Venezuela, ma basta.

Venezuela, ma basta.

L’invasione e la sottomissione del Venezuela da parte degli USA, di per sé, non mi toccano più di tanto a livello emotivo. A parte la cachapa venezuelana e un’amica del Sucre (quello venezuelano, sì, e lo so, esistono altri Sucre nel mondo bolivariano), non è che il destino del Venezuela mi sia mai stato particolarmente a cuore.​

Lo so che suona volgare, ma è una di quelle questioni tipo la Palestina: sembra che tutti la vivano come priorità esistenziale, salvo poi scoprire che, quando arriva l’ora di cena, la cena viene prima di qualsiasi indignazione geopolitica.​

Detto questo, potrei benissimo trovare odiosa l’idea che “arrivano, invadono, nominano un pool di aziende petrolifere a gestire la più grande riserva del mondo e decidono chi mettere al governo dopo”; semplicemente, non pretendo di fingere che il mio fegato reagisca, non più della mia fame serale.


Non è nulla di specificatamente trumpiano, né di particolarmente nuovo: è semplicemente la prosecuzione di una tradizione ultradecennale di interventi e cambi di regime USA nel “cortile di casa” latinoamericano, da Guatemala ’54 a Panama ’89 fino a oggi

Panama 1989: Noriega “must go”

  • Nel dicembre 1989 gli USA lanciano l’operazione Just Cause e invadono Panama con ~27.000 soldati, ufficialmente per proteggere cittadini USA, garantire il Canale, fermare il traffico di droga e “ristabilire la democrazia”.​
  • L’obiettivo politico era deporre il generale Manuel Noriega, che controllava di fatto il paese, e insediare Guillermo Endara, candidato dell’opposizione che aveva vinto le elezioni annullate da Noriega e che viene giurato presidente sotto protezione militare USA poche ore dopo l’invasione.​

Guatemala 1954: il precedente “classico”

  • Nel 1954 la CIA organizza l’operazione PBSUCCESS per rovesciare il presidente democraticamente eletto Jacobo Árbenz, che aveva avviato riforme agrarie ostili agli interessi della United Fruit Company ed era percepito come troppo vicino alla sinistra.​
  • Viene armato e guidato un piccolo esercito di esuli con supporto di guerra psicologica, bombardamenti limitati e blocco economico; Árbenz si dimette e viene installato il colonnello Carlos Castillo Armas, dando avvio a una lunga stagione di dittature militari filo‑USA in Guatemala.​

Cile 1973: Allende – Pinochet

  • Dopo l’elezione del socialista Salvador Allende (1970), Washington avvia una strategia di “make the economy scream”: pressioni economiche, finanziamento dell’opposizione, propaganda e contatti con settori delle forze armate.​
  • Il golpe dell’11 settembre 1973 porta al potere il generale Augusto Pinochet; fonti storiche documentano un ruolo significativo della CIA nel preparare il terreno (black propaganda, sostegno a screditare Allende, incoraggiamento ai militari) e nel consolidamento del nuovo regime.​

Brasile, Bolivia, Cono Sud e Operazione Condor

  • In Brasile nel 1964 gli USA appoggiano apertamente il colpo di Stato che rovescia il presidente João Goulart, contribuendo all’instaurazione di una dittatura militare ventennale fortemente anticomunista e allineata a Washington.​
  • Negli anni successivi regimi militari filo‑USA emergono in Bolivia (1971)Uruguay (1973)Perù (1975) e Argentina (1976), cooperando nella repressione di oppositori tramite la rete repressiva nota come Operazione Condor, con supporto logistico e d’intelligence statunitense.​

Voi capite che non c’è nulla di particolarmente strano in quello che sta succedendo in Sudamerica: è routine imperiale, non una rottura del paradigma. Non si capisce bene, quindi, perché le persone sembrino sinceramente stupite, come se fosse la prima volta che succede.​

Allora, cosa mi innervosisce davvero? Mi innervosiscono quelle banalità declamate con l’aria del grande pensatore, quello che si atteggia a fine conoscitore di geopolitica e dinamiche globali mentre elenca ovvietà con tono oracolare.

