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Ho ricevuto alcune proteste, dopo aver spostato il blog e aver messo al suo posto un sistema di microblogging. A parte il fatto che il sistema, in realtà, non microblogga per nulla — ktistec non impone limiti alla lunghezza dei post, che quindi diventano i limiti di SQLite3, ovvero circa 1 MB!!! — il problema è un altro.
Il problema è che il web sta morendo. E forse è già morto.
Del resto, come tutti i fenomeni storici, anche il web ha avuto un inizio, un momento di culmine e poi un relativo declino. Non c’è nulla di strano, in questo: succede agli imperi, alle tecnologie, alle mode culturali, ai protocolli, alle religioni e persino ai linguaggi di programmazione. Nascono, crescono, diventano inevitabili, e poi lentamente smettono di esserlo.
La domanda, allora, è: che cosa prende il suo posto?
Ovviamente, la cosiddetta intelligenza artificial, gli VLLM.
E la cosa non è affatto strana, perché era nell’aria da quasi quarant’anni. L’idea originaria del web — e, più in generale, di tutta quella famiglia di sistemi che lo hanno preceduto o accompagnato — era consentire alle persone di trovare ciò che stavano cercando. Ovvero: l’informazione che stavano cercando. Per farlo si usavano metodi diversi, strumenti diversi, protocolli diversi: WAIS, Gopher + Veronica, e poi tutto il resto.
Poi sono arrivati i motori di ricerca: Altavista, Lycos & co. Cambiava l’interfaccia, cambiava il modo di indicizzare, cambiava la scala del problema. Ma l’idea di base rimaneva la stessa: poter chiedere qualcosa a un computer e ottenere, in cambio, un percorso verso le informazioni che ci servono.
Era quindi abbastanza ovvio che, alla lunga, se un computer può leggere direttamente la tua domanda e poi rispondere, non ci sia più bisogno di mostrare all’utente tutta la complessità originaria del sistema. Per esempio: il link.
Che bisogno ho del link, se tutto quello che mi serve sapere è già raccolto in un singolo documento? Perché dovrei puntare a un altro documento, aprirlo, leggerlo, interpretarlo, collegarlo ad altri documenti ancora, se il computer può fare tutto questo lavoro al posto mio e restituirmi direttamente una risposta?
La fine del web, quindi, era già insita nel concetto stesso — o almeno nel modo di operare — dell’intelligenza artificiale. Non è arrivata come un meteorite, dall’esterno. Era la conseguenza naturale di un desiderio che avevamo già.
Abbiamo sempre cercato qualcosa del genere. Abbiamo sempre sognato qualcosa del genere: un computer cui fare domande in linguaggio naturale e dal quale ottenere una risposta. O, addirittura meglio, una spiegazione.
Abbiamo fatto il web per questo. Solo che, a quei tempi, trovare la conoscenza era difficile.
E l’ipocrisia con la quale oggi neghiamo di averlo mai voluto è forse la parte più triste di questa marcia funebre. Perché quando abbiamo applaudito alla costruzione del primo motore di ricerca “intelligente”, o “smart”, e poi “semantico”, che cosa stavamo applaudendo, esattamente?
Stavamo applaudendo la possibilità di avere un sistema veloce per cercare. Ovvero, più precisamente, per trovare le informazioni che volevamo.
E il motore di ricerca era considerato tanto migliore, tanto più moderno, tanto più degno di applausi, quanto più riusciva a individuare le parti “rilevanti”. Cioè quanto più riusciva a saziare subito la nostra curiosità, fornendoci un link “rilevante”, possibilmente già abbastanza vicino alla risposta da evitarci il fastidio di dover scavare troppo.
E adesso che cosa succede?
Succede che ci salta un click. Uno.
Quello per andare ad aprire la pagina e leggere la cosa. La cosa ci viene servita direttamente, con un click in meno.
E quindi, esattamente, di che cosa ci stiamo lamentando?
Lo abbiamo sempre desiderato. Lo abbiamo sempre sognato. Lo abbiamo sempre ambito.
