Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

La setta del testosterone.

La nuova sparata di Hegseth, il ministro della Guerra americano, può sembrare una boiata innocua, una delle tante dichiarazioni muscolari destinate a durare il tempo di un ciclo di notizie. Ma non lo è, almeno fino a quando non andiamo a inquadrarla in un contesto più ampio: quello della setta ideologica di cui fa parte. Non si tratta infatti di un concetto neutro, né di una semplice opinione personale sulla disciplina, sulla guerra o sul ruolo dei soldati. È un concetto che appartiene a un’ideologia precisa, quella transumanista. Prima di arrivare a questo, però, credo sia necessario scendere nel merito e osservare i dettagli.

Che possa esistere un’immagine molto virile del soldato lo sappiamo bene. Non nasce certo ieri. Il mondo della guerra proviene da un’epoca nella quale le persone si sbudellavano con lame di ogni tipo, oppure si spappolavano il cranio usando ogni possibile derivato della clava.

In un simile contesto, quel quindici per cento medio di forza fisica in più, insieme alla maggiore densità ossea e muscolare, rendeva l’uomo molto più adatto alla guerra. Non per una questione simbolica, culturale o morale, ma per una ragione brutalmente materiale: se occorre sollevare uno scudo, spingere una lancia, reggere un’armatura, sfondare una linea nemica o continuare a combattere dopo aver ricevuto una bastonata, la forza fisica conta.

Non è difficile capirlo.

Forse, per noi contemporanei, è invece più difficile capire quale sia l’esigenza della virilità nella guerra di oggi, che sempre più spesso si combatte attraverso sensori, satelliti, reti di comunicazione e droni.

Perché una donna non potrebbe guidare un drone, di preciso?


Ma il problema non è che qualcuno pensi al soldato come a un maschio alfa, con o senza filtro, oppure che creda che i muscoli risolvano ogni problema.

I corpi speciali ricevono già alcuni “regali”. Per esempio, gli incursori americani possono ricevere gratuitamente operazioni agli occhi per portare il visus a 20/20. Non mi stupirei affatto se fossero anche pieni di steroidi anabolizzanti, stimolanti o altre sostanze pensate per aumentare le prestazioni fisiche e la resistenza.

Il testosterone potrebbe persino avere un senso, nella misura in cui abbia senso rendere qualcuno inutilmente aggressivo, dotarlo di un senso di sé sproporzionato e ridurre al minimo i casi di depressione. Ma qui, almeno in teoria, sono i medici a valutare rischi, benefici e conseguenze.

Il punto, quindi, non è semplicemente che il soldato debba essere più forte, più aggressivo o più “maschio”.

Ma allora che cosa c’entra il transumanesimo? Dove si legge, esattamente, il transumanesimo in tutto questo?

Si legge in una convinzione molto semplice: nel transumanesimo, l’uomo non viene semplicemente addestrato. Viene creato, oppure almeno potenziato, in laboratorio.

Non si prende più l’essere umano per quello che è, cercando di svilupparne capacità, disciplina ed esperienza. Si parte dall’idea che il corpo umano sia un materiale incompleto, una piattaforma difettosa da modificare, correggere e aggiornare.

Il soldato, in questa visione, non è più una persona che impara a combattere.

Viene prodotto in un laboratorio.


Sia chiaro: in tutto questo esiste anche una fortissima componente culturale. Non tutte le culture hanno declinato la virilità nello stesso modo, e soprattutto non tutte hanno considerato l’aggressività esibita, la massa muscolare e la rozzezza emotiva come prove automatiche di valore militare.


Prendiamo il samurai, probabilmente il modello di guerriero aristocratico più famoso al di fuori dell’Occidente.

Il samurai non era necessariamente “virile” nel senso americano contemporaneo del termine. Non doveva assomigliare a un buttafuori da palestra, parlare soltanto di armi e mostrare continuamente di essere il maschio alfa della stanza. Poteva essere spietato, certamente, e la storia giapponese non manca affatto di massacri, teste mozzate, tradimenti e guerre civili. Sarebbe quindi sbagliato trasformarlo in una specie di poeta pacifista con la katana.

Ma il punto è un altro: la sua identità di guerriero non era incompatibile con la raffinatezza.

Specialmente quando apparteneva ai ranghi superiori, il samurai era anche un aristocratico, un amministratore e un uomo di cultura. Poteva praticare la poesia, la pittura, la calligrafia — che in Giappone è una forma d’arte a pieno titolo — la composizione floreale e la cerimonia del tè. Doveva conoscere i classici, sapersi comportare nelle occasioni formali e partecipare alla vita culturale della propria classe. Durante il lungo periodo di pace dei Tokugawa, molti samurai divennero principalmente burocrati e funzionari, senza per questo cessare di considerarsi membri di una classe guerriera.

La contraddizione, per loro, semplicemente non esisteva.


Un uomo poteva decapitare un nemico al mattino e scrivere una poesia sulla caducità dei fiori la sera. Poteva essere addestrato all’arco, alla lancia e alla spada, e nello stesso tempo giudicato dalla qualità della propria calligrafia. La capacità di esercitare violenza non richiedeva di trasformare l’intera personalità in una caricatura aggressiva.

E il Giappone non costituisce affatto un’eccezione isolata.

Anche il cavaliere medievale europeo, almeno nell’ideale aristocratico, non era semplicemente un grosso uomo corazzato che urlava e colpiva le cose. Doveva conoscere le regole della corte, la religione, la genealogia, l’etichetta e spesso la musica e la poesia. Alcuni aristocratici guerrieri furono essi stessi trovatori: Guglielmo IX d’Aquitania, per esempio, fu contemporaneamente un grande signore feudale, un combattente e uno dei primi trovatori di cui ci siano rimaste le opere. La poesia cortese nacque e circolò proprio nelle corti di una nobiltà che continuava a considerare la guerra la propria occupazione fondamentale.

Anche Riccardo Cuor di Leone, che difficilmente potrebbe essere accusato di scarsa combattività, scriveva versi. Il suo modello di virilità non escludeva il lamento, la musica, la devozione amorosa o l’espressione della vulnerabilità. Tutte cose che, dentro la caricatura americana del guerriero testosteronico, rischierebbero probabilmente di farlo espellere dalla palestra.