“È contro il diritto internazionale”, proclamano gli stessi che fino a ieri facevano gli esperti di virologia da salotto, ora riciclati come specialisti di diritto internazionale perché il mercato dell’indignazione si è spostato. Benissimo: è anche contrario al Codice di Nonna Papera (esiste davvero, da bambino una zia mi regalò il Manuale delle Giovani Marmotte, e stava lì), ma nessuno si sente in dovere di citarlo.​

Il punto è che da qualche decennio il cosiddetto diritto internazionale è diventato, nella pratica, poco più che carta igienica di lusso, e se foste davvero quei grandi esperti di geopolitica che aspirate a sembrare, ve ne sareste accorti da tempo. Dichiararsi “esperti di diritto internazionale” in questo contesto è come vantarsi di essere specialisti di unicorni: una competenza raffinata su qualcosa che, nel mondo reale del potere, ha smesso di esistere da anni, ammesso sia mai esistita.​

Forse, a questo punto, citare direttamente il Manuale delle Giovani Marmotte avrebbe fatto una figura migliore: almeno lì le regole sono chiaramente finte, e nessuno finge che governino il mondo.


In Venezuela ci sono le più grandi riserve di petrolio del mondo, sì. E proprio per questo, ci viene spiegato, “lo fanno”. Un esercizio di acume talmente sopraffino che, a forza di ripeterlo, è diventato la versione geopolitica del “l’acqua bagna”.

Davvero: non avevo mai sentito dire che in Venezuela ci fosse il petrolio; lo dicono solo tutti, da decenni, in ogni articolo, documentario, infografica e discussione da bar, quindi non è che mi sembrate questi grandi pensatori capaci di cogliere dettagli nascosti quando mi informate, con aria grave, che “eh ma lì ci sono le più grandi riserve del mondo”.

È quasi commovente: davvero in Venezuela ci sono le riserve di petrolio più grandi del pianeta? Ma va. Sorprendente. Inedito. Un segreto gelosamente custodito, che ovviamente ti ha rivelato tua zia, quella che se lo tramandano di zia in zia come un grimorio esoterico, e che tu ora elargisci al popolo come se avessi appena decifrato i cabala del Dipartimento di Stato.

Il livello è questo: tra poco qualcuno scoprirà, con lo stesso tono da rivelazione apocalittica, che in Norvegia c’è il salmone e in Brasile cresce la foresta amazzonica, e si aspetterà pure un applauso per l’intuizione. L’analisi politica ridotta a Trivial Pursuit di geografia di terza media, solo recitata con l’aria cupa di chi “vede oltre le apparenze”.

Se davvero la tua chiave interpretativa del mondo è “c’è il petrolio”, sei l’equivalente umano di un pop‑up di Wikipedia: ripeti l’ovvio, disturbi la lettura e ti immagini anche indispensabile.

Va benissimo: in pratica stai facendo live‑action del banner “Lo sanno anche i sassi”, ma in prosa.

A quel punto, invece di parlare di Venezuela, potresti direttamente dire che il tuo vero campo di studio è la scienza delle ovvietà: e lì sì che sei in cima alle classifiche mondiali, altro che riserve di petrolio.


E io lo so che il petrolio vi eccita. Infatti, quando Trump decidera' di prendere la groenlandia, scoprirete che sotto e intorno alla Groenlandia si stimano risorse di petrolio e gas dell’ordine di miliardi di barili equivalenti, inserite nel più ampio “tesoro” artico che varie agenzie valutano complessivamente in decine di miliardi di barili tra idrocarburi liquidi e gassosi. Le aree considerate più promettenti sono in particolare i bacini offshore a ovest e nord-est dell’isola, ma la gran parte resta solo potenziale geologico, non riserva sfruttata.​

Negli ultimi anni il governo autonomo groenlandese ha però scelto una linea di rinuncia politica allo sviluppo degli idrocarburi: ha bloccato il rilascio di nuove licenze per esplorazione e produzione di petrolio e gas, motivando la decisione con l’impatto climatico, i rischi ambientali e la volontà di puntare su altre risorse (minerali, terre rare, turismo, pesca) per l’economia locale. Di fatto, anche se sotto i ghiacci potrebbe esserci “molto”, la Groenlandia ha deciso di non trasformarsi in paese petrolifero nel senso classico del termine.