Solo che adesso è arrivato davvero, e come spesso succede quando i sogni diventano infrastruttura, abbiamo scoperto che non erano così innocenti come sembravano.
Da quando esiste l’AI, le visite al suo sito — visite che, mediante la pubblicità, gli pagavano lo stipendio — stanno crollando.
Ed è logico.
La AI indicizza il suo sito, si “addestra” sul suo sito, assorbe le informazioni che lui ha raccolto, ordinato, scritto e pubblicato. Poi arriva qualcuno e chiede: “Che cosa ha deciso il sindaco di Berlino sulla tassa sull’immondizia?”. A quel punto la AI ha già la risposta, o almeno crede di averla, e non ha più bisogno di fornire un link.
Il link non viene mostrato. O, se viene mostrato, viene mostrato come decorazione, come nota a piè di pagina, come quei credits minuscoli nei film che nessuno legge mai.
E quindi il sito non viene visitato.
E quindi il sito non monetizza.
Fin qui, tutto sembra razionale. Nel senso che la morte del web implica anche la morte del business che girava attorno al web. Se muore il supporto, muore anche l’economia che viveva sopra quel supporto. È brutale, ma non è misterioso.
Però c’è un ma.
Immaginate che quel sito su Berlino chiuda.
E immaginate che chiudano tutti i siti su Berlino. Chiudono perché non hanno più introiti pubblicitari dal web. Chiudono perché il traffico è stato intercettato prima. Chiudono perché l’utente non arriva più alla fonte, ma si ferma alla risposta sintetica prodotta dalla macchina.
A quel punto il problema diventa abbastanza evidente: su che cosa si addestra, adesso, quella AI?
Perché se parliamo di news, abbiamo bisogno che siano aggiornate. E se abbiamo bisogno che siano aggiornate, abbiamo bisogno di fonti fresche. Qualcuno deve ancora andare alla riunione del consiglio comunale, leggere i verbali, chiamare l’assessore, capire che cosa è cambiato nella tassa sull’immondizia, scriverlo, pubblicarlo, correggerlo, tenerlo aggiornato.
Ma che cosa succede se le fonti fresche, quelle che prima venivano linkate, visitate e in qualche modo pagate, chiudono?
Succede che il mondo si ferma.
O meglio: non si ferma il mondo reale. Si ferma la sua rappresentazione aggiornata. La macchina continua a parlare, certo. Le frasi continuano a uscire. La sintassi rimane fluida, il tono rimane convincente, la risposta sembra sempre una risposta.
Solo che non arriva più da nessun posto vivo.
Ricordate quando ChatGPT era limitato ai dati di un anno e mezzo prima? Ecco. Ricordate lo strazio di chiedere le ultime notizie sulle elezioni negli USA e sentirsi rispondere che non erano ancora state fatte?
Ecco il punto.
Una AI senza fonti fresche non diventa improvvisamente stupida. Diventa archeologica. Continua a rispondere, ma risponde da un mondo che non esiste più.
In questo senso, le AI si stanno comportando come locuste.
Divorano ogni cosa del web, ma nel frattempo lo desertificano. Consumano contenuti, li assorbono, li ricombinano, li restituiscono sotto forma di risposta. Solo che, facendo questo, tolgono traffico alle fonti che quei contenuti li producevano. E quando il terreno diventa deserto, quando non c’è più abbastanza vita da mangiare, si spostano.
Saccheggeranno forse i grandi social network, se non lo hanno già fatto. Ma anche lì il problema è evidente: ormai quasi nessuno scrive più davvero. Gran parte di quello che leggete su Instagram, su Facebook, su LinkedIn, e sempre più spesso anche altrove, viene già scritto da altre AI. Non esiste più il “contenuto”, o meglio: esiste ancora, ma è diventato raro. È diventato una risorsa fossile, una cosa da estrarre, raffinare e rivendere, finché ce n’è.
Succede quindi che le locuste, prima o poi, non avranno più dove migrare, se vogliono contenuti recenti.
