Oligarchie e social network.
Sto cominciando a vedere, un po’ ovunque in rete, una serie di scritti che sembrano convergere tutti verso lo stesso problema: il fatto che i tecnogiganti stiano diventando dei veri e propri imperi, capaci di decidere chi sarà il presidente degli Stati Uniti, di interferire direttamente con la politica estera e, nel frattempo, di amministrare quantità di denaro, infrastrutture e risorse semplicemente indecenti. L’errore assurdo che vedo, però, consiste nel pensare che questa situazione stia nascendo soltanto adesso. E, soprattutto, nel credere che sia un fenomeno limitato ai giganti del settore tecnologico.
Per prima cosa, si nota immediatamente un doppio standard grande come una casa.
I giganti della tecnologia non sono una novità. Esistono da decenni, accumulano potere da decenni e influenzano il dibattito pubblico da decenni. Ma finché erano le aziende very woke della Silicon Valley gay, sembrava andare tutto benissimo.
Non esisteva alcun problema quando su Facebook era vietato scrivere «All Lives Matter», perché bisognava necessariamente affermare che soltanto Black Lives Matter. In quel momento, il fatto che una corporation privata decidesse quali formule politiche fossero moralmente accettabili, quali opinioni potessero circolare e quali invece dovessero essere cancellate non sembrava turbare quasi nessuno.
È diventato improvvisamente un problema oggi, semplicemente perché il vento è cambiato e adesso accade l’opposto.
È il problema del Retard Pride, Darling.
Questo vuol dire che i giganti della tecnologia siano cambiati? O vuol dire piuttosto che ce ne stiamo accorgendo ora perche' prima eravamo occupati a celebrare il Retard Pride?
Il problema e' generale.
Quando una grande azienda, sia essa un’impresa informatica oppure una catena di supermercati, ha degli obiettivi materiali e quantificabili da raggiungere — numero di clienti, presenza internazionale, fatturato, margine, quota di mercato, e così via — finisce inevitabilmente per organizzarsi attorno a quegli obiettivi.
E poiché si tratta di obiettivi materiali, misurabili e verificabili, essi sono, in senso proprio, degli obiettivi «tecnici».
Per ottenere ciò che vuole, quindi, l’azienda sviluppa una razionalità strumentale orientata all’efficienza. Ma l’efficienza non esiste in astratto: viene sempre definita rispetto agli obiettivi stabiliti.
È efficiente ciò che serve a vendere più automobili. È efficiente ciò che consente di spendere meno. È efficiente ciò che aumenta il margine, riduce i tempi, conquista clienti oppure elimina un concorrente.
Tutto il modo di pensare che deriva da questa razionalità strumentale diventa ciò che Habermas chiama anche «logica tecnica», e che i manager preferiscono chiamare «cultura aziendale».
Sinché tutto questo rimane confinato tra le mura dell’azienda, va benissimo. Anzi, è esattamente ciò che ci si aspetta da un’azienda.
Il guaio comincia quando questa cultura esce dall’impresa, tracima e comincia ad allagare il resto del mondo: la società, la politica, l’arte, l’urbanistica, la scuola e qualsiasi altro ambito della vita collettiva.
Facciamo un esempio.
Se quasi tutto ciò che si vende viene distribuito da gigantesche corporation che costruiscono i cosiddetti mall, cioè i centri commerciali, cosa accade quando la loro cultura aziendale — o, se preferite, la loro logica tecnica — trabocca e invade la politica? Accade, per esempio, la gentrificazione.
- Il centro storico delle città viene ridisegnato assegnandogli le funzioni tipiche di un centro commerciale. O, più precisamente, viene riorganizzato secondo la logica tecnica di un centro commerciale.
- Gli spazi gratuiti, quelli di semplice aggregazione e quelli che non producono immediatamente profitto vengono progressivamente spazzati via.
- Al loro posto arrivano spazi dedicati al business, al consumo e all’advertising.
E cosa succede, invece, quando la logica dell’industria manifatturiera trabocca dai confini aziendali e invade la politica?
- Succede che si comincia a parlare di «scuola per il mondo del lavoro», come se la scuola fosse un semplice centro di formazione professionale costruito per soddisfare le esigenze delle aziende.
- Succede che le zone residenziali diventano giganteschi open space nei quali far dormire i dipendenti: quartieri senza negozi, senza servizi, senza luoghi d’incontro e senza una vera vita urbana.
