Placche continentali economiche.

Placche continentali economiche.

Ogni volta che scorro i titoli dei giornali e mi imbatto nell’ennesima processione di profeti di sventura pronti a celebrare il funerale dell’Unione Europea, mi sale una risata spontanea, quasi liberatoria. Ma quando a questa liturgia si uniscono gli “esperti” di geopolitica – e parlo di quella specifica genìa formatasi sulle cartine colorate di Limes, gente la cui competenza strategica sembra derivare interamente da interminabili partite a Risiko – il riso si fa decisamente amaro.

Il motivo è semplice: l’intero dibattito pubblico è ormai ridotto a un chiacchiericcio su questioni infinitesimali, note a margine che non colgono mai il bersaglio grosso. Chi pretende di occuparsi di geopolitica dovrebbe avere la vista abbastanza acuta da notare quella che, fuor di metafora, è una vera e propria deriva dei continenti. E se davvero siete convinti che la geografia sia il motore immobile della storia, allora un moto di tale magnitudo non dovrebbe potervi sfuggire.

Prendiamo, ad esempio, l’ossessione mediatica per il Nord Stream II. La sua totale irrilevanza non deriva soltanto dal fatto che quel tubo fosse inerte ancor prima che un famigerato "tacchino esplosivo" – o qualsiasi altra creatura mitologica la propaganda voglia venderci – decidesse di farci una passeggiata dentro con risultati pirotecnici. Il punto vero è che quel gasdotto era, ed è, un dettaglio insignificante, un errore di arrotondamento rispetto ai movimenti tettonici che stavano già accadendo sotto la superficie.

Proviamo a osservare i grandi blocchi economici e la loro inerzia. A un certo punto, un gigante come l’Unione Europea fa un annuncio. Non si limita a dire che convertiremo il parco auto all’elettrico, ma dichiara un obiettivo strutturale, tecnicamente fattibile seppur remoto: l’affrancamento totale dalle fonti fossili.

Ecco, questo è un movimento tettonico. Quando un intero "continente economico" decide di spostare il proprio asse di rotazione in questo modo, la fisica impone conseguenze immediate: fratture della crosta, terremoti devastanti e onde sismiche che si propagano ovunque.

Queste scosse sono destinate a radere al suolo le rendite di posizione delle nazioni che vivono di estrazione, di quelle che reggono la chimica di vecchia generazione e dei paesi di transito. Per la Russia, ad esempio, questa decisione non era una semplice nota a margine: era la firma in calce a una condanna a morte, la fine del potere di ricatto energetico sull'Europa.

Se un continente di queste dimensioni si muove, la terra trema. Ed era evidente, per chiunque non fosse accecato dall’ideologia o delle mappe di Risiko, che la Russia non sarebbe rimasta a guardare l’abisso in silenzio. Così come non potevano restare immobili gli altri grandi spacciatori di idrocarburi, dagli Stati Uniti ai petromonarchi del Golfo.


E gli altri continenti cosa fanno?

Ma non è solo l’Europa a muoversi, per quanto i profeti del declino amino dipingerci come l’unica voce bianca in un coro di carbone. Dall’altra parte del mondo, la Cina non sta semplicemente partecipando alla transizione: sta cercando di monopolizzarla.

I dati sono brutali, e non lasciano scampo alle interpretazioni nostalgiche. All’inizio del 2026, la Cina ha installato oltre 1,6 Terawatt di capacità solare ed eolica, una cifra che ridicolizza qualsiasi sforzo occidentale. Nel 2025, le auto elettriche e ibride plug-in hanno superato il 50% delle nuove immatricolazioni, un traguardo che Pechino stessa non prevedeva di raggiungere prima del 2035. E non si tratta di ecologismo da salotto: è una strategia industriale di guerra.

Il loro piano è chiaro: il picco della domanda di petrolio per i trasporti è previsto tra il 2025 e il 2030 (alcuni analisti dicono che ci siamo già). L'obiettivo non è salvare i panda, ma rendersi immuni dai ricatti energetici marittimi – leggi: blocco dello Stretto di Malacca – e dominare la filiera tecnologica del prossimo secolo. Certo, continuano a bruciare carbone per tenere accese le luci mentre costruiscono il nuovo mondo, ma la traiettoria è inequivocabile. Se l’Europa si muove per virtù (o necessità), la Cina si muove per potenza. Il risultato sismico per i venditori di petrolio, però, è identico: il loro cliente migliore sta chiudendo il conto.