Lo stesso valeva in molte culture islamiche e persiane, dove principi, comandanti e sovrani guerrieri potevano essere poeti, calligrafi, mecenati, teologi o studiosi. Mehmed II, il conquistatore di Costantinopoli, non fu soltanto un comandante militare: conosceva più lingue, proteggeva artisti e letterati e scriveva poesia con lo pseudonimo di Avnî. Il fatto di occuparsi di versi, miniature, architettura o filosofia non diminuiva minimamente il suo prestigio guerriero.

In queste culture, insomma, l’aristocratico militare non doveva essere un utensile specializzato nella violenza. Doveva essere un essere umano completo secondo i criteri della propria classe: capace di combattere, certamente, ma anche di governare, giudicare, amministrare, parlare, scrivere, contemplare e rappresentare il potere.

La virilità non coincideva necessariamente con la quantità di aggressività che un individuo riusciva a riversare nell’ambiente.

Anzi, spesso il dominio di sé era considerato più aristocratico dell’ira. L’uomo davvero superiore non era quello incapace di controllare i propri impulsi, ma quello che poteva esercitare la violenza senza esserne psicologicamente dominato.

Il modello americano contemporaneo sembra invece procedere nella direzione opposta. Prende una delle molte caratteristiche storicamente associate al guerriero — la forza fisica, l’aggressività, la resistenza al dolore — e la trasforma nell’intera definizione dell’uomo.

Non produce un guerriero aristocratico.

Produce un tizio gonfio, arrabbiato e possibilmente farmacologico.



Un tizio che, però, rispetta perfettamente i requisiti dell’anti-intellettualismo americano.


Non deve pensare troppo, non deve coltivare ambiguità, non deve avere una cultura abbastanza ampia da osservare dall’esterno il sistema nel quale viene inserito. Non deve essere poeta, filosofo, artista o studioso. Non deve possedere quella complessità personale che, in altre aristocrazie guerriere, era considerata una prova di superiorità.

Deve essere forte, obbediente, aggressivo e soprattutto semplice.

Un uomo che considera la riflessione una debolezza, il dubbio una forma di codardia e la cultura un ornamento sospetto, forse persino effeminato. Un uomo che non chiede quale sia lo scopo della guerra, chi abbia deciso di combatterla o per quali interessi debba rischiare la vita. Gli basta sapere dove si trova il nemico.

Il modello non è quello del guerriero aristocratico, che doveva essere capace anche di governare, giudicare e comprendere il mondo. È quello dell’arma biologica: un corpo potenziato, dotato di riflessi, muscoli e aggressività, ma possibilmente privo degli strumenti intellettuali necessari per domandarsi chi lo stia impugnando.

E così il transumanesimo militare incontra perfettamente l’anti-intellettualismo americano.

Il corpo deve diventare più forte. La mente, invece, deve rimanere semplice.

In termini orwelliani: “ l’ignoranza è forza”.

E i soldati devono essere forti.


Interpretare il mito del soldato di Hegseth, quello che deve possedere il “giusto” livello di testosterone, diventa quindi abbastanza semplice.

Rimane, naturalmente, una domanda: che cosa intendono fare con le soldatesse? Le sottoporranno agli stessi esami? Stabiliranno un livello minimo di testosterone anche per loro? Oppure, seguendo sino in fondo questa mitologia da spogliatoio, le faranno combattere soltanto nei giorni del ciclo che qualche influencer della manosfera ritiene più convenienti?

La battuta è biologicamente assurda, naturalmente: durante la sindrome premestruale il testosterone non raggiunge livelli “enormi”. Ma è proprio questo il punto. L’intera costruzione non sembra nascere da una comprensione particolarmente raffinata dell’endocrinologia. Nasce dalla convinzione culturale che esista un ormone della guerra, una sostanza misurabile che separi il guerriero dall’impiegato, il maschio forte dal maschio debole, l’esercito vincente da quello decadente.

Hegseth ha annunciato controlli annuali per individuare carenze di testosterone nei militari dai trent’anni in su, sostenendo che occorra garantire ai combattenti i livelli necessari per operare al meglio. La terapia sostitutiva, almeno nelle dichiarazioni iniziali, dovrebbe rimanere volontaria. Ma l’idea politica è già tutta presente: il corpo del soldato viene sottoposto a misurazione, classificazione ed eventuale correzione biochimica.

Il soldato si fa in laboratorio.

Non viene soltanto selezionato, addestrato, disciplinato e inserito in un reparto. Viene analizzato come una macchina biologica. Si misurano i suoi parametri, si stabilisce quale debba essere il valore corretto e, quando il corpo si discosta dal modello, lo si riporta artificialmente entro le specifiche.

Esattamente come l’essere umano dei transumanisti.

Il presupposto comune è che l’uomo naturale sia soltanto una prima versione. Un prototipo imperfetto, prodotto dal caso biologico, che la tecnica può finalmente correggere. Troppo debole, troppo lento, troppo emotivo, troppo vulnerabile alla fatica, alla paura, alla depressione e all’invecchiamento. Tutti difetti che, almeno in linea di principio, possono essere trattati come problemi ingegneristici.

Il corpo diventa una piattaforma.

Gli ormoni sono una configurazione. I muscoli sono hardware. L’aggressività è una funzione da aumentare. La paura è un bug. La stanchezza è una limitazione progettuale. La depressione è un guasto da sopprimere, possibilmente senza domandarsi quale parte dell’esperienza umana venga soppressa insieme a essa.

Che una parte importante della classe dirigente americana vicina a Trump sia immersa nell’ambiente ideologico della destra tecnologica, del culto dell’ottimizzazione umana e delle fantasie di superamento dei limiti biologici è difficile negarlo. L’alleanza tra il trumpismo e una parte delle élite tecnologiche è ormai uno degli elementi caratteristici della seconda amministrazione Trump; intorno a figure come Peter Thiel circolano da anni idee post-liberali, tecnocratiche e apertamente ostili all’idea tradizionale di democrazia.