E di contenuti recenti hanno bisogno.
Perché una AI può anche vivere di riassunti, di statistiche, di testi ricombinati, di vecchie pagine archiviate e di documenti dimenticati in qualche angolo del web. Ma se deve raccontare il presente, se deve rispondere a domande sul mondo che cambia, allora ha bisogno che qualcuno produca ancora mondo scritto. Ha bisogno che qualcuno osservi, capisca, interpreti, pubblichi.
Se nessuno lo fa più, la locusta resta affamata.
E una locusta affamata non si mette a dieta. Cerca semplicemente il prossimo campo da devastare.
Quasi tutti i giornali sono dietro paywall, oppure stanno lentamente diventando newsletter a pagamento. Il che, dal punto di vista dell’AI, è un problema interessante: se la newsletter vi manda le cose per email, quel contenuto non è più facilmente indicizzabile dal web.
A meno, ovviamente, di non usare Gmail, Outlook.com e simili per addestrare la AI sulle vostre email, cioè direttamente sul contenuto delle newsletter. Ma lì, diciamo, entriamo in un territorio leggermente diverso. Quel genere di territorio nel quale la parola “privacy” viene pronunciata con la stessa serietà con cui un oste pronuncia la parola “sobrietà” alle tre del mattino.
Un’altra fonte possibile è WhatsApp. E poi Telegram, Signal, Discord, Slack, forum chiusi, gruppi privati, comunità semi-sommerse, e tutto il resto della messaggistica contemporanea.
Lì, in effetti, tutti scrivono. Per forza di cose. La messaggistica è ormai il luogo dove molta parte della conversazione umana è migrata. Non più pagine pubbliche, non più blog, non più forum indicizzabili da Google: stanze, gruppi, chat, canali, thread privati o semiprivati.
Ma non è necessariamente quello che cercherà l’utente usando la AI.
Non è che tutti parlino di meccanica quantistica su WhatsApp. La stragrande maggioranza dei messaggi sono brevi, contestuali, frammentari, pieni di sottintesi, meme, battute, risposte a cose dette prima, vocali trascritti male, foto di gatti, bestemmie, “arrivo tra cinque minuti” e “hai preso il pane?”. Tutta roba umanissima, per carità. Ma non proprio il materiale ideale per rispondere a una ricerca per contenuti.
Può aiutare a capire il rumore di fondo del mondo. Non necessariamente a produrre conoscenza ordinata.
E ancora: potranno forse divorare qualsiasi cosa venga pubblicata su piattaforme come Amazon KDP. Il che ha senso, almeno in teoria. I libri sono lunghi, strutturati, spesso tematici, e quindi molto più appetibili della chat del gruppo condominiale.
Ma anche qui il serpente si morde la coda.
La stragrande maggioranza dei libri pubblicati lì, ormai, sta cominciando a essere composta da libri generati da AI. Libri scritti per riempire cataloghi, intercettare keyword, occupare nicchie, fingersi manuali, fingersi romanzi, fingersi saggi. Contenuto generato per essere venduto a piattaforme che poi verranno probabilmente usate per addestrare altre AI.
A quel punto non stiamo più parlando di conoscenza.
Stiamo parlando di una fotocopiatrice che fotocopia fotocopie, e ogni generazione perde un po’ di contrasto.
Rimarranno in vita, a mio avviso, poche cose.
La prima: le newsletter che si diramano via email. Non perché siano belle, non perché siano il futuro radioso dell’umanità, e nemmeno perché io abbia improvvisamente deciso di rivalutare l’email come forma artistica. Ma perché l’email, banalmente, non è il web. È vecchia, è sporca, è piena di compromessi, ma arriva direttamente nella mailbox dell’utente. Non dipende dal fatto che Google ti indicizzi, che Facebook ti mostri, che un motore di ricerca ti premi, che un algoritmo ti consideri degno di esistere.
