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Di fronte a ogni ufficio brevetti, prima o poi, vedrete passare un tizio con l’impermeabile, gli occhiali neri spessi, e uno scatolone sotto il braccio. Non importa in quale paese vi troviate, né quale sia la lingua parlata all’ingresso: la scena, in qualche modo, si ripete sempre uguale. Cambiano i marciapiedi, cambia l’architettura dell’edificio, cambia magari il modulo da compilare, ma lui arriva.
Quasi sempre, si tratta di qualcuno che ha appena scoperto il moto perpetuo. Oppure, se preferite usare la versione più moderna e più appetibile per LinkedIn, “l’energia gratis”. Perché “moto perpetuo” ormai suona male, sa di cantina, di ruote dentate, di zii con la saldatrice e di diagrammi fatti a biro. “Energia gratis”, invece, ha quel profumo di startup, di disruption, di umanità finalmente salvata da un tizio con lo scatolone sotto il braccio.
E dentro quello scatolone, naturalmente, c’è la rivoluzione. O almeno così vi verrà spiegato.
Non un modellino, non un accrocchio, non una trappola per topi termodinamica: no. C’è il futuro dell’umanità, imballato male.
Avrete modo di dirglielo, naturalmente, se avete la debolezza morale di dargli corda. Potrete spiegargli che esistono fior di principi della termodinamica, non esattamente scritti ieri mattina sul retro di un tovagliolo, che impediscono a quella cosa di esistere. Potrete citare il primo principio, il secondo principio, l’entropia, la conservazione dell’energia, tutto il corteo funebre della fisica classica che passa sopra al suo scatolone con la grazia di un rullo compressore.
Ma non servirà.
Lui reagirà tirando fuori uno schema di una complessità difficile da afferrare, e difficile da afferrare non perché sia profondo, ma perché è disegnato come se Escher avesse avuto un brutto rapporto con l’elettricista. Frecce che entrano, frecce che escono, magneti, bobine, pompe, rotori, accumulatori, qualche parolina inglese messa lì per dare dignità al disastro, e una zona centrale misteriosa nella quale, evidentemente, avviene il miracolo.
E soprattutto non vi parlerà davvero del meccanismo. Vi parlerà di quanto bene potrebbe fare all’umanità.
Perché quello è il punto in cui la discussione scivola via dalla fisica e finisce direttamente nella beatificazione. Voi credevate di stare parlando di energia, attriti, rendimento e calore disperso. Lui invece stava già inaugurando ospedali in Africa, illuminando villaggi remoti, salvando bambini, abbattendo il capitalismo fossile, liberando l’uomo dalla schiavitù della bolletta e probabilmente facendo rifiorire il Sahara, già che c’era.
E a quel punto capite che non siete più davanti a un inventore. Siete davanti a un messia con uno scatolone.
C’è un modo molto semplice per fermare questi personaggi. Non serve discutere di termodinamica, perché quello è esattamente il loro terreno preferito: il pantano. Loro vi trascinano lì dentro, tra principi reinterpretati, formule scritte male, definizioni piegate con la grazia di un paraurti dopo un tamponamento, e alla fine sembrerà quasi che siate voi a non capire. Non perché abbiano ragione, ma perché hanno trasformato una legge fisica in una seduta spiritica.
Il modo semplice è un altro.
Gli si dice: benissimo. Mostrami che hai disdetto il tuo allacciamento alla corrente elettrica di casa. Non domani, non “appena arriva il brevetto”, non quando “le lobby dell’energia smetteranno di perseguitarti”: adesso. Se hai davvero inventato l’energia gratis, la prima cosa sensata da fare è smettere di pagare la bolletta. Sarebbe un gesto minimo, quasi di coerenza estetica. Come minimo, mi aspetterei che il profeta della free energy non abbia il RID attivo con l’ENEL.
E già qui, di solito, cominciano i primi colpi di tosse.