E quindi sono già spiritualmente preparato: appena cominceranno a fischiare i proiettili in Groenlandia, vi presenterete a spiegarmi, con aria iniziatica, che “eh ma sotto i ghiacci ci sono un sacco di risorse, sai?”.​

Ce lo racconterete come se foste gli unici a conoscere il grande segreto artico, ignorando il piccolo dettaglio che è roba elencata da anni in qualunque rapporto sull’Artico e perfino su Wikipedia, cioè esattamente il posto dove andate a fare i compiti prima di venire a posarvi come strateghi globali.


Nella fiera delle banalità spicca anche la “Dottrina Monroe”. Chi la tira fuori si sente immediatamente intelligente e storico, come se avesse appena citato un oscuro dispaccio dell’Ottocento che solo lui ha letto, invece è roba da inserto dell' Unita'.

La dottrina Monroe è uno dei casi più belli di come una cosa serissima – la pretesa degli USA di considerare l’emisfero occidentale - rispetto a Greenwich - come propria sfera d’influenza fin dal 1823 – diventi, nel 2026, puro rumore di fondo pop: una parola magica infilata nei thread per darsi un tono, senza aggiungere un grammo di analisi a quello che già si sa da due secoli

Categoria 3, appunto: quelli che oggi tirano fuori Monroe. Il problema è che nessuno, ma proprio nessuno, sa più chi cazzo fosse questo Monroe. Per metà internet è un vago presidente di serie B, per l’altra metà è un cognome che rimanda a una mediocre, cellulitica e clamorosamente sopravvalutata attricetta bionda, che già di suo non c’entrava niente con la geopolitica, figurati con l’America Latina.

E poi c’è il rischio statistico più grave: quello che legge “Monroe” di fretta, collega “Marilyn” in testa, fa un salto di sinapsi sbagliato e finisce su “Marilyn Manson”. A quel punto la dottrina Monroe diventa una sottospecie di concept‑album del Reverendo, un piano diabolico inciso su vinile: lato A, colpi di Stato in Guatemala; lato B, invasioni preventive e trucco sbavato. Uaz, Uaz, Uaz. Surf Nicaragua!

E' solo un pochino anni '80, ma vi fa sembrare giovani. Lo giuro.


A questo punto, voglio svelarvi un segreto. Non c’entra il petrolio. Non c’entra la droga. Non è per quello che lo fanno. Il segreto segretissimo, quello che se lo tirate fuori a cena vi farà bagnare le signore dei salotti che frequentate, è un altro.

Il formichiere. Il formichiere gigante.Il formichiere gigante del Venezuela.

Sì, il formichiere gigante (Myrmecophaga tridactyla), quell’animale assurdo con il muso allungato, la coda che sembra uno straccio ambulante e un’aria perennemente perplessa, vive anche in Venezuela, soprattutto nelle zone di savana e nei Llanos venezuelano‑colombiani, dove passa le giornate a mangiare formiche come se non ci fosse un domani.

Guardatelo. Guardate quella foto. Che spettacolo di animale assurdo, con quel muso da aspirapolvere depresso e la coda che sembra uno straccio per lavare i pavimenti: è ovvio che gli americani vogliono quello, altro che greggio e geopolitica.

In Venezuela, peraltro, il formichiere gigante non è un cameo: è di casa nei Llanos e nelle savane, tanto che gli studi sulla specie usano proprio le pianure venezuelane come area classica per stimare densità e biomassa delle popolazioni selvatiche.​

Ed è per il formichiere gigante che gli USA stanno facendo questa guerra, è chiaro. Certo, nessuno ve lo dirà mai. Certo, LORO non vogliono che lo sappiate. LORO vi sviano, LORO vi raccontano che “niente come una guerra può sviare l’attenzione da Epstein”, LORO vogliono farvi credere che tutto nasca per togliere di mezzo un alleato cinese dall’emisfero occidentale.

