveva ricevuto la notizia della fine imminente.

Poi una voce disse:

“Ehi!”

Nessuno rispose.

La voce, più alta:

“Ehi, non è un’esercitazione!”

A quel punto successe una cosa piccola, ma terribile.

Tutti si fermarono.

La cassiera smise di passare i prodotti. L’uomo sulla cinquantina smise di fissare il display della cassa. La coppia dell’hummus smise di esistere come coppia e tornò a essere due mammiferi spaventati. L’anziano con il vino e i croccantini sollevò lentamente lo sguardo, con l’espressione di chi aveva sempre sospettato che sarebbe finita così, ma sperava almeno dopo cena.

Ci fu un secondo di silenzio terrificato.

Uno solo.

Ma abbastanza lungo da contenere tutta la stupidità del secolo.

Poi tutti, contemporaneamente, tirarono fuori il cellulare.

Fu un gesto riflesso, quasi militare. Borse aperte di scatto. Tasche rovistate. Cover fluorescenti. Schermi crepati. Pollici tremanti. Facce illuminate dalla luce fredda dei display. Sembrava una funzione religiosa di una setta molto povera, nella quale il dio era morto ma l’app funzionava ancora.

Io guardai Lupa.

Lupa guardò il telefono.

Poi guardò me.

“È vero,” disse.

“Cosa?”

Lei fece quella faccia che fanno le persone quando devono comunicarti una notizia grave, ma sanno già che tu reagirai nel modo sbagliato.

“Non è un’esercitazione.”

Presi finalmente il telefono.

Il messaggio era lì, secco, burocratico, spaventoso proprio perché scritto con quella lingua neutra da comunicato pubblico, quella lingua che riesce a trasformare qualsiasi tragedia in una circolare condominiale.

**ALLARME NAZIONALE — QUESTA NON È UN’ESERCITAZIONE.**

Seguiva il testo.

Per qualche istante il mio cervello fece l’inventario delle possibilità serie: diga crollata, nube tossica, attacco missilistico, incidente nucleare, epidemia, invasione di cavallette, ritorno dei Savoia.

Poi lessi.

L’emergenza era questa.

I social network erano giù.

Tutti.

Non “alcuni servizi potrebbero risultare irraggiungibili”. Non “stiamo riscontrando problemi tecnici”. Non “Meta sta investigando”. No.

Giù.

Tutti.

Un attacco hacker spaventoso, coordinato, globale, aveva reso irraggiungibili Facebook, Instagram, TikTok, X, Threads, YouTube, Reddit, Mastodon, Bluesky, LinkedIn, persino quei social minori che di solito hanno tre utenti, due bot e un amministratore tedesco che risponde ai bug report con aria ferita.

Tutto spento.

Tutto muto.

Tutto morto.

Nel supermercato nessuno parlava più.

Ma tutti stavano già provando a ricaricare.


Apparentemente, la vita riprese.

Dico apparentemente perché, per qualche secondo, il supermercato fece esattamente quello che fanno gli organismi complessi quando ricevono una ferita mortale ma non se ne sono ancora accorti: continuò a funzionare. La cassiera tornò a passare i prodotti sul lettore. Bip. Bip. Bip. La signora dei prodotti “senza” recuperò la propria tessera fedeltà. L’uomo sulla cinquantina fissò di nuovo il display, ma adesso con un’ombra in più negli occhi, come se il prezzo delle zucchine fosse diventato improvvisamente una questione geopolitica. La coppia dell’hummus si guardava senza sapere se fosse ancora una coppia, visto che nessuno avrebbe potuto validarla con una foto, una storia o almeno un cuoricino.

Io rimisi il telefono in tasca.

“Beh, dai,” dissi alLupa, con quel tono ottimista che uso solo quando non ci credo nemmeno io, “ci siamo nati, senza i social, dopotutto, no? Non è che si muore.”

Lupa annuì.

Non disse nulla.

Stringeva a sé il salmone surgelato.

Lo teneva contro il petto con entrambe le mani, come se fosse un cucciolo appena salvato da un incendio, o un ostaggio prezioso da consegnare a qualche ambasciata prima che la città cadesse. Era una confezione rettangolare, rigida, azzurrina, con sopra una fotografia del pesce in una posa molto più dignitosa di quella che avrebbe avuto dopo essere finito in padella. Lei la guardò per un istante, poi la strinse ancora di più, come se fosse in preda a un presentimento.

“Anzi,” continuai, perché quando vedo una persona preoccupata la mia reazione naturale è peggiorare la situazione con un ragionamento, “forse sono stati gli anni migliori della nostra vita. Prima dei social, intendo. A parte qualche incomprensione col resto della società.”

Lupa mi guardò di traverso.

Era uno sguardo che diceva molte cose, ma nessuna di queste era “continua, ti prego”.

Io continuai.

“Voglio dire: siamo sopravvissuti all’adolescenza senza notifiche, senza stories, senza gente che fotografava ogni piatto di pasta come se avesse appena scoperto la Sindone. Abbiamo avuto amicizie, litigi, amori, rancori, figure di merda. Tutto offline. Artigianalmente. Con metodi tradizionali.”

Lei annuì di nuovo, ma continuava a tenere il salmone in quel modo.

C’era qualcosa di vagamente sacrale, in quella scena. Come se il supermercato fosse diventato una cattedrale del terziario avanzato, e Lupa avesse appena scelto la sua reliquia. Il braccio di San Gennaro. Il prepuzio di Cristo. Il filetto di salmone norvegese, abbattuto e confezionato in atmosfera protettiva.

“Dai,” dissi, “sbrighiamoci con questa coda, che torniamo a casa. Non è così grave.”

Lo dissi con sicurezza.

Ed è sempre un brutto segno, quando uno dice una cosa con sicurezza.

Fuori, oltre le vetrate del supermercato, si vedevano persone correre.

