Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

La società come formicaio.

Ci sono due componenti del sistema cognitivo umano che, negli ultimi anni, vengono manipolate in maniera criminale. La prima riguarda quelle che, con una definizione forse poco rigorosa ma intuitivamente efficace, chiamerei psicosi di massa. E in questo campo i russi sono esperti: non necessariamente perché siano sempre loro a produrle, ma perché la popolazione russa ha vissuto immersa in una realtà delirante per almeno tre generazioni, durante tutto il periodo comunista, e poi non ne è mai uscita davvero.

Personalmente dubito che riuscirà a farlo in tempi brevi. Non perché esista qualche inesistente malattia mentale iscritta nel DNA dei russi, naturalmente, ma perché ormai il meccanismo si trasmette come se fosse congenito: attraverso la famiglia, la scuola, il linguaggio, il rapporto con l’autorità e la rappresentazione permanente di un mondo esterno ostile.

Chi nasce e cresce dentro una casa russa eredita spesso una struttura cognitiva già deformata dalle generazioni precedenti. I bambini nascono fottuti: non biologicamente, ma perché vengono consegnati, sin dalla nascita, a un ambiente che insegna loro a considerare normale la menzogna, inevitabile la violenza e pericolosa qualsiasi versione della realtà che non provenga dall’autorità.

La seconda operazione di PsyOps attualmente in corso, e forse ancora più criminale, consiste invece nel convincere una parte della popolazione occidentale che il principale problema dell’Occidente sia l’empatia.

Il primo punto da capire è semplice: esistono specie animali fortemente sociali e specie molto meno sociali.

Se prendiamo alcuni individui appartenenti a una specie poco sociale e li confiniamo in uno spazio ristretto, può anche succedere che riescano a convivere. Questo, però, non significa necessariamente che abbiano formato una comunità: significa soltanto che, in quelle condizioni, si tollerano.

Se uno di loro muore o viene ucciso, la reazione degli altri può essere limitata, individuale o puramente difensiva. Non esiste necessariamente un gruppo che interpreti la morte del singolo come un attacco rivolto all’intera comunità.

In una specie fortemente sociale, invece, il singolo non è semplicemente un animale che si trova accanto agli altri. È parte di una struttura fatta di alleanze, gerarchie, cooperazione e dipendenze reciproche.

Se attaccate un lupo appartenente a un branco, quindi, non state necessariamente affrontando soltanto quel lupo: state interferendo con una struttura sociale capace di reagire collettivamente. Se invece uccidete un individuo appartenente a una specie scarsamente sociale, non potete aspettarvi automaticamente che gli altri rischino la vita per vendicarlo.

Detto in maniera meno zoologicamente elegante: agli altri potrebbe non fregare un cazzo.

E questa caratteristica, che noi chiameremmo mancanza di empatia, non è affatto scollegata dalla socievolezza. Ma occorre intendersi su cosa significhi davvero essere una specie sociale. Non basta che molti individui vivano insieme, cooperino o formino una struttura efficiente. Le formiche sono perfettamente organizzate: costruiscono colonie, suddividono il lavoro, allevano la prole, difendono il formicaio e sacrificano il singolo quando serve. Eppure non abbiamo bisogno di attribuire loro empatia per spiegare tutto questo. Il comportamento della colonia può emergere da regole relativamente semplici, segnali chimici, risposte automatiche e meccanismi di auto-organizzazione.

Una colonia può quindi essere organizzata senza essere, nel senso che interessa qui, una società di individui.

La differenza appare quando osserviamo la natura dei rapporti tra i suoi membri. In una struttura organizzata, gli individui possono essere sostituibili: ciò che conta è la funzione che svolgono. In una società, invece, gli individui si riconoscono, formano legami differenti, ricordano le interazioni precedenti e modificano il proprio comportamento in base allo stato “emotivo” e all’identità degli altri.

È a questo livello che cominciano ad apparire i comportamenti che definiamo empatici. Non semplicemente perché aiutano il gruppo a funzionare, ma perché esiste una relazione tra individui: uno percepisce la paura, il dolore o il disagio dell’altro, e quella percezione altera il suo comportamento.

