Ma non impariamo mai?

L'emergenza causata dal nuovo focolaio di Hantavirus apparso su una nave da crociera e quella energetica causata da Trump con la sua guerra in Iran hanno qualcosa di profondamente simile. E non parlo semplicemente del fatto che entrambe facciano paura, o che dominino i titoli dei giornali per qualche settimana. Parlo proprio della struttura psicologica e politica dell'emergenza: due crisi che arrivano a pochissimi anni di distanza da altre crisi quasi identiche, e che quindi colpiscono società già stressate, già traumatizzate, già condizionate da esperienze recenti.

Non ci vuole molto a notare una certa verosimiglianza tra l'attuale crisi energetica dovuta alla chiusura dello stretto di Hormuz e quella legata alla fine dei rapporti di fornitura con la Russia. Cambiano gli attori geopolitici, cambiano le bandiere, cambiano le narrative televisive del momento, ma il meccanismo percepito dalla popolazione resta incredibilmente simile: improvvisamente si torna a parlare di energia che potrebbe mancare, di prezzi fuori controllo, di approvvigionamenti incerti, di governi che invitano a “prepararsi”, di industrie che rischiano rallentamenti e di famiglie che ricominciano a guardare le bollette con quella stessa espressione da reduce che avevano già qualche anno fa.

E non ci vuole nemmeno molto a notare una certa analogia con la paura che stiamo vedendo emergere attorno a questo “nuovo” virus e quella vissuta durante il Coronavirus, il COVID-19. Anche qui, prima ancora dei dati scientifici o della reale pericolosità del patogeno, si riconosce immediatamente il rituale mediatico e psicologico: le breaking news, gli esperti televisivi, le mappe del contagio, i passeggeri bloccati sulle navi, le immagini filtrate dagli smartphone, le ipotesi catastrofiche costruite sulle informazioni incomplete, e soprattutto quella sensazione collettiva di “ci risiamo”, che forse è la parte più importante di tutta la faccenda.

Perché la vera differenza rispetto a vent'anni fa è che oggi le emergenze non arrivano più in una società vergine dal punto di vista emotivo. Arrivano in una popolazione che ha memoria recentissima di emergenze quasi identiche, e che quindi reagisce non solo ai fatti presenti, ma anche al trauma residuo di quelli passati. In pratica, ogni nuova crisi eredita automaticamente anche il carico emotivo della precedente, come una specie di interesse composto dell'ansia collettiva.

Il problema, sia chiaro, non è cognitivo. La spiegazione più superficiale e più irrazionale a tutto questo consiste nel dire che “il pubblico ha la memoria corta”, come se le persone dimenticassero rapidamente le crisi precedenti e quindi ricadessero ciclicamente nello stesso panico. Ma non è affatto vero. Anzi, a ben vedere sta succedendo esattamente il contrario.


Se oggi c'è già tensione e paura attorno a un nuovo virus ancora prima che si capisca davvero quanto sia pericoloso, è proprio perché ce lo ricordiamo benissimo cosa è successo l'altra volta. All'inizio del COVID-19, al contrario, moltissime persone reagirono quasi con sufficienza. Ricordate? “È solo un'influenza”, “sono cose lontane”, “non arriverà qui”. C'era una specie di incredulità di fondo, dovuta anche al fatto che, per la maggior parte delle persone occidentali, una pandemia vera era qualcosa appartenente ai libri di storia o ai film catastrofici.

Oggi quella barriera psicologica non esiste più. La memoria del COVID-19 è ancora freschissima, e quindi basta molto meno per attivare immediatamente gli stessi meccanismi emotivi: l'ansia, il sospetto, la corsa alle ipotesi peggiori, la paura delle quarantene, delle restrizioni, degli ospedali pieni, delle filiere che si bloccano, delle scuole che chiudono. Non stiamo reagendo solo al nuovo virus: stiamo reagendo anche al ricordo del precedente.

La stessa identica cosa vale per la crisi energetica. Se oggi basta parlare dello stretto di Hormuz per evocare immediatamente scenari da emergenza, rincari e scarsità, è perché una crisi energetica l'abbiamo già vissuta pochi anni fa. Le persone ricordano perfettamente i prezzi impazziti, le bollette esplose, le discussioni sul riscaldamento, le industrie energivore in difficoltà, i governi che parlavano di sacrifici e di “riduzione dei consumi”. E quindi, alla prima avvisaglia di una nuova instabilità, la reazione collettiva parte molto prima, e molto più velocemente.