All’inizio non ci feci troppo caso. A Milano corrono tutti. Corrono per prendere il tram, corrono per prendere la metropolitana, corrono per andare al lavoro, corrono per tornare dal lavoro, corrono perché hanno pagato un abbonamento in palestra e adesso devono simulare una fuga da un predatore paleolitico sopra un tapis roulant. La corsa, a Milano, non è necessariamente un sintomo di panico. Può essere semplicemente urbanistica.

Però quelle persone non correvano bene.

Non correvano verso qualcosa.

Correva una donna con una borsa della spesa in una mano e una scarpa nell’altra. Dietro di lei un ragazzo con il casco da motorino sembrava inseguirla, o forse stava scappando anche lui da qualcun altro. Un uomo attraversò la strada senza guardare, seguito da due adolescenti che ridevano in un modo troppo alto, troppo isterico, troppo privo di internet. Qualcuno urtò un cestino, qualcun altro si mise a gridare. Una bicicletta cadde. Un monopattino elettrico finì contro un palo, confermando almeno una piccola continuità col mondo precedente.

“È esploso il crimine?” chiese Lupa, senza mollare il salmone.

Io guardai fuori, poi guardai lei.

“Ma no,” dissi.

E lo pensai davvero.

Perché mai avrebbe dovuto esplodere il crimine? L’assenza dei social non impediva di chiamare la polizia. Non impediva le chiamate di emergenza. Non impediva ai carabinieri di arrivare, ai vigili di multare qualcuno nel momento meno opportuno, alle ambulanze di farsi strada nel traffico con quella sirena che tutti rispettano solo in teoria. Il mondo, tecnicamente, esisteva ancora.

Controllai il cellulare.

Il segnale c’era.

Le tacche erano lì, rassicuranti nella loro piccola arroganza grafica. La rete mobile funzionava. Potevo telefonare. Avrei potuto chiamare il 112, o mia madre, o un elettricista, o qualunque altra entità soprannaturale alla quale ci si rivolge quando la realtà smette di collaborare.

“Vedi?” dissi. “Il segnale c’è.”

Lupa non rispose.

Guardò il mio telefono, poi guardò il suo salmone, come se stesse valutando quale dei due avrebbe avuto più valore nelle prossime quarantotto ore.

“Non sta succedendo nulla di male,” conclusi. “Non c’è nessuna ragione per cui il crimine debba esplodere solo perché non funziona Instagram.”

La cassiera ci fece cenno di avanzare.

Pagammo.

Anche quello fu un momento importante, benché nessuno lo riconobbe come tale. Appoggiai la carta sul POS con la solennità di un sacerdote che depone l’ostia sulla lingua del fedele. Il terminale fece il suo rumore. Attese. Pensò. Consultò probabilmente qualche demone bancario sepolto in un data center della Brianza.

Poi accettò il pagamento.

Transazione approvata.

Il mondo finanziario, almeno quello, non era ancora collassato.

“Benissimo,” dissi, prendendo lo scontrino. “Evitato anche il collasso finanziario.”

Lupa infilò il salmone nella borsa, poi cambiò idea e lo tirò fuori di nuovo, tenendolo contro di sé.

“Perché,” continuai, “il vero problema sarebbe stato quello. Se non funzionavano i pagamenti, la gente si precipitava a ritirare contanti dalle banche, le banche chiudevano, panico, assalti agli sportelli, governo in televisione con faccia seria, esperti che spiegano cose sbagliate, poi la cavalleria, poi il baratto, poi gente che scambia un iPhone per tre patate e una scatola di tonno.”

“Ma le carte funzionano,” disse lei.

“Esatto. Le carte funzionano. Le telefonate funzionano. L’elettricità funziona. L’acqua probabilmente funziona. I frigoriferi funzionano. Guarda: il salmone è ancora surgelato.”

Lupa abbassò lo sguardo sulla confezione, e per un momento ebbi l’impressione che fosse arrossita.

“Quindi,” dissi, “non si precipiteranno a milioni a ritirare soldi dalle banche. Non è così grave.”

Lo confermai con sicurezza.

Di nuovo.

Lupa mi guardò.

Stringeva a sé il salmone come se lo amasse di un amore torbido e sensuale. Non era più semplice preoccupazione. Era qualcosa di più profondo, più antico, quasi mediterraneo. Pareva una vedova siciliana col ritratto del marito disperso in mare, solo che il marito era un pesce norvegese in offerta speciale.

“Uriel,” disse piano.

“Eh?”

“Tu lo sai, vero, che quando dici ‘non è così grave’, di solito dopo succede qualcosa di gravissimo?”

Feci per rispondere.

Ma in quel momento, fuori dal supermercato, qualcuno urlò.


Una donna correva sotto il portico, inseguita da due uomini.

Non correva come corrono quelli che hanno perso il tram. Correva proprio come corrono quelli che hanno capito che, per qualche ragione, la legge della gravità morale è stata sospesa e adesso il primo che urla più forte vince.

I due dietro di lei gridavano:

“Sei una zoccola!”

“Una puttana!”

La donna stringeva la borsa contro il fianco e inciampava quasi a ogni passo, voltandosi di continuo, con la faccia di chi non sta scappando da due persone, ma da un intero archivio.

Io e Lupa eravamo appena usciti dal supermercato.

Lei aveva ancora il salmone surgelato stretto al petto. Non so perché non lo avesse messo nella borsa. Forse ormai era diventato un animale totemico. Forse, in un mondo senza social, ciascuno aveva bisogno di un oggetto sacro al quale aggrapparsi. Alcuni avrebbero scelto una croce, altri una foto dei figli, altri un coltellino svizzero. Lupa aveva scelto il salmone.

“Non guardare,” disse.

“Non sto guardando.”

“Stai guardando.”

“Sto osservando sociologicamente.”

“Uriel.”

“Va bene, non guardo.”

Ma ormai era troppo tardi.

Uno dei due uomini, o forse un terzo sodale emerso dal nulla come succede sempre quando la stupidità trova pubblico, ci vide e ci venne incontro agitando qualcosa in mano.

