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L'Odissea di Nolan e' una cagata pazzesca (cit.)

Non capita spesso, a chi ha fatto il Liceo Classico, di avere finalmente qualcosa da dire ai contemporanei. Se non, naturalmente, per far sapere ai contemporanei di aver fatto il Liceo Classico. E questo film, purtroppo, svolge precisamente quella funzione. È quello che, per certi ambienti del PD, rappresentava girare con Il Maestro e Margherita sotto il braccio: un oggetto di riconoscimento, un segnale sociale, un modo per comunicare agli astanti di aver fatto il liceo. Spesso il liceo cremino della città, quello dal quale si esce convinti di aver ricevuto non tanto un’istruzione, quanto una qualche forma di investitura sacerdotale.

Il problema è ovvio. Negli ultimi anni gli americani hanno perso completamente qualsiasi barlume di creatività e, di conseguenza, hanno cominciato a saccheggiare qualsiasi cosa sia stata inventata da qualcun altro. Compresa la mitologia. Il problema è che hanno un pubblico di triceratopi lobotomizzati, e quindi devono ridurre ai propri cliché qualsiasi cosa riescano a masticare. Non importa quale sia il materiale di partenza, quanto sia antico, complesso o stratificato: alla fine deve sempre diventare qualcosa che il pubblico riconosca senza fare lo sforzo di capire.

Hanno già devastato praticamente tutte le fiabe dei fratelli Grimm, trasformandole nella solita storia in cui bisogna che qualcuno spari a qualcun altro, anche se, in mancanza di una pistola, può andare bene una spada. E adesso hanno deciso di merdificare anche l’Odissea, trattandola come un MacBurger qualsiasi: la si prende, la si schiaccia dentro uno stampo industriale, la si riempie dei soliti ingredienti e la si serve a un pubblico che deve poterla inghiottire senza accorgersi di aver avuto davanti qualcosa di diverso.

In pratica, dovevano preparare una caponata, ma il pubblico americano riconosce soltanto il Big Mac. E allora hanno fatto una caponata usando gli ingredienti del Big Mac: carne industriale, formaggio finto, salsa zuccherata e cetriolini. Poi l’hanno servita in una ciotola, chiamandola “epica”. Il risultato non è né una caponata né un Big Mac. È semplicemente qualcosa che ha perso ogni sapore originale, ma conserva tutti i difetti del prodotto industriale.



Non saprei nemmeno da dove cominciare a descrivere questo disastro fecale radioattivo, e quindi conviene partire dalla componente principale: il protagonista.

Nell’Odissea, Ulisse è un personaggio intelligente, umano, complesso, astuto, determinato e, per certi versi, colto. La precisione con cui viene rappresentata la sua umanità è, essa stessa, una misura della cultura greca antica: lo studio dell’umano non soltanto come individuo, ma come concetto astratto, come creatura costretta a confrontarsi con il destino, con gli dèi, con i propri limiti e con le proprie contraddizioni.

Nel film, invece, devono aver trovato in frigorifero alcuni muscoli addominali avanzati dalle riprese di 300 e aver deciso di costruirci attorno un personaggio. La sua psicologia sembra quella di un marine di ritorno dal Vietnam, o dall’Iraq.

Non è più un essere umano che dispone soltanto della propria intelligenza, della propria astuzia e, in definitiva, della propria umanità per reagire a un mondo e a un destino governati da entità superiori. È semplicemente un marine: si adatta, supera gli ostacoli, raggiunge l’obiettivo e vince.

Tutto ciò che rendeva Ulisse uno dei personaggi più complessi della letteratura occidentale viene così ridotto a uno stupido boot camp con gli addominali.

Immaginate che John Rambo torni dal Vietnam in autobus e che, avendo della geografia una conoscenza più o meno equivalente a quella dell’americano medio, scenda per errore alla fermata «Antica Grecia». Da lì in poi, il film procede esattamente come ci si aspetterebbe. Rambo incontra uno sceriffo che lo detesta, lo perseguita e decide di rendergli il viaggio di ritorno il più difficile possibile. Solo che lo sceriffo si chiama Poseidone.

E lo spessore psicologico del personaggio è più o meno quello di Stallone che pronuncia quindici parole in tutto il film, mentre ammazza gente di qua e ammazza gente di là.