E cosa succede ancora quando, in generale, tutte le aziende cominciano ad allagare la politica con le proprie logiche tecniche?
Succede che si privatizza ogni cosa, nel tentativo di trasformare le istituzioni in aziende.
- Succede che le persone cominciano a chiedersi «a cosa serve» studiare certe materie a scuola, come se ogni conoscenza dovesse giustificarsi mediante un ritorno economico di investimento.
- Succede che le elezioni diventano operazioni di marketing e advertising, nelle quali le idee contano meno del brand, l’identità visiva conta più del programma e il candidato viene venduto come un prodotto.
Eccetera, eccetera, eccetera.
Questi sono tutti sintomi di culture aziendali che traboccano dai propri confini e invadono gli altri campi della società.
In modo particolare invadono la politica, sia essa locale oppure nazionale.
E se usiamo questo criterio, cioè quello dell’allagamento delle logiche aziendali in ogni settore della cultura e della società, ci accorgiamo immediatamente che il fenomeno dura da molto, molto tempo.
La logica della finanza applicata all’abitazione.
Una casa smette di essere il luogo nel quale qualcuno vive e diventa un asset che deve produrre rendimento. Il risultato sono appartamenti lasciati vuoti perché conviene aspettare che aumentino di valore, interi quartieri trasformati in portafogli immobiliari e affitti determinati non dai redditi locali, ma dalle aspettative degli investitori.
La logica alberghiera applicata alle città.
Il centro urbano non viene più progettato per chi ci abita, ma per massimizzare il numero di visitatori, pernottamenti e consumazioni. I negozi utili scompaiono, sostituiti da souvenir, ristorazione seriale e affitti brevi. La città diventa un resort dal quale gli abitanti vengono progressivamente espulsi.
La logica del call center applicata alla pubblica amministrazione.
Il cittadino non è più una persona titolare di diritti, ma un ticket da chiudere. L’obiettivo non diventa risolvere il problema, bensì ridurre il tempo medio della pratica, diminuire il numero dei contatti e mostrare una dashboard piena di indicatori verdi. Che poi il cittadino abbia realmente ottenuto ciò che gli spetta è quasi secondario: la pratica risulta chiusa, quindi il sistema ha funzionato.
La logica assicurativa applicata alla sanità.
Il paziente diventa un profilo di rischio. Non ci si domanda soltanto quale cura gli serva, ma quanto costerà, quale probabilità abbia di funzionare e se quella persona sia economicamente conveniente da curare. La prevenzione stessa rischia così di trasformarsi in selezione della clientela.
La logica industriale applicata agli ospedali.
I letti devono avere un alto tasso di occupazione, i pazienti devono attraversare rapidamente la catena e ogni reparto deve dimostrare la propria produttività. Ma un ospedale mantenuto costantemente al massimo della capacità è efficientissimo in condizioni normali e completamente inutile durante un’emergenza. La capacità inutilizzata, che dal punto di vista aziendale appare come uno spreco, è precisamente ciò che consente a un sistema sanitario di assorbire una crisi.
La logica delle piattaforme applicata alla cultura.
Un libro, un film o una canzone non vengono più valutati soltanto per ciò che sono, ma per engagement, retention, click e probabilità di essere raccomandati dall’algoritmo. Le opere vengono costruite per impedire che lo spettatore interrompa la visione, come se l’arte fosse un metodo particolarmente elaborato per evitare che qualcuno cambi pagina, canale o applicazione.
La logica pubblicitaria applicata al giornalismo.
Lo scopo del giornale non è più informare, ma generare traffico. La notizia migliore diventa quella che produce più click, più indignazione e più tempo trascorso sulla pagina. Di conseguenza, ciò che è importante perde contro ciò che è scandaloso. Il giornalismo non seleziona più gli eventi in base alla loro rilevanza, ma in base alla loro capacità di attirare e trattenere l’attenzione.
La logica del branding applicata alle persone.
Ogni individuo viene invitato a costruire il proprio personal brand, come se fosse una confezione di shampoo. Gli interessi diventano posizionamento, le opinioni diventano reputazione e perfino la vita privata viene trattata come materiale promozionale. Non bisogna più soltanto essere qualcosa: bisogna comunicarlo, confezionarlo e venderlo correttamente.
La logica delle risorse umane applicata all’istruzione.