Fotografie.

Non il cellulare.

Fotografie vere.

Polaroid.

Fu quello il dettaglio che mi fece davvero paura. Non l’insulto, non la corsa, non il panico sotto il portico. Le Polaroid. Perché significava che qualcuno, da qualche parte, aveva già capito che senza social bisognava tornare all’analogico. E quando una società riesce a reinventare il revenge porn in formato istantaneo nel giro di cinque minuti, vuol dire che non è una società resiliente: è una muffa.

“Ehi!” disse l’uomo, piazzandosi davanti a noi. “Guardate che troia che era la mia ex moglie! Guardate qui!”

Ci spinse le foto sotto il naso.

Io e Lupa cercammo di divincolarci.

“Non ci interessa,” disse lei.

“Guarda!” insistette lui. “Guarda che roba!”

Altri arrivarono. Da dietro una colonna, da un bar, dall’ingresso di una farmacia. Uomini con fotografie in mano, fotografie di ex fidanzate, ex mogli, ex amanti, ex qualunque cosa. Alcune erano stampate male. Alcune erano palesemente manipolate. Alcune sembravano generate da un’intelligenza artificiale addestrata su rancore, pornografia amatoriale e fallimenti giudiziari.

“Ehi,” dissi, indicando una delle immagini, “ma questa è fatta con l’AI.”

L’uomo si bloccò.

Mi guardò come se avessi appena bestemmiato in una lingua morta.

“E tu che ne sai?”

“Beh.”

“Che ne sai?”

“Le donne normali non hanno cinque tette.”

Lupa chiuse gli occhi.

“Uriel,” sussurrò.

“E le damigiane di vino non entrano nel culo,” aggiunsi, perché a volte la precisione anatomica è l’ultimo baluardo della civiltà.

L’uomo diventò paonazzo.

“Comunista!” gridò.

“Come, scusi?”

“Comunista! E allora adesso tieniti la Schlein!”

“Cosa c’entra la Schlein?”

“La Schlein!” urlò lui, come se stesse evocando un demone minore della burocrazia emiliana. “Capito? La Schlein! Comunista!”

A quel punto capii che il problema non erano i social.

O meglio: i social erano stati il contenitore. Il barattolo. Il vaso di Pandora con interfaccia utente, algoritmo di raccomandazione e termini di servizio scritti da uno studio legale californiano. Ma il contenuto era sempre stato lì. Solo che fino a cinque minuti prima aveva avuto un feed, una piattaforma, un report button, una moderazione finta, una timeline, un posto dove scorrere e decomporsi senza occupare troppo spazio fisico.

Adesso il barattolo si era rotto. E loro avevano BISOGNO di dire quelle cose.

E la marmellata era per strada.

“Io direi che andiamo,” disse Lupa.

“Sì.”

“Adesso.”

“Sì.”

Cominciammo a correre.

O meglio: cominciammo a fare quella cosa che, dopo una certa età, chiami ancora correre per orgoglio personale, ma che un osservatore neutrale definirebbe “spostamento accelerato con ansia cardiaca”. Io avevo un po’ di fiatone. Lupa pure, ma lo portava meglio, probabilmente perché aveva un obiettivo spirituale: salvare se stessa, me e il salmone.

Non essendo io di Milano, lasciai guidare lei.

Girò a destra.

Poi a sinistra.

Poi attraversammo una strada mentre un tizio su un monopattino urlava contro un altro tizio che gli mostrava una stampa di un commento del 2018, evidentemente conservato per l’occasione.

“Da questa parte!” disse Lupa.

La seguii.

Dietro di noi, sotto il portico, continuava l’esplosione analogica del revenge porn. Fotografie agitate come volantini politici. Ex relazioni trasformate in materiale promozionale. Rancori stampati su carta lucida. Uomini che, privati della possibilità di postare, avevano deciso di diventare loro stessi la piattaforma.

Girato l’angolo, vidi Lupa fermarsi di colpo.

Rabbrividì.

Non era un brivido normale. Era uno di quei brividi che non vengono dal freddo, ma dalla memoria. Come quando passi davanti a un edificio e ti ricordi improvvisamente che, in un’altra vita, lì dentro sei stato interrogato su Manzoni, umiliato in educazione fisica o giudicato da un consiglio di classe.

“Che c’è?” chiesi.

Lei indicò il palazzo davanti a noi.

“È il mio vecchio liceo.”

Guardai l’edificio.

“E allora?”

Fu in quel momento che li vidi.

O meglio: che loro videro noi.

Una banda di studenti ci si parò davanti. Avevano l’aria elettrica, febbrile, completamente sprovvista di contesto. Erano troppo giovani per avere nostalgia e troppo vecchi per essere innocenti. Stringevano telefoni inutili, powerbank, cavalletti da creator, luci ad anello, piccoli microfoni, astucci, zaini, bottigliette d’acqua. Uno aveva perfino una lavagnetta con scritto “LIKE AND SUBSCRIBE”, ma, senza internet, sembrava il cartello di un mendicante durante il collasso della civiltà.

“Ehi,” dissi, alzando le mani, “calma. Vogliamo solo passare, ok?”

Una ragazza fece un passo avanti.

Aveva lo sguardo di chi, fino al giorno prima, aveva avuto un pubblico. E adesso il pubblico era scomparso. Non morto: scomparso. Che è peggio, perché il morto almeno lo puoi piangere; lo scomparso devi continuare a cercarlo.

“No,” disse.

“No cosa?”

“Adesso guardi.”

“Guardo cosa?”

“La mia coreografia.”

Dietro di lei, un gruppetto si dispose in formazione.

“Ah,” dissi. “No, guarda, davvero, noi avremmo il salmone che—”

“Zitto,” disse un ragazzo, tirando fuori un coltello piccolo, più teatrale che efficace, ma comunque abbastanza metallico da modificare la conversazione.

