Praenuntii vesperi.
Tra gioiellieri che sparano, gente ammazzata dalla polizia e sproloqui politici ormai quasi estivi, le cronache offrono poco su cui riflettere e moltissimo su cui vaticinare. A riassumere bene il livello generale provvede un filmato nel quale l’Impero romano porta il fascio littorio ai giochi del Colosseo, come se fosse una fiaccola olimpica, e infine lo consegna a Vannacci. Non si capisce perché: il fascio era l’insegna dell’imperium, non un trofeo da trascinare nell’arena e regalare al primo generale di passaggio.
Per un Romano, una messinscena del genere sarebbe apparsa terribilmente profana. Avrebbe forse parlato di qualcosa di prossimo all’incestus: non l’«incesto» nel significato moderno, ma una violazione religiosa mostruosa. Era incestus, per esempio, il crimine commesso da chi avesse avuto rapporti con una vergine vestale, violandone la castità consacrata e contaminando il rapporto tra Roma e gli dèi. Un reato sacrale tanto grave che entrambi i colpevoli venivano condannati a morte.
Insomma, parecchio materiale per i vaticini. Giusto per rimanere in tema Roma.
Vaticiniamo, allora.
Ma non sulle budella di qualche povero animale ucciso appositamente. Ho deciso di vaticinare su un caspo di lattuga. Così. Chiunque abbia mai visto un agnello e lo abbia sentito belare sa perché. Il primo dei miei praenuntia è che, tra non molto, i nodi cominceranno ad arrivare al pettine.
Succede infatti che i soldi del PNRR stanno finendo. Non sono ancora finiti in senso strettamente contabile: ne rimane una parte da erogare e spendere entro la fine del 2026. Ma siamo arrivati all’ultima parte del banchetto, quando sul tavolo restano le briciole, i bicchieri sporchi e il conto.
Quel pochino di PIL positivo che l’Italia è riuscita a produrre negli ultimi anni, se andate a guardare da dove viene, coincide in misura piuttosto imbarazzante con l’arrivo di quei fondi e con gli investimenti da essi alimentati. Non è una mia fantasia: persino le previsioni della Commissione europea spiegano che la crescita italiana continua a essere sostenuta dagli investimenti finanziati dal PNRR.
Il problema è che quei soldi sono stati usati in larga parte per pagare clientele, distribuire commesse, tenere in vita aziende politicamente ben introdotte e inaugurare cose che richiederanno altra spesa pubblica per continuare a esistere. Molto meno, invece, per costruire attività capaci di produrre reddito futuro.
E quindi, quando il flusso di denaro si interrompe, i conti saltano.
Non tutti insieme, naturalmente. Prima ne salta uno, poi un altro. Una società partecipata scopre improvvisamente di avere bisogno di una ricapitalizzazione. Un’opera appena inaugurata scopre di non avere i soldi per funzionare. Un’azienda che prosperava grazie alle commesse pubbliche scopre il mercato, e il mercato scopre lei.
Poi ne salteranno sempre di più.
Lo si può già vedere applicando quella che chiamo la regola del Corriere della Sera.
Quando il Corriere comincia a sputare sulla Francia e sulla Germania, descrivendole come paesi ormai sull’orlo dell’Armageddon, significa normalmente che il governo italiano vuole altri soldi europei da spalmare su Confindustria come se fossero Nutella, ma l’Europa non glieli vuole dare.
Improvvisamente la Germania è fallita, la Francia è in fiamme, Parigi è governata dai cannibali e Berlino sta per essere venduta a peso come ferrovecchio. L’Italia, invece, sarebbe una locomotiva economica, anche se procede alla velocità di un carrello della spesa con una ruota bloccata.
Potete usare questa regola per capire meglio la stampa italiana.
Quando vi raccontano con particolare entusiasmo che Francia e Germania stanno per collassare, raramente stanno parlando davvero di Francia e Germania.
Stanno parlando dei soldi che Roma vorrebbe ricevere.
Siccome il PNRR finisce con il 2026, il problema è che tra poco arriveranno le bollette da pagare.
E ci sarà da ridere.
Il governo dovrà infatti trovare il modo di sostituire un flusso di denaro dell’ordine di decine di miliardi all’anno. Possiamo discutere se saranno settanta, ottanta o una cifra leggermente diversa, perché dipenderà da quanta spesa verrà davvero completata, rinviata, rifinanziata oppure semplicemente abbandonata. Ma l’ordine di grandezza è quello: finisce il denaro straordinario e rimangono la spesa ordinaria, le clientele ordinarie e le opere straordinarie che qualcuno dovrà mantenere.