Quindi, ricapitolando per chi si fosse distratto: abbiamo due "continenti economici" che hanno firmato, davanti a notaio, la condanna a morte di intere filiere industriali globali. Certo, nel purgatorio della transizione le strategie divergono sui dettagli tattici – l'Europa si aggrappa al gas come a una coperta di Linus (chiamandolo pure "green" per non sentirsi in colpa), mentre la Cina continua a bruciare carbone per non rischiare il blackout industriale. Ma non fatevi ingannare dal fumo: nelle strategie a lungo termine, queste sono, dichiaratamente e senza appello, fonti di transizione. Sono i ponteggi, non il palazzo. E quando il palazzo sarà finito, i ponteggi verranno smontati. Chi oggi vende ponteggi farebbe bene a preoccuparsi.


E qui arriviamo al cortocircuito, quello vero. Perché se da una parte del ring abbiamo i becchini del motore a scoppio, dall’altra ci sono tre pesi massimi che hanno deciso di scommettere tutto sulla longevità del moribondo.

Guardate gli Stati Uniti dell'amministrazione Trump II: non solo hanno rispolverato lo slogan "Drill, baby, drill", ma lo hanno elevato a dottrina teologica. Hanno dichiarato l'emergenza energetica non per installare pannelli, ma per trivellare l’Alaska e rimuovere ogni freno all’export di gas e petrolio. La loro scommessa è brutale: il mondo avrà ancora sete di petrolio, e noi saremo gli ultimi a venderglielo.

Poi c’è l’India, che con un pragmatismo che rasenta il cinismo ha fissato il suo "Net Zero" al 2070 – data in cui saremo tutti morti o cyborg – e nel frattempo ha pianificato di aumentare la produzione di carbone del 42% entro il 2030. Per Delhi il gas non è un "combustibile di transizione", è una destinazione turistica dove hanno intenzione di prendere la residenza.

E infine i Paesi del Golfo, che giocano la partita più raffinata di tutte: aumentano la capacità estrattiva per massimizzare i profitti oggi (finché c'è qualche "tossico" che compra), usando quei petrodollari per comprarsi il futuro post-petrolifero altrove (AI, finanza, turismo).

Quindi la faglia sismica è tracciata: da un lato chi investe trilioni per distruggere la domanda di fossili (Cina e UE), dall’altro chi investe trilioni per soddisfarla (USA, India, Golfo). Non è una divergenza di opinioni, è uno scontro frontale tra due futuri incompatibili. Uno dei due gruppi finirà con in mano trilioni di dollari di "stranded assets", infrastrutture inutili arrugginite nel deserto. E indovinate chi sta scommettendo contro la fisica e chi contro l’economia?


Abbiamo quindi disegnato la mappa del futuro, e non assomiglia per nulla a quella che vi raccontano al telegiornale.

Da un lato abbiamo due "continenti economici", Unione Europea e Cina, che si muovono nella stessa direzione strategica. La fisica politica insegna che due masse che convergono sulla stessa traiettoria sono destinate, prima o poi, a toccarsi e a saldarsi. Spinti dalla necessità condivisa di uccidere il vecchio mondo fossile per dominare quello nuovo, UE e Cina sono condannate a intendersi, che lo vogliano o no.

Dall’altro lato c’è il blocco della resistenza: USA, India e Paesi Arabi. Anche loro viaggiano in formazione compatta, uniti dall’interesse vitale di mantenere in vita l’economia degli idrocarburi il più a lungo possibile. A lungo termine, questi tre attori finiranno inevitabilmente per formare un blocco unico, cementato dal petrolio e dalla difesa del vecchio paradigma.

Questa è la vera "deriva dei continenti" che dovrebbe ossessionare le cancellerie, perché è da qui che scaturisce tutto il resto. E in mezzo a questa collisione titanica, chi ci è rimasto incastrato? La Russia.