Lupa mi afferrò per il braccio.

“Non discutere.”

“Non sto discutendo.”

“Stai per discutere.”

“Sto valutando se esista un diritto costituzionale a non assistere a una coreografia.”

“Uriel.”

La musica non partì, naturalmente.

Non poteva partire da nessuna piattaforma.

Così una di loro cominciò a cantare a voce, male, scandendo un ritmo con le mani. Gli altri partirono. Fecero movimenti sincronizzati, espressioni da videocamera inesistente, sguardi ammiccanti rivolti a un algoritmo che non rispondeva più. Era una danza pensata per uno schermo verticale, per lo zoom aggressivo, per il montaggio rapido, per quel tipo di attenzione malata che non guarda una persona: la consuma a pezzi.

Ma lì, dal vivo, in mezzo alla strada, senza filtro, senza app, senza distanza, era soltanto imbarazzante.

E terrificante.

“Lo zoom!” mi gridò una.

La guardai.

“Lo... zoom?”

“Devi guardare da vicino!”

“No.”

“Cinque centimetri standard!” disse lei, con l’autorità di chi cita una norma tecnica europea. “Secondo TikTok!”

“Non credo che TikTok sia un ente normativo.”

“Avvicinati!”

“Preferirei di no.”

Il ragazzo col coltello fece un mezzo passo.

Mi avvicinai.

Non abbastanza da vedere quello che volevano farmi vedere, ma abbastanza da confermare la mia tesi generale: quando una civiltà delega l’educazione estetica a un algoritmo cinese e l’educazione sentimentale a un sistema di monetizzazione americano, poi non deve sorprendersi se, al primo blackout, i suoi adolescenti diventano cartelloni pubblicitari armati. E ninfomani.

Riuscii a liberarmi approfittando di un momento di confusione, quando due di loro iniziarono a litigare perché una aveva “rubato la posa” all’altra. Feci per correre verso la strada più larga, quella che sembrava promettere salvezza, semafori, adulti, forse perfino un barista con ancora un’idea di ordine pubblico.

“Fermo!” mi intimò Lupa.

Mi bloccai.

“Da questa parte!”

“Ma lì è più aperto!”

“Lì ci sono le ultime classi!”

“E allora?” chiesi, ansimando.

Lei mi guardò con una faccia tra il profetico e l’apocalittico.

“Molte sono maggiorenni.”

“E che differenza fa?” chiesi. “Twercano di più?”

Lupa non rise.

Non sorrise.

Non respirò nemmeno, credo.

Disse solo una parola.

“OnlyFans.”

Oh, merda.

Fu in quel momento che capii davvero.

I social generalisti erano giù. Tutti. Ma il bisogno di essere visti non era andato giù. Il bisogno di vendersi non era andato giù. Il bisogno di esibirsi, accusare, umiliare, giudicare, desiderare, monetizzare, archiviare, confrontare, commentare, distruggere: quello funzionava benissimo. Aveva batterie infinite. Era offline by design.

Mi misi a correre dietro di lei.

Questa volta senza discutere.

Lupa correva davanti, con il salmone stretto come una reliquia pagana, mentre dietro di noi la strada si riempiva di creator senza piattaforma, vendicatori senza feed, influencer senza pubblico e pubblico senza scampo.


 Passammo di fronte a un’edicola in fiamme.

Non era una fiamma metaforica, una di quelle cose che poi nei giornali diventano “clima incandescente” o “tensione alle stelle”. No. Bruciava proprio. La tendina di plastica si era accartocciata, i giornali annerivano sui ripiani, le riviste patinate facevano quella cosa orribile della carta lucida quando prende fuoco, cioè si arricciano come se soffrissero più delle altre. Sopra tutto aleggiava un odore misto di inchiostro, plastica, fumo e supplemento del sabato.

Attorno all’edicola, un gruppetto di vecchietti esaltati saltellava come una tifoseria da bocciofila durante una rivoluzione sudamericana.

“E basta con l’egemonia culturale!” gridava uno, brandendo una copia carbonizzata di un quotidiano come fosse la testa di un tiranno appena deposto.

“La sinistra!” urlava un altro.

“I comunisti!”

“I buonisti!”

“Le recensioni positive ai film francesi!” aggiunse un quarto, che evidentemente aveva un conto personale aperto con Cahiers du Cinéma dal 1978.

L’edicolante, un uomo magro con la faccia di chi aveva passato quarant’anni a vendere giornali a persone che poi gli spiegavano cosa ci fosse scritto dentro, cercava di salvare qualcosa dalle fiamme. Uscì tossendo con un fascio di riviste sotto il braccio, poi si rese conto che erano vecchi numeri di cucina vegana e li rilanciò dentro con un gesto di disperazione teologica.

“Abbiamo vinto la battaglia culturale!” gridò un vecchietto, salendo su una cassetta di plastica rovesciata, mentre alle sue spalle l’edicolante scompariva di nuovo tra il fumo urlando qualcosa che sembrava “almeno pagatemi gli arretrati!”.

“Vinto cosa?” chiesi, senza fermarmi.

“La battaglia culturale!” ripeté Lupa, trascinandomi per un gomito. “Quando internet era acceso, la facevano nei commenti. Adesso la fanno con l’accendino.”

Un anziano ci vide passare e cercò di fermarci porgendoci un pacchetto di cruciverba mezzo bruciato.

“Firma contro Gramellini!” gridò.

“Non ho mai firmato nemmeno a favore,” risposi.

“Comunista!”

“Pare che oggi sia la diagnosi standard,” dissi alLupa.

“Corri.”

Corremmo.

Dietro di noi, tra il crepitare dell’edicola e il fumo nero che saliva verso i balconi, si sentivano ancora le voci dei vecchietti.

“Basta radical chic!”

“Basta intellettuali!”

“Basta libri che non finiscono con un carabiniere che spiega tutto!”

“Basta donne coi capelli corti nei talk show!”