Lo studente diventa capitale umano. Le materie vengono valutate in base all’occupabilità, le scuole in base ai risultati misurabili e gli insegnanti in base a metriche standardizzate. Tutto ciò che forma una persona, ma non produce immediatamente una competenza vendibile, viene considerato decorativo. La scuola non deve più formare cittadini, persone o individui capaci di pensare: deve produrre risorse umane già pronte per il reparto nel quale verranno impiegate.
La logica dei fast food applicata alla ristorazione.
I menu diventano standardizzati, i tempi prevedibili, gli ingredienti intercambiabili e il personale facilmente sostituibile. Poi questa logica invade l’intera filiera alimentare, sino al punto in cui anche l’agricoltura deve produrre alimenti pensati soprattutto per sopravvivere al trasporto, alla conservazione e alla lavorazione industriale, anziché per essere buoni o nutrire qualcuno.
La logica dell’automobile applicata all’urbanistica.
La città viene costruita per massimizzare il flusso dei veicoli. Le distanze aumentano, i servizi vengono separati dalle abitazioni e camminare diventa impraticabile. A quel punto l’automobile, che aveva prodotto il problema, diventa indispensabile per sopravvivere alla città progettata secondo la logica dell’automobile. E la necessità dell’automobile viene poi usata per giustificare la costruzione di altro spazio destinato alle automobili.
La logica informatica applicata alla legge.
Si pretende che ogni norma possa essere trasformata in una procedura automatica, eliminando ambiguità, eccezioni e giudizio umano. Ma la legge contiene deliberatamente principi, interpretazioni e proporzionalità. Trattarla come software significa spesso sostituire la giustizia con la semplice esecuzione di una regola. La burocrazia diventa improvvisamente un algoritmo, mediante la cosiddetta «digitalizzazione» della pubblica amministrazione. Il fatto che una decisione sia automatizzata viene scambiato per la prova che sia oggettiva, anche quando l’algoritmo si limita a rendere più veloce e invisibile un’ingiustizia.
La logica del supermercato applicata alla politica.
L’elettore diventa consumatore e i partiti diventano scaffali di offerte. Le idee vengono confezionate per segmenti demografici, testate mediante sondaggi e ritirate quando non vendono. Nessuno deve più convincere il cittadino: basta proporgli il prodotto politico che confermi ciò che pensa già.
Se un’associazione di consumatori finisce per avere i diritti e il ruolo di un partito politico, stiamo semplicemente assistendo all’applicazione di una logica commerciale alla politica, nella quale un ruolo tipicamente commerciale — quello del consumatore — viene trasformato in un ruolo politico.
Il cittadino, cioè colui che partecipa alla definizione degli obiettivi della società, viene sostituito dal consumatore, cioè colui che sceglie tra prodotti già preparati da qualcun altro.
Questo fenomeno, quindi, esiste da molto tempo. Semplicemente, quasi nessuno — a parte qualche filosofo — ha mai osato descriverne il meccanismo e denunciarlo apertamente. Sono decenni, ormai, che le aziende e le realtà economiche non fanno altro che allagare la cultura e la società con le proprie logiche tecniche. E nessuno sembrava particolarmente preoccupato, almeno finché quelle logiche producevano risultati politici graditi.
La cosa è ormai così radicata da essere entrata a far parte della cultura quotidiana.
Non ci meravigliamo più di andare in giro con una maglietta che pubblicizza questa o quella azienda, semplicemente perché sopra compare il nome di un calciatore. Indossiamo vestiti pieni di brand, loghi, slogan e scritte che hanno esattamente il formato di una pubblicità.
Paghiamo, letteralmente, per trasformarci in cartelloni pubblicitari ambulanti.
Ma non ce ne accorgiamo più. È diventato normale. È come l’aria: ci circonda in ogni momento, ma proprio per questo abbiamo smesso di vederla.
Cosa caratterizza, allora, questo nuovo salto di qualità?
Il fatto che, mentre le logiche tecniche aziendali invadono la politica e ogni cosa viene progressivamente trasformata in un’azienda, gli spazi sociali reali vengono compressi.
Le piazze vengono trasformate in centri commerciali. I luoghi di aggregazione gratuita scompaiono. I quartieri diventano dormitori. I cittadini vengono ridotti a consumatori, utenti, clienti, profili e segmenti di mercato.
E, mentre questi spazi sociali venivano compressi, tutti si sono rifugiati in nuovi spazi sociali apparentemente sconfinati: i cosiddetti social network.