Contemporaneamente, però, arriveranno anche le elezioni.
Meloni è riuscita a tirarla avanti usando il PNRR come un enorme ammortizzatore politico. Finché arrivavano i soldi, poteva distribuire, finanziare, inaugurare e rimandare il momento nel quale qualcuno avrebbe dovuto presentare il conto.
Ora quel momento si avvicina.
Ed è per questo che sta cercando di modificare la legge elettorale in modo da sopravvivere.
Pochi, però, spiegano in quale modo intenda sopravvivere.
La nuova legge elimina la parte maggioritaria del Rosatellum e costruisce un sistema proporzionale con premio di maggioranza: se una coalizione raggiunge il 42%, riceve altri settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato; se nessuno raggiunge quella soglia, rimane sostanzialmente un proporzionale puro.
Ed è qui che la cosa diventa interessante.
Non perché il proporzionale spinga magicamente le masse verso il centro. Questo è il modo scolastico, e sbagliato, di raccontare il cosiddetto Median Voter Effect. Un proporzionale può benissimo far prosperare estremisti, fanatici e partiti fondati da gente che discute con la propria fotografia.
Il punto è un altro.
In un Parlamento proporzionale, il partito che occupa la posizione mediana diventa spesso quello attraverso il quale devono passare le coalizioni possibili. Non necessariamente prende più voti. Semplicemente diventa indispensabile.
Ed essere indispensabili vale più che essere amati.
Questo fa molto comodo alla Meloni.
Finito l’amore con Trump, deve spostarsi verso il centro, perché non può più permettersi di apparire come la filiale italiana di Trump. Trump non è semplicemente di destra: è abbastanza estremo, imprevedibile e tossico da rendere pericolosa qualsiasi associazione troppo stretta, specialmente durante una campagna elettorale europea.
La relazione politica tra i due, del resto, è passata dall’idillio allo scontro aperto. Dopo avere cercato per anni di presentarsi come il ponte tra Washington e Bruxelles, Meloni ha dovuto cominciare a prendere le distanze dal presidente americano e persino a rispondergli pubblicamente.
E contemporaneamente ha un problema grande come una casa con Vannacci.
Vannacci rappresenta esattamente la destra che Meloni deve lasciare indietro per potersi presentare come leader moderata, affidabile, europea e istituzionale. È il candidato naturale dell’universo MAGA italiano: quello al quale guardano Bannon e i settori trumpiani che considerano ormai Meloni troppo compromessa con Bruxelles, con la NATO e con la normale amministrazione dello Stato.
Dire che sia stato direttamente creato e finanziato da Trump e Bannon richiederebbe prove contabili che, al momento, non sono pubbliche. Ma il sostegno politico, mediatico e ideologico di quell’universo è evidente, così come è evidente che la crescita di Vannacci costituisce ormai una minaccia elettorale concreta per Meloni.
La nuova legge le permette quindi di costruire uno spazio politico nel quale Fratelli d’Italia e Forza Italia possono spostarsi verso il centro, mentre Lega e Vannacci vengono lasciati all’estrema destra.
Tajani porta con sé Forza Italia, cioè il pezzo della destra ancora controllato dalla famiglia Berlusconi. Meloni porta il partito più grande. Insieme possono presentarsi come la destra responsabile, governativa e occidentale, mentre tutto ciò che puzza troppo di MAGA viene abbandonato oltre il confine della rispettabilità.
In altre parole, Meloni sta usando la legge elettorale per risolvere contemporaneamente i suoi due problemi più grossi: liberarsi dell’abbraccio di Trump e neutralizzare Vannacci senza doverlo affrontare direttamente.
Preparatevi, quindi, alla Meloni «leader moderata».
Vedrete la conversione europea, il tono istituzionale, le fotografie con i capi di governo rispettabili, le improvvise dichiarazioni sulla responsabilità, sull’equilibrio e sulla stabilità. Probabilmente qualcuno la definirà persino «centrista», perché in Italia basta smettere di urlare per qualche settimana per diventare Alcide De Gasperi.
Preparatevi anche al centro orgiastico.