Non so se fosse davvero politica. Sembrava più la decompressione improvvisa di quarant’anni di bar sport, una nube tossica di frasi rimaste intrappolate tra un grappino e un editoriale indignato. Senza social, non potevano più scriverlo sotto i post dei giornali. Così erano andati direttamente al giornale.

Con una tanica.




Cercammo di andare avanti, ma sbagliammo strada, o forse fu Milano a cambiare geometria, cosa che a Milano succede spesso quando sei stanco, in ansia o hai bisogno di trovare un bagno. Finimmo in una specie di parchetto, uno di quei rettangoli verdi incastrati tra palazzi, panchine, cancellate e alberelli rachitici che resistono allo smog per puro rancore botanico.

Solo che il parchetto era pieno di barricate.

Panchine rovesciate. Cassonetti trascinati al centro dei vialetti. Cartelli stradali divelti. Monopattini elettrici accatastati come cavalli morti dopo una battaglia medievale. Un carrello della spesa capovolto faceva da torretta di osservazione. Sopra, qualcuno aveva appeso un lenzuolo con scritto:

**ZONA LIBERA DALL’IDEOLOGIA GENDER**

Sotto, più piccolo:

**E DAL 5G, GIÀ CHE CI SIAMO**

Un uomo con uno scolapasta in testa venne verso di me.

Non era un travestimento improvvisato, capii. Era un elmo. Lo portava con dignità guerriera. Sotto lo scolapasta aveva infilato una specie di sottocasco fatto con carta stagnola, e sulle spalle indossava un gilet catarifrangente, probabilmente recuperato da qualche kit automobilistico. In mano brandiva un aspirapolvere senza fili, tenuto come un fucile d’assalto. Il tubo era puntato verso il mio petto.

“Alt!” gridò.

Mi fermai.

Lupa si fermò accanto a me, stringendo il salmone.

L’uomo mi fissò con occhi febbrili.

“Tu!”

“Io?”

“Di che sesso sei?”

Lo guardai.

Guardai lo scolapasta.

Guardai l’aspirapolvere.

Guardai Lupa.

Poi tornai a guardare lui.

“Maschile,” dissi, con tutto il sarcasmo che avevo ancora in corpo, “ma non vincerai il Nobel per questo.”

L’uomo socchiuse gli occhi, sospettoso. Forse non si fidava del Nobel. Forse lo considerava egemonia culturale svedese.

“E la persona con te?”

“La persona con me sta valutando di colpirti con un salmone surgelato,” disse Lupa.

Io tossii.

“Mi sembra ovvio che sia una donna,” risposi. “Ma sei ritardato o cosa?”

Lui non si offese. Il che era inquietante. Anzi, sembrò soddisfatto, come se l’insulto confermasse un protocollo.

“Ed è una donna biològgica?” chiese, con un forte accento, calcando la parola come se fosse una formula liturgica imparata male.

“Biologica non lo so,” dissi, “ma sa molto di veterinaria. Possiamo andare?”

Lupa mi diede una gomitata.

“Non aiutarlo,” sussurrò.

“Sto cercando di comunicare a livello locale.”

L’uomo alzò una mano, imponendo silenzio. Dietro di lui comparvero altri membri della guarnigione del parchetto: una signora con un casco da bicicletta e un rosario al collo, un tizio con una racchetta da padel usata come scudo, due adolescenti in uniforme tattica comprata su internet, e un pensionato con un cartello scritto a pennarello:

DIFENDIAMO LA NORMALITÀ

Sotto, qualcuno aveva aggiunto:

MA PRIMA DEFINIAMOLA

E sotto ancora, con grafia diversa:

NO

Lo scolapasta mi girò attorno, studiandomi.

“Quindi siete insieme,” disse.

“Stiamo scappando insieme,” precisai. “È diverso. In Italia si formano molte relazioni temporanee durante le emergenze, tipo quelli che si parlano in ascensore quando si blocca.”

“Un maschio con la barba,” disse lui, ignorandomi, “e una femmina col veterinario.”

“Col veterinario?” chiesi.

“La competenza veterinaria,” spiegò, indicando Lupa con l’aspirapolvere. “Segno naturale. Femminile. Cura degli animali. Ordine del creato.”

Lupa fece un mezzo sorriso.

“Vuoi che ti castriamo qui o preferisci un appuntamento?”

L’uomo ci pensò seriamente per un secondo, poi sembrò decidere che la frase rientrava comunque nell’ordine naturale, purché pronunciata da una femmina biologgica con accesso agli strumenti.

“Ci sta,” concluse, compiaciuto. “Un maschio con la barba e una femmina col veterinario. Ci sta.”

Dietro di lui, uno dei miliziani della normalità annuì con aria grave, come se fosse appena stato risolto un caso difficile alla Corte Costituzionale.

“Possono passare?” chiese la signora col rosario.

Lo scolapasta alzò l’aspirapolvere senza fili, brandendolo come un fucile durante un cambio della guardia.

Per un momento temetti che lo accendesse.

Invece no.

Mi lasciò passare.

“Procedete,” disse. “Ma niente fluidità.”

“Cercheremo di mantenerci viscosi,” risposi , "viva lo stato solido". 

Lupa mi trascinò via prima che la situazione richiedesse ulteriori spiegazioni scientifiche.


Ci fermammo a riprendere fiato dentro un portone.

Era uno di quei portoni milanesi grandi, pesanti, con l’androne abbastanza elegante da farti capire che lì dentro abitava gente che diceva “facciamo aperitivo” anche quando stava organizzando una perquisizione fiscale. Marmo consumato sui gradini, cassette della posta tutte uguali, una pianta in vaso che sembrava morta nel 2009 ma continuava a essere annaffiata per senso di colpa condominiale. Per qualche secondo ci parve un rifugio.

Io mi appoggiai al muro.

Lupa si appoggiò al muro opposto.

Il salmone, naturalmente, era ancora con lei.