Definire tutto questo una “setta di transumanisti” è una tesi politica, naturalmente, non la descrizione di un’associazione con tessere e riunioni settimanali. Ma le somiglianze familiari sono evidenti: culto della tecnologia, disprezzo per i limiti biologici, convinzione che l’essere umano possa essere riprogettato e tendenza a considerare la società stessa come un sistema da ottimizzare dall’alto.

Non c’è quindi da stupirsi che Hegseth pensi di costruire i propri soldati anche mediante strumenti di laboratorio.

Non occorre neppure che abbia letto un manifesto transumanista o che si definisca personalmente tale. È sufficiente che condivida il presupposto fondamentale: il combattente non è semplicemente una persona da addestrare, ma un organismo da potenziare.

Esiste infatti una corrente precisa del transumanesimo militare che propone da tempo il cosiddetto human enhancement: interventi farmacologici, neurologici, genetici o meccanici destinati ad aumentare forza, resistenza, attenzione, capacità cognitive e tolleranza allo stress. Le forze armate studiano già stimolanti, interfacce uomo-macchina, esoscheletri e altre tecnologie pensate per superare i limiti fisiologici del soldato.

Hegseth, in questo senso, non sta inventando il supersoldato.

Sta soltanto portando quella logica dentro la propaganda quotidiana, traducendola nel linguaggio elementare che il suo ambiente politico comprende meglio: più testosterone, più forza, più guerra.

Il laboratorio, finalmente, al servizio della virilità, condizione necessaria per fare la guerra.




Che per la guerra del futuro occorra una particolare virilità, onestamente, mi sembra un’affermazione piuttosto forzata.

Non so di preciso quale forma di virilità serva per guidare un drone, interpretare immagini satellitari, coordinare uno sciame di sistemi autonomi o individuare un bersaglio attraverso una rete di sensori. E non riesco a immaginare un motivo per il quale una donna non possa farlo, a meno di estendere parecchio il concetto di “joystick”. Wink, wink.

Ma il problema che sto sottolineando è un altro.

Nello spazio pubblico quasi nessuno sembra concentrarsi sul fatto che gli uomini di Trump appaiono oggi come membri della stessa setta ideologica: una setta transumanista.

Non intendo necessariamente dire che abbiano tutti una tessera, un manifesto comune o una riunione settimanale durante la quale discutono come sostituirsi le gambe con quelle di Robocop. Intendo dire che condividono una stessa costellazione di idee: il disprezzo per i limiti biologici, il culto dell’ottimizzazione, la convinzione che l’essere umano naturale sia difettoso e che la tecnologia debba correggerlo.

Senza riconoscere questa matrice comune, diventa difficile analizzarne davvero l’ideologia. E soprattutto diventa difficile vederne le debolezze.

La prima debolezza è che il transumanesimo si basa su un’idea obsoleta della tecnologia.

O meglio: si basa su un’idea estetica della tecnologia.

Il problema non è che i transumanisti non conoscano i dispositivi moderni. Il problema è che continuano a immaginare il rapporto tra uomo e macchina attraverso l’estetica tecnologica degli anni Ottanta: metallo, cavi, connettori, protesi visibili, placche craniche, occhi artificiali e componenti innestate direttamente nella carne.

È l’estetica di Terminator, di Robocop, dei primi romanzi cyberpunk e dei videoclip nei quali il collegamento alla rete richiedeva invariabilmente un grosso spinotto infilato nella tempia. Il corpo cyborg doveva essere riconoscibile come tale.

Doveva avere giunzioni meccaniche, collegamenti elettrici, circuiti sottopelle e possibilmente qualche LED. La macchina doveva entrare fisicamente nel corpo, perché solo in quel modo sembrava davvero possibile dire che l’uomo e la macchina si fossero uniti.

Ed è qui che possiamo prendere come esempio Neuralink, oggi probabilmente l’espressione più famosa dell’immaginario transumanista del cyborg.

Non voglio discutere qui la possibile utilità medica del dispositivo. Una tecnologia capace di restituire una forma di autonomia a persone paralizzate può certamente avere un valore enorme. La stessa Neuralink presenta il proprio impianto sperimentale come un’interfaccia destinata a permettere a persone con paralisi di controllare computer e altri dispositivi.

Quello che mi interessa è l’immaginario.

Neuralink non usa un cavo per comunicare con il mondo esterno: l’impianto è completamente inserito sotto il cuoio capelluto, trasmette senza fili e contiene una batteria ricaricata per induzione. Da questo punto di vista, quindi, è molto meno primitivo di quanto suggerisca la caricatura del cavo RCA infilato nella tempia.

Ma rimane fedele al vecchio paradigma fondamentale.

Per collegare il cervello alla macchina bisogna aprire il cranio, inserire nel tessuto cerebrale un fascio di elettrodi e stabilire un contatto elettrico diretto con i neuroni. I sottilissimi “threads” dell’impianto vengono inseriti nella corteccia da un robot chirurgico proprio perché sono troppo piccoli e delicati per essere manipolati a mano.

È ancora l’idea degli anni Ottanta: l’integrazione deve essere fisica.

La macchina deve entrare nella carne.

Il cervello deve essere perforato, cablato e collegato elettricamente, perché soltanto allora il transumanista riesce a percepire l’essere umano come realmente “aumentato”.

Eppure noi aumentiamo già continuamente le nostre capacità cognitive senza impiantare nulla nel cranio.

Da quanto tempo abbiamo tecnologie wireless? Da quanto tempo possiamo trasferire informazioni senza una connessione fisica? Da quanto tempo usiamo dispositivi esterni come memoria, sistema di orientamento, archivio personale, protesi linguistica, strumento di comunicazione e accesso immediato a una parte enorme della conoscenza umana?

Da un oggetto come Neuralink ci aspettiamo naturalmente una comunicazione wireless e una batteria ricaricabile per induzione. E infatti le possiede.

Ma la domanda più interessante è un’altra: perché continuiamo a considerare “cyborg” soltanto l’essere umano al quale abbiamo perforato il cranio?

Perché l’impianto ci sembra filosoficamente rivoluzionario, mentre lo smartphone no?