Questi spazi hanno velocizzato enormemente tutte le tendenze già esistenti. Perché l’emorragia di pensiero aziendale non si è più limitata ad allagare la politica, aspettando che fosse poi la politica a trasformare la società.
Ha cominciato ad allagare direttamente la società.
Non è più:
Azienda → Politica → Società
Oggi è:
Azienda → Società → Politica.
L’azienda non ha più bisogno di convincere il governo a imporre alla società la propria logica tecnica. Può costruire direttamente l’ambiente nel quale milioni o miliardi di persone parlano, discutono, litigano, si informano, si organizzano, cercano un partner, mantengono le amicizie e formano le proprie opinioni.
Non deve più limitarsi a influenzare la politica.
Possiede direttamente lo spazio sociale.
Prendiamo l’esempio della gentrificazione.
Se io applico una logica aziendale secondo la quale chi beve dalla fontanella in piazza non mi serve al business, la gentrificazione risolverà il problema eliminando la fontanella.
Ma una piazza progettata per costringere le persone a sedersi in un dehors e bere a pagamento non è affatto neutrale. Contiene già un messaggio politico molto preciso: chi non paga è un pezzente.
La struttura stessa dello spazio urbano comunica che bere gratuitamente, fermarsi senza consumare o occupare uno spazio pubblico senza produrre fatturato sono comportamenti socialmente inferiori.
E così, lentamente, si forma un’opinione.
Con il tempo emerge l’idea che, se vai in giro con una borraccia d’acqua, sei un pezzente. Se vuoi prendere il sole in una spiaggia libera, senza pagare ombrelloni, sei un pezzente. Se prendi la metropolitana, usi lo «spostapoveri», come dicono a Milano.
Il giudizio economico contenuto nella logica aziendale viene prima incorporato nello spazio, poi trasformato in comportamento normale e infine interiorizzato come giudizio sociale.
Questo è il meccanismo classico:
Azienda → Politica → Società
L’azienda trasmette la propria logica alla politica. La politica ridisegna lo spazio pubblico secondo quella logica. La società vive dentro quello spazio e, lentamente, finisce per assorbirne il messaggio.
È un processo potente, ma relativamente lento.
Se invece il percorso diventa:
Azienda → Società → Politica
la velocità cambia completamente.
Sui social network posso chiamare direttamente «pezzenti» quelli che bevono alla fontanella. Posso costruire meme, battute, mode, classifiche sociali e stigma attorno a quel comportamento. Posso farlo circolare milioni di volte, sino a trasformarlo in senso comune.
Senza passare prima dalla politica.
A quel punto sarà la politica ad adeguarsi a un’opinione pubblica che è già stata formata altrove, dentro uno spazio privato posseduto e regolato da un’azienda.
Questa emorragia di logiche tecniche, cioè, si è evoluta sino a passare attraverso le grandi corporation dei mass media e, da lì, ad allagare direttamente la società.
In questo senso, limitarsi a lamentarsi del comportamento delle aziende non ha molto senso.
Le aziende fanno ciò che hanno sempre fatto: perseguono i propri obiettivi mediante le logiche che si sono date per raggiungerli. A essere cambiato è il comportamento della società e della politica, che si sono lasciate allagare, permeare e infine riorganizzare secondo logiche tecniche aziendali.
Il problema non è più soltanto che le aziende siano diventate troppo potenti.
Il problema è che la società ha cominciato a pensare come un’azienda, mentre la politica ha cominciato a trattare i processi sociali come se fossero processi aziendali.
E, a questo punto, occorre fermarsi un momento e cercare di capire il futuro.
Diamo pure per scontato che le logiche tecniche aziendali diventino sempre più dominanti. Diamo per scontato che continuino a uscire dai confini delle imprese e a colonizzare il linguaggio, la politica, i rapporti sociali e perfino il modo in cui le persone giudicano sé stesse e gli altri.
Poniamoci allora alcune domande.
A quale processo sociale e politico equivale, precisamente, il processo aziendale del «licenziamento»?
Che cosa significa, in una società organizzata secondo logiche aziendali, dichiarare che un cittadino non è più utile, non è più produttivo, costa troppo oppure non è sufficientemente allineato agli obiettivi dell’organizzazione?
E a che cosa corrisponderebbe, sul piano sociale e politico, il concetto di appraisal, cioè la valutazione periodica delle prestazioni?
