Lagne decennali.
Ogni volta che sento il solito governante lamentarsi perché “i magistrati ce l’hanno con lui”, non perdo tempo a farmi prendere dal dibattito sulla separazione dei poteri, sulla politicizzazione delle toghe o su tutte le altre minchiate con cui si trastullano i dotti. Semmai mi pongo una domanda molto più semplice: ma si sono accorti di essere al governo?
Prendete il Berlusconi della situazione, con tutte le inchieste sulle sue orge di corte, i festini a base di “cene eleganti” e il caso Ruby, che all’epoca pare fosse ancora minorenne. All’apparenza sembrava davvero che la magistratura si stesse accanendo contro di lui, violando il segreto istruttorio e passando ai giornalisti i dettagli più piccanti, un colpo dopo l’altro, come in una serie TV a puntate.
Ma… c’è un ma.
Berlusconi è stato presidente del Consiglio per un totale di 9 anni, mentre Forza Italia è stata al governo, direttamente o in coalizione, per circa 13 anni complessivi. In un universo appena più intelligente di questo, invece di frignare ogni tre per due che le “toghe rosse” ce l’avevano con lui, avrebbe potuto reagire in un modo molto più semplice e brutale: usare il potere che aveva.
Per esempio, avrebbe potuto riformare la legge Merlin e rendere legale la prostituzione, come succede in altri paesi europei, togliendo di colpo il terreno sotto ai piedi all’accusa di sfruttamento della prostituzione.
Allo stesso modo, avrebbe potuto abbassare l’età del consenso sessuale da 18 a 16 anni, allineandosi a quanto previsto altrove in Europa, e rendendo improvvisamente irrilevante l’intero filone Ruby-minorenne.
Con una sola mossa normativa, i magistrati si sarebbero trovati costretti a chiudere tutte quelle inchieste: niente più “prostitute”, niente più “minorenne”, fine della storia.
A quel punto avrebbe potuto limitarsi a fare il dito medio all’intero fronte giudiziario: mutismo e rassegnazione, arrangiatevi con le nuove leggi.
E lo stesso discorso vale per il resto: se sei al governo, fai le leggi, e una riforma fiscale - promessa diverse volte - può far evaporare parecchie contestazioni tributarie.
Penso che a questo punto sia chiaro dove voglio andare a parare.
Certo, nel caso di Berlusconi ci si sarebbe subito attaccati alla retorica delle " solite leggi ad personam”.
Ma, dettaglio che ai puristi della retorica sfugge spesso, nessun articolo della Costituzione italiana vieta leggi che abbiano effetti favorevoli anche su chi le propone, soprattutto se sono in senso garantista e valgono per tutti. I
l problema è che questo argomento funziona solo se puoi dipingere il protagonista come un usurpatore, un abusivo del potere, un corpo estraneo alle “vere” istituzioni. Nel caso del Grande Gombloddo Contro la Meloni, che si lamenta dei giudici troppo buoni con gli stranieri, questa narrazione regge poco: non essendo un’immigrata, è un filo complicato accusarla di essere una straniera ostile allo Stato italiano.
Riferendomi al video che ha pubblicato, il problema è banale e gigantesco allo stesso tempo: la signorina è al governo. Non so se ne sia pienamente consapevole, o se lo viva ancora come un esperimento sociale di lungo periodo, ma se da un po’ di tempo tutti hanno cambiato atteggiamento verso di lei è per un motivo molto semplice: è il presidente del Consiglio.
Incredibile, eh?
Quando sei tu a guidare l’esecutivo, non puoi più parlare del sistema come se fossi un’utente incazzata allo sportello reclami.
Se non le piacciono le leggi e le regole che consentono a un tizio con 23 condanne per reati violenti di stare tranquillamente in giro, invece che in carcere come sarebbe ragionevole aspettarsi, non ha bisogno di girare video indignati: le basta mettere mano al codice penale. È al governo, ha una maggioranza in Parlamento, ha gli strumenti politici e normativi per cambiare le cose nel merito, articolo per articolo, comma per comma. Invece di piagnucolare in video in modalità Calimera Piccola e Nera, potrebbe semplicemente usare il potere che ha: cambiare le leggi, in modo che magistrati e giudici non possano più “fare queste cose che fanno”.