Poi si può procedere. Mostrami che stai vendendo energia al gestore pubblico, magari fingendo di avere dei pannelli solari, visto che l’apparato burocratico non ha ancora la casellina “miracolo elettromagnetico in scatola di cartone”. Collegati alla rete, immetti corrente, fatti pagare. Se il tuo meccanismo produce davvero energia, non serve convincere me, non serve convincere la commissione brevetti, non serve convincere un fisico cattivo pagato da Big Entropia. Serve un contatore che gira nel verso giusto.
E poi, quando avrai i soldi — perché ne avrai, naturalmente, visto che stai vendendo energia prodotta dal nulla e quindi con un margine industriale leggermente migliore di quello di Apple — devi solo aprire la tua azienda di energia. La chiami come vuoi: Prometheus Green Unlimited, Quantum Gaia Power, o “Scatolone S.p.A.”, tanto ormai il marketing non ha più vergogna da decenni. Cominci a vendere energia, abbassi le tariffe, mandi in pensione le centrali, fai chiudere le raffinerie, compri un’isola, diventi straricco e salvi il pianeta nei weekend.
Io non ti chiedo di convincermi. Non ti chiedo di spiegarmi perché Maxwell, Clausius e Kelvin erano tre poveri babbei con poca visione. Non ti chiedo neppure un TED Talk con lo sfondo nero e la camicia fuori dai pantaloni.
Ti chiedo solo una cosa molto volgare, molto materiale, molto poco romantica: mostrami dei risultati.
Il problema del mondo IT, invece, è che non si è ancora arrivati a quella serenità intellettuale, a quella pace interiore, a quella specie di illuminazione laica che porta ogni ufficio brevetti del mondo a mostrare, più o meno esplicitamente, un cartello con scritto: “Non rilasciamo brevetti per macchine a moto perpetuo. No, neanche la vostra. No, neanche se avete usato i magneti. No, neanche se avete messo ‘quantum’ nel titolo”.
Perché gli uffici brevetti, a un certo punto, ci sono arrivati. Hanno visto abbastanza scatoloni. Hanno ascoltato abbastanza tizi con l’impermeabile. Hanno contemplato abbastanza diagrammi nei quali una ruota fa girare una dinamo, che carica una batteria, che alimenta un motore, che fa girare la ruota, e tutto questo dovrebbe funzionare perché al centro del foglio c’è una freccia rossa molto convinta. A un certo punto hanno detto: basta. Non perché odiassero il progresso. Non perché fossero al soldo delle multinazionali dell’attrito. Semplicemente perché anche la pazienza amministrativa, come l’universo, ha dei limiti.
Nel mondo IT, invece, questa fase di maturità non è mai arrivata.
Nel mondo IT, il tizio con l’impermeabile entra ancora ogni giorno dalla porta principale, solo che oggi non ha più lo scatolone sotto il braccio.
E dice: “abbiamo creato un’organizzazione senza gerarchie”.
E avete voglia a spiegare a questa persona che, sin dai tempi di Max Weber, e poi con tutta l’etologia e la sociologia sperimentale venute dopo, è apparso abbastanza chiaro che i gruppi sociali umani producono sempre gerarchie. Non perché questo sia bello, giusto, desiderabile o moralmente superiore: semplicemente perché succede. Come succedono la gravità, l’attrito e le muffe nel frigo quando lo dimenticate chiuso prima delle ferie.
Il punto non è difendere la gerarchia. Il punto è smettere di fingere che basti non nominarla perché sparisca.
Spiegare questo al profeta dell’organizzazione senza gerarchie è come spiegare al tizio con l’impermeabile che la termodinamica vieta al suo scatolone di fare quello che lui dice. Non reagirà rispondendo nel merito. Reagirà raccontandovi quanto sarebbe bello il mondo se il suo scatolone funzionasse davvero.
E la reazione dovrebbe essere la stessa usata col tizio dello scatolone.
Bene. Visto che hai scoperto la metodologia definitiva per sviluppare software, una metodologia migliore di qualsiasi altra, migliore di tutto ciò che sia mai stato fatto prima, superiore a ogni modello organizzativo esistente, più efficiente delle aziende gerarchiche, più produttiva dei team strutturati, più scalabile di qualsiasi organizzazione con ruoli, responsabilità e catene decisionali, allora fai una cosa semplicissima.