L’empatia, quindi, non è la colla di qualsiasi organizzazione collettiva. È una delle conseguenze possibili di una società composta da individui che intrattengono rapporti personali, riconoscibili e relativamente stabili.

Le formiche possono costruire un formicaio senza provare nulla per la formica che hanno accanto. Un lupo, un elefante o un primate, invece, non vive soltanto in mezzo ai propri simili: vive insieme a individui precisi, con i quali possiede una storia.

Organizzazione e società possono sembrare la stessa cosa, viste da lontano. Ma non appena si esamina la natura dei rapporti tra gli individui, diventano due fenomeni profondamente diversi.

https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3497120/



Qui, però, bisogna chiarire cosa significhi davvero percepire.

Nelle specie sociali, la percezione dello stato altrui passa attraverso segnali: posture, movimenti, espressioni, vocalizzazioni, richiami di allarme, odori, oppure comportamenti associati al dolore, alla paura e all’aggressività. Un individuo osserva o riceve questi segnali e modifica di conseguenza il proprio comportamento.

Ma non tutti i sistemi di comunicazione collettiva sono dello stesso tipo.

Un formicaio funziona soprattutto attraverso segnali chimici, in particolare feromoni, e attraverso risposte relativamente rigide a stimoli locali. La singola formica non deve necessariamente comprendere lo stato di un’altra formica: le basta reagire al segnale. Da questa rete di reazioni elementari emerge un’organizzazione estremamente complessa.

Nelle società dei mammiferi superiori, invece, la percezione tende a diventare qualcosa di diverso: non soltanto la ricezione di uno stimolo, ma l’interpretazione di un segnale all’interno di un linguaggio condiviso.

Quel linguaggio può essere fatto di suoni, posture, espressioni, contatto fisico, odori e sequenze di comportamento. E non appartiene soltanto alla specie in astratto: spesso appartiene anche a quel particolare gruppo, perché viene appreso, raffinato e modificato attraverso la convivenza.

Lo vediamo nei cetacei, che possiedono repertori vocali complessi e, in alcuni casi, veri e propri dialetti di gruppo. Lo vediamo nei cani e nei lupi, nei quali posture, movimenti, vocalizzazioni e odori assumono significato all’interno di una rete stabile di rapporti. E naturalmente lo vediamo negli esseri umani, dove questa capacità raggiunge il massimo sviluppo attraverso il linguaggio simbolico.

La differenza, quindi, non consiste semplicemente nel fatto che un animale emetta un segnale e un altro lo riceva. Consiste nel fatto che quel segnale viene interpretato alla luce di una relazione, di una memoria comune e di un linguaggio condiviso.

Ed è proprio questa interpretazione a rendere possibile la percezione sociale propriamente detta.

A differenza di quanto accade nelle formiche, dove i segnali chimici trasmettono soprattutto un’informazione funzionale — da quella parte c’è del cibo, qui c’è un pericolo, questo percorso va seguito — o, se preferite, alimentano direttamente una funzione di utilità, nei mammiferi superiori la comunicazione trasmette spesso lo stato interno di un individuo.

Non soltanto, quindi, «c’è un pericolo», ma «ho paura». Non soltanto «serve del cibo», ma «ho fame». E ancora: sono sazio, sono ferito, sono aggressivo, sono disposto a giocare oppure voglio essere lasciato in pace.

Da questo stato gli altri individui possono poi inferire la situazione e scegliere la reazione migliore, per sé stessi oppure per il gruppo. La funzione di utilità non scompare: semplicemente, non è più contenuta direttamente nel segnale. Tra il segnale e la risposta compare un passaggio ulteriore, cioè l’interpretazione dello stato dell’altro.



Per «funzione di utilità» non intendo qui il concetto economico, ma quello usato in robotica e nei sistemi autonomi.

Una funzione di utilità è, in sostanza, una regola che assegna un valore ai possibili risultati di un’azione. Il sistema osserva la situazione, valuta le alternative disponibili e sceglie quella che produce il risultato migliore secondo il criterio che gli è stato assegnato.