Non più soltanto stretto al petto, adesso: lo teneva in posizione leggermente obliqua, come un guerriero tiene la spada dopo la prima battaglia. La confezione cominciava a mostrare un velo di condensa, e quella condensa gli dava un’aria quasi viva, sudata, partecipe. Non era più un prodotto ittico. Era un personaggio.

“E ora?” chiesi, respirando come un mantice medievale. “Da che parte andiamo?”

Lupa si sporse appena oltre il portone, guardò a destra, poi a sinistra, poi fece quella faccia che fanno i milanesi quando stanno calcolando una rotta urbana in base a cantieri, manifestazioni, linee tramviarie, sciami di studenti, zone a traffico limitato e probabilità di incontrare un cretino armato.

“Dipende,” rispose.

“Da cosa?”

“Preferiamo affrontare la zona del consolato russo, oppure la sede della CGIL?”

La guardai.

Non era una domanda retorica. Era proprio un bivio tattico.

“Non sapr…”

Non finii la frase.

Una donna si avvicinava al portone.

Sulle prime mi sembrò quasi una buona notizia. Aveva un libro in mano. Un libro vero, cartaceo, con copertina rigida, segnalibro e tutto. In mezzo a quel collasso antropologico, una persona con un libro poteva perfino sembrare un segno di speranza. Magari una lettrice. Magari una professoressa. Magari una di quelle persone sopravvissute alla dipendenza da internet perché avevano ancora scaffali, note a margine, occhiali da lettura, matite sottolineatrici e un rapporto vagamente fisico col pensiero.

Poi si avvicinò abbastanza da farci vedere il titolo.

Era un saggio complottista autopubblicato, con una copertina in cui si vedevano contemporaneamente la Luna, una siringa, un occhio dentro una piramide, Paola Egonu, una scia chimica e probabilmente anche un Templare, ma poteva essere semplicemente un vigile urbano fotografato male.

La donna camminava sulle Louboutin come se stesse attraversando un campo minato, ma con la certezza morale di chi sa di essere dalla parte della verità perché ha visto tre video consecutivi e letto un PDF senza impaginazione.

Si fermò davanti a noi.

Ci fissò.

Poi sollevò il libro come un prete solleva il Vangelo.

“È negra!”

Io sbattei le palpebre.

Lupa irrigidì le dita attorno al salmone.

“Prego?” dissi.

“È negraaaaaa!” ripeté la donna, con aria minacciosa, trascinando la parola come se la stesse lanciando da un balcone durante una sommossa.

“Chi?”

“Pauola Egonu!” gridò lei. “È negraaaaaahhhhhh! Non è come noi italianiiiiiii!”

Per un momento ci fu silenzio.

Non perché la frase meritasse silenzio, ma perché il cervello, quando riceve una quantità sufficiente di idiozia concentrata, ha bisogno di alcuni secondi per decidere se elaborarla o spegnersi per autodifesa.

“Beh,” dissi infine, “bella scoperta.”

La donna mi guardò.

“Come?”

“Voglio dire: complimenti. Ottima osservazione. Acuta. Penetrante. Vuoi anche la medaglia?”

Lupa mi sussurrò:

“Non provocarla.”

“Sto facendo conversazione interculturale.”

“Uriel.”

“Va bene.”

Mi voltai di nuovo verso la donna.

“E ora cosa fai?” chiesi. “Hai finito il giro delle evidenze cromatiche, o passi anche ai semafori?”

La donna infilò una mano nella borsa.

Era una borsa costosa, naturalmente. Una di quelle borse che sembrano progettate per contenere al massimo una carta di credito, un rossetto, un trauma infantile e un avvocato. Ne estrasse un oggetto lungo, lucido, bianco.

All’inizio pensai fosse una pistola futuristica.

Poi capii.

Era un apparecchio per lisciare i capelli.

A batteria.

Acceso.

Incandescente.

Il metallo emanava un calore visibile, quasi religioso. Si sentiva un leggero odore di cheratina minacciata. Lei lo puntò verso di noi come un’arma da duello settecentesca, solo più stupida e con caricatore USB-C.

“Adesso tu senti la mia opinione,” disse.

“Preferirei di no.”

“Tutti e due!” gridò. “Dovete ascoltare quello che ho da dire! Capito?”

“Guardi,” tentai, “noi siamo di passaggio.”

“Non siamo mai stati sulla Luna!”

“Ah.”

“Mai!”

“Capisco.”

“Era tutto girato in studio!”

“Naturalmente.”

“E i vaccini fanno male!”

Lupa guardò il ferro per capelli. Io guardai il ferro per capelli. Il ferro per capelli sembrò guardarci a sua volta, con quella luce arancione del piccolo elettrodomestico che ha deciso di entrare nella storia dalla parte sbagliata.

“Maleeeeee!” urlò la donna.

“Sì, ha già chiarito.”

“Maleeeeee!”

“Concetto ricevuto.”

“Maleeeeee!”

La voce rimbombava nell’androne, saliva verso le scale, entrava probabilmente negli appartamenti, dove qualche condomino stava già guardando dallo spioncino con quel coraggio tipicamente urbano che consiste nel voler sapere tutto senza essere coinvolti in niente.

La donna avanzò di un passo.

Noi indietreggiammo.

Il ferro per capelli sfrigolò.

“Ooo... cc hei,” dissi, alzando lentamente le mani. “Va bene. Sentiamo l’opinione. Però, prima…”

La donna socchiuse gli occhi.

“Prima cosa?”

Io indicai oltre la sua spalla, verso la strada.

“Guardi lì.”

Lei non si voltò.

“Non mi distrai.”

“No, davvero. Non è un marocchino quello?”

La donna ebbe una contrazione facciale.

Era come se le avessi premuto un pulsante dietro l’orecchio.

“Dove?”

“Lì. Guardi le piume.”

“Le piume?”

“Sì. Le piume. Tipico.”

A quel punto si girò.

