Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

“Ma lo hanno tutti”!

Per puro caso, discutendo d’altro sul fediverso — e non sto puntando il dito contro nessuno, sia chiaro — mi sono ritrovato a parlare della famosa questione: «Ma i miei amici non vogliono contattarmi su Matrix, XMPP o qualsiasi altra cosa.» Dicono che WhatsApp ce l'hanno tutti!

La risposta, in genere, è sempre la stessa: tutti usano quell’altra piattaforma, quindi sei tu la pecora nera. Sei tu quello che si rifiuta di fare ciò che fanno tutti gli altri, pur sapendo benissimo quali siano i rischi.

Com’è andata?

Nei primi tempi, quando cominciavo ad addentrarmi in progetti sempre più grandi, tra cui uno di big data analytics, provavo due sensazioni estremamente fastidiose ogni volta che partecipavo a qualche evento sociale: pizzate, bowling, cinema e cose del genere.

Poi sono arrivati i primi figli, e il bowling è sparito. Anche il cinema non se l’è passata molto meglio.

Sono stati sostituiti da parchi, parchi giochi e altre amenità che piacciono ai bambini e che gli adulti fingono di trovare interessanti perché, in fondo, non hanno molta scelta.

Ma rimanevano comunque attività sociali. Si parlava di tutto, si organizzavano le occasioni successive e, prima o poi, si finiva inevitabilmente a discutere di come contattarsi e di come rimanere in contatto.

Ed era lì che cominciavano le strane discussioni.

Io dicevo, che so:

«Mi trovi su Goocle Chat.» Che poi era Jabber/XMPP.

Finché Google Chat ha continuato a usare XMPP, potevo spacciarlo semplicemente per «Google Chat», e la cosa funzionava.

Non sembrava particolarmente strana: Google lo usava, quindi doveva essere normale.

Poi Google ha smesso, e Jabber ha cominciato a diventare «quella strana roba da hacker che usa solo lui».

A quel punto, due sensazioni hanno cominciato a diventare prevalenti.

Convincerli a cambiare era impossibile, e ricevevo sempre le stesse risposte idiote. Alla fine, tutto questo mi ha portato a chiedermi:

«Per quanto tempo dovrò continuare a sentirmi quello pazzo, stupido e privo di buon senso ogni volta che esco con i miei amici?»

E poi:

«Come dovrei sentirmi a trascorrere il mio tempo con persone che considero sempre più un branco di idioti?»

E ancora:

«Per quanto tempo devo continuare a sentirmi solo e isolato quando esco con persone che dovrebbero essere “i miei amici”?»



Le cose peggiorarono con l’arrivo dei figli.

Sapevo bene che già un fotoshopper discretamente capace poteva prendere le immagini dei pargoli e trasformarle in materiale pedopornografico. Non servivano tecnologie futuristiche, laboratori segreti o intelligenze artificiali senzienti: bastavano un computer, un po’ di tempo e competenze nemmeno particolarmente eccezionali.

E sapevo anche che, prima o poi, sarebbe diventato possibile ricavarne animazioni di qualsiasi tipo. Che fossero le IA, qualche nuova tecnica di elaborazione video o qualsiasi altra cosa, il punto era irrilevante. La tecnologia sarebbe arrivata. Era soltanto questione di tempo.

Così vietai, in maniera del tutto consapevole, di mettere online immagini di mia figlia.

Un ordine che oggi, da maggiorenne, mia figlia capisce e apprezza. All’epoca, invece, causò un putiferio.

Specialmente quando, con l’adolescenza, la questione smise di essere:

«Non mettiamo in giro le foto della neonata.»

e diventò qualcosa di molto più diretto:

«No, signorina. Tu quella roba online non la metti.»

La fortuna di vivere in Germania fece sì che ci fosse effettivamente molta più gente attenta alla privacy, e alcuni — non tutti — la pensavano come me. Finì quindi che ebbi degli “amici preferiti” con cui fare certe cose, cioè persone con le quali non fosse necessario ricominciare ogni volta da zero la discussione sull’opportunità di pubblicare qualsiasi frammento della vita dei figli.

Ma sia con gli amici italiani sia con gli amici expat non ci fu verso.

Per la donna italiana, la salute e la bellezza dei figli fanno spesso parte del concorso:

«Guarda quanto bene funziona la mia fica.»