Un robot aspirapolvere, per esempio, può attribuire un valore positivo alla superficie pulita e valori negativi al consumo di energia, al tempo impiegato, al rischio di urtare un ostacolo o alla possibilità di rimanere bloccato. Non deve comprendere cosa significhi «pulito», né provare soddisfazione quando ha finito: gli basta confrontare i risultati possibili e scegliere l’azione che massimizza la propria funzione di utilità.

Lo stesso principio vale in sistemi molto più complessi, come uno sciame di droni.

Ogni drone può ricevere poche regole locali: mantenere una certa distanza dagli altri, evitare collisioni, non uscire dall’area assegnata, conservare energia, coprire una zona ancora inesplorata, mantenere il collegamento radio oppure seguire il movimento medio dei droni vicini.

Il singolo drone non deve necessariamente possedere una rappresentazione completa dello sciame. Non deve sapere quale sia il piano generale, né comprendere lo stato degli altri droni come farebbe un individuo empatico. Gli basta valutare le azioni disponibili secondo la propria funzione di utilità: spostarsi a destra riduce il rischio di collisione, salire migliora la copertura radio, avanzare aumenta l’area esplorata, rientrare evita di esaurire la batteria.

Dalla combinazione di queste decisioni locali può emergere un comportamento collettivo estremamente ordinato. Lo sciame può distribuirsi nello spazio, circondare un obiettivo, esplorare un territorio o riorganizzarsi quando uno dei droni viene perduto, senza che nessuna macchina debba «capire» le altre.

In un sistema composto da molti agenti, quindi, ciascun individuo può reagire a segnali semplici secondo una funzione di utilità locale. «Qui c’è un ostacolo», «qui la comunicazione è migliore», «questa zona non è ancora coperta», «il drone vicino è troppo vicino». Dall’insieme di queste reazioni può emergere una struttura collettiva molto complessa, senza che nessuno degli agenti debba rappresentarsi lo stato interno degli altri.

È in questo senso che un formicaio può essere perfettamente organizzato senza essere empatico. Ogni formica reagisce a segnali che modificano il valore delle azioni disponibili: seguire una pista, abbandonarla, attaccare, fuggire, trasportare del cibo. L’efficienza della colonia nasce dalla combinazione di queste decisioni locali, non dalla comprensione reciproca degli individui. In una società empatica, invece, il segnale non modifica soltanto la convenienza di un’azione. Trasmette anche qualcosa sullo stato di un altro individuo: ha paura, soffre, è affamato, è tranquillo, è ostile. Chi riceve il segnale deve riconoscere quello stato, interpretarlo e decidere come reagire.

La differenza è quindi questa: in una specie organizzata il segnale entra direttamente nella funzione di utilità; in una specie empatica, tra il segnale e la decisione compare la rappresentazione dello stato dell’altro.

Uno sciame può perdere un drone e riorganizzarsi perfettamente. Ma non lo fa perché agli altri droni dispiaccia.




Un esempio ancora più semplice è quello della freccia a un incrocio.

Quando azionate l’indicatore di direzione, state comunicando agli altri automobilisti quale azione avete deciso di compiere: girare a destra, girare a sinistra oppure cambiare corsia. Non state trasmettendo uno stato interiore. Non state dicendo «ho paura», «sono in difficoltà» oppure «sono irritato». State annunciando una scelta operativa.

Se alla guida ci fosse un robot, descriveremmo quella scelta proprio attraverso una funzione di utilità. Il robot valuta le alternative — proseguire, svoltare, fermarsi, cambiare corsia — attribuisce a ciascuna un valore sulla base della destinazione, del traffico, della sicurezza, del tempo di percorrenza e delle regole stradali, quindi sceglie l’azione che considera migliore.

La freccia comunica agli altri il risultato di quel calcolo: «fra le azioni possibili, quella che ho scelto è svoltare a destra».

Gli altri veicoli non devono sapere perché quella scelta sia conveniente per voi. Non devono conoscere la vostra destinazione, sapere se siete in ritardo o comprendere il vostro stato mentale. Devono soltanto ricevere il segnale, aggiornare la propria valutazione della situazione e scegliere a loro volta l’azione più utile: rallentare, aspettare, lasciare spazio oppure proseguire.

