Ma i social... cosa fanno?

So che ormai si parla di “allarme” perché la partecipazione sui social network sarebbe sparita. In realtà, il trucco è semplice: tolti i bot e il famigerato “algoritmo” — che è una specie di grande teatro delle relazioni umane, ma senza esseri umani — resta il fatto che la maggior parte dei post sui grandi social non arriva più da persone in carne e ossa.
Su Facebook questa cosa si vede meno, per un motivo quasi commovente: è diventato il social della terza età. E poi ci sono tutti quegli accorgimenti da propaganda moderna, tipo “la Bestia” di salviniana memoria, che servono a dare l’illusione di un’onda travolgente quando, sotto sotto, c’è solo un po’ di traffico artificiale e molta nostalgia per i tempi in cui la gente scriveva ancora per discutere, e non per essere “intercettata”.
Ma il vero problema che comincio a vedere deriva dal fatto di esserci stato, quando Facebook è nato. Il suo motto iniziale era quasi tenero: Facebook ti aiuta a restare in contatto con le persone della tua vita. Tutto bello, tutto civile, tutto molto da brochure dell’umanità connessa. Peccato che, per chi vive da expat, le cose finiscano presto per prendere un’altra piega. Prima o poi capita a tutti di andare a cercare sui social le persone del passato. E non è solo nostalgia: come disse qualcuno, invecchiare significa perdere la connessione con i luoghi, le persone e i fatti della propria giovinezza. L’expat, su questo, invecchia il doppio: una volta per conto suo, e una volta per la distanza.
E qui arriva il brutto. La mia memoria, purtroppo, è una maledizione molto efficiente. Posso rifare a mente, anno per anno, l’appello della mia classe delle superiori, e anche quello delle medie. Questa dannazione dell’eidetismo mi permette di recuperare nomi, facce, perfino indirizzi di casa. Una bella dote, in teoria. In pratica, una trappola. Perché non solo nessun strumento esterno ha restituito una presenza online dei miei coetanei, ma anche aprendo account temporanei e cercando uno per uno, non si trova niente. Niente. Zero. Come se una generazione intera fosse passata, senza lasciare nemmeno il disturbo di una traccia.
È vero. Io sono della GenX. E ormai esiste pure un’intera letteratura sulla nostra psicologia del “fregancazzo”, sulla nostra scarsa tolleranza per la socializzazione obbligatoria e sul nostro piccolo feticismo per la libertà di scegliere da soli gli amici, senza intermediari, senza pedagoghi e senza assistenza emotiva di massa.
Come scrivo anche nel mio profilo, noi della GenX abbiamo fatto le cose senza tutorial, abbiamo visitato i posti di persona e senza navigatore, ci siamo dati appuntamento senza WhatsApp e ci siamo incontrati senza usare Zoom. E, signori della Gen Z, ci siamo pure chiavati le vostre madri, e senza Tinder. Per questo siete nati.
Quindi non mi stupisce più di tanto trovare pochi della mia generazione sui social mainstream. Perfino gli smanettoni informatici, quelli come me, si incontravano di persona. Anzi, avevamo persino un club, con un posto fisico, dove fare le cose insieme. Cose vere, non simulazioni di prossimità umana confezionate da qualcun altro.
Però c’è un limite a tutto. E la nostra antipatia non può funzionare ottantaquattro volte su ottantaquattro. E invece, a quanto pare, funziona eccome. Nessuno di quelli che conoscevo — né tra le amicizie personali, né tra i compagni di classe di un arco di otto anni, dai dieci ai diciotto — ha una presenza digitale. Nessuno. Zero. Come se una generazione intera avesse deciso di sparire senza lasciare nemmeno il fastidio di una traccia.
Impressionante, sì.
E anche un po’ triste, se uno ha la cattiva abitudine di ricordarsi le persone.
Ma allora, che cosa stanno facendo davvero i social network, se non servono più a “tenersi in contatto con le persone della tua vita”? Quando ne parlo con gli “esperti” del problema, ricevo quasi sempre risposte accondiscendenti, da Gen Z o da millennial — cioè, diciamolo pure, da bimbiminkia con un lessico più presentabile — che mi spiegano che sì, è normale sentirsi fuori posto. La tesi è sempre quella: la GenX sarebbe troppo giovane per Facebook, troppo vecchia per TikTok, troppo autonoma per Instagram, troppo piena di opinioni proprie per Twitter, che ormai è praticamente un deserto, e alla fine si ritroverebbe bene solo su WhatsApp. Ma non è detto.
Ce lo vendono come se fosse un problema della GenX, senza mettere i numeri. Se li mettiamo, la situazione cambia.
Perché qui il problema non è solo generazionale, è demografico. Basta guardare la population pyramid, sia dell’Italia sia dell’Europa, per capire che il pubblico reale su cui dovrebbero vivere i social mainstream non è quello immaginato dalle loro narrazioni patinate. La struttura per età della popolazione dice chiaramente che il grosso degli utenti potenziali non sta nelle fasce giovani da spot pubblicitario, ma in quelle più adulte, più sparse, più difficili da trasformare in massa gregaria. In altre parole: il problema non è che la mia generazione sia “sbagliata” per i social. È che i social, quando li si misura contro la piramide demografica reale, stanno parlando a un Paese che esiste soprattutto nei keynote, non nelle statistiche.