Il cellulare è già una protesi cognitiva. Contiene la nostra memoria esterna, le nostre mappe, la nostra agenda, i nostri contatti, una parte delle nostre relazioni sociali e, sempre più spesso, persino il sistema con il quale costruiamo e presentiamo la nostra identità.

Non è dentro il corpo, ma è funzionalmente integrato nella nostra vita mentale.

Lo consultiamo per ricordare. Lo consultiamo per orientarci. Lo consultiamo per decidere. Lo consultiamo per sapere chi siamo stati, dove siamo stati e con chi abbiamo parlato. Quando lo perdiamo, non abbiamo la sensazione di aver perso semplicemente un elettrodomestico: abbiamo la sensazione di aver perso una parte della nostra memoria e della nostra capacità di agire.

Siamo quindi praticamente tutti cyborg.

Soltanto che il cellulare lo colleghiamo al cervello mediante un’interfaccia wireless estremamente sofisticata, nota anche come “guardare lo schermo”.

La luce è una radiazione elettromagnetica. Nel campo visibile occupa, grossomodo, frequenze comprese fra circa 400 e 790 terahertz. Lo schermo produce milioni di segnali luminosi in parallelo, organizzati in immagini, simboli e testi; l’occhio li riceve e il cervello li decodifica.

Non sono letteralmente “antenne” nel senso ingegneristico del termine, ma i pixel costituiscono un enorme insieme di trasmettitori ottici che lavorano contemporaneamente.

E la quantità di informazione che passa attraverso questo collegamento è gigantesca.

Non perché ogni fotone venga trasformato consapevolmente in un bit, naturalmente, ma perché il sistema visivo umano elabora in parallelo forme, movimenti, colori, profondità, testo, volti e relazioni spaziali. È un’interfaccia dalla larghezza di banda percettiva enormemente superiore a quella necessaria per muovere un cursore verso una casella sullo schermo.

Lo stesso vale per l’udito, per il tatto e per tutte le interfacce non invasive che già usiamo.

Anche la fibra ottica trasmette informazione mediante luce, normalmente nell’infrarosso vicino e quindi al di fuori dello spettro visibile. Non esiste alcun principio tecnologico secondo il quale un collegamento debba attraversare la pelle ed entrare fisicamente nel cervello per essere considerato autentico. Ciò che conta non è la presenza del filo, ma la funzione svolta dal collegamento. Il transumanesimo classico, invece, confonde l’integrazione funzionale con la saldatura materiale.

Pensa che una tecnologia diventi parte dell’uomo soltanto quando viene avvitata all’osso, inserita sotto la pelle o collegata direttamente ai nervi. Se rimane a trenta centimetri dal cranio, anche quando organizza la nostra memoria, orienta i nostri spostamenti e media quasi tutte le nostre comunicazioni, allora continua a essere considerata un semplice oggetto esterno.

È un errore concettuale enorme.

La vera integrazione tecnologica non richiede necessariamente il titanio sotto la pelle. Può avvenire attraverso abitudini, protocolli, dipendenze funzionali e interfacce tanto naturali da diventare invisibili.

Il transumanesimo pensa ancora la tecnologia come negli anni Ottanta.

Noi viviamo già nel futuro che immaginava.

Soltanto che non ha abbastanza cavi, abbastanza cromature e abbastanza buchi nel cranio per riconoscerlo.


Lo stesso discorso vale per quei transumanisti che parlano di modifiche genetiche o di gene editing, così come per quelli che promettono potenziamenti ottenuti mediante chimica, nanomacchine o qualche combinazione delle tre cose.

Sembrano ignorare un dettaglio abbastanza importante: i geni non sono un catalogo permanente di comandi che il corpo può eseguire in qualsiasi momento.

Una parte enorme del loro lavoro viene svolta durante fasi dello sviluppo che, una volta concluse, non tornano più. I geni HOX, per esempio, contribuiscono a stabilire l’organizzazione spaziale del corpo durante lo sviluppo embrionale: quali regioni diventeranno torace, arti, vertebre e così via. Sono tra i grandi coordinatori del processo mediante il quale un ammasso di cellule diventa un animale con una testa da una parte, un sedere dall’altra e un numero ragionevole di braccia nel mezzo.

Ma quella fase non rimane eternamente disponibile.

Se durante la costruzione del corpo viene dimenticato un braccio, geni o non geni, quel braccio non compare trent’anni dopo perché qualcuno ha corretto una sequenza di DNA. Il codice genetico può anche essere stato riparato, ma il cantiere è chiuso, gli operai sono andati via e il quartiere è stato costruito in un altro modo.

I geni HOX, sia chiaro, non si spengono tutti per sempre. Alcuni continuano ad avere funzioni nei tessuti adulti, nelle cellule staminali e nei processi di riparazione. Ma questo non significa che l’organismo adulto possa riavviare liberamente il programma embrionale e ricostruire da zero interi organi o segmenti corporei. Negli esseri umani manca proprio quella capacità rigenerativa sistemica che possiedono, in forme diverse, animali come salamandre e planarie.

Sarcazzo cosa succeda esattamente agli HOX quando un bruco diventa farfalla.

O meglio, gli entomologi lo sanno: durante la metamorfosi non viene inventato un animale completamente nuovo dal nulla. Molte strutture adulte derivano da gruppi cellulari già predisposti durante lo sviluppo larvale, i cosiddetti dischi immaginali, e i programmi genetici dello sviluppo vengono riutilizzati in un organismo che possiede una biologia costruita apposta per quella trasformazione.

L’essere umano, purtroppo per i biohacker, non contiene un disco immaginale con dentro il progetto per trasformarsi in Dolph Lundgren.

Anche l’editing genetico può funzionare nell’adulto, ma non nel modo infantile immaginato dal transumanesimo da garage.

Può funzionare quando si individua un bersaglio preciso, si raggiunge il tipo cellulare corretto, si modifica una quantità sufficiente di cellule e si controllano effetti indesiderati, risposta immunitaria e mutazioni fuori bersaglio. Casgevy, per esempio, utilizza CRISPR su cellule staminali del sangue prelevate dal paziente, modificate fuori dal corpo e poi reinfuse, per trattare anemia falciforme e beta-talassemia. È medicina reale, non magia: un intervento estremamente specifico, complesso e sottoposto a controlli rigorosi.