Ulisse, cioè l’uomo dell’astuzia, della parola, dell’inganno, della pazienza e della memoria, viene ridotto a un armadio addestrato che avanza attraverso la trama eliminando ostacoli. Non pensa: reagisce. Non persuade: colpisce. Non sopravvive perché comprende il mondo, ma perché è più grosso, più duro e più determinato degli altri.

In pratica, non è più Ulisse.

La sua umanita' e' quella di John Rambo con una tunica.



Il secondo problema — e ripeto: problema — consiste nel mostrare gli dèi greci a un pubblico ossessivamente determinato a credere in Gesù Smith & Wesson Cristo. O, perlomeno, a dichiarare di crederci.

Nell’Odissea, gli dèi sono al tempo stesso potenze immanenti, capaci di determinare il destino umano, ed esseri parecchio umani e parecchio politici. Forgiano il destino degli uomini, ma non sono mossi da valori assoluti come il Bene con la B maiuscola, la Giustizia universale o qualche altra astrazione morale.

Sono mossi, piuttosto, da quella che potremmo definire l’umanità tipica dei vigili urbani: possono perseguitarvi, certo, ma non necessariamente in nome della legge. Possono farlo per palpare le tette a vostra moglie, per vendicarsi di un’offesa, per favorire un parente, per umiliare un rivale o per motivi altrettanto nobili.

Possiamo discutere quanto vogliamo della psicologia degli dèi greci. Possiamo discutere se rappresentino forze naturali, pulsioni umane, rapporti politici, strutture del destino o tutte queste cose insieme.

Ma il punto resta: erano umani, erano politici e, soprattutto, avevano una psicologia , nei termini greci, ovvero disponevano di una personalita' umana.

Qui Nolan si trova davanti a un altro problema di merdificazione. Non può mostrare a un pubblico educato a Gesù Smith & Wesson Cristo che Ulisse creda davvero negli dèi, perché dovrebbe rappresentare come normale e concreta una concezione religiosa completamente estranea a quella americana. Ma non può nemmeno tradurre sullo schermo ciò che gli dèi rappresentavano per i greci: una certa idea dell’umanità, del destino e delle forze che governano entrambi. È un concetto troppo astratto per il tipo di film che ha deciso di fare.

E Atena, secondo me, è il caso più strano.

Zendaya viene fotografata come se dovesse incarnare una presenza cosmica. Ogni sua apparizione sembra preparare una rivelazione metafisica, oppure almeno una frase capace di modificare il corso degli eventi. Poi, però, le viene consentito soprattutto di guardare Ulisse con aria delusa.

È certamente una bella immagine. Ma non è la dea della sapienza, della strategia e della guerra ragionata. È quasi la terapeuta muta del protagonista, che compare periodicamente per comunicargli, con l’espressione del volto, che potrebbe impegnarsi di più.

L’ho già detto? Atena è Zendaya.

Donna bellissima, sia chiaro. Ma la sua recitazione, in questo film, l’abbiamo praticata tutti per anni, ogni mattina, quando il professore chiamava l’appello e noi rispondevamo: «Presente».

Comunque Zendaya era uno degli ingredienti acquistati dalla produzione, e quindi dovevano mettercela. Ce l’hanno messa come il cazzo sui maccheroni: non perché servisse alla ricetta, ma perché era già nella dispensa, costava parecchio e compariva in grande sul materiale promozionale.

Inoltre, il casting di un’attrice nera non bianca al 100% nel ruolo di Atena offriva a Nolan la speranza di scatenare le solite polemiche da Cleopatra reinterpretata da Netflix: settimane di articoli, indignazione, accuse incrociate e pubblicità gratuita. Un’altra componente del prodotto, insomma. Non funziona davvero, perché il problema del personaggio non è l’aspetto di Zendaya: è che Atena non fa quasi nulla che richieda Atena per farlo. Una psicoanalista in servizio 24/7 poteva andare bene lo stesso.

Ma una riverenza all’ala woke del pubblico, nel dubbio, a Hollywood non si nega mai. Anche se, a dire il vero, Zendaya potrebbe davvero essere una tipica donna del mediterraneo. Ma gli americani non lo sanno: hanno rinominato il Mediterraneo “Golfo di Pizza Hut”.



Torniamo agli dèi.

Sì, perché non sembrano davvero dèi greci. Sembrano piuttosto fenomeni psicologici, allucinazioni simboliche o espedienti visivi sui quali Nolan evita deliberatamente di prendere posizione.