Se non le piace il fatto che la ONG della Rakete venga risarcita per la violazione delle norme di diritto sull'approdo nel porto, puo' fare semplicemente la stessa cosa: cambiare le leggi.
Non sarebbe nemmeno difficilissimo: norma antiterrorismo, se una nave ha bordo gente che viene da luoghi col problema del terrorismo internazionale, allora per poter approdare in porto ha bisogno di aver identificato tutti quelli a bordo, e se sono stranieri occorre che i documenti vengano vidimati dalle autorita' del paese da cui dicono di venire. E' una norma antiterrorismo possibile, sensata, e avrebbe impedito l'approdo della nave , ugualmente. Ma senza passare dalla parte del torto.
E specialmente, senza frignare in un video perche' avendo violato le leggi in vigore, adesso allo stato tocca risarcire la Rakete.
Il vero motivo per il quale la popolazione e' snervata da questo continuo scontro coi giudici e' proprio questo.
Questi signori che frignano sono al potere.
Quando una persona riceve un avviso di garanzia, nella pratica si ritrova davanti un atto dove, nero su bianco, sono indicati gli articoli di legge relativi ai reati ipotizzati a suo carico. A quel punto il concetto è banale: se sei al governo e quei reati, o la cornice edittale che li regola, ti sembrano ingiusti, sproporzionati o grotteschi, hai la possibilità materiale di cambiare la norma, oppure di abolire il reato stesso. Puoi trasformare ciò che oggi vale anni di carcere in una sanzione simbolica – dieci euro e due ave Maria, per capirci – e all’improvviso l’intero impianto accusatorio diventa aria fritta.
Non serve nessuna “battaglia epocale” tra poteri dello Stato, nessuna crociata contro le toghe rosse, nessun infinito lamento televisivo sul gombloddo dei giudici malvagi. Se sei al governo, non sei una vittima del quadro normativo: sei, almeno in teoria, uno di quelli che il quadro normativo lo possono ridisegnare. È più che sufficiente cambiare le leggi che i magistrati sono tenuti ad applicare, perché i magistrati non scelgono i reati: applicano quelli che il legislatore ha scritto, compresi i relativi margini di discrezionalità.
L’esempio delle orge di Berlusconi è perfetto proprio per questo. Se davvero credi che sia tuo diritto – e diritto delle donne coinvolte – prostituirsi liberamente a casa tua, e che la cosa riguardi solo adulti consenzienti, allora il bersaglio non è il PM ma la legge Merlin.
Se ritieni che quella legge sia anacronistica, moralista, ipocrita, non ti metti a piagnucolare davanti alle telecamere: la riscrivi in modo da riconoscere esplicitamente la prostituzione volontaria tra adulti, fissando limiti, tutele, controlli sanitari, tutto quello che vuoi. A quel punto i magistrati si ritrovano con un’arma in meno, e non perché sono diventati improvvisamente buoni, ma perché non hanno più una norma da usare.
Lo stesso vale per l’età del consenso. Se pensi davvero che le norme sulla maggiore età delle ragazze che hanno rapporti sessuali con adulti siano assurde nel caso di diciassettenni “praticamente maggiorenni”, non ti serve evocare la persecuzione giudiziaria: mantieni la maggiore età civile a 18 anni, ma stabilisci che il consenso sessuale pieno scatta, per esempio, a 17.
O a 16, come già succede in buona parte d’Europa, con tutte le cautele del caso per evitare abusi di posizione di potere. In questo scenario, Ruby non è più “minorenne” in senso penalmente rilevante, e l’impianto di accusa si sgonfia da solo, senza bisogno di urlare al plotone di esecuzione mediatico.