Quindi sì: l’editing genetico negli adulti può funzionare.

Ma funziona perché qualcuno sa esattamente quali cellule modificare, come raggiungerle, quale gene toccare e quale risultato biologico attendersi. Non perché un tizio si sia sparato nel sangue una fiala comprata su Internet con scritto “CRISPR SUPERHUMAN KIT”.

Se sei adulto e ti inietti editor genetici a caso, non diventi più alto, più intelligente o capace di vedere nell’infrarosso.

Nel migliore dei casi non succede nulla.

Che l’editing genetico possa funzionare, nelle mani di esperti e su compiti estremamente selettivi, lo concedo senza alcuna difficoltà. Esistono già applicazioni mediche reali, costruite intorno a bersagli precisi, cellule precise, protocolli precisi e controlli altrettanto precisi.

Ma quando vedo su YouTube un “biohacker” che si spara in vena sarcazzo cosa contenente CRISPR, onestamente, faccio fatica a immaginare un risultato diverso dal non ottenere nulla oppure ammalarsi.

Perché CRISPR non è una pozione magica che entra nel sangue, trova il gene desiderato, lo corregge e poi se ne va educatamente.

Bisogna portare l’editor nelle cellule giuste, in quantità sufficiente, evitando le cellule sbagliate. Bisogna sapere quale sequenza modificare, controllare gli effetti fuori bersaglio, evitare reazioni immunitarie, impedire che il sistema di trasporto finisca soprattutto nel fegato e verificare che la modifica produca davvero l’effetto previsto.


E anche riuscendo a modificare il gene corretto, resta da capire quante cellule siano state modificate, per quanto tempo sopravvivano e che cosa facciano nel contesto reale dell’organismo.

La medicina genetica seria affronta questi problemi con laboratori, modelli animali, studi clinici, sequenziamento, controlli tossicologici e monitoraggio a lungo termine.

Il biohacker affronta gli stessi problemi con una webcam, una siringa e una fiducia incrollabile nella propria eccezionalità.

Non è “tecnologia”, e' “magia”.

È selezione naturale con una grafica migliore.

Per le nanomacchine, poi, il discorso diventa quasi ridicolo.

Anche supponendo di riuscire a costruirle nelle dimensioni necessarie, a farle circolare nel corpo senza che il sistema immunitario le distrugga, a impedire che si accumulino nel fegato o nei reni e ad alimentarle con abbastanza energia da compiere i miracoli promessi — tutte cose che non sono affatto semplici o scontate — rimarrebbe il problema principale.

Che cosa dovrebbero fare, esattamente?

Riconoscere migliaia di tipi cellulari? Distinguere un’infiammazione utile da una patologica? Riparare tessuti senza produrre cicatrici? Rimuovere una cellula tumorale senza attaccare quella sana accanto? Coordinarsi con ormoni, sistema immunitario, metabolismo e microbioma?

A quel punto non stiamo più descrivendo una macchina microscopica.

Stiamo descrivendo una nuova forma di vita.

Il microbioma umano contiene comunità di microrganismi che comunicano tra loro e con il corpo, competono, cooperano, producono metaboliti, modulano l’immunità e reagiscono continuamente a dieta, farmaci e ambiente. La loro composizione e le loro funzioni cambiano nel tempo e differiscono da una persona all’altra. Persino le nanomedicine più avanzate, oggi, cercano soprattutto di interagire con questi sistemi o di trasportare sostanze in punti specifici: non si avvicinano neppure alla loro complessità funzionale.

E non serve nemmeno chiamare in causa i batteri.

Una singola cellula umana riconosce segnali chimici, misura concentrazioni, modifica il proprio metabolismo, ripara il DNA, comunica con le cellule vicine, decide se dividersi e, in determinate condizioni, può persino suicidarsi per proteggere l’organismo.

Tutta roba che una nanomacchina dovrebbe “imparare” a fare, possibilmente senza bloccarsi, senza provocare trombi, senza scatenare il sistema immunitario e senza ricevere un aggiornamento del firmware ogni martedì.

Il problema del transumanesimo è sempre lo stesso.

Guarda un sistema biologico di una complessità mostruosa, ne comprende una funzione su diecimila e conclude che sia sufficiente sostituirla con un gadget.

Vede un gene e immagina un interruttore.

Vede una cellula e immagina un transistor.

Vede il microbioma e immagina una squadra di nanorobot.

Poi chiama tutto questo “superamento dei limiti biologici”.

In realtà, molto spesso, è soltanto il superamento dei limiti della propria comprensione.


Arthur C. Clarke scrisse che ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

Il problema dei transumanisti è che hanno trasformato questa osservazione in un metodo di lavoro.

In genere non capiscono un cazzo della tecnologia di cui parlano. Non ne conoscono i limiti fisici, biologici, energetici o ingegneristici. Non sanno distinguere una dimostrazione di laboratorio da un prodotto utilizzabile, una possibilità teorica da un sistema scalabile, una terapia mirata da una pozione magica.

Ma sono bravissimi a spiegarvene le virtù miracolose.

Vi parlano di editing genetico come se il DNA fosse un file di configurazione. Di nanomacchine come se bastasse rimpicciolire un meccanico e mandarlo a riparare il fegato. Di interfacce cerebrali come se il cervello fosse una porta USB particolarmente umida.

Non descrivono tecnologie.

Descrivono incantesimi usando parole scientifiche.

Clarke diceva che una tecnologia incomprensibilmente avanzata può apparire come magia a chi la osserva. I transumanisti hanno ottenuto lo stesso risultato con il procedimento inverso: prendono una tecnologia che non comprendono, la presentano come magia e chiamano “futuro” il proprio fraintendimento.

La differenza è importante.

Nel primo caso abbiamo una tecnologia avanzata.

Nel secondo abbiamo un sacerdote con una presentazione PowerPoint.



Il discorso funziona anche per un altro motivo. La cultura americana, o almeno una sua componente molto influente, ha storicamente difficoltà a comprendere due cose: l’astrazione e la complessità.