Insomma, il pubblico non ha affatto la memoria corta. Semmai il problema opposto: la memoria recente delle emergenze si accumula e resta lì, pronta a riattivarsi alla minima somiglianza con la crisi precedente.


Ma allora, se ricordiamo così bene le crisi precedenti, perché non siamo pronti? Il problema non è la memoria, ma il fatto che la memoria non si trasforma mai in infrastruttura.

La crisi energetica avrebbe dovuto produrre una corsa a costruire reti elettriche migliori, sistemi di accumulo e distribuzione per le auto elettriche, ridondanza energetica. La pandemia avrebbe dovuto produrre sistemi permanenti di mitigazione: ventilazione, monitoraggio epidemiologico, ospedali più robusti, protocolli pronti all'uso.

Invece abbiamo conservato il trauma psicologico dell'emergenza, ma non abbiamo costruito quasi nulla per affrontare quella successiva. E quindi, appena compare qualcosa che assomiglia alla crisi precedente, il panico ritorna immediatamente.

Possiamo farci la stessa domanda inserendo nel quadro un'altra crisi ancora, quella della cosiddetta AI. Da più parti sentiamo ripetere che l'Europa “è indietro”, che non ha giganti come Microsoft, NVIDIA, Meta, Google o OpenAI. Fantastico.

Ma la domanda vera è: perché?

Li vorremmo davvero?

Vorreste avere in Europa un Mark Zuckerberg, un Elon Musk, un Bill Gates e tutto il resto? Perché gli stessi europei che oggi si lamentano dell'assenza di “campioni tecnologici” sono spesso anche quelli che rivendicano con orgoglio le regolamentazioni europee e accusano queste aziende di stare devastando il dibattito pubblico, l'attenzione, la salute mentale e perfino la crescita delle nuove generazioni.

Allora bisogna decidersi. Perché non si può contemporaneamente dire che quel modello economico e sociale è tossico, predatorio e distruttivo, e poi lamentarsi del fatto che in Europa non ne abbiamo prodotti di equivalenti. O quelle aziende rappresentano un problema, oppure rappresentano un modello da imitare. Ma entrambe le cose insieme diventano difficili da sostenere.

Ma non abbiamo imparato cosa succede lasciando che grandi aziende IT diventino immense come quelle americane?


Introdurre questo terzo argomento, cioè il fatto che non abbiamo apparentemente imparato “che cosa succede se lasci crescere aziende fino a queste dimensioni”, aiuta a calibrare il tiro. La domanda è sempre la stessa: non abbiamo imparato da quello che è successo?

Sì. Ma c'è una differenza. L'atteggiamento delle lobby.

Riguardo al mondo IT, le lobby spingono perché l'Europa “faccia la cosa giusta”, costruendo un'informatica “sovrana”. E sì, sono lobby. Se andiamo a vedere chi c'è dietro ai cloud sovrani, per dire, troviamo gente come Deutsche Telekom, SAP, ma anche il gruppo Schwarz. Sì, proprio quello di Lidl. Uno dei partecipanti alla mangiatoia del cloud sovrano europeo è infatti StackIT, il cloud del gruppo Schwarz, che ha già ottenuto diverse commesse importanti, compresa una presso il governo olandese.

Sì, proprio quello che possiede Lidl.

E quindi in Europa occorre dire — e far credere — che noi vogliamo dei colossi europei come Amazon o Azure, semplicemente perché fior di lobbisti locali vogliono che succeda, e fanculo alla lezione imparata dagli USA.

E se adesso andiamo a vedere chi ci impedisce di reagire, o di essere preparati, agli shock energetici, troviamo chi? Troviamo la chimica, le raffinerie e l'industria petrolifera europea, ovviamente. Di certo non è l'industria automobilistica quella che si oppone a cambiare il parco auto con uno elettrico.

Al contrario, petrolieri e industria petrolchimica non ne vogliono sentir parlare. E così, sulla stampa, amplificano continuamente le opinioni di chi sostiene che sia “troppo presto” per uscire dai carburanti fossili.