Renzi, Calenda e Tajani beneficeranno enormemente della nuova centralità parlamentare del centro. Non necessariamente perché gli italiani si precipiteranno in massa a votarli, ma perché, in un sistema proporzionale senza un vincitore autosufficiente, possono diventare i cardini delle coalizioni.
Sono il treppiede sul quale può reggersi il nuovo «centro»: Tajani garantisce il collegamento con la destra governativa e con la famiglia Berlusconi; Renzi garantisce la capacità di entrare e uscire da qualsiasi maggioranza senza provare imbarazzo; Calenda garantisce la presenza di Calenda, che per Calenda rimane sempre una condizione irrinunciabile.
Manca la sinistra.
Che, sondaggi o meno, in un sistema proporzionale come quello attuale rischia di essere praticamente falcidiata.
Non necessariamente nei voti. Nei voti potrebbe anche sopravvivere.
Ma il problema del proporzionale non è soltanto quanti seggi ottieni. È quanti governi possono essere costruiti senza di te.
E se Meloni riesce a diventare la forza mediana tra il centro liberal-conservatore e la destra vannacciana, mentre Renzi, Calenda e Tajani si offrono come cerniera, la sinistra rischia di scoprire che esistono moltissime maggioranze possibili.
Insomma, Fratelli d’Italia nel PPE.
Magari non subito. Magari prima con qualche formula intermedia, qualche alleanza stabile, qualche gruppo parlamentare inventato appositamente per non ammettere che il trasloco è già avvenuto.
Ma la direzione è quella.
Meloni deve lasciare Vannacci, Salvini e l’universo MAGA alla destra estrema; Tajani è già nel PPE e può accompagnarla verso il centro senza nemmeno dover cambiare strada. A quel punto Fratelli d’Italia smette di essere il partito che assedia il sistema europeo e diventa il partito che lo amministra.
Prima alleato esterno. Poi partner indispensabile. Poi, quando nessuno avrà più voglia di fingere, membro della famiglia.
Ripeto: Fratelli d’Italia nel PPE. E' l'obiettivo di questa legge elettorale.
Vaticiniamo a sinistra.
Mala tempora currunt.
I problemi irrisolti sono una quantità enorme. Il primo, e probabilmente il più antico, è la contraddizione tra il ceto medio — che è il nome buono; quando vogliono disprezzarlo lo chiamano «piccola borghesia» — e il mondo dei lavoratori.
È un problema vecchio, che diventa evidente negli anni Settanta.
Immaginate una manifestazione di operai e sindacati nel 1970.
Sono le sei del mattino e in piazza si sono già radunati gli operai usciti dal turno della notte. Hanno la barba lunga, le occhiaie e otto ore di fabbrica ancora addosso. Sono lì perché vogliono qualche lira in più da portare a casa, un orario meno bestiale e magari cinque minuti al giorno per andare al gabinetto senza che il caporeparto li cronometri come pistoni difettosi.
Il corteo comincia.
Finalmente arrivano le undici, l’ora nella quale si alzano dal letto gli studenti universitari.
Naturalmente ci furono eccezioni: studenti e operai marciarono, raramente, anche insieme, organizzarono picchetti comuni e, nell’Autunno caldo, contribuirono a costruire una stagione di lotte che produsse risultati molto concreti, compreso lo Statuto dei lavoratori.
Ma la caricatura serve a mostrare quello che sarebbe successo dopo.
I cartelli con scritto «vogliamo un aumento di stipendio», «vogliamo ridurre l’orario di lavoro» e «vogliamo più sindacato in azienda» cominciano lentamente a sparire sotto una banda di farlocchi che oggi verrebbe descritta dai giornali come una «festa gioiosa e colorata».
Gli slogan non riguardano più la paga, i turni, la sicurezza sul lavoro o il potere del padrone dentro la fabbrica. Riguardano il diritto a togliersi il reggiseno, a non depilarsi e a mandare «la fantasia al potere».
Tutte rivendicazioni che potevano anche avere un senso per chi le formulava. Ma non erano le stesse rivendicazioni.
E soprattutto non appartenevano alla stessa classe sociale.
Cosa stava succedendo?
Stava succedendo che il mondo liberal americano, con il suo linguaggio universitario, individualista e identitario, irrompeva nelle piazze europee e cominciava lentamente a sostituire il mondo delle lotte dei lavoratori.