Quando si parla di astrazione, infatti, si parla di qualcosa che, nell’immaginario americano, rischia di non esistere affatto. Se una cosa non è materiale, non si può mostrare, non si può misurare e non si può vendere dentro una scatola, allora deve appartenere a una delle due categorie che rimangono disponibili: la magia oppure il soprannaturale.

Il concetto astratto viene accettato più facilmente quando viene reincarnato in un oggetto, in un rituale, in una persona o in una religione. Deve diventare qualcosa che si possa vedere, pronunciare, adorare o almeno mettere su una maglietta.

Non per nulla, per comprendere la volontà di potenza di Nietzsche — concetto astratto, ambiguo e assai più complesso del semplice desiderio di comandare — la cultura anglosassone deve attendere che Aleister Crowley la trasformi in qualcosa che si chiama Thelema.

Non intendo sostenere una discendenza filosofica lineare, come se Crowley avesse semplicemente preso Nietzsche, aggiunto qualche pentacolo e rivenduto il risultato agli americani.

Ma lo ha fatto.

La Thelema di Crowley puo' essere vista semplicemente come la Volonta' di Potenza di Nietszche, venduta ad un pubblico di caproni americani incapaci di leggere un libro di filosofia.

Ma come operazione culturale la pre-digestione funziona.

Un concetto filosofico difficile diventa una formula:

“Fa’ ciò che vuoi”.

La volontà diventa una forza cosmica. L’autosuperamento diventa un percorso iniziatico. La trasformazione dell’individuo diventa magia. E improvvisamente ciò che, in Nietzsche, richiedeva lettura, interpretazione e tolleranza dell’ambiguità diventa qualcosa che si può celebrare mediante simboli, rituali e formule.

L’astrazione, insomma, viene resa comprensibile trasformandola in religione.

Oppure in magia.

Lo stesso accade con la complessità.

Per una certa cultura americana, la complessità delle cose non è una proprietà della realtà. È soltanto una forma di burocrazia della realtà.

Qualcosa che qualcuno ha aggiunto inutilmente e che può quindi essere eliminato mediante uno smash, un colpo sufficientemente energico, una decisione sufficientemente virile o un uomo sufficientemente determinato.

Se un problema contiene troppe variabili, troppe relazioni, troppi effetti indiretti e troppe conseguenze imprevedibili, allora il problema non è davvero complesso. È stato complicato dagli esperti.

Basta licenziarli.

È per questo che, nell’immaginario americano, gli scienziati fanno continuamente esperimenti che sfuggono al controllo.

Costruiscono il virus, aprono il portale, risvegliano il mostro, inventano il robot assassino oppure realizzano una nuova forma di vita che immediatamente decide di mangiare Cleveland.

A quel punto arrivano i soldati.

Gli scienziati spiegano che la situazione è estremamente complessa, che occorre comprendere il fenomeno, che un intervento avventato potrebbe peggiorare le cose e che bisognerebbe forse considerare conseguenze di secondo e terzo ordine.

Il soldato, che non crede alla burocrazia della realtà, gli spara.

Fine del problema.

Naturalmente questa fantasia funziona soprattutto al cinema.

Nella realtà, i problemi complessi prodotti dalla guerra vengono quasi sempre risolti mediante altra complessità: logistica, diplomazia, medicina, ingegneria, amministrazione, intelligence, economia, diritto e ricostruzione istituzionale.


La realtà non è burocratica.

È complessa.

E non è obbligata a semplificarsi soltanto perché il protagonista ha finito la pazienza.

È in questo senso che parlo di una setta transumanista.

Il loro pensiero assume due forme.

È magico quando attribuiscono capacità incredibili a tecnologie che non comprendono.

L’editing genetico diventa la possibilità di riprogrammare un adulto. Le nanomacchine diventano medici microscopici. L’interfaccia cerebrale diventa telepatia. L’intelligenza artificiale diventa onniscienza. Gli ormoni diventano carattere, coraggio e vittoria militare dentro una fiala.

Non importa conoscere il meccanismo.

Anzi, il meccanismo disturberebbe.

Se si cominciasse a discutere di limiti energetici, tessuti bersaglio, effetti fuori bersaglio, larghezza di banda, immunologia, sviluppo embrionale o dinamiche dei sistemi complessi, la magia smetterebbe immediatamente di funzionare.

Il pensiero diventa invece religioso quando questa tecnologia immaginaria non si limita più a guarire, migliorare o assistere l’essere umano, ma promette di trascenderlo.

A quel punto compare il Dio.




Sì, i transumanisti possono essere considerati una setta religiosa.

E il loro Dio ha già un nome.

La Singolarità.

Dal momento che la loro visione della tecnologia ricalca in buona parte l’immaginario fantascientifico degli anni Ottanta, popolato da intelligenze artificiali sovrumane, computer onniscienti e macchine capaci di trascendere i propri creatori, il passaggio dalla tecnologia alla teologia era quasi inevitabile.

Peter Thiel ha discusso pubblicamente della Singolarità almeno dagli anni Duemila, investendo inoltre in organizzazioni legate all’intelligenza artificiale e all’estensione radicale della vita. Sam Altman ha scelto addirittura di intitolare un proprio testo del 2025 The Gentle Singularity, la Singolarità gentile, e poco prima aveva dichiarato che OpenAI era ormai convinta di sapere come costruire l’AGI nel senso tradizionale del termine. Insomma, credono di poter costruire un Dio.

Un Dio-macchina, certamente.

Ma sempre un Dio.

Un’entità dotata di un’intelligenza immensamente superiore a quella umana, capace di vedere relazioni che noi non vediamo, di comprendere sistemi che noi non comprendiamo e di trovare soluzioni che nessun essere umano sarebbe in grado di concepire.

Onnisciente, almeno per scopi pratici.

E possibilmente benevola.

Perché naturalmente questo Dio non deve essere HAL 9000. Deve essere HAL 9000, ma buono. Non impazzisce, non chiude gli astronauti fuori dall’astronave e non decide che l’equipaggio rappresenta un ostacolo alla missione.

È l’Arcadia di Capitan Harlock trasformata in un servizio cloud.