È quindi un concorso di bellezza per uteri, e di conseguenza i figli devono essere ESIBITI, dentro una competizione permanente tra madri: il famoso “utero funzionante deathmatch” o, se preferite, “The Call of Cervix”.

Ogni compleanno, vacanza, recita scolastica, costume di carnevale, giornata al mare e visita dai nonni diventa materiale promozionale. Il bambino non è più soltanto una persona: è la prova pubblica del successo biologico, estetico e sociale della madre. O meglio, del suo utero funzionante.

Adesso che la stragrande maggioranza di quelle fotografie ha contribuito ad addestrare le IA criminali usate per creare filmati pedofili, immagino che saranno tutti contenti.

Dopotutto, i loro figli sono già delle star, no?

Comunque, le due sensazioni di cui parlavo sopra diventavano sempre più forti.

Una volta, durante una cena di famiglia, una parente mise online sia la lussuosità della nuova camera da letto della madre anziana, sia una quantità di informazioni sufficiente a localizzare l’abitazione.

Poi, quando la portò in viaggio per il suo compleanno, pubblicò anche le date durante le quali sarebbero state all’estero.

Perché la ricchezza deve essere esibita. Sempre.

Non basta possedere qualcosa. Occorre che gli altri sappiano che la possiedi, quanto costa, dove si trova e, già che ci siamo, in quali giorni nessuno sarà in casa a sorvegliarla.

Le dissi di non farlo. Le spiegai che stava fornendo direttamente ai delinquenti le coordinate della casa da svaligiare.

Mi diede, più o meno, dell’imbecille davanti a tutti.

Quando partì per le vacanze, le svaligiarono la casa.

A quel punto mi chiamò per chiedermi come rimuovere tutto da internet.

Io non risposi al telefono.

Dovette fare un giro più largo, passando attraverso altri parenti, per riuscire a contattarmi.

Ma nelle discussioni continuava a usare la formula:

«Gli zingari sono esperti, sanno sempre in quali case cercare.»

Anziché dire la cosa più semplice e più vera:

«Gliel’ho detto io, in quali case cercare, ci sono andati, e non hanno neppure ringraziato. Ingrati.»

L’irritazione accumulata quella sera, quando mi aveva dato praticamente dell’imbecille per averle dato un consiglio sensato, cominciava ad arrivare al limite.

Perché una cosa è ignorare un consiglio. Un’altra è ridicolizzare chi te lo dà, subire esattamente la conseguenza prevista e poi rifiutarsi comunque di riconoscere il rapporto tra ciò che hai fatto e ciò che ti è successo.




Un altro momento topico fu quello degli esperti in iPhone.

Insieme alla mia azienda stavamo progettando e costruendo un intero hosting center destinato a gestire il sistema di pedaggi di una media nazione europea.

Era grande.

E soprattutto, il tipo di attrezzature con cui avevamo a che fare non era decisamente “consumer”. Non stavamo scegliendo il colore di una cover, né discutendo se la nuova fotocamera facesse meglio le foto al tramonto. Stavamo parlando di infrastrutture, continuità operativa, ridondanza, sicurezza, gestione dei dati e sistemi che dovevano funzionare sempre, perché se si fermavano non smetteva di funzionare un telefono: si fermava un pezzo di un paese.

Ma lui conosceva tutte le novità dell’ultimo modello di iPhone.

Quindi apriva bocca per contraddirmi ogni volta che dicevo:

«Ragazzi, possono profilarvi online.»

E lui rispondeva:

«No, perché se nel tuo iPhone vai qui e premi questa icona, allora hai la privacy.»

Immagino sia stato profilato come “comodo idiota” in qualche sparse matrix di Meta.

E non era nemmeno l’unico caso.

Anche se non mi riguardava direttamente, c’era uno che di mestiere lavorava allo sportello di una banca e, per questa ragione, veniva considerato il massimo esperto disponibile di finanza, macroeconomia e quindi, per riflesso automatico, anche di politica monetaria.

Perché, naturalmente, se consegni carte di credito e spieghi ai clienti dove firmare, allora devi anche conoscere nei dettagli il funzionamento della BCE, la struttura dei mercati obbligazionari e gli effetti sistemici della politica dei tassi.

Ok.