Non lo spazzò via in un giorno. Non arrivò alle undici di una precisa mattina del 1970 e non strappò materialmente i cartelli dalle mani degli operai.
Fece qualcosa di più efficace.
Ne sostituì il vocabolario.
La lotta contro il padrone diventò la lotta contro il costume. La distribuzione della ricchezza diventò la rappresentazione. Il salario diventò visibilità. Il potere economico diventò linguaggio. Lo sfruttamento diventò soprattutto una questione di riconoscimento personale.
Il contrasto tra questi due mondi — la sinistra europea e il liberalismo americano — esiste ancora. E, sia chiaro, è impossibile da conciliare sino in fondo.
Una sinistra europea storicamente orientata al lavoro, ai salari, ai rapporti di proprietà e alla distribuzione della ricchezza non è conciliabile con la porcheria liberal anglosassone, che considera accettabile qualsiasi struttura economica purché sia amministrata da un campione sufficientemente variopinto di individui.
Facciamo un esempio.
La sinistra liberal osserva le società comprese nello S&P 500.
Parliamo di cinquecento società che, nel giugno 2026, avevano una capitalizzazione complessiva di circa 67.200 miliardi di dollari. Una cifra equivalente a circa il 53 per cento dell’intero PIL mondiale prodotto in un anno.
Ovviamente la capitalizzazione di Borsa e il PIL non sono la stessa cosa. Ma l’ordine di grandezza è quello: cinquecento consigli di amministrazione controllano società il cui valore complessivo equivale a più della metà di tutto ciò che l’intera umanità produce annualmente.
E quale sarebbe, secondo la sinistra liberal, il problema fondamentale di questa concentrazione di potere?
Che tra gli amministratori delegati ci sono troppo poche donne.
Il “soffitto di cristallo”.
Per un socialista europeo, invece, il problema è precedente.
Il problema è che cinquecento società possano concentrare un valore equivalente al 53 per cento del PIL mondiale e, attraverso quel capitale, condizionare governi, legislazioni, lavoro, informazione, tecnologia, abitazione e persino guerra.
Quella situazione non dovrebbe essere resa più inclusiva.
Non dovrebbe nemmeno esistere.
Il liberal chiede che anche una donna (nera e transessuale) possa diventare zar. Il socialista europeo discute dell’opportunità di continuare ad avere uno zar.
Uno discute dell’esistenza dello zar. L’altro del colore del suo vestito.
Uno vuole abolire la piramide. L’altro vuole che sulla cima della piramide siano rappresentate correttamente tutte le categorie demografiche.
Non è una differenza di sensibilità.
È una frattura insanabile.
E lo è ancora oggi.
La frattura tra i socialisti europei — che in Italia avevano il sostegno delle masse dei lavoratori — e i liberal americani — che oggi hanno soprattutto il sostegno di un ceto medio morente — è tutta qui.
Per i socialisti esistono, in ultima analisi, due classi sociali: i poveri e i ricchi.
Naturalmente esistono infinite differenze culturali, religiose, sessuali, geografiche e personali. Ma la divisione politica fondamentale rimane quella tra chi possiede il capitale e chi deve lavorare per vivere; tra chi può permettersi di perdere il lavoro e chi, perdendolo, perde tutto; tra chi decide il prezzo del lavoro e chi deve accettarlo.
Per i liberal, invece, la società è composta da decine di gruppi da rappresentare.
Neri, lesbiche, transessuali, donne — ma soprattutto donne in carriera — islamici, minoranze sessuali, minoranze religiose e tutta una serie di categorie i cui diritti sono certamente importanti, ma soltanto finché ci ostiniamo a non notare una cosa piuttosto evidente.
Queste categorie sono composte da poveri, oppure non hanno alcun problema economico rilevante.
Una donna povera ha innanzitutto un problema di povertà. Una lesbica povera ha innanzitutto un problema di povertà. Un immigrato povero ha innanzitutto un problema di povertà. Un transessuale povero ha innanzitutto un problema di povertà.
Naturalmente possono avere anche altri problemi, specifici e reali. Ma il liberalismo compie un’operazione molto precisa: separa quei problemi dalla condizione economica, li trasforma in identità autonome e poi si offre di rappresentarle una per una.
In questo modo può parlare per anni della composizione demografica dei consigli di amministrazione senza mai domandarsi perché esistano consigli di amministrazione dotati di tanto potere.