Ma a noi non ci si frega. Noi conosciamo il vero segreto iniziatico della geopolitica continentale: il formichiere gigante del Venezuela.

Una teoria del complotto che si rispetti non può funzionare così, “alla buona”, solo con americani cattivi, petrolio e servizi segreti: senza ebrei non è nemmeno una teoria del complotto, è una fiaba raccontata da dilettanti al campeggio.

E allora, domanda: quale animale è più “ebraico” del Formichiere Gigante del Venezuela? Ha il viso allungato, il nasone importante, una dieta fatta di roba che non mangia nessun altro al mondo, vive in nicchie strane e nessuno l’ha mai visto davvero, ma tutti dicono di sapere com’è. È perfetto: il candidato ideale per diventare, in blocco, “gli Ebrei” della vostra meta-teoria geopolitica da malati di internet.

E naturalmente, se manca la numerologia, manca la patente di teoria del complotto professionale.

Secondo i più raffinati studiosi del Sacro Calcolo a Caso, “Formichiere Gigante del Venezuela” non produce solo “ebrei” quando sommi, sottrai e pieghi le lettere come l’alluminio delle vaschette: se prendi le iniziali, le converti in numeri, ci aggiungi le coordinate dei Llanos, sottrai l’anno della rivoluzione bolivariana, moltiplichi per il numero di artigli e poi dividi per il numero di zuppe istantanee vendute a Caracas in un giorno di pioggia, viene naturalmente fuori 666.

È tutto scritto nei numeri: G è la settima lettera, V la ventiduesima, 7+22 fa 29, 2+9 fa 11, 1+1 fa 2, ma se invece prendi le zampe, le code e le vertebre e ci sommi la superficie del Venezuela divisa per il numero di formiche mangiate in un’ora, arrivi di nuovo a 666, perché quando si parte coi conti così, alla fine esce sempre 666, altrimenti stai facendo la numerologia sbagliata.

E queste, signori, sono Prove. Con la Z maiuscola.


Non ci credete? Siete scettici, nel vostro cappello di carta stagnola? Lo so, vi vedo. Ma il problema e' che avete cosi' tanto sfinito i coglioni col petrolio, la dottrina Monroe, Il diritto Internazionale, e la Cina, e la Russia, e tutte le vostre noiose, trite, ritrite stronzate pronunciate come se aveste in tasca i segreti dell'universo, che qualcuno doveva tirare fuori qualcosa di meno noioso.

Il Formichiere Gigante del Venezuela, almeno, e' interessante. Per un secondo, la gente non capisce se siete seri oppure no.

E questo basta a provare l'efficacia della teoria. Non ci credete? Siete scettici, lì, con il vostro cappello di carta stagnola ben regolato sulla testa? Lo so, vi vedo: l’espressione di chi è pronto a credere a qualunque cosa, purché non sia noiosa.

La verità è che, alla fine, il Formichiere Gigante del Venezuela è una teoria del complotto più onesta delle vostre: non pretende di spiegare il mondo, si accontenta di prenderlo per il culo.

Voi invece siete lì, a riciclare l’ennesima minestra di “petrolio, diritto internazionale, Monroe, Cina, Russia, UE zerbino” come se ogni volta foste i primi a pensarla, quando ormai siete meno originali di un post complottista su Facebook del 2012.

Almeno il formichiere ha la decenza di essere assurdo dichiarato: non finge di essere “analisi”, non chiede di essere creduto, non invoca fonti segrete nei servizi; si limita a dimostrare che, se basta infilare un animale a caso e un po’ di numerologia scema per rendere più interessante una spiegazione, il problema non è la realtà.

Siete voi. Quelli come Fabbri, che crede di spiegare la geopolitica come fosse un rosario recitato in TV, li saluto in un dialetto che capiscono: zò da cla piopa!