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C’è un fantasma che si aggira per il mondo moderno, ed è il transumanesimo. Che fosse permeato da un certo fascismo, e in particolare frequentato da parecchi movimenti fascisti o parafascisti, lo avevo già notato anni fa, quando decisi prudentemente di tenermene alla larga. Non era difficile accorgersene: bastava osservare chi ne parlava, con quali parole, con quali ossessioni, con quale idea dell’uomo e della società. Oggi, con vari miliardari come Elon Musk e Peter Thiel che ne parlano esplicitamente — e credetemi, gli altri miliardari oligarchi della tecnologia si uniranno presto, appena capiranno che aria tira — è tempo di farsi qualche domanda.
La prima cosa che spicca è, chiaramente, che il transumanesimo sembra essere diventato l’ideologia sociale e politica dei tecno-oligarchi. E qui tutti quelli che vedono rosso appena si parla di tecnologia stanno già caricando come tanti tori alla ricerca di un lenzuolo, purché rosso. E, intendiamoci, hanno anche qualche ragione per caricare. L’idea di un corpo potenziato al punto da non morire mai, o addirittura l’idea di un backup della coscienza su qualche cloud, è già abbastanza borderline di suo. Quando poi ci sono persone che costruiscono datacenter immensi e altre persone che mettono chip nel cervello, è abbastanza chiaro a cosa stiano pensando, o almeno quale immaginario stiano vendendo.
Non è necessario essere complottisti per accorgersi che il pacchetto narrativo è sempre quello: superare il corpo, superare la morte, superare i limiti biologici, superare l’umano. Il problema è che, nella bocca di un miliardario, “superare l’umano” raramente significa migliorare la vita di tutti. Molto più spesso significa costruire una nuova gerarchia, nella quale chi può permettersi il potenziamento diventa qualcosa di diverso, e chi non può permetterselo rimane semplicemente carne di scarto, materiale umano non aggiornato all’ultima release.
Da immaginare un’umanità libera da malattie, morte, ignoranza e paura, sino ad arrivare alla realtà concreta del fatto reale, il tratto è lungo. Ed è costituito principalmente da un fatto, abbastanza banale ma spesso rimosso: solo questi tecno-miliardari possono permettersi davvero le tecnologie di cui si parla.
Se domani Musk volesse diventare bionico, potrebbe probabilmente farsi impiantare un qualsiasi apparato capace di NFC, RFID e quant’altro, e cominciare a comunicare direttamente con le macchine usando il proprio corpo come interfaccia. Il giorno in cui una protesi sarà più forte, più precisa o più efficiente di un braccio vero, non ho dubbi che il solito Musk potrebbe anche scegliere di farsi trapiantare un braccio bionico, magari presentandolo come il prossimo passo dell’evoluzione, o come una demo per investitori con abbastanza luci al neon.
Ma diciamolo pure: chi altri se lo potrebbe permettere?
E non mi riferisco soltanto ai costi, che già basterebbero a chiudere la discussione. Mi riferisco anche al problema legale, medico, politico. Un medico che amputasse un braccio sano a qualcuno, anche per sostituirlo con una protesi sovrumana, verrebbe probabilmente espulso dall’ordine, e forse finirebbe anche in tribunale. Non stiamo parlando di una terapia, ma di mutilare un corpo sano per trasformarlo in una piattaforma hardware.
Potrebbe farlo per Elon Musk? Molto più probabilmente sì, semplicemente perché Musk ha abbastanza denaro, abbastanza avvocati, abbastanza lobbisti e abbastanza relazioni nelle posizioni di potere da poter spostare il confine tra “vietato” e “innovativo” a seconda della necessità del momento. E questo è il punto che viene sempre tenuto fuori dalla propaganda transumanista: il limite non è soltanto tecnologico. Non è soltanto una questione di ricerca, di scienza, di ingegneria o di “quando ci arriveremo”.
Ed ecco per quale motivo appare fascista. A farla apparire fascista non è semplicemente il fatto che tanti esponenti del mondo della destra, o dell’estrema destra, se ne sentano attratti come falene davanti a una lampada al neon. Quello è un sintomo, non la malattia. Il problema vero è che, per come è costruita la società, questo controllo sul proprio corpo è concesso soltanto ai più potenti.
