Das Böse Büro

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Le allucinazioni di Rampini.

Che la stampa italiana voglia far entrare il paese in una situazione culturale molto MAGA, lo scrivo da tempo, Lo dissi quando Rampini comincio' a leggere gli articoli di Breitbart sul Corriere, e lo ripeto ora che continua, ormai continuamente, a ripetere tutto quel che legge sia su Breitbart che sulla Fox. E siccome gli USA vivono in una specie di gigantesca allucinazione collettiva, Rampini – che vive negli USA – e' un buon mezzo per capire la cultura americana, e le sue allucinazioni.

Cominciamo dall'inizio. Cosa dice la riforma?

Ecco una versione completa e coerente, distinguendo le due riforme.

La riforma pensionistica tedesca porta il sistema, nel suo complesso, più vicino a un modello scandinavo che a quello statunitense. Per capirlo, però, bisogna separare due interventi distinti: la trasformazione della pensione pubblica e la riforma della previdenza privata che sostituisce la Riester-Rente, che era gia' privata.

Che cosa succede alla pensione pubblica

La normale pensione pubblica tedesca, la gesetzliche Rentenversicherung, continua innanzitutto a esistere come sistema a ripartizione. Ciò significa che i contributi versati oggi dai lavoratori e dai datori di lavoro servono principalmente a pagare le pensioni di chi è già in pensione.

La riforma non intende sostituire questo sistema con fondi pensione privati. Intende invece affiancargli una seconda componente, finanziata a capitalizzazione.

Secondo le proposte presentate dalla Commissione pensionistica nel giugno 2026, tutti i lavoratori soggetti all’assicurazione pensionistica pubblica verserebbero un contributo aggiuntivo pari complessivamente al 2% del salario lordo. Il contributo sarebbe diviso in parti uguali tra lavoratore e datore di lavoro.

Questo denaro non verrebbe utilizzato immediatamente per pagare le pensioni correnti. Sarebbe investito sui mercati finanziari e accumulato nel tempo, così da produrre una pensione aggiuntiva per il lavoratore.

La caratteristica decisiva è che questa nuova componente resterebbe dentro la pensione pubblica. Non sarebbe un contratto che il singolo lavoratore deve andare a comprare presso una banca o un’assicurazione; sarebbe una forma obbligatoria e collettivamente organizzata di capitalizzazione.

Il governo e il Ministero del Lavoro definiscono esplicitamente questa soluzione una pensione a capitalizzazione costruita sul modello svedese. La pensione pubblica tedesca diventerebbe quindi composta da due elementi:

  1. la pensione tradizionale a ripartizione;
  2. una pensione aggiuntiva fondata su capitale investito.

La riforma propone anche di allargare progressivamente la platea della pensione pubblica. Dovrebbero entrarvi categorie oggi esterne o solo parzialmente comprese, a partire dai nuovi lavoratori autonomi non coperti da altri sistemi obbligatori e dai parlamentari. Le modifiche dovrebbero inoltre essere trasferite in maniera equivalente al sistema pensionistico dei dipendenti pubblici.

La direzione, quindi, non è quella di restringere la pensione collettiva e lasciare ciascun lavoratore responsabile del proprio fondo. Al contrario, si cerca di creare una copertura più universale, aggiungendo però al sistema pubblico una quota investita sui mercati.

Questa parte della riforma è chiaramente scandinava: partecipazione obbligatoria, contributi del lavoratore e del datore, gestione collettiva, ampia copertura e mantenimento di una pensione pubblica centrale. (BMAS)

Che cosa succede alla previdenza privata

Separatamente, la Germania ha già approvato la riforma della previdenza pensionistica privata sovvenzionata dallo Stato. Questa entrerà concretamente in funzione dal 1º gennaio 2027.

La previdenza privata esisteva già attraverso la Riester-Rente. Il lavoratore stipulava volontariamente un contratto con una banca, un’assicurazione o una società finanziaria, versava contributi propri e riceveva incentivi fiscali e contributi statali.

La Riester-Rente era dunque già privata, individuale e volontaria. La nuova riforma non privatizza qualcosa che prima era pubblico: sostituisce un tipo di prodotto privato con un altro tipo di prodotto privato.

Il problema della Riester non era la sua appartenenza formale al settore privato, ma il modo in cui era costruita. Molti contratti erano assicurativi, costosi, difficili da comprendere e gravati da commissioni. La garanzia di recuperare almeno i contributi versati obbligava inoltre i gestori a investire in maniera molto prudente, riducendo le possibilità di rendimento.

Il nuovo sistema introduce invece l’Altersvorsorgedepot, cioè un deposito pensionistico individuale nel quale il risparmiatore può detenere fondi ed ETF.