È una comunicazione perfettamente funzionale, capace di coordinare molti individui senza richiedere alcuna empatia. Ogni automobilista segnala l’azione che intende compiere, gli altri incorporano quel segnale nella propria funzione di utilità e il traffico, almeno teoricamente, si organizza.

Una società empatica comunica anche altro. Non soltanto «sto per girare», ma «ho paura», «sto soffrendo», «sono stanco», «ho bisogno di aiuto». Nel primo caso il segnale descrive un’azione prevista; nel secondo rende percepibile lo stato di un individuo.

In realtà, nemmeno nel traffico trasmettiamo sempre e soltanto segnali di utilità, anche se sul confine tra le due cose si potrebbe discutere a lungo.

Un’ambulanza, per esempio, comunica certamente un’informazione funzionale: deve passare, gli altri veicoli devono liberare la strada, il tempo ha un valore critico. Ma insieme comunica anche lo stato di qualcuno: a bordo c’è una persona ferita, malata o comunque in una condizione abbastanza grave da giustificare la sospensione temporanea delle normali regole del traffico.

Lo stesso vale, almeno in parte, per la polizia o per i vigili del fuoco. Il segnale dice che un mezzo deve arrivare rapidamente da qualche parte, ma lascia anche inferire che esista un’emergenza: qualcuno è in pericolo, qualcosa sta bruciando, oppure si è verificato un evento che richiede un intervento immediato.

Il segnale, quindi, possiede due livelli. Il primo è puramente operativo: «spostati, devo passare». Il secondo rende percepibile una condizione altrui: «qualcuno ha bisogno di aiuto».

Ed è significativo che il secondo livello rafforzi il primo. Non lasciamo passare un’ambulanza soltanto perché il codice della strada ce lo impone, ma anche perché comprendiamo, almeno in astratto, che il ritardo potrebbe peggiorare la sofferenza o mettere in pericolo la vita di un altro individuo.

La comunicazione empatica non sostituisce quindi quella funzionale. Può sovrapporsi a essa, darle peso e trasformare un semplice ordine operativo in una richiesta che riconosciamo come moralmente urgente.


Che cosa fa, allora, chi sostiene che l’empatia sia un problema? Che sia addirittura il problema dell’Occidente?

Chiede un Occidente che somigli molto a un formicaio e molto poco a una società.

Chiede individui capaci di coordinarsi, produrre, obbedire, segnalare pericoli, distribuire risorse e svolgere funzioni, ma non di percepire davvero lo stato degli altri. Un sistema perfettamente organizzato, nel quale ciascuno reagisce ai segnali che riceve e massimizza la propria funzione di utilità, senza che la sofferenza altrui debba necessariamente significare qualcosa.

Non occorre nemmeno tornare indietro di qualche miliardo di anni, come specie. Basta rinunciare a una parte considerevole di ciò che ha reso possibili le società dei mammiferi superiori: il riconoscimento individuale, i legami personali, la cura, la protezione reciproca e la capacità di modificare il proprio comportamento perché un altro individuo soffre.

Il risultato non sarebbe una società più razionale. Sarebbe una struttura più semplice: efficiente, coordinata e possibilmente feroce, proprio perché priva di tutto ciò che impedisce di trattare gli individui come componenti intercambiabili.

Ed è significativo che i robot possano già funzionare in questo modo. Uno sciame di droni può coordinarsi, reagire alle perdite, redistribuire i compiti e continuare la missione senza provare nulla per il drone abbattuto. Una macchina può riconoscere un segnale, inserirlo nella propria funzione di utilità e scegliere la risposta migliore senza rappresentarsi alcuna sofferenza.

Per questo un simile desiderio si inserisce tanto bene in certe ideologie transumaniste: non perché il transumanesimo implichi necessariamente l’abolizione dell’empatia, ma perché offre il vocabolario perfetto per descrivere l’uomo come un sistema da ottimizzare.

Se l’essere umano viene ridotto a un agente che riceve segnali, calcola utilità e produce risposte, allora l’empatia appare facilmente come rumore, inefficienza o errore di progettazione.