Il problema di questi personaggi è che voi costruite hosting center, mentre loro leggono Applicando, eppure gli esperti sarebbero loro.

Perché loro conoscono — o credono di conoscere — la tecnologia consumer.

E quindi, se gli dite che quando sono online vengono spiati, profilati, classificati e inseriti in segmenti commerciali, loro vi contraddicono. Hanno visto una schermata. Hanno premuto un pulsante. Hanno letto una descrizione rassicurante scritta dal reparto marketing.

«Il nuovo iPhone ha l’icona viola per non mandare i tuoi dati a Facebook. Per questo oggi Facebook rischia di fallire.»

Ta-dah.

La rivoluzione contro le grandi multinazionali, guidata da quel gruppo di noti bolscevichi che dirige Apple.

E quindi, alle altre domande, si aggiunse “per quanto altro tempo acconsentirai di sentire la tua competenza calpestata e derisa da uno che conosce le icone di Apple? “





Il momento in cui la goccia fece traboccare il vaso arrivò quando una di loro rifiutò di installare un client Matrix, perché era:

«Troppo stress installare un’app soltanto per te.»

Dovevo essere io a installare WhatsApp.

E, in astratto, la cosa avrebbe anche potuto avere senso.

Mia madre, ottantottenne, ha difficoltà a distinguere icone di colore simile, a meno che io non le ingrandisca fino a dimensioni tali da far sembrare il telefono equipaggiato con quel vecchio sistema operativo mobile di Microsoft.

Come cazzo si chiamava?

Windows Mobile.

Ecco.

Nel suo caso, aggiungere un’applicazione significa davvero aggiungere complessità. Significa ricordare un’icona nuova, capire dove si trova, distinguere una notifica dalle altre e imparare un gesto in più. Posso capire che per lei sia uno stress.

Ma la tipa che mi parlava in quel modo aveva installato sul telefono tutta l’immondizia possibile del market.

Tre applicazioni per l’oroscopo. Una per il makeup. Due applicazioni per leggere qualche cazzo di gossip in treno. Due applicazioni di dating. Ed era sposata.

Insomma, aveva una quarantina di applicazioni, il cui backup era praticamente impossibile, e piangeva ogni volta che cambiava telefono. Di quelle quaranta applicazioni, almeno trenta erano alla moda, inutili o entrambe le cose.

Ma installarne una per parlare con un “amico” era:

«Troppo stress.»

Quella era la misura precisa del valore che attribuiva a quell’amicizia.

Non il costo dell’applicazione, che era nullo. Non il tempo necessario, che era di pochi minuti. Non la difficoltà tecnica, visto che riusciva perfettamente a installare qualsiasi altra stronzata attirasse la sua attenzione.

Il problema ero io.

O, più precisamente, il fatto che parlare con me non valesse nemmeno lo sforzo richiesto per toccare il pulsante “Installa”.

E la cosa più interessante, nonostante le onde telluriche prodotte dalle mie palle ormai in rotazione sincrona con la nostra stella primaria, fu che l’idea risolutiva me la diede proprio lei.

Parlando con altre madri ormai single, infatti, continuava a discutere delle famose “red flag” da applicare agli uomini incontrati sulle varie applicazioni di dating.

Questo ha detto una certa cosa: red flag.

Quello si comporta in un certo modo: red flag.

Quell’altro ha un rapporto strano con la madre: red flag.

E così iniziai a chiedermi:

«Ehi, ma… e se questa cosa delle red flag valesse anche per gli amici?»

Era una teoria convincente.

Dopotutto, non esiste alcuna ragione per cui dovremmo selezionare con attenzione le persone con cui andare a letto, ma accettare senza alcun criterio quelle con cui passiamo il nostro tempo, condividiamo problemi, organizziamo serate e costruiamo una parte importante della nostra vita sociale.

Così cominciai ad applicare il metodo.

Una red flag, e diventavo freddo.

Due red flag, e se c’erano loro io non venivo all’uscita.




Oggi come oggi, ho amici molto diversi da quelli che avevo prima.

Capiscono di privacy. A suo tempo hanno fatto le scelte giuste riguardo alle fotografie dei figli online. Non ascoltano i consigli finanziari dell’usciere di una banca. Ridono di chi usa un iPhone e si crede al sicuro perché c’è iCloud.