Non so cosa si aspettasse di vedere. Forse un marocchino con piume da capo indiano. Forse un corriere Glovo travestito da pavone. Forse semplicemente una conferma qualsiasi al suo catalogo interno di paure prefabbricate.

Fu l’unico istante che ci serviva.

Lupa mosse il salmone.

Non fu un colpo improvvisato.

Fu un gesto tecnico.

Partì dal basso, ruotò il busto, caricò il peso sul piede posteriore e scaricò tutto sulla confezione surgelata con una precisione che avrebbe fatto piangere un maestro d’armi. Il salmone descrisse nell’aria una traiettoria breve, compatta, quasi elegante. Per un attimo vidi la condensa staccarsi dalla plastica in una piccola scia luminosa.

Poi arrivò l’impatto.

**Tonk.**

Non “slam”. Non “crack”. Proprio **tonk**.

Il suono pieno, sordo, vagamente ittico, di un trancio norvegese che incontra una certezza ideologica.

La donna spalancò gli occhi.

Il ferro per capelli le sfuggì di mano, cadde sul marmo e continuò a lampeggiare con aria offesa.

Lei rimase in piedi ancora mezzo secondo, abbastanza perché il corpo facesse un ultimo tentativo di difendere l’opinione, poi stramazzò al suolo come una diva del muto colpita da una recensione negativa.

Il libro le cadde accanto.

Si aprì su un capitolo intitolato, credo, **La verità che non vogliono farti sapere sui peli delle ascelle**.

Io guardai Lupa.

Lupa guardò la donna.

Poi guardò il salmone, come se anche lei fosse sorpresa dalla sua efficacia.

“Sta bene?” chiesi.

“Chi?”

“La donna.”

“Credo di sì.”

“E il salmone?”

Lupa controllò la confezione.

“Ha retto.”

Guardai di nuovo la donna a terra.

I capelli, bisogna dirlo, mantennero perfettamente la piega.

Anche nell’incoscienza, l’egemonia dello styling non aveva ceduto.

Continuammo a correre. Ma tutto si fece piu' sfuocato.


“Uriel.”

La voce arrivava da molto lontano.

Non lontano in senso poetico, tipo “dalla memoria” o “da un sogno”. Lontano proprio come quando qualcuno ti parla attraverso uno strato di ghiaccio, cemento armato e burocrazia lombarda.

“Uriel, stai bene?”

Aprii gli occhi.

Ero a terra.

Questa, in generale, non è mai una buona posizione narrativa. Quando apri gli occhi e sei a terra, significa che il mondo ha preso una decisione senza consultarti. Attorno a me c’erano alcune persone chine, con facce preoccupate, più o meno. Dico più o meno perché la preoccupazione contemporanea è sempre mediata da un dispositivo: alcuni mi guardavano davvero, altri mi stavano fotografando col cellulare, altri ancora sembravano indecisi se chiamare aiuto o cercare l’angolazione giusta.

Una signora mi puntava addosso il telefono in verticale.

“Signora,” dissi, o almeno provai a dire, “sta facendo un video?”

“Per sicurezza,” rispose lei.

“Di chi?”

“Non si sa mai.”

Ecco. La frase perfetta per riassumere il secolo.

Lupa era inginocchiata accanto a me. Mi teneva una mano sulla spalla, ma con l’espressione di chi stava già valutando se avesse senso chiamare un’ambulanza o limitarsi a darmi uno schiaffo educativo.

“Che succede?” chiesi. “Cos’è successo?”

“Come ti senti?”

Ci pensai.

Avevo la testa piena di ovatta, martelli, fanfare, sabbia e piccoli commercialisti arrabbiati.

“Il mio mal di testa ha il mal di testa,” risposi. “Che è successo?”

“La nube.”

“La che?”

“L’azoto liquido,” disse lei, con la naturalezza di chi spiega a un turista che a Milano, sì, i binari del tram sono scivolosi quando piove. “Non sei abituato all’azoto liquido e al metano.”

La guardai.

O almeno cercai di guardarla. Il mio campo visivo faceva ancora quel simpatico effetto da televisore anni Ottanta quando l’antenna non prendeva bene.

“Eh?”

“È agosto,” continuò Lupa. “E siccome fuori ci sono quaranta gradi in frigo, dentro i supermercati milanesi ci sono meno diciassette gradi.”

“Dentro il reparto surgelati?”

“No. Dentro il supermercato.”

“Ah.”

“Per ottenerli importano l’atmosfera da Encelado.”

La fissai.

Lei non rideva.

“Arrivano dei tir, ogni mattina,” aggiunse.

“Ooooo... k,” risposi, tentando di sollevarmi su un gomito.

Errore.

Il supermercato fece una piccola rotazione assiale, come un pianeta minore ubriaco. Una delle lampade al neon sopra di me sembrò allungarsi e diventare una lama di ghiaccio. Sentii qualcuno dire “poverino”, che è una parola terribile, perché significa che hai già perso autorità sociale.

“Sei stato investito da un getto,” disse Lupa. “E sei svenuto.”

“Un getto di cosa?”

“Freddo. Gas. Atmosfera ostile alla vita umana. Non saprei come chiamarla tecnicamente.”

“Aria condizionata?”

Lupa fece una smorfia.

“Quella è la versione per bambini. Questa è Milano. Qui non climatizzano. Terraformano al contrario.”

Un uomo con il grembiule del supermercato annuì con aria competente.

“Capita spesso agli stranieri,” disse.

“Io non sono straniero.”

“Vive in Germania, no?”

“Questo non fa di me uno straniero.”

L’uomo mi guardò con una pietà quasi amministrativa.

“A Milano, ad agosto, sì.”

Lupa mi aiutò ad alzarmi.

Le gambe mi risposero con un certo ritardo, come due dipendenti pubblici sorpresi durante la pausa caffè. Mi appoggiai al bordo di un banco refrigerato e sentii il freddo entrarmi nella mano con la precisione chirurgica di una vendetta alpina.