La seconda: i social network federati, dove gran parte dei contenuti sono ancora scritti dagli utenti e dove il modello di diffusione rimane, almeno in buona parte, quello “per follower”. Non si tratta di pubblicare una pagina e sperare che qualcuno la trovi tramite ricerca. Si tratta di parlare dentro una rete di relazioni, dove il contenuto si muove perché qualcuno segue qualcun altro, rilancia, risponde, cita, discute.
Per questa ragione sto scrivendo Aktor, che vedete qui: https://bbs.keinpfusch.net.
Quando voleranno gli stracci, voglio esserci in mezzo. In pieno.
Non voglio guardare la cosa da fuori, da spettatore nostalgico che dice “ah, com’era bello il web di una volta”, sorseggiando tisane al gusto di GeoCities. Voglio essere dentro il casino, nel punto in cui si capisce se qualcosa sopravvive, se qualcosa muta, se qualcosa riesce ancora a produrre conversazione umana senza essere immediatamente tritato, riassunto, sterilizzato e rivenduto da una macchina.
La terza cosa che potrebbe rimanere in vita sono i canali di news su alcune piattaforme di instant messaging, come Telegram, e forse anche WhatsApp.
Dico “forse” perché lì la situazione è più ambigua. Da un lato, sono ambienti dove la distribuzione non passa necessariamente dal web pubblico. Dall’altro, sono piattaforme chiuse, proprietarie, opache, e quindi tutto dipende da quanto vorranno resistere alla tentazione di diventare anche loro pascoli per locuste artificiali.
Ma il punto è questo: sopravvivrà ciò che non dipende più dal vecchio ciclo del web.
Pubblico una pagina, Google la indicizza, qualcuno cerca, qualcuno clicca, qualcuno legge, qualcuno vede la pubblicità, qualcuno paga il server, qualcuno continua a scrivere.
Quel ciclo si sta rompendo.
E quando un ciclo economico si rompe, non basta dire “ma il contenuto di qualità sopravviverà”. Questa è una frase da consulente LinkedIn, cioè da persona che confonde la realtà con una slide color salmone.
Il contenuto sopravvive solo se sopravvive il suo canale di distribuzione.
E il vecchio canale di distribuzione del web, quello fondato su link, motori di ricerca, visite e pubblicità, è precisamente quello che l’AI sta mangiando.
È possibile che i blog sopravvivano?
Certo.
Ma probabilmente sopravviveranno cambiando forma. Non più come pagine pubbliche buttate nel mare del web, in attesa che un motore di ricerca le indicizzi e qualcuno, forse, ci arrivi sopra. Sopravviveranno piuttosto come newsletter, cioè come una specie di mailing list read only, oppure come canali social, possibilmente federati.
Se leggete questo post, per esempio, è solo perché io non clicco su “followers”.
Se io cliccassi su quello, otterrei una cosa molto precisa: solo coloro che si trovano sul fediverso, e che quindi possono fare follow, sarebbero in grado di seguirmi davvero. Non il visitatore casuale che arriva da Google. Non il crawler. Non il turista del web. Solo chi è dentro una rete di relazioni, solo chi decide esplicitamente di ricevere quello che scrivo.
Trovo che questo sia uno dei modelli più plausibili di diffusione — o meglio, di trasformazione — dei blog come il mio.
Non la scomparsa pura e semplice, quindi. Non il funerale romantico del blog, con quattro nostalgici che piangono davanti alla bara di WordPress. Piuttosto una mutazione.
Il blog smette di essere una pagina pubblica pensata per essere trovata, indicizzata, visitata e monetizzata. Diventa un flusso seguito da persone, una pubblicazione distribuita dentro una rete, un canale che vive perché qualcuno ha scelto di seguirlo, non perché un algoritmo ha deciso di concedergli traffico.
Per questa ragione mi sto preparando alla trasformazione.
Perché se il web, come meccanismo di distribuzione, sta morendo, allora non ha molto senso restare seduti sul ponte a discutere del colore delle sdraio. Conviene imparare a nuotare. O costruirsi una barca. O, meglio ancora, costruirsi un piccolo porto federato prima che arrivi la tempesta.