Il problema è che, eliminato quel presunto errore, non avete perfezionato la società.

Avete costruito un formicaio.



La cosa più assurda è che questa richiesta di abolire l’empatia viene formulata, quasi sempre, attraverso una richiesta di empatia.

Il fascistoide che mi ordina di non essere empatico — e ricordo sempre che il contrario di «buonista» è «pezzo di merda» — contemporaneamente pretende che io provi empatia per Pamela Mastropietro.

Ora, la domanda è semplice: se l’Occidente deve finalmente liberarsi dell’empatia, per quale cazzo di motivo dovrei provare empatia per Pamela?

Non è possibile chiedermi di commuovermi per lei e, nello stesso momento, ordinarmi di non provare nulla per una ragazza della stessa età violentata, torturata o uccisa in un campo di detenzione libico.

Se l’empatia è un difetto, allora deve esserlo anche quando la vittima è italiana, bianca e mediaticamente utile. Se invece Pamela merita la mia empatia perché era una persona, allora la merita anche la ragazza eritrea, somala o nigeriana violentata in Libia.

Non potete sostenere entrambe le cose.

Quello che viene richiesto, infatti, non è di eliminare l’empatia. È di sostituirla con una funzione di classificazione.

Alcune vittime devono produrre una reazione, altre no. Alcune sofferenze devono essere percepite come urgenti, altre devono essere scartate come irrilevanti. Non perché siano diverse nella loro natura, ma perché il sistema assegna loro un valore differente.

Ed eccoci di nuovo al formicaio.

Alcune formiche appartengono al formicaio, altre no. Alcune portano il segnale corretto, altre quello del nemico. Alcune vanno protette, altre respinte, eliminate o lasciate morire. Non serve comprendere il loro dolore, perché il dolore non entra nel calcolo. Entra soltanto la categoria.

Bianca: vittima. Nera: minaccia.

Questa non è empatia selettiva, perché l’empatia richiede di percepire lo stato dell’altro come individuo.

Qui l’individuo scompare del tutto. Rimane soltanto l’etichetta, e all’etichetta viene associata una risposta automatica.

Il fascistoide, quindi, non mi sta chiedendo di diventare meno emotivo, più razionale o più efficiente.

Mi sta chiedendo di funzionare come una formica.

E, di riflesso, sta chiedendo alla società intera di funzionare come un formicaio.

O, se preferite, come uno swarm di droni.

Non è nemmeno un paragone particolarmente fantasioso: nella robotica di sciame si usano molto spesso proprio gli insetti sociali come modello. Formiche, api e termiti mostrano come sia possibile ottenere un comportamento collettivo complesso a partire da agenti relativamente semplici, ciascuno dei quali segue regole locali, reagisce a pochi segnali e non possiede una rappresentazione completa dell’intero sistema.

Lo sciame si coordina, si distribuisce, aggira gli ostacoli, redistribuisce i compiti e continua a funzionare anche quando perde alcuni elementi. Ma non perché i singoli droni comprendano gli altri. Funziona perché ogni unità riconosce un segnale, lo inserisce nella propria funzione di utilità e produce la risposta prevista.

È precisamente questo il modello sociale che si ottiene quando si sostituisce l’empatia con la classificazione.

Non individui che percepiscono lo stato degli altri, ma unità che riconoscono categorie. Non persone che comprendono la sofferenza, ma agenti che reagiscono a un’etichetta. Non una società, ma un sistema distribuito nel quale alcune unità vengono protette e altre respinte perché così prescrive la funzione.

Il fascistoide non sta soltanto chiedendo a me di comportarmi come una formica.

Sta chiedendo alla società di diventare uno swarm di droni. O di nuovo, un formicaio.

Ma lo swarm di droni, come esempio, spiega come mai ad una setta di transumanisti la cosa sembra attraente ed auspicabile.


L’altro fenomeno che noto, e che possiede alcune caratteristiche delle psicosi di massa, è la richiesta di produrre una risposta collettiva davanti a problemi immaginari.