E allo stesso modo, il fatto di avere a che fare con un’emergenza virale non convince quasi nessuno che occorra davvero prepararsi. Perché? Perché, osservando chi si è rafforzato economicamente durante il COVID-19, troviamo soprattutto grandi gruppi industriali e finanziari europei con enormi capacità di lobbying.

Chi ci ha guadagnato col COVID? Aziende farmaceutiche, grande distribuzione, piattaforme digitali, logistica, pagamenti elettronici, telecomunicazioni, delivery, e-commerce. Non piccoli attori marginali, ma alcuni dei gruppi economici più potenti d’Europa.

 
  • BioNTech (profitti enormi grazie ai vaccini COVID),
  • Diasorin (boom dei test diagnostici COVID),
  • Schwarz Gruppe (Lidl/Kaufland favoriti dai lockdown),
  • Carrefour (aumento dei consumi domestici durante i lockdown),
  • Ahold Delhaize (forte crescita della vendita alimentare e delivery),
  • Adyen (esplosione dell’e-commerce e dei pagamenti digitali),
  • Worldline (crescita del cashless durante la pandemia),
  • SAP (smart working e digitalizzazione accelerata),
  • Deutsche Telekom e telco (forte crescita del traffico dati e lavoro remoto),
  • HelloFresh (boom delle consegne alimentari a domicilio),
  • Zalando (forte crescita dello shopping online),
  • Just Eat Takeaway (esplosione del food delivery durante i lockdown).
  • Diasorin (test diagnostici COVID e boom dei ricavi),
  • Esselunga (lockdown e crescita enorme della GDO),
  • Coop Italia (incremento dei consumi domestici),
  • Amazon Italia Logistica (esplosione e-commerce e consegne),
  • Intesa Sanpaolo (gestione dei finanziamenti garantiti e concentrazione bancaria).

Secondo voi c'e' abbastanza dal fare una lobby?


 

Il problema, cioè, non è affatto che non impariamo nulla. Come popolazione, impariamo eccome. Le crisi lasciano tracce profonde: cambiano le abitudini, modificano le priorità, rendono improvvisamente evidenti fragilità che prima venivano ignorate. Dopo una pandemia, moltissime persone comprendono benissimo il valore di una sanità pubblica efficiente, di scorte strategiche, di ricerca scientifica e di capacità industriali locali. Dopo una crisi energetica, diventa immediatamente chiaro quanto sia pericoloso dipendere dall’estero per risorse essenziali.

E infatti, molto spesso, le popolazioni sarebbero persino disposte ad accettare sacrifici concreti pur di ottenere maggiore resilienza: investimenti nella sanità, infrastrutture energetiche più autonome, filiere più corte, capacità produttive interne, sistemi di emergenza più robusti. Il consenso, almeno subito dopo una crisi, esiste davvero.

Il problema, semmai, è che imparano molto bene anche le lobby. E ciò che imparano è estremamente semplice: “crisi energetica” significa enormi flussi di denaro, così come “pandemia” significa nuovi mercati, fondi pubblici straordinari, deroghe normative, concentrazione economica e occasioni di consolidamento industriale.

Le grandi strutture economiche, a differenza delle persone comuni, possiedono organizzazioni permanenti, consulenti, apparati finanziari e capacità di pressione politica che non scompaiono quando l’emergenza finisce. Anzi: spesso le crisi diventano per loro occasioni irripetibili di rafforzamento. Le piccole imprese chiudono, i concorrenti fragili spariscono, mentre i grandi gruppi aumentano quote di mercato, influenza e dipendenza sistemica.

Così ci ritroviamo con politici che, a parole, dicono anche le cose giuste. Parlano di prevenzione, autonomia strategica, resilienza, sicurezza sanitaria o indipendenza energetica. Ma quando arriva il momento di decidere davvero come spendere soldi, costruire infrastrutture o scrivere regolamenti, finiscono quasi sempre per accomodare gli interessi dei gruppi economici più forti e meglio organizzati.

Per questo non credo esista un vero problema di memoria collettiva. Le persone ricordano benissimo le crisi che hanno vissuto. La domanda corretta è piuttosto: memoria di chi? Chi ha il potere di trasformare quella memoria in decisioni permanenti? E soprattutto: chi ha interesse economico nel modo in cui quelle crisi vengono raccontate, gestite e infine “risolte”?

Noi impariamo.

Ma anche le lobby imparano.