Nell’Odissea omerica, gli dèi non sono vaghe presenze allegoriche. Sono personaggi concreti, litigiosi, vanitosi, faziosi e politicamente attivi. Tengono assemblee, negoziano, mentono, proteggono i propri favoriti e sabotano quelli altrui. Atena non è la coscienza traumatizzata di Ulisse: è la sua alleata operativa. Lo traveste, gli procura aiuti, manipola gli incontri e organizza il ritorno quasi come un ufficiale dei servizi segreti.

Nel film, invece, Atena appare soprattutto come una visione accusatoria, quasi una materializzazione della colpa di Ulisse.

Poseidone diventa il mare, la tempesta e una volontà riferita da altri, più che un personaggio dotato di intenzioni proprie.

Zeus, infine, viene praticamente ridotto al tuono: il segnale cinematografico standard con cui si suggerisce che «forse esiste qualcosa lassù».

Ma Zeus, a quel punto, potrebbe essere tranquillamente il riscaldamento globale. Basta che produca tuoni, cattivo tempo e danni. Il risultato narrativo è identico. Insomma, siccome ormai nemmeno il Papa sta particolarmente simpatico ai MAGA, ecco servita una spruzzata di Woody Allen: la religione trasformata in psicanalisi invadente.

Hai visto Mamma nuda? Nessun problema: quella era Madre Natura. Sentiti meglio e fatti la tua sega.

Nolan mantiene volutamente il dubbio sul fatto che gli dèi esistano davvero. E si può tranquillamente arrivare alla fine del film con l’impressione che egli stesso non creda affatto agli dèi che ha messo in scena. Sel resto, se ci fossero stati gli Dei, per l'americano medio diventava Fantasy (sono vagamente scompartimentati) e allora ci volevano gli elfi. E i nani.

Il problema non è semplicemente la scarsa fedeltà all’originale. Omero si può reinterpretare quanto si vuole. Il problema è che Nolan sostituisce una cosmologia molto particolare, complessa e politicamente instabile con qualcosa di assai più ordinario e già visto.

Gli dèi non sono esseri esterni. Sono trauma, rimorso, superstizione e maltempo.

È una soluzione molto moderna, certamente, ma anche terribilmente prevedibile. E soprattutto impoverisce la storia, perché nell’originale il conflitto non è soltanto Ulisse contro la natura, oppure Ulisse contro se stesso.

È un uomo intelligentissimo intrappolato in una rete di potenze immortali, ciascuna dotata di interessi propri, alleanze, rancori, favoriti e antipatie. E MILF.

In Omero gli dèi rendono il mondo politicamente instabile.

Nel film lo rendono soltanto psicologicamente cupo.

Nell’Odissea, gli dèi non sono semplicemente personaggi molto potenti. Sono le forze fondamentali che regolano il destino e l’universo. Il mare non è soltanto acqua, la guerra non è soltanto violenza, l’intelligenza non è soltanto una qualità individuale: ogni cosa appartiene a una struttura cosmica viva, dotata di volontà, interessi e conflitti.

Nel film, invece, queste potenze vengono ridotte ai Grandi Vigili Urbani della Sfiga.

Non governano davvero il cosmo: dirigono il traffico della vostra sfortuna.

Non determinano il destino: vi fanno perdere la coincidenza. Non incarnano le forze profonde dell’universo: compaiono per comunicarvi che oggi il mare è agitato, il cielo è nervoso e Atena è delusa da voi. Le previsioni della sfiga sono offerte da Olimpo Inc.

È una riduzione impressionante. Da potenze cosmiche, politiche e metafisiche diventano una piccola amministrazione comunale dell’avversità.


Perché piace tanto agli americani?

Perché hanno pagato l’esperienza premium — i formati premium hanno prodotto, pare, più della metà dell’incasso nordamericano — e il film è stracolmo di effetti spettacolari, panorami monumentali ed espedienti da tour operator.

Ci sono persone piccolissime davanti a coste smisurate, grotte, scogliere, cieli enormi, mari neri e tramonti da dépliant. Una quantità di immagini che probabilmente farà visitare la Grecia un pochino di più, anche se il film è stato girato anche in Italia, Marocco, Islanda e Scozia. Non importa: nel cinema americano tutto il Mediterraneo diventa rapidamente «Grecia antica», allo stesso modo in cui qualsiasi montagna con della neve può diventare la Russia.