Se escludiamo la GenX, stiamo escludendo sia le generazioni più popolose sia quelle con la maggiore capacità di spesa. Mi spiace, ma se fosse davvero un problema di età, non sarebbe un problema nostro come GenX: sarebbe un problema loro, dei social network.
E, anche su scala europea, la situazione cambia poco. La piramide demografica non racconta una storia comoda per chi continua a progettare piattaforme come se il mondo fosse popolato soprattutto da ventenni eternamente online. Racconta invece una cosa molto più semplice e molto più fastidiosa: il pubblico che conta davvero non è dove si ostinano a cercarlo.

Dal momento che le risposte degli “esperti” bimbiminkia non fanno testo da tanto che sono stupide, e che alla fine il problema con la GenX ce l’hanno soprattutto i social network, conviene farsi la domanda giusta: che diavolo stanno facendo, esattamente, oggi?
La risposta, purtroppo, è piuttosto triste. Una volta installato il client sul telefono, insieme ai relativi servizi in background, le applicazioni cominciano a spiarvi. Che abbiate un account oppure no. Alla fine, quindi, i social network non servono più a “tenervi in contatto con le persone della vostra vita”. Servono a offrirvi un palcoscenico virtuale come fa TikTok o Instagram, che però non consente interazioni sociali davvero significative, oppure a riempirsi di sistemi automatici. E tutti quei data center, tutte quelle macchine, non fanno altro che ricevere e rielaborare le informazioni che i vostri telefoni vi stanno sottraendo.
Fine.
Certo, non vedrete persone della GenX disperate per questa cosa. I vecchi che usano Facebook come una televisione permanentemente sintonizzata sul canale “Merda” ne sono ormai assuefatti, e forse ne sentirebbero persino la mancanza. Ma la mia generazione è nata quando tutta questa roba non esisteva ancora, e solo i più fessi tra noi finiranno davvero per diventarne dipendenti.
Come ho già detto, noi scopavamo benissimo anche senza Tinder. E non avevamo bisogno di un’azienda di party management per organizzare una festa e far arrivare la gente. Non se ne sente la mancanza. Io vi parlo del problema da expat, è vero, ma non siamo abbastanza numerosi da fare statistica. Gli altri della mia generazione, semplicemente, sui grandi social non ci sono, se non per tenere i contatti con la famiglia in Italia.
E poi, va beh, le aziende non ammetteranno mai di aver perso la parte più importante degli utenti, ma quella è un’altra storia.
Ma la cosa che voglio dire, sempre guardando le figure demografiche, è un’altra: i social “per anziani” verranno magari invasi, da qui a quindici anni, dalla GenX. I social “ggiovani”, come TikTok, continueranno pure a essere popolati da giovani, ma saranno sempre meno, semplicemente perché il tasso di natalità fa il suo lavoro, che è quello di non ascoltare i keynote di nessuno.
La verità, però, è che i social hanno fallito proprio nella promessa con cui si sono venduti: “tenervi in contatto con le persone della vostra vita”. Se parliamo di expat, il fatto che alla fine si finisca quasi solo a parlare con la famiglia dice già tutto. Significa che il resto non c’è più, o non c’è mai stato davvero.
E quindi la risposta è semplice: non funzionano.
E presto, le borse se ne accorgeranno.