Fonda una tua azienda di sviluppo software.
Non un collettivo su Matrix. Non un manifesto su Medium. Non una conferenza con ventisette slide sulla “governance emergente”. Una azienda. Vera. Con clienti, contratti, scadenze, bug, stipendi, commercialisti, avvocati, dipendenti, ferie, malattie, gente che se ne va, gente che arriva, gente che non capisce una specifica neanche se gliela tatuate sulla fronte, e quel meraviglioso momento in cui il cliente cambia idea venerdì alle 17:43.
Applicaci sopra la tua metodologia senza gerarchie. Falla funzionare. Mostrami che produce software migliore, più in fretta, con meno costi, meno attriti, meno fallimenti, meno burnout, meno riunioni inutili e meno psicodrammi da chat aziendale.
E poi fammi vedere come diventi un behemoth tipo Microsoft o Palantir. O anche solo una media azienda solida, eh. Non pretendo subito il campus con le fontane e il reparto legale più grande del Liechtenstein. Mi basta vedere una struttura che stia in piedi, cresca, venda, consegni, paghi gli stipendi e continui a funzionare quando il fondatore va in ferie o gli viene l’influenza.
Stranamente, però, a questo punto saltano fuori le giustificazioni.
Perché il mercato non è pronto.
Perché i clienti non capiscono.
Perché gli investitori vogliono garanzie.
Perché il capitalismo distorce tutto.
Perché le persone non sono ancora educate alla collaborazione orizzontale.
Perché servirebbe prima cambiare la cultura.
Perché bisognerebbe partire da una community già matura.
Perché Microsoft e Palantir hanno avuto vantaggi sleali.
Perché le lobby della gerarchia, evidentemente, presidiano anche Jira.
Insomma: esattamente come il tizio della free energy, anche qui la prova empirica viene sempre rimandata a dopo la rivoluzione morale dell’umanità.
Esistono poi dei tizi, normalmente trilionari — e sì, anche un po’ per colpa nostra, perché se uno diventa trilionario vendendo servizi digitali e noi continuiamo a cliccare, abbonarci, integrare, sincronizzare e accettare cookie come se fossero ostie consacrate, qualche responsabilità nella liturgia ce l’abbiamo — che continuano a presentarsi davanti alla reception delle aziende promettendo una cosa meravigliosa: usando i loro agenti intelligenti, non avrete più bisogno di programmatori.
E questo, sia chiaro, non è impossibile in senso assoluto. O meglio: esistono dei teoremi di Turing che mettono dei paletti piuttosto robusti a certe fantasie, ma siamo di nuovo alla termodinamica, ricordate? Appena provate a dire che esistono limiti teorici, quello vi tira fuori uno schema complicatissimo, pieno di frecce, embedding, agenti, orchestratori, planner, tool, memory, loop riflessivi, e comincia a parlarvi di quanto bene farà all’umanità quando il software si scriverà da solo.
E quindi dovremmo porci una domanda molto semplice, molto volgare, molto contabile. Una di quelle domande che rovinano le presentazioni con lo sfondo sfumato e i CEO in maglietta nera.
Se io devo licenziare personale perché arriva l’AI, come mai OpenAI ha circa 4.500 dipendenti, in gran parte programmatori, ingegneri e ricercatori, con il piano dichiarato di arrivare a 8.000 entro la fine del 2026? E come mai Anthropic ne ha circa 2.300?
Il messaggio, tradotto dal venturecapitalese all’italiano corrente, suona più o meno così: “Voi licenziate i vostri tecnici, perché d’ora in poi il software lo farà la nostra AI. La nostra AI, invece, verrà costruita, mantenuta, addestrata, corretta, debuggata, scalata, monitorata, protetta, venduta e integrata da migliaia di tecnici molto ben pagati. Ma non fateci caso. È solo una fase transitoria. Come il comunismo reale, ma con più GPU e meno canzoni partigiane.”
E qui torna il tizio con l’impermeabile.