Geograficamente e strategicamente, i russi sono il vaso di coccio tra queste due placche in movimento. Con la UE e la Cina decise a cancellare il valore dell'unico asset reale di Mosca – gli idrocarburi – la Russia si trovava di fronte a una prospettiva terrificante: la dissoluzione. Senza la rendita fossile, la Federazione Russa è un gigante d’argilla, destinato a essere smembrato e fagocitato.
Lo scenario pacifico avrebbe visto la Siberia scivolare inesorabilmente nell'orbita economica cinese, mentre la Russia europea sarebbe stata assorbita dal tessuto industriale e normativo della UE. Una fine dolce, forse, ma pur sempre la fine della Russia come potenza autonoma. E la fine del regime di Putin.

Putin, o chi per lui, ha semplicemente fatto una scelta di sopravvivenza del regime. Tra l’essere digerito da un sistema europeo basato su regole che avrebbero spazzato via la sua cleptocrazia, e il farsi vassallizzare da una Cina politicamente affine e tollerante verso l'autoritarismo, ha scelto Pechino.

La guerra in Ucraina, quindi, non è la causa di un bel nulla. È la conseguenza necessaria, l’effetto collaterale violento di questa scelta di campo. Una volta che i suoi due unici clienti (UE e Cina) hanno annunciato la fine dell'era fossile, Putin doveva scegliere a chi consegnarsi. Ha scelto la Cina per affinità politica, e per rendere irreversibile questa scelta doveva procurarsi una frattura insanabile con l'Europa. La guerra serviva a bruciare i ponti a ovest per costringere la Russia a guardare a est.

Ripeto, a costo di sembrare noioso: questi sono i terremoti, le scosse di assestamento. La deriva dei continenti è la causa, la guerra è solo il rumore che fanno le placche quando si scontrano. O si staccano.


Ed è esattamente di questo che dovrebbero occuparsi gli "analisti di geopolitica", se solo smettessero di giocare a Risiko. Il loro compito dovrebbe essere quello di descrivere prima la tettonica a placche – questi immensi spostamenti strutturali – e poi, solo poi, analizzare le crepe sui muri. Il Trumpismo, il macello in Ucraina, la guerra fredda (e calda) tra le monarchie del Golfo e l’asse russo-iraniano: sono tutti effetti. Sono i calcinacci che cadono, non il terremoto. Scambiare la conseguenza per la causa è l’errore capitale che rende le loro analisi carta straccia prima ancora di andare in stampa.

Ma forse il problema è più profondo. Forse gli analisti dovrebbero avere il coraggio di alzare gli occhi dalle loro preziose cartine e guardare il cielo. Perché, sapete, ogni tanto arrivano gli asteroidi. E l'asteroide che sta per impattare, quello che renderà obsoleti i dinosauri industriali, ha un nome preciso: la fine dell'industria pesante.

Non stiamo parlando solo della crisi dell’auto, che è solo la punta dell'iceberg più visibile. L’intera industria pesante, quella fatta di altiforni, ciminiere e catene di montaggio chilometriche, è un morto che cammina. È in crisi ovunque, senza eccezioni. Non esiste un solo blocco economico al mondo dove questo settore sopravviva grazie alle leggi di mercato. Respira solo perché è intubato a forza dai governi.

Guardate la mappa:

  1. In Europa, sopravvive solo grazie a un protezionismo sempre più sfacciato, mascherato da standard ambientali o dazi difensivi.
  2. In Cina, sta in piedi solo grazie a iniezioni dirette di capitale di Stato e sussidi che farebbero impallidire un keynesiano.
  3. Nel Sud Globale (o nei satelliti del Primo Mondo), resiste solo perché i governi tollerano pratiche che altrove chiameremmo schiavismo, o chiudono entrambi gli occhi su inquinamento e morti bianche.

Nessun blocco economico "maturo" sfugge a questa regola. Certo, i più furbi (come gli USA) fanno outsourcing verso qualche nazione satellite disposta a sporcarsi le mani con l'opzione 3, ma la sostanza non cambia: senza la respirazione bocca a bocca della politica, il gigante d’acciaio sarebbe già soffocato. L'industria pesante non produce più ricchezza autonoma, ne consuma. È diventata un costo sociale esternalizzato, mantenuto in vita per non affrontare il trauma della sua estinzione.


So che suonare la campana a morto per l'industria pesante è un colpo basso, di quelli che fanno fischiare le orecchie ai sindacalisti e ai ministri dello Sviluppo Economico, ma la realtà tecnologica se ne frega dei vostri sentimenti. E le ragioni di questo decesso sono, appunto, puramente tecnologiche.