Il punto, in estrema sintesi, è che chi governa ha a disposizione una leva potentissima e noiosissima: la normazione. Chi ha il potere di scrivere le leggi e preferisce fare video lacrimevoli contro giudici e magistrati, non è vittima delle toghe: è solo qualcuno che non vuole pagare il prezzo politico di usare davvero il potere che ha.
Qual è questo prezzo, esattamente? Prendiamo il caso che la Meloni ha messo in scena: il tipo con 23 condanne per reati violenti che non è in carcere e non viene rimpatriato. Il buonsenso direbbe che uno con 23 condanne del genere non dovrebbe neanche vedere la strada manco in cartolina, figurarsi passeggiare tranquillo per le nostre città.
Invece di piagnucolare contro i giudici rossi, la signorina Meloni potrebbe benissimo cambiare il codice penale e fissare il principio elementare che, superata una certa soglia di condanne violente, finisci dentro per un bel po’ e da lì non ti muovi. Potrebbe introdurre norme sulla recidiva vera, automatismi di custodia cautelare più rigidi, limiti alla sospensione delle pene: gli strumenti tecnici non mancano, se hai voglia di usarli. Ma qual è il prezzo politico di una scelta del genere?
Il prezzo è che se andiamo a vedere nei ranghi dei giovanottoni di area fascista, uno con dieci, cinque o anche solo una condanna per reati violenti lo trovi praticamente in ogni sezione. In certi ambienti di FdI, un profilo con qualche pestaggio, una rissa, una minaccia aggravata, una bella collezione di DASPO e fogli di via non è un incidente di percorso: è quasi un titolo di merito. Una legge che manda in galera in modo serio chi accumula reati violenti non colpisce solo il “mostro” straniero del video: spazzerebbe via mezza fauna delle sezioni giovanili del partito.
Questo è il prezzo politico: se fai davvero una norma dura contro la violenza, la devi applicare anche ai tuoi. Le leggi sono astratte e generali. E allora, invece di usare il potere legislativo per ripulire il sistema, è molto più comodo usare il caso di cronaca come scenetta emotiva, prendersela con giudici e magistrati e continuare a fare finta che il problema sia sempre qualcun altro.
Ed ecco per quale motivo comincio ad avere le palle piene di aprire i giornali italiani e vedere la stessa lagna da almeno trent’anni. Sempre lo stesso copione: le toghe rosse, i giudici politicizzati, il complotto della magistratura contro il governo di turno, come se chi sta a Palazzo Chigi fosse un povero cristo capitato lì per sbaglio. I nomi cambiano, i partiti pure, ma la sceneggiatura resta identica: chi ha il potere di scrivere le regole preferisce recitare la parte della vittima delle regole.
La presidente Meloni si è accorta di essere al potere? Si è accorta che, volendo, potrebbe cambiare le leggi che i magistrati applicano ogni giorno nelle aule di giustizia? Non parliamo di magie o colpi di Stato, ma del normale lavoro del legislatore: codice penale, procedura, espulsioni, recidiva, criteri di custodia cautelare. Se davvero non le sta bene che un soggetto con 23 condanne per reati violenti sia a piede libero, ha gli strumenti formali per modificare quel quadro normativo, senza bisogno di trasformare ogni caso di cronaca in un comizio contro i giudici.
Oppure sta ancora chiedendosi come mai tutti, perfino al mercato del pesce, la chiamino “presidente”, e no, non c’entra nulla il nuovo taglio di capelli. La chiamano così perché lei oggi è il vertice dell’esecutivo, cioè la persona che ha il potere – e la responsabilità – di cambiare le regole del gioco.
Se continua a comportarsi come se fosse un’osservatrice indignata del sistema, invece che una delle poche persone che potrebbero riscriverlo, il sospetto è che le vada benissimo così: sfogarsi con i magistrati, incassare consenso a buon mercato e lasciare intatto proprio quel sistema che a parole dice di detestare.