Può chiedere più donne tra i dirigenti senza chiedere salari più alti per le donne che puliscono gli uffici dei dirigenti.
Può chiedere più amministratori delegati neri senza domandarsi perché i lavoratori neri siano poveri.
Può discutere della presenza delle minoranze nei vertici senza mettere in discussione l’esistenza dei vertici.
Il lavoratore italiano medio, però, non è una lesbica TERF tormentata dal problema dei bagni.
È semplicemente povero.
Ha uno stipendio che non cresce, un affitto che cresce, una pensione che forse non arriverà, figli che non riesce a mantenere e un lavoro dal quale può essere espulso appena un algoritmo decide che non produce abbastanza.
Questo non significa che i problemi dei bagni, delle discriminazioni o dei diritti delle minoranze non esistano. Significa che non sono il linguaggio politico attraverso il quale la maggioranza dei lavoratori italiani descrive la propria vita.
La maggioranza dei lavoratori italiani non chiede di essere «rappresentata».
Chiede di arrivare alla fine del mese.
Ma nel PD non esistono più socialisti europei capaci di parlare a queste persone. Rimangono, al massimo, quelli che scimmiottano i marxisti da picchetto universitario: molto bravi a riprodurne il linguaggio, l’abbigliamento, le pose e il repertorio simbolico, ma del tutto incapaci di rappresentare chi lavora davvero.
E quindi i poveri non si sentono rappresentati.
Non perché siano improvvisamente diventati fascisti, razzisti, omofobi o nemici del progresso.
Semplicemente, quando parlano dei propri problemi, nessuno a sinistra risponde nella loro lingua.
Il liberal anglosassone li sta uccidendo lentamente.
E non ho detto «woke».
Il woke è soprattutto un problema, o un’ossessione, della destra: un mostro polemico dentro il quale viene infilato qualsiasi argomento sgradito, dalla sirenetta nera fino alla maestra che chiede di non picchiare il compagno omosessuale.
Io ho detto semplicemente liberal.
Cioè una dottrina politica perfettamente compatibile con la concentrazione della ricchezza, purché i ricchi siano sufficientemente colorati, gioiosi e diversi tra loro. Una dottrina che non vuole abolire la classe dominante.
Vuole renderla rappresentativa.
Il mio praenuntium è che, in queste condizioni, Schlein non abbia alcuna speranza di ottenere qualcosa di buono alle prossime elezioni, specialmente se verranno disputate con un sistema capace di trasformare una coalizione sufficientemente grande in una maggioranza parlamentare, premio di maggioranza o altro artificio equivalente.
Schlein è il simbolo perfetto del mondo liberal. È chiaramente una liberal nel senso anglosassone del termine e non è, per nessuna ragione immaginabile, una socialista europea.
Può parlare di salario minimo, certo. Può andare a una manifestazione sindacale. Può farsi fotografare il Primo Maggio accanto a persone che conoscono il testo dell’Internazionale.
Ma il suo linguaggio politico, il suo retroterra culturale e il pubblico al quale si rivolge sono quelli del liberalismo anglosassone: rappresentazione, identità, minoranze, inclusione, diritti individuali e composizione demografica delle élite.
Il problema è semplicemente che l’Italia si sta impoverendo.
E i poveri italiani non trovano abbastanza socialismo né in Schlein né nel suo partito.
Trovano un partito per liberal. Un partito per il ceto medio istruito, urbano, professionale e culturalmente progressista. Cioè un partito costruito intorno a una classe sociale morente, che continua a discutere come se fosse ancora il ceto medio benestante degli anni Novanta mentre scivola lentamente verso la proletarizzazione.
Il PD parla a persone che temono di perdere il proprio status.
Il problema è che milioni di italiani quello status lo hanno già perso.
Oppure non lo hanno mai avuto.
Il lavoratore povero non vuole essere rassicurato sul fatto che il prossimo consiglio di amministrazione sarà più inclusivo. Vuole sapere perché il suo stipendio reale diminuisce, perché il suo affitto aumenta e perché, dopo trent’anni di lavoro, possiede meno di quanto possedessero i suoi genitori alla sua età.
Schlein non possiede una risposta socialista a queste domande.
Possiede risposte liberal.