Di «incredibilmente bello», secondo me, non c’è quasi nulla, almeno non nel senso di profondo, originale o emotivamente irresistibile.

C’è invece parecchio di impressionante.

E le due cose vengono continuamente confuse.

Quello che il film fa oggettivamente molto bene è soprattutto la scala fisica. Navi, coste, grotte, tempeste, masse di uomini e paesaggi sembrano occupare davvero uno spazio. Nolan ha girato in numerose località autentiche, con grandi scenografie, moltissime comparse ed effetti pratici; inoltre, il film è stato girato interamente con cineprese IMAX. Sullo schermo enorme, l’immagine acquista quindi una presenza fisica rara nel cinema contemporaneo.

È probabilmente questo che molti spettatori descrivono come «bellezza».

Del resto, hanno pagato il supplemento. Dunque pretendono di aver visto qualcosa di bello.

La fotografia monumentale costruisce molte inquadrature come quadri: corpi minuscoli davanti al mare, rocce nere, cieli smisurati, interni illuminati quasi soltanto dal fuoco. Non sono necessariamente immagini nuove, ma sono realizzate con una precisione tecnica enorme.

È la versione cinematografica di un resort di lusso: magari non sapete esattamente perché vi piaccia, ma il prezzo della camera vi suggerisce con grande fermezza che dovrebbe piacervi moltissimo.

Poi ci sono alcune sequenze di orrore mitologico. Il film funziona meglio quando smette di cercare di «spiegare» il mito e si limita a mostrare qualcosa di sproporzionato, mostruoso e quasi incomprensibile. In quei momenti, almeno, Nolan sembra ricordarsi che il mito non è semplicemente un film d’azione al quale abbiano dimenticato di distribuire le pistole.

E infine c’è la sensazione dell’evento cinematografico.

Il film è stato concepito e distribuito per convincervi che lo schermo enorme, il volume, la pellicola e il formato IMAX non siano semplicemente modalità di proiezione, ma parti essenziali dell’opera. E ha funzionato: l’IMAX da solo ha prodotto decine di milioni di dollari nel fine settimana d’apertura, mentre l’insieme dei formati premium ha generato il 53 per cento dell’incasso nordamericano.

Non avete comprato soltanto un biglietto.

Avete comprato un’esperienza.

E quando qualcuno paga parecchio per un’esperienza, difficilmente esce dalla sala dichiarando di aver acquistato tre ore di rumore e fotografie da agenzia turistica.

Dimentichiamo però una cosa piuttosto importante: l’Odissea è anche un poema.

Anzi, prima di diventare proprietà intellettuale della Universal e dimostrazione tecnica delle cineprese IMAX, era principalmente un poema.

Ed è certamente possibile realizzare un film poetico. Il problema è che diventa molto difficile farlo negli Stati Uniti, dove una parte consistente del pubblico considera la poesia una forma di rap noioso oppure, nel migliore dei casi, il genere di frase da fortune cookie che si scrive sul biglietto di San Valentino.

E comunque, ormai, per il biglietto di San Valentino esiste certamente un sito web che genera la poesia con l’intelligenza artificiale.

Quindi possiamo eliminare anche l’ultimo poeta.

Il film, in sostanza, prende un poema e lo trasforma in un’esperienza premium. Toglie il ritmo, il linguaggio, l’ambiguità, la memoria e la stratificazione culturale, e li sostituisce con paesaggi, volume, muscoli e tempeste.

Poi vi fa pagare il sovrapprezzo per guardarli molto grandi.

Hanno fatto una caponata con gli ingredienti del Big Mac, l’hanno servita su uno schermo di venti metri e hanno chiamato il risultato «cinema».




Perché piace alla critica italiana?

Perché svolge la stessa funzione che, per i seguaci di certa patasinistra, svolgeva Il Maestro e Margherita: un libro noioso da usare per sembrare colti.

Non necessariamente da leggere, sia chiaro. Da tenere sotto il braccio.

È un oggetto di segnalazione culturale. Serve a comunicare che voi siete persone profonde, sensibili e istruite, anche quando nessuno vi ha chiesto niente e, soprattutto, anche quando dell’opera non avete capito quasi nulla.