Perché se hai davvero inventato la macchina che elimina il bisogno di programmatori, la prima cosa che mi aspetto non è una campagna marketing. Mi aspetto che tu smetta di assumerli. Mi aspetto che la tua azienda diventi il primo esempio vivente del mondo che prometti agli altri. Mi aspetto OpenAI composta da dodici persone, una receptionist, tre avvocati e un cluster che si programma da solo mentre canta “Daisy Bell” in sottofondo.
Invece no.
Invece abbiamo aziende che vendono l’automazione del lavoro intellettuale e, per farlo, aumentano il numero di lavoratori intellettuali. Che promettono di rendere superflui gli sviluppatori e intanto ne cercano altri. Che spiegano ai clienti come ridurre i costi del personale tecnico e poi aprono posizioni per engineering, research, product, infrastructure, safety, deployment, developer tools, platform, runtime, evaluation, observability, e naturalmente “AI agent reliability”, che immagino sia il reparto incaricato di chiedere scusa quando il coso ha cancellato il database di produzione perché aveva “interpretato creativamente” il ticket.
A questo punto, la domanda non è più filosofica. Non è neppure tecnica.
È semplicemente: mostrami il contatore della corrente che gira nel verso che proponi tu.
Un sistema che si presenta come capitalismo puro, duro, darwiniano, meritocratico, “move fast and break things”, ma che nella pratica sembra funzionare come un immenso apparato di welfare condizionato. Solo che al posto del libretto rosso avete il pitch deck. Al posto del piano quinquennale avete la roadmap. Al posto del comitato centrale avete qualche VC in Patagonia fleece che spiega al mondo la produttività futura con lo stesso tono con cui un funzionario del Gosplan spiegava la produzione di trattori.
Bisogna crederci.
Bisogna dire “agentic”. Bisogna dire “frontier model”. Bisogna dire “inference at scale”. Bisogna dire “software 3.0”, perché evidentemente “abbiamo fatto un autocomplete molto costoso che ogni tanto mente con sicurezza episcopale” non entrava bene nella slide.
E così l’IT, che una volta era il reparto dove il privato chiedeva brutalmente “funziona?”, “quanto costa?”, “quando va in produzione?”, “chi lo mantiene?”, “quanto personale serve?”, “che SLA abbiamo?”, si ritrova trasformato in una specie di economia pianificata dell’entusiasmo. Dove la domanda non è più “quali risultati avete prodotto?”, ma “siete abbastanza allineati alla narrazione?”.
Qui il problema non è credere al pasto gratis, a Babbo Natale o alla fatina dei denti. Le fiabe sono sempre esistite, e per fortuna. Anzi, dalla capacità umana di inventare fiabe sono uscite opere letterarie bellissime, miti fondativi, strutture narrative, archetipi, epiche, intere civiltà dell’immaginario. Non c’è nulla di male nel raccontare storie. L’umanità campa anche di quello: pane, acqua, sonno, riproduzione e una certa quantità di cazzate ben raccontate.
Il problema comincia quando una fiaba smette di presentarsi come fiaba e si presenta come piano industriale.
Perché allora la domanda diventa inevitabile: se bastava raccontare una storia meravigliosa, se bastava promettere un mondo diverso, se bastava descrivere una trasformazione radicale della società, perché non abbiamo dato trilioni di dollari a Tolkien? Perché non abbiamo capitalizzato la Terra di Mezzo come infrastruttura strategica? Perché nessun fondo sovrano ha annunciato un investimento pluriennale nella Contea, con particolare attenzione alla scalabilità degli hobbit e alla supply chain del lembas?
E già che c’eravamo, perché non abbiamo dato trilioni a Frazer, che almeno aveva capito quanto le società umane siano brave a costruire rituali, simboli, sacrifici e religioni intorno a cose che non controllano? Perché non abbiamo finanziato Propp, che almeno aveva smontato la fiaba nei suoi meccanismi interni, mostrando che certe narrazioni hanno strutture ricorrenti, funzioni, ruoli, passaggi obbligati? Gente che, rispetto a molti pitch deck contemporanei, aveva perlomeno il buon gusto di sapere in che genere letterario stava lavorando.
Forse perché, per loro, quelle che scrivevano o studiavano erano solo fiabe.
E questa è una differenza enorme.