E quindi, quando arriveranno le elezioni, dovrà convincere una popolazione che si impoverisce a votare per il partito culturalmente rappresentativo di un ceto medio che si sta estinguendo. O convincere i pensionati alla fame che la lotta delle lesbiche e' la loro lotta.
Non sembra una strategia destinata al successo.
Andiamo allora al suo «alleato» del «campo largo».
Uno dei soliti nomi surrettizi inventati per indicare alleanze dalla stabilità improbabile. Prima c’era l’Ulivo. Poi sono arrivati i riformisti, i democratici, i progressisti, le coalizioni civiche, i fronti repubblicani e probabilmente qualche altra parola scelta dopo avere verificato che non significasse nulla di troppo preciso.
Adesso abbiamo il campo largo.
Il nome è perfetto, perché dice quanto spazio occupi e non dice assolutamente che cosa vi cresca dentro.
Nel campo largo dovrebbe esserci Giuseppe Conte.
La prima cosa che amici e colleghi tedeschi mi chiesero quando comparve alla Tagesschau fu:
«Und wer zum Teufel ist das jetzt?»
In italiano:
«E adesso chi cazzo è quello?»
Un partito come il PD dovrebbe provare orrore per Giuseppe Conte.
Non perché la sua nomina a presidente del Consiglio sia stata formalmente illegittima. La Costituzione italiana non prevede l’elezione diretta del capo del governo: il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio, che deve poi ottenere la fiducia del Parlamento.
Tutto regolare, dunque.
Ed è proprio questo il problema.
Non puoi predicare per anni la correttezza amministrativa, la trasparenza delle istituzioni, la responsabilità pubblica e la correttezza giuridica dello Stato, e poi accettare tranquillamente che, subito dopo le elezioni politiche, compaia un uomo che nessuno aveva mai sentito nominare e finisca a fare il presidente del Consiglio.
Perché sì.
O, almeno, questa è l’impressione lasciata agli elettori.
Giuseppe Conte non era stato il candidato alla presidenza del Consiglio di nessuno dei due partiti che formarono la maggioranza. Non aveva guidato la campagna elettorale. Non aveva presentato un programma agli elettori. Non aveva ottenuto un mandato politico personale. Non era neppure una personalità pubblica intorno alla quale fosse possibile immaginare una maggioranza formatasi durante il voto.
Era un professore quasi sconosciuto, comparso alla fine di una trattativa tra Movimento 5 Stelle e Lega.
Legalmente, tutto questo è possibile.
Politicamente, rimane mostruosamente opaco.
Per settimane gli italiani avevano votato Di Maio, Salvini, Berlusconi, Renzi e tutti gli altri personaggi esposti nella vetrina elettorale. Poi i partiti si chiusero in una stanza, produssero un contratto di governo e, come ultimo risultato della moltiplicazione, ne uscì Giuseppe Conte.
Un uomo che non era stato sottoposto al giudizio degli elettori neppure indirettamente come possibile capo del governo.
E nessuno ha mai capito davvero attraverso quale processo politico sia stato scelto proprio lui.
Chi lo propose per primo?
Quali garanzie offriva?
A chi?
Per quale ragione era considerato il punto di equilibrio ideale?
Quali rapporti precedenti aveva con i gruppi che lo scelsero?
Le risposte formali esistono: fu indicato dai partiti della maggioranza e incaricato dal Presidente della Repubblica.
Ma la risposta politica rimane nascosta dentro la trattativa.
Il Movimento 5 Stelle prometteva di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.
Con Conte presidente del Consiglio, la scatoletta non soltanto non venne aperta.
Divenne opaca come un blocco di molibdeno.
Ed è difficile capire come il PD possa presentarsi contemporaneamente come il partito della trasparenza istituzionale e considerare naturale allearsi con il prodotto più opaco della politica italiana recente.
Conte non fu scelto dagli elettori.
Fu prodotto da una trattativa.
E successivamente riuscì persino a sopravvivere alla scomparsa della maggioranza che lo aveva prodotto, passando senza elezioni da un governo con la Lega a un governo con il PD.
Sempre con Conte presidente del Consiglio.
La maggioranza cambiava.
Gli alleati cambiavano.
Il programma cambiava.
Conte rimaneva.
La scatoletta di tonno, ormai, non conteneva più soltanto il governo.
Conteneva anche il proprio apriscatole.
Perché Conte, e non Ivo Balboni?
Questa è la domanda.