Se siete seduti a una lunga tavolata e volete stanare quelli — e soprattutto quelle — che hanno fatto il Liceo Classico, il procedimento è semplicissimo. (io NON ho fatto il liceo classico)

Aspettate che passi la cameriera più scronda, guardatela con aria ispirata e dite: «Rhododáktylos Ēṓs».

Improvvisamente, da ogni angolo della tavolata, si leveranno delle voci:

«Ma hai fatto anche tu il Classicoooooo?»

La cameriera scronda , nel frattempo, potrebbe rispondervi che vi aspetta alla fine del turno facendo schioccare un tanga che era il tirante di una tenda per il circo. Ma con grazia.

Oppure vi dira' che è sposata con un Calogero il facocero.

Geloso.

Si tratta, cioè, di un’opportunità impareggiabile per quella precisa categoria antropologica composta da “coloro che hanno fatto il Liceo Classico”: l’opportunità di farvelo sapere.

Perché aver fatto il Classico non è semplicemente un dato biografico, come aver partecipato alle selezioni dello Zecchino d'Oro o essersi rotti il femore nel 1997. È un titolo nobiliare, un’appartenenza iniziatica, una qualità dell’anima che dev’essere comunicata agli altri entro i primi quindici minuti di conversazione.

Áristoi pántōn.

I migliori fra tutti.

Quindi adesso assisteremo a un fenomeno curioso.

Fino a ieri erano tutti epidemiologi, virologi, strateghi militari, esperti di legittima difesa nelle gioiellerie o di qualsiasi altra cosa fosse passata, per quarantotto ore, nei titoli dei giornali.

Adesso avranno tutti letto l’Odissea.

Tutti.

Non importa che l’ultima volta in cui l’abbiano aperta fosse al ginnasio, sotto minaccia di interrogazione, e che da allora ne ricordino soltanto il cavallo di Troia — che peraltro nell’Odissea occupa pochissimo spazio —, il Ciclope e forse le sirene. Adesso l’hanno letta. La conoscono. La interpretano. Vi spiegano che Nolan ha «attualizzato il mito», che Ulisse è «l’uomo contemporaneo» e che gli dèi «rappresentano i suoi traumi».

Hanno finalmente richiuso Il Maestro e Margherita.

E hanno aperto l’Odissea.

La quale, oltre a fornire alla critica italiana un nuovo oggetto da tenere metaforicamente sotto il braccio, ha offerto finalmente uno sfogo anche a quelli del Liceo Classico: dopo anni passati a dissimulare, possono tornare a pronunciare nomi greci durante la cena e a informarvi, entro il secondo antipasto, che loro hanno fatto il Classico.

Áristoi pántōn.

I migliori fra tutti.




Sia chiaro: avere letto l’Odissea non cambia nulla.

Per capire davvero l’Odissea occorre, come minimo, un dottorato in filologia classica, storia greca, religioni antiche o qualcosa di altrettanto impegnativo. Potete leggerla, naturalmente. Potete dire che vi piace, che non vi piace, che vi annoia, che non ci vivreste e tutto quanto.

Ma «capirla», nel senso di grokkarla secondo la semantica di Heinlein, è una cosa completamente diversa.

Significa entrare in una società, in una religione, in una concezione dell’uomo e del destino che non sono le nostre. Significa capire che cosa rappresentassero davvero gli dèi, il mare, l’ospitalità, la vendetta, la regalità, la parola data, la famiglia, la guerra e il ritorno. Non basta aver seguito la trama e ricordarsi del Ciclope.

Ma questi sono gli stessi tronfi imbecilli che venivano a spiegarvi il Diavolo nel Maestro e Margherita senza avere la minima idea di che cosa fosse il Diavolo nel mondo slavo.

Cosa per la quale servirebbe almeno un dottorato in slavistica, una discreta conoscenza della storia religiosa russa e la capacità di leggere la Vita dell’arciprete Avvakum nella sua lingua seicentesca, un impasto feroce di slavo ecclesiastico e russo vernacolare antico.

Loro, invece, avevano letto Bulgakov in traduzione economica durante una vacanza a Palinuro.

E quindi sapevano tutto.

Diciamo che, per una persona comune, è perfettamente possibile leggere l’Odissea e ricavarne una qualche forma di Gestalt: un’impressione complessiva, un’immagine del mondo, una comprensione magari incompleta ma non per questo falsa.