Il nuovo deposito dovrebbe essere:

  • più semplice;
  • meno costoso;
  • più trasparente;
  • più flessibile;
  • maggiormente investito nei mercati azionari;
  • disponibile anche senza una garanzia integrale del capitale.

Chi desidera maggiore sicurezza potrà comunque scegliere prodotti con garanzie. Chi accetta oscillazioni e rischi maggiori potrà invece privilegiare strumenti con rendimenti potenzialmente superiori.

La riforma prevede anche un prodotto standard con costi regolamentati, destinato alle persone che non vogliono o non sanno scegliere autonomamente tra molti fondi. I contratti Riester già esistenti non vengono automaticamente cancellati: potranno essere mantenuti oppure, secondo le condizioni previste, trasferiti nella nuova struttura.

Tuttavia non si tratta ancora di un' americanizzazione del sistema. La nuova previdenza privata continua a essere:

  • integrativa rispetto alla pensione pubblica;
  • regolamentata dallo Stato;
  • sovvenzionata con contributi e vantaggi fiscali;
  • accompagnata da un prodotto standard;
  • volontaria.

Ma ripeto, questa forma di integrazione esisteva gia' , ed era gia' privata. Aumenta il portafoglio di enti su cui investire, che ora comprenderanno sia depositi assicurativi che depositi di broker bancari verso il mondo della borsa. Ma c'e' sempre un intermediario certificato e regolato, anziche' il famoso e infame 401k americano.



La Riester-Rente era — ed è tuttora per i contratti esistenti — una pensione privata volontaria sovvenzionata dallo Stato tedesco, introdotta nel 2002 e chiamata così dal ministro del Lavoro Walter Riester. L’idea era questa:

la pensione pubblica futura sarà meno generosa; quindi il lavoratore versa volontariamente denaro in un prodotto privato e lo Stato lo incentiva con contributi e vantaggi fiscali.

Non era dunque una parte della normale gesetzliche Rente, ma un’aggiunta privata.

Come funzionava

Il lavoratore stipulava un contratto certificato con una banca, un’assicurazione o un fondo. Poteva trattarsi di:

  • assicurazione pensionistica;
  • piano di investimento in fondi;
  • piano di risparmio bancario;
  • oppure Wohn-Riester, usando il capitale per acquistare o finanziare la casa.

Per ricevere tutti gli incentivi occorreva versare complessivamente circa il 4% del reddito lordo dell’anno precedente, entro il limite di 2.100 euro annui, sottraendo da tale cifra i contributi statali. Lo Stato aggiungeva:

  • 175 euro l’anno di contributo base;
  • una maggiorazione per ciascun figlio, normalmente 300 euro per i figli nati dal 2008;
  • eventuali ulteriori risparmi fiscali, soprattutto per chi aveva un reddito medio-alto.

Esempio semplificato: una lavoratrice con due figli poteva ricevere 175 + 300 + 300 = 775 euro l’anno dallo Stato, purché versasse abbastanza da raggiungere il contributo minimo richiesto.

In cambio, il denaro era molto vincolato

Il capitale era destinato alla pensione. Di norma:

  • non potevi ritirarlo liberamente prima;
  • alla pensione potevi prenderne subito solo una parte, normalmente fino al 30%;
  • il resto doveva produrre una rendita;
  • la rendita era tassata quando veniva pagata;
  • cancellando anticipatamente il contratto, generalmente dovevi restituire contributi statali e vantaggi fiscali.

Il prodotto aveva inoltre una garanzia: all’inizio della pensione l’operatore doveva rendere disponibili almeno i contributi versati e gli incentivi statali ricevuti. Questa garanzia sembrava rassicurante, ma costringeva gli operatori a investire prudentemente e rendeva difficile ottenere buoni rendimenti.



Adesso arrivano le allucinazioni americane. Che sono, certo, quelle di Trump, ma in realtà appartengono un po’ a ogni americano. Per gli americani, lo schema mentale di base è più o meno questo: Stato → comunismo; privato → America.

E quindi diventa facilissimo vendere loro la nuova riforma pensionistica tedesca come un passo verso il modello americano, semplicemente perché dentro la riforma compaiono fondi, investimenti, risparmio individuale e una componente privata più visibile. Non serve a nulla spiegare che la direzione reale è molto più vicina ai modelli scandinavi, nei quali il capitale privato viene usato come strumento dentro un’architettura pubblica, regolata, obbligatoria e socialdemocratica.