E quando il controllo sul corpo, sulla salute, sulla longevità, sulla capacità cognitiva, sulla possibilità stessa di “migliorarsi” diventa un privilegio di classe, allora non siamo più nel campo della liberazione umana. Siamo nel campo della gerarchia. E quando una gerarchia biologica, economica e politica viene presentata come destino naturale, evoluzione inevitabile o merito individuale, siamo già dentro un immaginario che puzza di fascismo anche senza bisogno di camicie nere, saluti romani e gente che urla da un balcone.
Se ci pensate, quasi tutte le ultime novità stanno operando allo stesso modo. Stiamo parlando di un mondo che passa da “tutto gratis” a “se vuoi prestazioni almeno decenti paga 23 dollari al mese”, come succede con la AI. E se poi vuoi davvero le prestazioni buone, se vuoi qualità, continuità, potenza di calcolo, modelli migliori, accesso privilegiato, strumenti professionali, allora non stiamo più parlando del giocattolino da venti dollari: a seconda delle prestazioni richieste, o della qualità richiesta, si arriva anche a una trentina di migliaia di euro l’anno.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Prima si presenta la tecnologia come emancipazione universale. Poi, quando tutti hanno interiorizzato che quella tecnologia è necessaria, arriva il listino prezzi. A quel punto la promessa “sarà per tutti” diventa “sarà per tutti quelli che possono pagare”. E la differenza, come sempre, non è un dettaglio tecnico. È l’intero progetto politico.
Vediamo in giro donne bellissime che vengono a raccontarci che i sessant’anni sono i nuovi quaranta. Assolutamente. Ed è anche verissimo, per carità: oggi è possibile arrivare a sessant’anni in condizioni fisiche, estetiche e sociali che una volta erano molto più rare. Solo che, in quelle condizioni, la vita vi costa quei centomila dollari l’anno in più.
Ed è qui che la narrazione comincia a scricchiolare.
È una cifra enorme? Dipende da dove state guardando il mondo. Per un ceto medio-alto in su, negli Stati Uniti, probabilmente no. E non lo è nemmeno in molte aree d’Europa, almeno per quella fascia sociale che può pagare medicina preventiva, palestra, personal trainer, dermatologi, nutrizionisti, esami continui, viaggi, tempo libero, alimentazione di qualità, sonno regolare, case decenti e la possibilità di non spaccarsi la schiena per vivere.
Ma la donna normale, quella che non guadagna centomila dollari l’anno, o che magari quei centomila dollari non li vede nemmeno sommando due stipendi e un miracolo, non sarà mai una “nuova quarantenne”. Non sarà mai una “perennial”, come piace dire a chi vende cosmetici, corsi, integratori, chirurgia estetica e illusioni confezionate in inglese.
Non perché le manchi la volontà. Non perché “si lasci andare”. Non perché non abbia capito il segreto dell’acqua tiepida con limone al mattino. Ma perché il corpo invecchia anche in base alle condizioni materiali in cui vive. E se lavori troppo, dormi poco, mangi quello che puoi permetterti, rimandi le visite mediche, non hai tempo per allenarti e magari passi anni a occuparti degli altri prima ancora che di te stessa, allora i sessant’anni non diventano i nuovi quaranta. Diventano semplicemente sessant’anni, con tutto il peso sociale, economico e biologico che ci è stato scaricato sopra.
Ho comprato un PC per farci girare sopra dei modelli decenti di AI. Ora, è vero che scaricherò questo costo come rimborso spese nella dichiarazione dei redditi, e quindi non è esattamente la stessa cosa che comprarlo per giocare a Doom con le lucine RGB. Ma d’altro canto, la cifra che ho pagato in Italia corrisponde più o meno a cinque stipendi mensili.
Cinque.
E allora la domanda diventa inevitabile: siamo proprio sicuri che l’odio verso la AI derivi davvero dal fatto che sarebbe intrinsecamente malvagia? Siamo sicuri che il problema sia soltanto filosofico, etico, spirituale, artistico, il solito coro delle anime belle che difendono l’umanità dalla macchina cattiva? Oppure, molto più banalmente, una parte di quell’odio viene da quelle classi sociali che non possono permettersi quattromila euro per una scheda grafica, un computer adeguato, la corrente elettrica per farlo girare, il tempo per imparare a usarlo e magari anche la competenza tecnica per farci qualcosa di utile?