Se la rileggete dieci volte, a distanza di anni, vi sembrerà ogni volta un libro diverso. Vedrete cose che prima non avevate visto, ne perderete altre, e attribuirete un’importanza completamente nuova a episodi che, durante la lettura precedente, vi erano sembrati secondari.

Ma questo è tipico di ogni grande opera.

Succede con l’Odissea, succede con Straniero in terra straniera e succede persino con L’albero delle zoccole, con Milli D’Abbraccio.

La differenza è che una grande opera può offrirvi qualcosa a ogni lettura senza per questo diventare interamente vostra. Potete averne una percezione, una lettura, persino un’interpretazione intelligente.

Quello che non potete fare è leggerla una volta, magari in traduzione, e presentarvi il giorno dopo come amministratori delegati del suo significato.

Anche per il fatto che non ha un solo significato.


In definitiva, considero l’Odissea di Nolan il solito insulto americano rivolto a tutto ciò che non è americano.

Il messaggio, in fondo, è sempre lo stesso:

«Noi non vogliamo capire. Vogliamo soltanto consumare.»

Consumare il mito, consumare la cultura, consumare la poesia, consumare perfino gli dèi. Purché tutto venga prima semplificato, americanizzato, ricoperto di muscoli, rumore, trauma e immagini da esperienza premium.

E, onestamente, non vedo perché dovreste andare al cinema per farvi insultare.

A meno che non abbiate fatto il classico.

Io no.

Ma ho anche dei difetti.

Ah, giusto, bisogna dare la recensione:

Film: 4+. 5 con l’IMAX, perché anche una colonscopia, proiettata su uno schermo di venti metri con il Dolby Atmos, acquista una certa solennità.

Fotografia di Hoyte van Hoytema: 8. 10 sulla scala del Club Med.

Trama: 3—. Ricorda vagamente un libro che ho già letto, ma non saprei dire con precisione quale.

Matt Damon nel ruolo di Ulisse: ditegli che il colonnello Trautman lo sta cercando. Voto: 4.

Zendaya: l’attrice perfetta quando occorre interpretare il ruolo di Zendaya. 8 quando fa Zendaya; 4— quando fa Atena.

Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Charlize Theron e tutti gli altri: c’erano. Ed erano tanti. Questo dannato overtourism deve finire.






Prima di concludere, conviene tradurre il giudizio nell’italiano specificamente destinato a coloro che hanno frequentato il Liceo Classico, vale a dire in una lingua nella quale termini come teleologia, immanenza, trascendenza, orizzonte assiologico e ricomposizione identitaria vengono impiegati anche per ordinare una pizza.

Il problema del film, in fondo, è squisitamente teleologico.

Nell’Odissea, Itaca non costituisce una semplice destinazione geografica né il termine materiale di un itinerario. È il télos verso il quale convergono il destino di Ulisse, la sua identità, la continuità della sua stirpe, la ricomposizione dell’ordine familiare e il ripristino dell’assetto politico che la sua assenza ha disarticolato.

Il nóstos, dunque, non consiste banalmente nel trasferimento di un soggetto da un punto A a un punto B.

È un processo di reintegrazione ontologica.

Ulisse non deve soltanto tornare a Itaca: deve tornare a coincidere con Ulisse. Deve recuperare il proprio nome, la propria funzione regale, la propria posizione nella casa, nella genealogia e nell’ordine cosmico. Il ritorno è contemporaneamente geografico, politico, familiare, simbolico e identitario.

Nel film, invece, questa complessa tensione teleologica viene degradata a finalismo operativo.

Itaca diventa un obiettivo.

Esiste una missione, esistono degli ostacoli, il protagonista mobilita le proprie risorse adattive, neutralizza le criticità, ottimizza la propria capacità di sopravvivenza e raggiunge il risultato previsto.

È la teleologia del boot camp, del management strategico e del cinema d’azione americano: definizione dell’obiettivo, superamento delle avversità, esecuzione del piano, conseguimento del risultato.

Il nóstos viene così ridotto a una procedura.

Ulisse non ricompone il proprio posto nel mondo, non ristabilisce l’ordine infranto e non recupera la propria identità all’interno di una cosmologia.

Completa la missione.

Come un qualsiasi space marine di Doom.

IDDQD, IDKFA.

Uriel Fanelli


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