Prendiamo il totem intoccabile del Novecento: l’automobile. Se togliete la scocca lucida del marketing e guardate cosa sta succedendo con la transizione all'elettrico, vedrete che il prodotto si è spaccato in due. Da una parte c'è il "Core" (la funzione base: portarmi da A a B senza esplodere), dall'altra c'è il "Luxury" (lo stile, il comfort, il sentirsi fighi al semaforo).

Oggi, la parte "Core" di un’auto elettrica non richiede più una gigafactory da diecimila operai. Può essere gestita tranquillamente da un assemblatore locale, una PMI da 100 dipendenti. Certo, torneremmo a un mercato frammentato, con la "Brambilla Motors" che domina in Lombardia e la "Gennarino Auto" in Campania, ma tecnicamente è fattibile. Perché? Perché i componenti davvero complessi – batterie, motori elettrici, chip di potenza – sono ormai asset strategici globali. Essendo critici per la sicurezza nazionale, finiranno inevitabilmente sotto l'ombrello (e il controllo) dello Stato o di campioni nazionali iper-protetti. Il resto è un Lego. Le piattaforme sono già modulari: oggi auto di marchi "rivali" condividono spesso il 90% della componentistica sotto il cofano.

Poi c'è il livello "Luxury", la customizzazione. E qui si apre un'autostrada per l'artigianato tecnologico. Se l'architettura è aperta e modulare (e lo sarà), non vi serve BMW per avere un sistema di infotainment decente. Vi basta un tablet decente, un buon protocollo Bluetooth e le casse che preferite. Volete un sedile massaggiante ergonomico? Un artigiano locale può riempire lo spazio vuoto del sedile standard con attuatori su misura per la vostra schiena, meglio di quanto farebbe una linea di montaggio standardizzata a Stoccarda. Nemmeno il condizionatore è immune: è un modulo, si cambia, si uppa.

Lo scenario futuro, se la tecnologia fosse lasciata libera, è uno spezzatino industriale a tre strati:

  1. Strategic: Batterie, silicio e motori prodotti da colossi statali o parastatali, perché è roba che scotta.
  2. Core: Il telaio e l'assemblaggio base affidati a PMI locali di media taglia (100-300 addetti), agili e vicine al cliente.
  3. Luxury: L'interfaccia utente, il comfort e lo stile curati da una miriade di piccoli artigiani high-tech.

Vi sembra fantascienza anarchica? Le Poste Tedesche si sono autoprodotte 25.000 furgoni elettrici (gli StreetScooter) per consegnare la posta. Certo, non vinceranno concorsi di bellezza, ma funzionano, costano il giusto e sono customizzati esattamente per quello che devono fare. Hanno bypassato i grandi marchi perché potevano farlo.

Perché questo non succede domani mattina per la vostra auto? Semplice: perché il regolatore lo vieta. L'unico muro che tiene in piedi l'industria pesante monolitica non è fatto di leggi della fisica, ma di commi, omologazioni e burocrazia difensiva. Se smontassimo questo castello normativo, potremmo applicare la logica "Strategic-Core-Luxury" a quasi ogni prodotto dell'industria pesante. E l'industria pesante, come la conosciamo, evaporerebbe in un pomeriggio.

Ma questo, ovviamente, è proprio quello che fa più paura.

Ed è qui che si gioca la vera partita. La tecnologia per disintegrare il monolite dell'industria pesante esiste già, è qui, pronta sugli scaffali. Non serve inventare nulla, serve solo il coraggio politico di usarla.

I paesi (o i blocchi) che avranno l'ardire di riscrivere i regolamenti, di abbattere le barriere normative che proteggono i dinosauri industriali e di agevolare questa trasformazione molecolare della produzione, vinceranno. Si libereranno di costi sociali immensi, creeranno un tessuto economico resiliente e distribuito, e smetteranno di dipendere dai ricatti delle grandi corporation o dei petro-stati.

Gli altri? Resteranno a lucidare i loro altiforni spenti e a sovvenzionare catene di montaggio vuote, mentre il mondo sfreccia via su un furgoncino elettrico assemblato dall'artigiano dietro l'angolo.

Primo asteroide: l'industria pesante "monolitica" sta morendo.