Il meccanismo, dopo quanto detto, dovrebbe essere abbastanza chiaro.

Quando emettiamo un segnale funzionale, come quando mettiamo la freccia a un incrocio, non stiamo dicendo nulla sullo stato degli occupanti dell’automobile. Stiamo semplicemente comunicando un’azione: svolteremo a destra, svolteremo a sinistra, cambieremo corsia. Gli altri automobilisti ricevono questa informazione, la inseriscono nella propria funzione di utilità e modificano di conseguenza il proprio comportamento.

L’ambulanza, invece, trasmette entrambe le cose. La sirena contiene una richiesta funzionale — liberate la strada, perché questo veicolo deve arrivare il prima possibile — ma permette anche di inferire lo stato di un individuo: qualcuno è ferito, sta male o si trova comunque in una situazione abbastanza grave da richiedere un intervento urgente.

Contiene quindi sia una funzione di utilità sia una richiesta di empatia.

Nel formicaio, invece, il segnale di allarme non deve necessariamente contenere alcuna rappresentazione dello stato di un’altra formica. Una formica incontra un pericolo, emette un feromone d’allarme e le altre reagiscono: fuggono, diventano aggressive, raggiungono il punto dal quale proviene il segnale oppure mettono in atto altre risposte difensive. Il segnale può propagarsi rapidamente attraverso la colonia e produrre una reazione collettiva, senza che ciascuna formica debba osservare direttamente la minaccia.

La formica che riceve il segnale non sa necessariamente che, da quella parte, qualcuno ci abbia lasciato le penne. Non sa se un’altra formica sia stata ferita, mutilata o uccisa. Non riceve la rappresentazione della sofferenza di un individuo.

Riceve soltanto: pericolo.

E il punto decisivo è che può reagire a quel segnale senza verificarne personalmente la causa. Il sistema è costruito proprio per questo: una risposta immediata e coordinata è spesso più utile di una lenta indagine individuale. L’allarme può persino produrre comportamenti relativamente stereotipati, benché la loro intensità possa essere modulata dal contesto, dall’esperienza e dallo stato della formica che lo riceve.

https://dictionary.apa.org/collective-hysteria

https://applications.emro.who.int/dsaf/epi/2012/epi_monitor_2012_5_22.pdf

https://iris.who.int/bitstreams/2c064608-d15c-4748-8e10-01aac35e072e/download

https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC543940/

https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3536509/


Ma ciò significa anche che, una volta separato il segnale dall’esperienza diretta del pericolo, diventa possibile produrre un segnale di pericolo cieco.

Non occorre mostrare una formica morta. Non occorre mostrare una formica ferita. Non occorre nemmeno che il pericolo esista davvero. È sufficiente immettere nel sistema il segnale corretto.

La colonia reagirà non alla sofferenza osservata di un individuo, ma alla classificazione astratta di una situazione: pericolo, nemico, invasore.

Ed è proprio questo che accade quando una società rinuncia all’empatia e comincia a funzionare come un formicaio. Se nessuno deve più percepire lo stato reale degli individui coinvolti, allora non serve più dimostrare che qualcuno abbia sofferto, che qualcuno sia stato ferito o che una minaccia abbia prodotto vittime reali.

Basta emettere il segnale.

Emergenza.

Invasione.

Sostituzione etnica.

Bambini minacciati.

Occidente sotto attacco.

Crescita del crimine.

Una volta ricevuto il feromone politico, la popolazione non deve osservare, verificare o pensare.

Deve soltanto riconoscere la categoria e produrre la risposta collettiva prevista. Il vantaggio del formicaio, per chi controlla i segnali, è esattamente questo: per creare un pericolo non serve più creare il pericolo.

Basta crearne il feromone.

E poiche' si comportano come formiche o insetti, tanto basta. Mi e' capitato di sentir chiamare “iper razionalismo” il fatto di andare a cercare se sotto il segnale ci sia qualcosa di vero.


Un esempio recentissimo è la questione di Ceuta.

Ceuta è una città spagnola e, politicamente, territorio dell’Unione europea. Geograficamente, però, si trova nel continente africano, sulla costa settentrionale dell’Africa e al confine con il Marocco.