“Per uno straniero,” continuò lei, “occorrono anni di allenamento prima di poter entrare in un supermercato milanese ad agosto. Prima si fa l’acclimatazione. Dieci minuti davanti al banco yogurt. Poi passaggio breve ai salumi. Solo al terzo anno puoi affrontare la macelleria.”

“Aspetta,” dissi.

Mi guardai attorno.

C’erano vaschette di carne. Costine. Fettine. Hamburger. Spiedini. Tutto avvolto in plastica e coperto da un leggerissimo velo di brina. Una confezione di salsicce sembrava conservata in attesa del disgelo del Pleistocene. Su un cartellino c’era scritto **OFFERTA SPECIALE**, ma il prezzo era così alto che forse l’offerta consisteva nel lasciarti andare vivo.

“Aspetta,” ripetei. “Quindi non siamo nel reparto surgelati?”

Indicai le costine di maiale.

“Quelle hanno la brina.”

“No,” rispose Lupa. “Questa è la macelleria.”

“Ah.”

Massaggiai il collo.

La memoria cominciava a ricomporsi, ma male. Come un backup ripristinato da un nastro trovato in cantina. C’erano immagini confuse: l’allarme sui telefoni, la folla, l’edicola in fiamme, lo scolapasta, la donna con le Louboutin, il salmone usato come arma contundente. Tutto sembrava contemporaneamente reale e troppo sensato per esserlo.

“E niente collasso di internet, giusto?” chiesi.

Lupa mi guardò.

Non era preoccupazione.

Era giudizio.

“Ma che cazzo sei,” disse, “cadi svenuto e pensi a internet?”

“Stavo verificando la continuità narrativa.”

“Tu stavi delirando.”

“Delirando quanto?”

“Abbastanza da chiedere a una confezione di braciole se fosse comunista.”

“E ha risposto?”

“No. Ma una signora anziana ti ha dato ragione.”

Mi guardai attorno, imbarazzato.

Le persone che mi avevano circondato stavano lentamente perdendo interesse. Alcuni, dopo aver constatato che non ero morto, sembravano quasi delusi. Una ragazza cancellò forse il video, forse lo salvò in una cartella chiamata “cose strane”. Un uomo disse “vabbè” con quella crudeltà tipicamente italiana per cui, se non muori, stai facendo perdere tempo.

“Ok,” dissi. “Possiamo uscire da qui? Andiamo alla cassa?”

“Certo.”

Feci un passo verso la prima cassa che vidi.

Lupa mi afferrò subito per il braccio.

“Non quella.”

“Perché?”

“La cassiera è appena morta assiderata.”

Guardai.

Alla cassa numero tre, una ragazza sedeva immobile dietro il nastro trasportatore. Immobile davvero. Statuaria. Con la mano ancora sospesa sopra lo scanner e una confezione di biscotti a metà del gesto. Sulle ciglia aveva un filo di ghiaccio. Il grembiule aziendale, irrigidito dal gelo, le cadeva addosso come una corazza medievale del discount.

Davanti a lei, una donna di mezza età continuava a gridare.

“Niente! Non avete voglia di fare niente, voi giovani!”

La cassiera, comprensibilmente, non rispondeva.

“Guardi che forse sta male,” disse qualcuno.

“Sta male? Sta male?” replicò la donna. “Io alla sua età lavoravo con trentanove di febbre!”

“Signora, questa ne ha meno dodici.”

“E allora? Ai miei tempi non c’erano tutte queste scuse!”

Un responsabile del supermercato arrivò con una coperta termica, ma si fermò a metà strada, probabilmente perché doveva prima capire se la coperta fosse per la cassiera o per il reparto latticini.

“La cassa aperta è quella lì,” disse Lupa, indicandone un’altra.

La cassiera della cassa aperta era viva, ma indossava guanti da sci, sciarpa, cappello di lana e una mascherina termica che le lasciava scoperti solo gli occhi. Passava i prodotti con la lentezza solenne di una spedizione antartica. Accanto al POS aveva una tazza fumante con scritto **I ❤️ Cortina**, e dietro di lei un piccolo pinguino gonfiabile, forse decorativo, forse sindacale.

Ci mettemmo in fila.

Io continuavo a controllare il telefono, per qualche ragione.

Internet funzionava.

I social funzionavano.

Tutti.

C’erano notifiche, messaggi, foto di gente al mare, indignazioni politiche, gatti, screenshot, una discussione su un parcheggio, due guerre culturali, tre pubblicità di mutande tecniche e qualcuno che spiegava perché il problema dell’Occidente fosse il pane senza lievito madre.

Tutto normale.

Il che, francamente, non era molto rassicurante.

Pagammo.

Le carte di credito funzionarono.

La cassiera viva ci augurò buona giornata con una voce che usciva da dietro la sciarpa come da una grotta himalayana.

Riuscimmo finalmente a uscire dal supermercato.

Fuori, Milano ci investì con quaranta gradi reali, pieni, appiccicosi, indecenti. Il passaggio da meno diciassette a forno ventilato mi fece vacillare. Per un attimo vidi San Carlo Borromeo che mi indicava un reparto ortofrutta.

Poi respirai.

Mi voltai verso Lupa.

Lei aveva una borsa in mano.

Dentro la borsa c’era qualcosa.

La guardai meglio.

Aveva comprato un salmone.

Non il salmone mitologico, non l’arma da battaglia del mio delirio, non la reliquia pagana della fine dei social.

Un salmone vero.

Surgelato.

Rettangolare.

Azzurrino.

Lo teneva con una naturalezza sospetta.

“Lupa,” dissi lentamente.

“Che c’è?”

“Perché hai comprato un salmone?”

Lei mi guardò.

Poi guardò la borsa.

Poi guardò di nuovo me.

“Era in offerta.”

“Capisco.”

“E poi,” aggiunse, stringendolo appena, “non si sa mai.”