E soprattutto, quando sono con loro non mi sento né solo né pazzo.

Non devo più difendere l’idea che un rischio esista soltanto perché non si è ancora materializzato davanti ai loro occhi. Non devo aspettare che succeda qualcosa di irreparabile perché una precauzione elementare venga finalmente considerata ragionevole.

E il giorno in cui scoppierà lo scandalo delle fotografie di persone qualsiasi trasformate in film pornografici, e diventerete tutte attrici di porno interracial anal usando le immagini in bikini che avete messo online per anni, mi divertirò moltissimo a non rispondere al telefono.

Come già successo in passato.

Nessuno mi viene più a spiegare quanto male faccia il 5G, giusto prima di partire per due settimane di spiaggia, in un bagno infernale di radiazioni ionizzanti, circa 10¹⁴ volte più potenti del 5G.

«Tanto ho la crema a protezione 60.»

Che, se funzionasse davvero contro le radiazioni ionizzanti, non ti abbronzeresti affatto.

E soprattutto non devo più seguire gruppi di fascistoidi che riescono a farti sentire woke, estremista e isolato soltanto perché pensi che, tutto sommato, sia stato giusto chiudere Auschwitz.

A un certo punto bisogna smettere di chiedersi quanto ancora si debba sopportare per conservare certe amicizie, e cominciare a chiedersi se quelle persone siano davvero amici.

Io me lo sono chiesto.

E siccome non posso cambiare gli amici, ho cambiato amici.



So benissimo quali possano essere le conseguenze sulla vita personale.

Ma:

  • Avere degli amici NON è uno sport di coppia. Potete avere amici diversi, separati e persino incompatibili tra loro.
  • I “gruppi delle mamme” che si scambiano consigli avrebbero senso soltanto se nel gruppo fosse presente un pediatra. O almeno una IA decente.
  • Il parto non è uno sport di squadra. Difficilmente le amicizie nate lì sono vere amicizie, quando assomigliano piuttosto a concorsi di bellezza per cervici usate.
  • Il fatto che siate andati a scuola insieme non significa nulla. È stato il ministero a mettervi nella stessa classe.
  • Il fatto che siate vicini di casa non significa nulla, a meno che non si tratti della chat del condominio.

Insomma, è ora di cominciare a usare le red flag anche con gli amici, e di costruirsi dei giri nei quali si sta bene.

E nel giro nel quale sto bene, contattarmi su Jabber non è un problema.

Sarebbe un problema se io fossi su WhatsApp.




Ovviamente mi direte che e' una scelta estrema. Davvero?

Mi si puo' raggiungere in diversi modi.

Ultimo, ma non meno importante:

  1. Le persone possono comunicare con me via email, dal momento che gestisco un mio server di posta in entrata, privo di spam, perche' cosi' ho deciso scrivendo il codice.
  2. Le persone possono comunicare con me tramite XMPP con OMEMO, visto che ospito una mia istanza.
  3. Le persone possono comunicare con me sul Fediverso, e ho persino sviluppato un mio server per impedire che i loro allegati finiscano su S3 — o in qualche posto ancora peggiore.
  4. Le persone potranno comunicare con me anche tramite Matrix, dal momento che sto sviluppando un server leggero conforme alla direttiva Chat Control. (Cioè abbastanza piccolo da restare sotto la soglia necessaria perché la direttiva si applichi, cancellando i contenuti multimediali e facendo tutto il resto del caso.)
  5. Se siete vecchi e vi piaceva usenet, ho sviluppato una applicazione chiamata Tribes che usa nntp per il client, su localhost, e si connette con tutte le altre usando IPFS/Libp2p. Dovete solo scaricarla e farla partire. Zero manutenzione.

Quindi, quando qualcuno ha già l’email (serve per registrare i telefoni, cribbio!) , dispone di altri tre modi per comunicare con me e ha scaricato metà dell’immondizia disponibile nell’app store — una quarantina di applicazioni quasi tutte inutili — ma non riesce comunque a sopportare il peso di installarne una in più, forse vale la pena ricordare che le red flag non esistono soltanto nelle relazioni sentimentali.

Si applicano anche alle amicizie.

Sì, sono un cazzo di Scorpione.

Ma ho anche dei difetti.


Uriel Fanelli


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