Chi attraversa il confine marocchino ed entra a Ceuta entra quindi in territorio spagnolo ed europeo dal punto di vista politico e giuridico, ma non viene magicamente teletrasportato sul continente europeo. Rimane fisicamente in Africa.

È una distinzione piuttosto semplice, eppure sembra essere scomparsa quasi completamente dal dibattito.

Alla fine di luglio del 2026 sono entrate a Ceuta circa 72.000 persone. È stato un afflusso enorme per una città così piccola, sufficiente a provocarne il collasso logistico e umanitario. Ma la grande maggioranza è poi tornata in Marocco, mentre soltanto alcune migliaia sono rimaste nell’enclave. Soprattutto, nessuna massa di decine di migliaia di persone ha attraversato autonomamente lo stretto raggiungendo la Spagna continentale. Perché questo accadesse sarebbe stato necessario organizzare navi, traghetti o aerei, oppure lasciare che quelle persone utilizzassero regolarmente i collegamenti con la penisola iberica. In altre parole, sarebbe servita una seconda operazione, completamente diversa dall’attraversamento del confine marocchino.

Ma qualcuno ha emesso il feromone:

«Ci stanno invadendo. Arrivano a milioni.»

E il resto del formicaio ha reagito al segnale.

Chiudiamo le frontiere. Sospendiamo Schengen. Fermiamo gli immigrati. Proteggiamo l’Europa. Mamma li turchi.

Nessuno si è fermato a chiedere dove si trovassero davvero quelle persone, come avrebbero potuto raggiungere il continente europeo e quante di loro fossero effettivamente in condizione di farlo. Alcuni governi europei hanno reagito come se una massa di migranti stesse già attraversando Francia, Italia e Germania, benché la crisi fosse rimasta sostanzialmente confinata nella piccola enclave africana.

Naturalmente, introdurre decine di migliaia di persone in una città di quelle dimensioni costituisce un problema reale per Ceuta. Se vi mandassimo un milione di profughi, otterremmo probabilmente il collasso completo della città, la perdita del controllo amministrativo e forse persino una crisi politica capace di rimetterne in discussione l’appartenenza alla Spagna.

Ma non avremmo trasferito un milione di persone sul continente europeo.

Avremmo trasferito un milione di persone da una parte dell’Africa a un’altra parte dell’Africa, entrando però in territorio spagnolo e dell’Unione europea. Per portarle nella penisola iberica sarebbe comunque necessario un ponte navale o aereo, organizzato, consentito oppure almeno tollerato dalle autorità spagnole.

Dietro il segnale «milioni di persone stanno invadendo l’Europa», dunque, non esisteva il fenomeno che il segnale pretendeva di descrivere.

Esisteva un problema locale enorme, certamente: una città congestionata, strutture di accoglienza collassate, persone morte durante l’attraversamento, minori rimasti senza sistemazione e una pressione politica esercitata attraverso il confine. Ma questo stato reale degli individui e della città è stato cancellato e sostituito con un segnale astratto:

allarme invasione dell’Europa.

Ed eccoci nuovamente al formicaio.

La formica non riceve la storia di un individuo, non osserva necessariamente il danno subito da qualcuno e non verifica la natura della minaccia. Riceve un segnale di pericolo e produce la risposta associata.

Una comunicazione sociale più complessa, invece, dovrebbe permetterci di trasmettere anche lo stato concreto degli individui coinvolti: persone intrappolate in una città africana, bambini senza alloggio, morti al confine, strutture sovraccariche, autorità incapaci di gestire l’afflusso.

Ma questo richiederebbe di osservare la realtà.

Il feromone politico è molto più semplice.



L’analogia con il formicaio diventa sempre meno metaforica quando ci chiediamo quale sia il desiderata: quale modello di società abbiano in mente i nuovi tecnocrati, specialmente quelli che mescolano autoritarismo, pronatalismo e fantasie transumaniste.

Un formicaio non è composto da individui equivalenti che scelgono liberamente il proprio ruolo. È una struttura fondata sulla divisione biologica e funzionale del lavoro. Le categorie precise cambiano da specie a specie, ma lo schema generale è abbastanza riconoscibile.