Chi stabilirà i criteri secondo i quali un cittadino viene giudicato? Chi deciderà se ha prodotto abbastanza, se si è comportato correttamente, se ha raggiunto gli standard previsti, se merita una promozione sociale oppure un demansionamento?
E quando a un cittadino verranno assegnati degli «obiettivi da raggiungere», di che cosa parleremo?
Di diritti subordinati alla performance? Di accesso ai servizi condizionato al raggiungimento di determinati risultati? Di premi per i cittadini più efficienti e di sanzioni per quelli che non soddisfano gli indicatori?
A quel punto non parleremo più di cittadinanza.
Parleremo di una valutazione delle prestazioni applicata all’esistenza.
Prendiamo un aspetto oscuro, e ancora poco valutato, dell’intelligenza artificiale.
Supponiamo che io sottoponga una persona a un test tecnico. La stacco da internet, le impedisco di usare qualsiasi AI e le chiedo di svolgere una serie di compiti.
Adesso supponiamo che questi test siano «tagliati», per difficoltà e complessità, sulle capacità dei diversi modelli di intelligenza artificiale.
Il test destinato a un programmatore junior, per esempio, con un reddito pari a X, potrebbe essere costruito in modo da confrontarne la prestazione con quella di un modello di AI che, per svolgere lo stesso lavoro, costa X.
E quel costo non dovrebbe nemmeno essere stimato in maniera arbitraria.
Può già essere calcolato usando strumenti e parametri forniti dalle stesse aziende produttrici: numero di token consumati, modello utilizzato, tempo di elaborazione, quantità di contesto, eventuale uso di strumenti esterni.
A quel punto si può stabilire quanto costa far eseguire un determinato compito a una macchina e confrontare direttamente quel costo con quello della prestazione umana.
CI RENDIAMO CONTO CHE LE METRICHE USATE PER CALCOLARE IL PREZZO DELL’AI POTREBBERO ESSERE APPLICATE ANCHE ALLA PERFORMANCE UMANA, SEMPLICEMENTE CREANDO DEI TEST DI PRODUTTIVITÀ COMPARABILI CON I DIVERSI PRODOTTI DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE?
Non si tratterebbe più soltanto di chiedersi se una persona sappia fare il proprio lavoro.
Si tratterebbe di chiedersi se una persona riesca a svolgere quel lavoro meglio, più velocemente oppure a un costo inferiore rispetto al modello di AI corrispondente alla sua fascia salariale.
In pratica, farei eseguire alla persona gli stessi identici test tecnici che sottopongo a un sistema di intelligenza artificiale. Poi guarderei quanto mi costa farli risolvere dalla macchina.
E quel costo determinerebbe il reddito del candidato.
Se un modello di AI riesce a svolgere una certa quantità di lavoro spendendo X, il candidato umano dovrebbe dimostrare di produrre almeno lo stesso valore, oppure accettare di essere pagato meno di X.
Lo trovate distopico?
Ebbene, se lasciamo che le logiche tecniche delle grandi aziende di AI allaghino il mondo della società e del lavoro, la performance intellettuale potrebbe essere valutata molto facilmente in termini di AI-equivalente.
Un programmatore, un traduttore, un grafico, un avvocato o un analista non verrebbero più valutati soltanto per esperienza, preparazione o qualità del lavoro, ma in base al numero e al tipo di modelli di AI necessari per sostituirli.
E, dal punto di vista della razionalità aziendale, avrebbe perfettamente senso.
L’azienda potrebbe pagare una persona soltanto finché il suo costo rimane inferiore, o almeno competitivo, rispetto a quello dell’intelligenza artificiale necessaria per svolgere lo stesso lavoro.
Non servirebbe alcuna legge distopica. Non servirebbe un ministero incaricato di classificare il valore intellettuale degli esseri umani.
Basterebbe che la semplice logica tecnica delle aziende produttrici di AI uscisse dai loro confini e diventasse, quasi senza discussione, un criterio vastamente accettato nel mondo del lavoro.
Ma, soprattutto, perché questo meccanismo possa funzionare occorrerebbe la nascita di una metrica adeguata.
Se oggi le persone vengono conteggiate e pagate in termini di FTE-equivalente, cioè come frazioni o multipli di un lavoratore a tempo pieno, domani potrebbero essere valutate in termini di ChatGPT-equivalente, Claude-equivalente, oppure mediante qualche altra unità costruita sui prodotti di intelligenza artificiale disponibili.