Eppure, nessun "geostratega" sembra notare l'asteroide tecnologico sospeso sopra le nostre teste. Nonostante sia solare, lampante, evidente che in ogni singolo blocco geopolitico l'industria pesante sopravviva ormai solo perché attaccata al respiratore statale, nessuno trae le dovute conclusioni.

Ma il cielo è affollato. Ci sono altri asteroidi in arrivo, e uno in particolare è già caduto, anche se facciamo finta di non sentire il tremore. Siamo come dinosauri che guardano verso lo Yucatán e commentano: "Ehi, sentito che botto nel Golfo del Messico?", senza capire che quel rumore è il suono della loro estinzione. Sono lì che discutono su come fermarlo, ignorando il fatto che l'impatto è avvenuto vent'anni fa.

Mi riferisco a un fenomeno inedito, reso possibile esclusivamente dalla tecnologia:

i servizi scalano.

Fino a ieri, il mondo dei servizi era il regno incontrastato della frammentazione: la pizzeria sotto casa, la compagnia di taxi locale, l'agenzia viaggi del corso. Oggi, i servizi scalano. E scalano a livello planetario. Non parlo solo dei soliti noti dell'IT (Meta, Google), parlo della vita fisica. Se volete una pizza, attivate la logistica di una multinazionale del delivery. Se vi serve un passaggio, chiamate Uber. Se cercate un letto, passate per AirBnB.

Quello che un tempo era l'ecosistema naturale della piccola impresa è stato inghiottito da giganti globali. E il problema, signori miei, non è decidere se avere "più o meno AI", "più o meno data center" o fantasticare di "internet sovrana". Il problema è capire se assecondare questa trasformazione o farsela cadere in testa – cosa che, per inciso, è già successa.

Quando vedo i tassisti scendere in piazza contro Uber, gli albergatori stracciarsi le vesti contro AirBnB o i negozianti maledire Amazon, la domanda che un analista serio dovrebbe porsi non è "come li proteggiamo?", ma "come mai noi non abbiamo creato nulla del genere?". E la risposta è sempre la stessa, impietosa: perché il regolatore, per elemosinare quattro voti dalle corporazioni, è sempre stato strutturalmente OSTILE alla trasformazione.

Risultato? Il cambiamento, che poteva essere governato, è diventato un asteroide.

La sfida per il futuro è chiara: il blocco economico che riuscirà a gestire la mutazione del terziario in un sistema regolato ma scalabile – senza sabotarlo con lacci e lacciuoli medievali – si troverà in mano il settore dei servizi più efficiente del pianeta. Ma attenzione, la ricetta è amara:

  1. Bisogna lasciarlo succedere, accettando che le categorie esistenti verranno spazzate via come i dinosauri nel Cretaceo.
  2. Bisogna impedire che i nuovi giganti diventino oligopoli predatori all'americana, capaci di ricattare gli Stati.

Sinora, nessuno al mondo ci è riuscito. L'Europa protegge i dinosauri, l'America si fa mangiare dagli oligarchi. Chi troverà la terza via, vincerà il secolo.


Anche in questo caso, la soluzione non richiede magia nera, ma solo un po' di sana ingegneria dei sistemi. Possiamo spezzare il moloch dei servizi digitali esattamente come abbiamo fatto con l'automobile:

  1. Strategico: Lo strato "hard" dell'IT. Parliamo di silicio, di fibra ottica, di data center e cloud infrastructure. Questa roba finirà invariabilmente sotto la tutela diretta o indiretta degli Stati. Se non ve ne siete accorti, guardate le Telco e gli Internet Provider: sono zombie che camminano, tenuti in vita solo dalla respirazione assistita dei governi e dai fondi per la digitalizzazione. Senza lo Stato, chiuderebbero domani.
  2. Core: Lo strato software, le piattaforme, il middleware. Questo può essere costruito e gestito da aziende IT di medie dimensioni, agili e specializzate. Non serve un impero da mille miliardi per scrivere buon codice infrastrutturale.
  3. Customizzazione: Qui regnano le startup e i creatori di nuovi servizi verticali. È qui che nasce il valore percepito dall'utente. E attenzione: queste realtà, se lasciate scalare, possono diventare enormi in pochissimo tempo.

Questa trasformazione, sommata al decesso dell'industria pesante, è un movimento tellurico di potenza inaudita. Non è un caso se la (scarsa) crescita americana dell'ultimo anno è stata quasi interamente un miraggio di borsa, trainato quasi esclusivamente dal comparto IT. Wall Street è drogata di tech perché l'economia reale è ferma.