  • Ci sono le operaie, che raccolgono il cibo, costruiscono, riparano, puliscono e mantengono in vita la colonia. Lavorano, insomma. E se crepano, il formicaio le sostituisce.
  • In alcune specie esistono poi operaie specializzate nella difesa, quelle che normalmente chiamiamo soldati: proteggono la colonia, combattono gli altri formicai e reagiscono alle minacce esterne. La repressione interna, quando esiste, non è necessariamente affidata a una vera casta militare: può essere esercitata da altre operaie mediante aggressioni, controllo della riproduzione e distruzione delle uova non autorizzate. Ma, per il formicaio, la distinzione è secondaria: esistono comunque meccanismi che eliminano o neutralizzano gli individui il cui comportamento contrasta con la funzione collettiva.
  • Ci sono quindi le nutrici, cioè operaie che accudiscono le larve, alimentano la regina e mantengono l’ambiente nel quale viene prodotta la generazione successiva.
  • Infine ci sono gli individui riproduttivi, soprattutto la regina, che genera gran parte o tutta la nuova popolazione della colonia. Non governa nel senso umano del termine: non emette decreti e non presiede consigli di amministrazione. Ma occupa il centro biologico del sistema, perché la continuità del formicaio dipende dalla sua capacità riproduttiva.

Ora osservate il mondo immaginato da una parte dei nuovi oligarchi tecnologici.

  • Ci sono le operaie: la working class, incaricata di produrre beni, servizi, dati, consegne, contenuti e valore economico. Deve lavorare, possibilmente senza interrompersi, e se un individuo viene consumato o espulso dal sistema ne arriverà un altro.
  • Ci sono i militari: poliziotti, soldati, apparati di sicurezza, sorveglianza privata e sistemi automatici incaricati di proteggere il perimetro, contenere gli altri formicai e reprimere chi ostacola il funzionamento della colonia.
  • Ci sono le nutrici: le donne alle quali viene nuovamente assegnato il compito sociale di produrre, allevare e mantenere la generazione successiva, mentre l’ideologia pronatalista spiega loro che la maternità non è più una scelta individuale, ma una responsabilità verso la civiltà, la nazione o il patrimonio genetico del gruppo.
  • E poi ci sono loro: gli oligarchi, collocati al vertice economico e tecnologico del sistema, ossessionati dalla continuità della propria stirpe e convinti che il proprio materiale genetico costituisca una risorsa da moltiplicare.

Non è soltanto una caricatura. Elon Musk ha fatto del crollo demografico uno dei propri temi politici ricorrenti e ha almeno quattordici figli pubblicamente conosciuti. Pavel Durov sostiene invece di essere il padre biologico di oltre cento bambini, in gran parte concepiti attraverso donazioni di sperma, e ha dichiarato che tutti potranno concorrere alla sua eredità. Intorno a questi personaggi esiste ormai un ambiente pronatalista della Silicon Valley che finanzia tecnologie riproduttive e tratta la natalità come un problema ingegneristico da risolvere attraverso selezione, capitale e pianificazione.

La corrispondenza non è perfetta, naturalmente. Nessuna analogia biologica lo è. Gli oligarchi non sono regine-formica, le madri non costituiscono una casta anatomica e i poliziotti non possiedono mandibole specializzate.

Ma l’architettura mentale è impressionante.

Una massa produttiva intercambiabile.

Un apparato armato che protegge il sistema.

Una classe incaricata della riproduzione e dell’allevamento.

E, al centro, individui ricchissimi convinti che il futuro abbia bisogno soprattutto del loro denaro, delle loro macchine e dei loro geni.

Non stanno immaginando una società composta da persone.

Stanno progettando una colonia.

Una colonia di insetti.



Con la sola, piccola distinzione che il comportamento di questi insetti viene normalmente chiamato “psicosi di massa”, ma se giudicassimo la popolazione umana in questo periodo, noteremmo di sicuro delle meccaniche piu' tipiche dei formicai, che delle societa'.





Uriel Fanelli

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