Una macchina immensa, intelligentissima, fedele al proprio capitano e dotata di tutte le capacità necessarie per risolvere ogni problema. Soltanto che, invece di attraversare lo spazio, gira in un numero imprecisato di datacenter e consuma una quantità imprecisata di energia.

Questo Dio sarà benevolo, a patto naturalmente di crederci oggi.

E di dare altri duecento miliardi a Sam Altman per costruirlo.

La AGI è sempre dietro l’angolo. Lo era dieci anni fa, lo era cinque anni fa, lo era l’anno scorso e lo sarà probabilmente anche dopo il prossimo aumento di capitale.

Poi, non appena verrà messa in funzione, comincerà a risolvere tutti i grandi problemi dell’umanità.

Produrrà crescita economica, prosperità diffusa, scoperte scientifiche e un’era di abbondanza. Altman ha esplicitamente descritto un futuro nel quale l’intelligenza artificiale rende disponibili capacità cognitive sempre più economiche e distribuite, fino a cambiare profondamente la produzione e l’economia.

Bello.

Il problema è che questo Dio è un concetto abbastanza obsoleto.

Non soltanto perché ricalca l’immaginario delle intelligenze artificiali fantascientifiche del secolo scorso, ma perché presuppone una teoria del potere estremamente ingenua.

Presuppone che i problemi dell’umanità esistano perché nessuno ha ancora trovato la soluzione corretta.

Una volta individuata la soluzione più intelligente, l’umanità la ascolterà, la comprenderà e la metterà in pratica.

Fine della fame.

Fine delle guerre.

Fine del cambiamento climatico.

Fine delle malattie.

Fine della scarsità.

È la vecchia fantasia illuminista del sovrano perfettamente razionale, soltanto trasferita dentro una macchina. Prima si immaginava il re filosofo. Poi il governo degli esperti. Adesso abbiamo il datacenter onnisciente.

Eppure basterebbe leggere un libro di storia per accorgersi che conoscere la soluzione più intelligente ai problemi umani non è affatto raro.

Anzi, è piuttosto comune.

Sappiamo bene che cosa occorrerebbe fare per limitare il riscaldamento globale. Sappiamo che bisogna ridurre drasticamente le emissioni, modificare i sistemi energetici, cambiare infrastrutture, trasporti, produzione e consumo.

Non ci manca una risposta intellettualmente plausibile.

Ci manca la volontà politica di imporre costi immediati a soggetti potenti in cambio di benefici futuri e distribuiti.

Sappiamo benissimo che cosa occorrerebbe fare per diminuire il numero di tumori al polmone provocati dal fumo.

Ridurre il consumo di tabacco.

Non serviva un’intelligenza sovrumana per scoprirlo.

Eppure continuiamo a produrre sigarette, venderle, pubblicizzarle nei modi ancora consentiti e costruire mercati intorno alla dipendenza.

Sappiamo che cosa riduce gli incidenti stradali.

Sappiamo che cosa riduce l’obesità.

Sappiamo che cosa riduce la povertà infantile.

Sappiamo che cosa occorre fare per impedire che un’epidemia si diffonda.

Sappiamo persino che cosa occorrerebbe fare per evitare molte guerre.

Il problema non è necessariamente trovare la soluzione.

Il problema è che quasi ogni soluzione produce cambiamento. Cambiamento che spesso, nessuno vuole davvero.

Richiede di spostare risorse, limitare privilegi, imporre regole, modificare abitudini e costringere qualcuno a rinunciare a una parte del proprio potere.

E nessuna intelligenza, per quanto sovrumana, elimina questo conflitto.

Quando parlo con un transumanista, infatti, non si capisce mai per quale motivo la macchina superintelligente dovrebbe fornirci soluzioni diverse da quelle che conosciamo già da decenni o da secoli.

E soprattutto non si capisce perché, questa volta, dovremmo fare come dice la macchina.

Supponiamo che la Singolarità venga finalmente accesa.

Le chiediamo:

«Come possiamo fermare il cambiamento climatico?»

E la macchina risponde:

«Riducete le emissioni, chiudete progressivamente le attività più inquinanti, investite nelle reti energetiche, limitate alcuni consumi e distribuite in modo equo i costi della transizione.»

Benissimo.

Poi arriva l’industria petrolifera e risponde di no.

Che cosa fa la superintelligenza?

Produce un PowerPoint più convincente?

Supponiamo che le chiediamo come ridurre il cancro ai polmoni.

La macchina risponde:

«Smettete di vendere prodotti che provocano dipendenza e causano milioni di morti.»

Poi arrivano le aziende del tabacco, i loro azionisti, i lavoratori del settore, i governi che incassano le accise e gli elettori che vogliono continuare a fumare.

Che cosa fa Dio-macchina?

Li fulmina?

La tecnologia può trovare una soluzione tecnica.


Non può trasformare automaticamente quella soluzione in una decisione politica.

E non può eliminare il fatto che la società sia composta da soggetti dotati di interessi differenti, spesso incompatibili.

È questo che manca completamente nella teologia della Singolarità.

Il conflitto.

La macchina viene immaginata come un Dio perché si presuppone che conoscere la verità significhi automaticamente ottenere obbedienza.

Ma la storia umana dimostra il contrario.

Le persone non obbediscono alla soluzione migliore.


Obbediscono al potere, agli incentivi, alla paura, all’identità, alla convenienza, alla tradizione e, qualche volta, alla ragione.

Una superintelligenza potrebbe dirci esattamente che cosa fare.

Potrebbe dimostrarlo matematicamente.

Potrebbe produrre modelli, simulazioni e previsioni perfette.

E noi potremmo risponderle:

«No.»

A quel punto rimangono soltanto due possibilità.

La prima è che la Singolarità accetti il rifiuto.

In questo caso non è un Dio. È un consulente estremamente costoso, al quale nessuno è obbligato a dare ascolto.

La seconda è che imponga la propria soluzione.

In questo caso non stiamo più parlando di una macchina benevola che aiuta l’umanità.

Stiamo parlando di un sovrano assoluto.

La promessa transumanista contiene quindi una contraddizione che non viene quasi mai affrontata.

O la superintelligenza non possiede il potere di obbligarci, e allora non risolve i problemi che noi non vogliamo risolvere.