Non come sia stato nominato. Quello lo sappiamo: Di Maio e Salvini portarono il suo nome al Quirinale, Mattarella gli conferì l’incarico e il Parlamento gli diede la fiducia.
Ma perché proprio Conte?
Chi lo scelse davvero? Chi pronunciò per primo il suo nome? Perché, tra milioni di italiani, due partiti che avevano appena vinto le elezioni decisero che l’uomo giusto per governare il paese fosse un professore sostanzialmente sconosciuto, privo di partito, di voti e di una carriera politica?
Perché Conte e non Ivo Balboni?
A questa domanda non esiste una risposta pubblica soddisfacente.
Esiste soltanto il risultato di una trattativa opaca: serviva qualcuno, comparve Conte, e poche settimane dopo era presidente del Consiglio.
Tutto questo dovrebbe fare orrore al PD, che pretende di essere il partito della trasparenza, della correttezza amministrativa e della serietà istituzionale. Invece parla di «campo largo».
Ed è qui che ricompare uno dei problemi storici di credibilità del PD e delle sinistre italiane in genere: ciò che fa comodo in campagna elettorale, o sembra far comodo, diventa automaticamente giusto e bello, anche quando sino al giorno prima avevano spiegato che cose del genere facevano schifo.
Non cambia il fatto.
Cambia soltanto la convenienza.
Di queste «concessioni» alle logiche elettorali se ne trovano tantissime.
Tanto che molti — io per primo — hanno finito per pensare che il PD dica quasi sempre cose bellissime ed enunci principi sacrosanti.
Il problema è che non sembra crederci nemmeno lui.
E quindi, quando quei principi diventano scomodi, oppure quando sembra elettoralmente conveniente buttarli via, li butta via.
Facciamo due esempi.
Un giorno mi trovavo a Modena, alla Festa dell’Unità.
La star della giornata, invitata a partecipare e accolta da applausi da stadio, era Indro Montanelli.
Forse non sapete chi fosse.
Indro Montanelli era stato un giornalista fascista e un volontario della guerra coloniale in Etiopia. Non era stato mandato laggiù come oppositore del regime, né come osservatore clandestino intenzionato a denunciarne i crimini. Era partito volontario, aveva ricevuto i gradi da ufficiale e aveva comandato truppe coloniali italiane composte da ascari.
In altre parole, non era uno che il regime considerasse pericoloso.
Era uno al quale il regime consentiva di indossare l’uniforme, comandare uomini armati e partecipare a una guerra d’aggressione coloniale.
Nel frattempo raccontava l’impresa africana, che secondo il linguaggio ufficiale del fascismo doveva naturalmente apparire come un’epopea nazionale, una missione civilizzatrice e una successione di grandi vittorie. Arrivato in Africa, Montanelli decise inoltre di fare quello che, a suo dire, facevano molti italiani nelle colonie: comprarsi una ragazzina africana.
Seguendo la pratica coloniale del cosiddetto madamato, trovò una famiglia povera e, in cambio di denaro, ottenne una bambina che lui stesso descrisse una volta come dodicenne e altre volte come quattordicenne.
Ma non stiamo parlando di un matrimonio nel significato che attribuiamo normalmente alla parola. Stiamo parlando di un ufficiale coloniale adulto che pagò una famiglia povera perché gli consegnasse una bambina da usare come domestica e partner sessuale temporanea.
Non si tratta di un’accusa ricostruita decenni dopo dai suoi nemici.
Lo raccontò lui.
Raccontò di averla comprata. Raccontò della sua età. Raccontò che la ragazza era infibulata e che questo gli impediva di avere con lei il rapporto sessuale che desiderava.
E raccontò anche la soluzione.
Secondo le parole dello stesso Montanelli, per superare quella che definiva una barriera ai propri desideri fu necessario il «brutale intervento della madre».
Non sappiamo esattamente che cosa le venne fatto.

Sappiamo come lo descrisse lui: un intervento brutale, compiuto sul corpo di una bambina perché l’ufficiale italiano che l’aveva comprata potesse finalmente usarla.
Questo era Indro Montanelli.
E nel 1994 la Festa dell’Unità di Modena lo accolse come una celebrità.
D’Alema arrivò a dichiarare: «Abbiamo bisogno di un uomo come Montanelli». Il pubblico applaudiva, faceva il tifo, lo celebrava come il grande eretico della destra italiana.