E qui torniamo alla geopolitica, quella vera. Provate a immaginare uno scenario da incubo per Washington: immaginate che domani l'Unione Europea, magari in un impeto di sovranità digitale o spinta dall'avvicinamento alla Cina, decida di bloccare o limitare drasticamente l'IT americano. Diciamo in una notte.
Scoprireste che la Borsa di New York perderebbe una capitalizzazione pari al 20-25% del PIL americano in poche ore.

Capite ora perché la deriva dei continenti fa paura? Se l'Europa, lentamente ma inesorabilmente, inizia a scivolare verso la Cina per convergenza di interessi strategici (decarbonizzazione e industria), non sta solo cambiando partner commerciale. Sta sfilando il tappeto da sotto i piedi all'economia finanziaria americana. E questi sono movimenti tettonici che non si risolvono con una portaerei nel Mediterraneo.

Ed è per questo motivo che non me ne frega assolutamente NULLA di Taiwan. Non voglio nemmeno sentirne parlare.
Tutta la tensione isterica che circonda quell'isola non è altro che l'attrito locale tra due enormi placche continentali che stridono l'una contro l'altra. Taiwan ha solo la sfortuna geografica e storica di trovarsi esattamente sulla linea di frattura. Tutto qui.

Sentir parlare di queste questioni minuscole, di isolotti e di scaramucce navali, mentre dal cielo piovono asteroidi industriali e i continenti economici si spostano a velocità mai viste nella storia, è irritante. È un modo incredibilmente stupido e miope di guardare il mondo.

Taiwan non è una causa, è un sintomo. È semplicemente il punto dove la faglia si sta aprendo tra due mondi inconciliabili:

  • Il Mondo Americano, dove i giganti del Tech sono diventati così potenti da dominare il governo, dettando l'agenda politica in base alle trimestrali.
  • Il Mondo Cinese, dove l'idea che un gruppo di miliardari possa dettare la linea al Politburo è non solo impensabile, ma fisicamente pericolosa per i miliardari stessi (chiedere a Jack Ma per referenze).

Sono due modelli di gestione del potere che si stanno separando violentemente. Taiwan è solo il sismografo che registra le vibrazioni. Fissare il sismografo mentre crolla il palazzo è da idioti.

Quindi, per favore, smettetela con la geopolitica da Bar Sport e iniziate a guardare la tettonica. Perché quando i continenti si muovono, non chiedono permesso a nessuno.


Ecco perché trovo non solo snervante, ma intellettualmente disonesto, sentire Mario Draghi lanciare allarmi sulla "deindustrializzazione dell'Europa". Lo fa ben sapendo che quel malato terminale chiamato industria pesante sta morendo OVUNQUE. Non è un problema europeo, è un'estinzione di massa globale dove i sopravvissuti respirano ancora solo grazie al polmone d'acciaio dei governi.

Ed è altrettanto patetico vedere i "geostrateghi" di Limes spiegarmi le sottigliezze tattiche della guerra in Ucraina, ignorando l'unico fatto macroscopico che conta. L'Unione Europea ha notificato lo sfratto a Mosca. Dicendo "non compreremo più il tuo petrolio e in dieci anni saremo liberi dalle fonti fossili", l'Europa ha detto alla Russia: "Tra dieci anni tu non esisterai più". La guerra è solo la reazione scomposta di chi ha ricevuto quella raccomandata.

Significa essere ciechi di fronte alla vera natura dello scontro su Taiwan. L'isola non è una democrazia da salvare, è il confine tra due concezioni antropologiche del potere: il blocco americano, dove se hai abbastanza soldi ti compri il governo e scrivi le leggi; e il blocco cinese, dove se hai i soldi e provi a sostituirti al Partito, finisci in un campo di rieducazione a familiarizzare intimamente con uno stagnatore rovente.

Questi sono i grandi blocchi. Questi sono i movimenti reali. Del vostro insulso tubicino rotto nel Baltico non me ne frega assolutamente NIENTE. È un dettaglio irrilevante, troppo piccolo per essere preso sul serio.


Quella che leggo sui giornali non è geopolitica. E di certo non è "strategia globale".

Sono piccole sciocchezze da riunione di condominio.