Non serve nemmeno ricordare che, nei sistemi scandinavi, il mercato non sostituisce lo Stato: viene arruolato dallo Stato. I fondi non esistono per lasciare il cittadino solo davanti alla Borsa, ma per sostenere un sistema collettivo, sottoposto a regole, garanzie, vincoli e obiettivi politici molto precisi. La componente privata non nasce dall’idea americana secondo cui ciascuno si arrangia con il proprio conto pensionistico, e chi ha investito male può accomodarsi sotto un ponte. Nasce dall’idea opposta: usare anche i rendimenti finanziari per rendere più solido un sistema universale.

Ma questa distinzione, nella testa americana, tende a evaporare immediatamente.

Appena scrivi la parola “privato”, gli americani si sentono chiamati in causa. Vedono una società finanziaria, un fondo pensione, un conto individuale o un investimento azionario e decidono che, in qualche modo, quella roba deve essere americana. Poco importa chi abbia costruito il sistema, chi lo controlli, chi stabilisca le regole, chi copra i rischi e quale sia il suo scopo finale.

Per loro, se compare il mercato, allora compare l’America. Anche quando il mercato viene usato esattamente nel modo in cui la cultura politica americana detesta di più: come componente subordinata di un progetto pubblico, collettivo e dichiaratamente socialdemocratico.

E Rampini ormai ha il cervello bruciato americano.



Ma il punto non è stabilire se Rampini abbia capito oppure no la riforma pensionistica tedesca. Anche perché non si capisce bene per quale motivo uno che vive a New York dovrebbe saperne qualcosa, specialmente considerando che non parla una parola di tedesco. (Suggerimento: perché lo ha letto su Breitbart.)

Il problema vero, semmai, è chiedersi per quale motivo i giornali italiani siano diventati una cassa di risonanza del mondo MAGA. Non soltanto una fonte occasionale di citazioni, ma una vera e propria camera di amplificazione: prendono categorie politiche americane, ossessioni americane, guerre culturali americane, e le importano in Italia come se fossero una descrizione naturale della realtà.

Repubblica, per esempio, anche quando apparteneva ancora al gruppo GEDI e si vantava — ma si vantava e basta — di essere “a sinistra”, ha praticamente creato da sola il fenomeno Vannacci. Lo ha trasformato in un personaggio nazionale, gli ha offerto visibilità, polemiche, interviste, repliche, indignazione e quindi, inevitabilmente, centralità politica. E continua a spingerlo ancora oggi.

Ma va bene: oggi si può dire che la proprietà di Repubblica sia politicamente compatibile con il mondo MAGA, o quantomeno molto più vicina a quell’ambiente di quanto ami dichiarare. Il problema è il prima.

Prima come si giustificava tutto questo?

La risposta più semplice sarebbe dire che gli Agnelli-Elkann fossero già MAGA. Ma allora bisognerebbe ammettere che la presunta identità progressista del giornale era soltanto una decorazione editoriale: un marchio, un posizionamento commerciale, una maniera di vendere al proprio pubblico l’idea di appartenere ancora a una certa sinistra.

Perché se per anni costruisci, promuovi e amplifichi personaggi, linguaggi e conflitti che appartengono alla destra radicale, non basta continuare a definirti progressista per diventarlo. A un certo punto conta quello che fai, non il bollino che metti in prima pagina.



Il secondo punto è: come mai la sinistra italiana si accorge che tutta la stampa sta diventando MAGA, e non dice nulla?

La risposta, temo, è molto semplice: perché in quel paesaggio culturale si sente perfettamente a proprio agio.

Quando sei diventato un pezzo di “liberal” americano trapiantato in Italia e conficcato sui coglioni della popolazione, è inevitabile che tu preferisca uno scenario politico americanizzato. Anche quando quello scenario si sposta verso destra. Anche quando diventa apertamente MAGA. Perché, in fin dei conti, il terreno culturale resta lo stesso: guerre identitarie, minoranze trasformate in segmenti elettorali, politica ridotta a linguaggio, rappresentazione, costume, appartenenza simbolica e indignazione permanente.

Il liberal americano e il MAGA americano si odiano, certo. Ma si odiano all’interno dello stesso universo mentale. Condividono le stesse ossessioni, gli stessi temi, lo stesso modo di concepire il conflitto politico e persino la stessa idea di società: un insieme di individui e gruppi in competizione, ciascuno impegnato a rivendicare riconoscimento, visibilità, diritti o supremazia.

Per questo una sinistra italiana americanizzata può tollerare molto più facilmente la cultura MAGA di quanto possa tollerare una sinistra europea lavorista.

Con MAGA può litigare sul razzismo, sull’aborto, sui pronomi, sull’immigrazione, sulle università, sulla rappresentazione nei film e su quale gruppo abbia diritto di sentirsi offeso. È un conflitto che conosce, per il quale possiede già il vocabolario, gli automatismi e le liturgie.