Un programmatore, per esempio, potrebbe valere 0,8 Claude-equivalenti. Un traduttore 1,3 ChatGPT-equivalenti. Un analista junior, magari, mezzo modello di fascia media più una certa quantità di supervisione umana.
Oggi queste metriche non esistono ancora, soprattutto perché i prodotti di intelligenza artificiale cambiano troppo rapidamente. I modelli vengono aggiornati, sostituiti, riprezzati, migliorati o ritirati nel giro di pochi mesi.
Ma se il prezzo per token, il costo per compito, il costo per unità di contesto o qualsiasi altra metrica commerciale finiranno per stabilizzarsi, allora la comparazione diventerà quasi inevitabile.
A quel punto non si parlerà più soltanto di quanto costa usare un’intelligenza artificiale.
Si parlerà di quanto vale un essere umano, espresso nella stessa unità di misura.
Sinché tutto questo rimane confinato nell’ambito aziendale, beh, sappiamo bene che le aziende valutano continuamente se convenga usare strumenti automatici al posto dei lavoratori, confrontando costi, velocità e qualità del risultato.
Si tratta di un processo normale, all’interno della normale pratica aziendale.
Un’azienda si domanda se una macchina costi meno di un dipendente, se produca più velocemente, se commetta meno errori e se il costo dell’automazione venga compensato dai risparmi successivi. Non c’è nulla di nuovo, in questo.
Il problema comincia quando questa logica esce dall’azienda, si estende e finisce per allagare l’intera società.
Accettereste che la pagella dei vostri figli venga generata confrontando la loro prestazione con quella di un’intelligenza artificiale?
Accettereste che il vostro medico vi venga presentato come un professionista che vale, per esempio, 4,5 volte una AI standardizzata chiamata DoctorAI?
Pensateci.
Se per assegnare i voti agli studenti si usasse una AI standardizzata, probabilmente il voto assumerebbe un significato molto più sistematico. Non indicherebbe più soltanto il giudizio di un insegnante, ma la distanza misurabile tra la prestazione dello studente e quella della macchina scelta come riferimento.
Un ragazzo potrebbe diplomarsi valendo, per esempio, 0,7 AI-equivalenti in matematica, 1,2 in scrittura e 0,4 in programmazione.
E, dall’altro lato, le aziende saprebbero sin dall’inizio come fissare il budget massimo — cioè lo stipendio massimo — da offrire a quel ragazzo appena diplomato.
Se la sua prestazione è equivalente a quella di una AI che costa una certa cifra, il salario non dovrebbe superare quella cifra, a meno che il candidato non possieda qualche qualità aggiuntiva che la macchina non offre.
Lo stesso varrebbe per i neolaureati.
Il titolo di studio potrebbe smettere di indicare semplicemente un percorso formativo e diventare una certificazione di superiorità, inferiorità o equivalenza rispetto a un modello artificiale standard.
E la cosa potrebbe estendersi all’estimo delle opere d’arte, alla valutazione dei testi, della musica, del design o di qualsiasi altro lavoro intellettuale.
Si stabilisce una AI standard, uguale per tutti, e da quel momento le opere vengono valutate in base alla loro distanza da quella prestazione di riferimento.
Un quadro potrebbe valere tre PainterAI-equivalenti. Un romanzo potrebbe essere giudicato superiore del 40% rispetto a WriterAI. Una composizione musicale potrebbe essere considerata economicamente mediocre perché un sistema automatico produce qualcosa di simile in venti secondi e al costo di pochi centesimi.
Sarebbe economicamente comodissimo.
E, dal punto di vista aziendale, sarebbe quasi ineccepibile.
Le metriche sarebbero uniformi. I costi diventerebbero prevedibili. I salari potrebbero essere collegati direttamente alla sostituibilità. Le scuole produrrebbero classificazioni immediatamente leggibili dalle imprese. Il mercato del lavoro avrebbe finalmente una singola unità di misura per confrontare persone e macchine.
La domanda che dobbiamo porci, quindi, non è soltanto se gli oligarchi della tecnologia siano troppo ricchi, troppo potenti o troppo influenti.
Continuare a gridare «Buuu, gli oligarchi!» serve a poco.
La vera domanda è un’altra:
quante di queste logiche aziendali vogliamo lasciare entrare nella società?
Uriel Fanelli
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