Perché questo è il punto che viene detto molto poco. La AI, oggi, è raccontata come una specie di invasione aliena. Arriva, distrugge il lavoro, sostituisce le persone, uccide la creatività, ruba l’anima, mangia i bambini e probabilmente parcheggia pure in doppia fila. Ma, nella pratica, chi può permettersi di usarla bene la usa. Chi può comprarla, la integra. Chi può pagare gli strumenti migliori, li paga. Chi può assumere persone capaci di automatizzare pezzi di lavoro, lo fa. E chi invece non può permettersela la subisce come una minaccia calata dall’alto.
Siamo sicuri che, se fosse disponibile a prezzi ragionevoli, sarebbe odiata e disprezzata allo stesso modo? Siamo sicuri che, se ogni lavoratore potesse avere davvero accesso a strumenti potenti, locali, controllabili, senza dover dipendere dall’abbonamento mensile al padrone del cloud di turno, la reazione sarebbe la stessa? O siamo disposti a pensare una cosa molto meno nobile, ma molto più concreta: che se fosse disponibile anche a quelle classi di lavoratori che oggi la temono, forse diventerebbe semplicemente una parte del loro lavoro?
Perché è già successo, infinite volte. Una tecnologia appare. All’inizio è roba da ricchi, da aziende, da militari, da università, da gente che sta nel piano alto del palazzo. Poi scende, diventa accessibile, diventa normale, e a quel punto nessuno la chiama più apocalisse. La chiama strumento. Il problema, quindi, non è soltanto la AI. Il problema è chi la possiede, chi la paga, chi la controlla, chi può permettersi di usarla per aumentare il proprio potere, e chi invece deve aspettare che gli arrivi addosso sotto forma di licenziamento, algoritmo aziendale o abbonamento da ventitré dollari al mese.
Il mio sospetto è semplice: sospetto cioè che questo mondo di tecnologie emergenti non risulti fascista ai più perché esse siano “inerentemente” fasciste. Non credo che dentro una rete neurale, dentro una protesi, dentro un chip, dentro un modello linguistico o dentro un datacenter ci sia, per qualche misteriosa proprietà metafisica, il germe del fascismo.
Sono convinto, invece, che non risulterebbe tale se fosse disponibile senza costruire una gerarchia. Ovvero, senza essere distribuito secondo una scala di accesso che assomiglia sempre più a un sistema di caste travestito da listino commerciale:
Oppure, in alternativa, puoi spendere cinque dei tuoi stipendi per comprare un computer che la faccia girare a casa. A patto, naturalmente, di sapere già che tra un anno i tuoi modelli saranno troppo scadenti, la tua scheda grafica sarà vecchia, la tua RAM non basterà più, e qualcuno ti spiegherà con tono paterno che il progresso funziona così, che non puoi pretendere di stare al passo se non investi continuamente, e che in fondo la colpa è tua se non sei abbastanza competitivo.
Ed è qui che la tecnologia comincia ad assumere quella faccia lì. Non perché sia fascista in sé, ma perché viene introdotta in una società già gerarchica, già diseguale, già costruita per trasformare ogni innovazione in una nuova barriera di classe. La promessa è universale: intelligenza per tutti, salute per tutti, potenziamento per tutti, longevità per tutti, accesso per tutti. La pratica, invece, è sempre la stessa: un assaggio gratuito per addestrare il pubblico, un abbonamento minimo per non restare completamente indietro, un piano professionale per lavorare davvero, e poi il piano divino, quello per chi può pagare cifre che per molte persone sono semplicemente annualità di sopravvivenza.
A quel punto non stiamo più parlando di progresso. Stiamo parlando di selezione sociale automatizzata. Chi può pagare entra nel futuro. Chi non può pagare rimane nel presente, o meglio ancora nel passato, però con la colpa morale di non essersi aggiornato. E quando il futuro viene venduto a scaglioni di prezzo, non c’è bisogno che la tecnologia sia fascista per produrre un effetto fascista. Basta che sia distribuita come privilegio.
Il problema, cioè, non è il contenuto filosofico del transumanesimo, o almeno non soltanto. Non è la vecchia domanda da convegno, quella con il professore in giacca di velluto che si chiede se sia giusto superare i limiti dell’umano, se sia morale vivere più a lungo, se sia lecito potenziare il corpo, se la coscienza possa essere copiata, se una protesi migliori o snaturi l’identità personale.
Perché una filosofia che promette liberazione, ma diventa disponibile solo a chi ha abbastanza soldi e potere, smette immediatamente di essere liberazione.