Una sinistra lavorista, invece, porrebbe domande molto più spiacevoli. Chiederebbe chi possiede le aziende, chi decide i salari, chi controlla le case, chi si appropria della produttività, chi paga le crisi e perché il lavoro sia diventato sempre più povero mentre i patrimoni crescono. Chiederebbe perché un infermiere, un operaio, un insegnante o un tecnico debbano lavorare una vita intera per scoprire di non potersi permettere né una casa né una pensione dignitosa.

E queste sono domande alle quali il liberalismo italiano non vuole rispondere.

Preferisce quindi un avversario MAGA, rumoroso, volgare e culturalmente americano, a un interlocutore europeo che riporti al centro il lavoro, i salari, il welfare, la casa e la redistribuzione. Il primo gli permette di continuare a sentirsi progressista. Il secondo gli ricorderebbe che ha smesso di essere di sinistra da parecchio tempo.

In altre parole, la sinistra italiana non protesta contro l’americanizzazione della stampa perché quella americanizzazione è anche casa sua. Può disprezzare Trump, può scandalizzarsi per Breitbart, può indignarsi per Musk e per Vance, ma il mondo nel quale costoro si muovono è ormai anche il suo.

E tra vivere in un’America culturale dominata da MAGA e tornare in un’Europa che chiede disperatamente una sinistra lavorista, preferisce ancora l’America. Anche a costo di perderla.




Le allucinazioni di Rampini, quindi, che riesce a vedere l’America persino in Svezia e in Norvegia, soltanto perché in quei paesi esistono anche fondi pensione o assicurativi privati, non devono stupire più di tanto.

Stiamo parlando di alcuni fra i paesi più socialdemocratici del mondo, dove il privato non sostituisce lo Stato, ma opera dentro un’architettura pubblica, obbligatoria, regolata e costruita precisamente per impedire che il cittadino venga lasciato solo davanti al mercato. Ma basta trovare la parola “privato” e, nella testa di Rampini, compare immediatamente l’America.

È il riflesso condizionato di chi non riesce più a distinguere uno strumento dalla cultura politica che lo adopera.

Rampini, del resto, ha più l’età di Trump che quella di un giovane italiano, quindi non c’è molto da stupirsi. Ed è abbastanza chiaro che una popolazione che invecchia finirà inevitabilmente per produrre idee sempre più retrograde, spacciandole ogni volta per buonsenso, realismo o ritorno all’ordine.

Di questo passo, presto persino le idee di Feudalesimo e Libertà smetteranno di sembrare comiche. Verranno presentate come proposte moderate, pragmatiche e perfettamente compatibili con la modernità.

Il problema, semmai, non è Rampini.

Il problema è una sinistra che ha deciso di fare la “liberal” americana, cioè di dire e fare soltanto americanate, e che quindi si trova perfettamente a proprio agio quando tutto lo scenario politico italiano diventa uno scenario americano, surreale e allucinatorio.

Uno scenario nel quale i partiti si affrontano per risolvere problemi americani: le drag queen nelle scuole, il woke nelle università, l’intersezionalismo, i pronomi, la cancel culture e tutte le altre importazioni stagionali prodotte dall’industria culturale degli Stati Uniti.

Il tutto mentre vivono in un paese reale nel quale non esiste neppure un serio corso di educazione sessuale nelle scuole, le università sono sottofinanziate, i giovani emigrano, le famiglie non riescono a pagare gli affitti e il problema principale delle persone non è la discriminazione simbolica, ma lo stipendio.

Non che la discriminazione non esista. Ma bisogna possedere un talento particolare per il provincialismo per vivere in un paese nel quale milioni di persone hanno salari troppo bassi, pensioni incerte, servizi pubblici in declino e nessuna prospettiva abitativa, e convincersi che il grande conflitto storico del momento sia quello fra woke e MAGA.

Eppure questo è il gioco americano che hanno scelto: WOKE contro MAGA.

Ed è tutto quello che quei provinciali modaioli senza cervello sanno fare, hanno sempre saputo fare e, temo, continueranno a fare. Prendere una moda politica anglosassone, importarla con qualche anno di ritardo, tradurla male e presentarla come il grande dibattito del nostro tempo.

Non importa se i problemi sono diversi, se la struttura sociale è diversa, se la storia è diversa e se persino le istituzioni sono diverse. L’importante è imitare gli anglosassoni.

Ricordate?

“Buonasera, sono Massimo D’Alema. (E vorrei tanto essere Blair).”



Uriel Fanelli


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