Perche' faceva comodo contro Berlusconi. Perche' “ci aveva litigato”.
Ora, naturalmente, il PD e la sinistra italiana vi spiegheranno che il fascismo è il male assoluto, che il colonialismo è un crimine, che la violenza sulle donne non deve essere relativizzata, che il potere maschile sui corpi femminili è intollerabile e che comprare esseri umani è schiavismo.
Tutte cose bellissime.
Tutti principi sacrosanti.
Poi arriva Indro Montanelli, litiga con Berlusconi, e diventa utile per la caccia al cighialone.
E improvvisamente tutto il resto diventa secondario.
Il fascismo diventa una vivace esperienza giovanile.
La guerra coloniale diventa giornalismo d’avventura.
La bambina comprata diventa una curiosità biografica.
Il «brutale intervento della madre» diventa una bizzarria appartenente a un’altra epoca.
Perché ciò che fa comodo in quel momento, o sembra fare comodo, diventa automaticamente giusto e bello.
Anche quando, sino al giorno prima, il partito aveva spiegato che cose del genere facevano schifo.
Le domande che sorsero in me erano due.
La prima era:
«Ma che cosa deve fare ancora una persona, per farvi schifo?»
Dove comincia, esattamente, la linea rossa del «questo non si può accettare»?
E la seconda domanda era:
«Ma credete davvero alle cose che dite?»
Perché, se Indro Montanelli vi andava bene, per quale ragione avete sollevato tutto quel clamore intorno alla vicenda di Ruby Rubacuori?
Che cosa le mancava, esattamente?
Il fatto di non essere stata comprata dalla famiglia?
L’infibulazione?
Perché il punto non è assolvere Berlusconi. Il punto è capire quale morale stiate usando.
Se una minorenne coinvolta nelle feste di Berlusconi diventa la prova definitiva della sua indegnità politica, allora un uomo che racconta di avere comprato una quattordicenne africana e di averla potuta usare sessualmente dopo il «brutale intervento della madre» dovrebbe trovarsi molto oltre la vostra linea rossa.
E invece no.
Uno diventa il simbolo della corruzione morale della destra.
L’altro viene invitato alla Festa dell’Unità.
A quel punto la domanda non è più quale dei due fosse peggiore.
La domanda è se crediate davvero ai principi che proclamate, oppure se quei principi valgano soltanto quando colpiscono l’avversario giusto.
E questo è il problema delle sinistre di oggi.
A parole sembrano enunciare i principi più alti e sostenere le cose più belle. Poi, però, basta accendere la memoria per accorgersi che spesso non credono davvero a ciò che dicono.
O, almeno, non abbastanza da rinunciare a buttarlo via quando diventa elettoralmente scomodo.
In questa situazione, quel 20-22 per cento che i sondaggi attribuiscono al PD rischia di essere un miraggio conclamato: una fotografia momentanea, non necessariamente un elettorato disposto a seguirlo sino alle urne. Specialmente se la campagna elettorale si trasformerà in una gigantesca corsa verso il centro.
Ed è precisamente ciò che il nuovo sistema favorirebbe.
La riforma approvata dalla Camera elimina la quota maggioritaria del Rosatellum e introduce un sistema proporzionale con un premio per la coalizione che supera il 42 per cento. Deve ancora passare dal Senato, quindi non è ancora legge; ma la maggioranza ha dichiarato di volerla portare fino in fondo.
Se passerà — e il mio vaticinio è che passerà — ci ritroveremo davanti a una corsa generale verso il centro.
Meloni farà la balena bianca.
Gli altri partiti diventeranno i suoi cespugli.
Fratelli d’Italia occuperà lo spazio del grande partito conservatore, moderato, istituzionale e apparentemente indispensabile. Forza Italia sarà il cespuglio naturale. Renzi e Calenda potranno offrirsi come cespugli esterni, tecnici, responsabili, europeisti e disponibili a qualsiasi governo purché venga definito «necessario».
Il PD, nel frattempo, dovrà decidere se continuare a inseguire un centro già occupato e ben sorvegliato da Renzi, oppure restare legato a un campo largo nel quale nessuno si fida davvero di nessun altro.
E una popolazione sempre più vecchia proverà finalmente una rassicurante sensazione di familiarità.
Perché vedrà tornare al potere una formula che conosce bene.
Il Pentapartito.
Auguri.
Uriel Fanelli
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