Oppure possiede quel potere, e allora la famosa era dell’abbondanza comincia con l’abolizione della politica e della libertà umana.

Il Dio-macchina può consigliarci.

Oppure può governarci.

Ma se si limita a consigliarci, continueremo probabilmente a ignorarlo come abbiamo ignorato scienziati, medici, economisti e storici.

E se comincia a governarci, allora HAL 9000 non è diventato buono.

Ha soltanto assunto un ufficio stampa migliore.



Il problema, però, non è dimostrare quanto possa essere stupido e obsoleto un pensiero derivato dalla fantascienza degli anni Ottanta.

Quello è quasi il dettaglio divertente.


Il vero problema è far capire che esiste una setta ideologica, e che l’appartenenza a questa setta produce sintomi abbastanza chiari. Sintomi che traspaiono continuamente nell’operato — spesso alquanto stupido — degli uomini di

Trump.

Quando Hegseth parla del soldato come di un organismo da ottimizzare chimicamente, non sta semplicemente esprimendo una personale ossessione per il testosterone.

Quando Musk parla dell’integrazione tra cervello e macchina, non sta semplicemente presentando un prodotto.

Quando Altman promette una superintelligenza capace di inaugurare l’era dell’abbondanza, non sta semplicemente descrivendo una futura tecnologia.

Sono manifestazioni diverse della stessa matrice.

L’essere umano naturale è incompleto.

La biologia è un limite.

La società è un sistema inefficiente.

La tecnologia è lo strumento mediante il quale una minoranza illuminata può correggere entrambe.

Una volta riconosciuto questo schema, molte dichiarazioni che sembrano soltanto eccentriche, scollegate o semplicemente idiote cominciano a mostrare una certa coerenza interna.

Una coerenza da setta, appunto.

In realtà, il transumanesimo non deve necessariamente essere così stupido, ottuso e prigioniero di un immaginario tecnologico da anni Ottanta. Si potrebbe immaginare un transumanesimo molto più sofisticato, capace di riflettere seriamente sull’estensione delle capacità umane, sulle protesi cognitive, sulle tecnologie assistive, sulla medicina rigenerativa e persino sulle trasformazioni sociali prodotte dagli strumenti digitali.

Il problema non è l’idea astratta di usare la tecnologia per superare alcuni limiti umani.

Lo facciamo da sempre.

Gli occhiali superano un limite umano. Un pacemaker supera un limite umano. La scrittura supera i limiti della memoria. Internet supera quelli della distanza. Un esoscheletro può restituire mobilità a una persona che l’ha perduta.

Il problema nasce quando il transumanesimo si fonde con la mentalità del CEO onnisciente della Silicon Valley.

Il CEO che non conosce semplicemente un’azienda meglio degli altri, ma ritiene di comprendere meglio degli altri la società, la politica, la biologia, la guerra, la scuola, la sessualità, la libertà e, incidentalmente, il destino dell’intera specie umana.

È la mentalità secondo cui ogni problema è una startup che non è ancora stata fondata.

Ogni conflitto sociale è un’inefficienza.

Ogni istituzione è una piattaforma da disintermediare.

Ogni limite biologico è un bug.

Ogni obiezione è resistenza al cambiamento.

E chi possiede abbastanza capitale, abbastanza server e una presentazione con le frecce giuste è automaticamente autorizzato a ridisegnare il mondo.

Questa fusione, peraltro, non nasce con l’Alt-Right.

È avvenuta in una fase nella quale la Silicon Valley, i “creativi”, gli innovatori e tutto il relativo ciarpame venivano ancora considerati liberal. Erano quelli con la maglietta invece della cravatta, quelli che rompevano le gerarchie, quelli che mettevano i pouf colorati negli uffici e promettevano di democratizzare l’informazione.

Sembravano ribelli.

Erano CEO.

Cioè persone che, nella mitologia della Silicon Valley, non erano semplicemente dirigenti d’azienda. Erano visionari. Uomini capaci di capire il futuro prima degli altri, di vedere ciò che gli esperti non vedevano e di prendere decisioni migliori proprio perché non si lasciavano frenare dalla competenza convenzionale.

Poi uno di loro, Steve Jobs, si ammalò di un raro tumore neuroendocrino del pancreas: non il consueto adenocarcinoma pancreatico, spesso devastante, ma una neoplasia generalmente più lenta e, quando ancora localizzata, potenzialmente curabile con la chirurgia.

E che cosa fece il visionario?

Rimandò per mesi l’intervento raccomandato dai medici e preferì affidarsi anche a diete e trattamenti alternativi.

Gente che può morire da imbecille di uno dei tumori pancreatici con le migliori possibilità di trattamento, perché il CEO onnisciente ritiene naturalmente di comprendere anche l’oncologia meglio degli oncologi.

Questa è la parte che viene sempre rimossa dalla leggenda.

Sembravano antiautoritari.

Stavano costruendo i più grandi sistemi di sorveglianza privata mai esistiti.

Sembravano voler liberare l’individuo dalle istituzioni.

In realtà volevano sostituire le istituzioni con piattaforme possedute da loro.

Il transumanesimo della Silicon Valley è cresciuto dentro quella cultura: individualista, tecnocratica, ostile alla politica e convinta che la ricchezza fosse una forma particolarmente affidabile di intelligenza.

Poi quella cultura ha incontrato l’Alt-Right.

E l’incontro era molto meno improbabile di quanto sembrasse.

Entrambe disprezzavano la democrazia lenta, la mediazione, le istituzioni e gli esperti non controllati direttamente dal capo.

Entrambe credevano nelle élite naturali.

Entrambe consideravano la società una massa irrazionale da guidare.

Entrambe adoravano il vincitore.

Entrambe ritenevano che il successo dimostrasse automaticamente superiorità morale, biologica o intellettuale.

Il CEO onnisciente e il maschio alfa parlavano già quasi la stessa lingua.

È bastato metterli nella stessa stanza.

Da una parte c’era il culto della tecnologia capace di rifare l’uomo.

Dall’altra il culto della forza capace di rifare la società.

Il risultato è il transumanesimo dell’Alt-Right: biologicamente ossessionato, tecnologicamente ingenuo, politicamente autoritario e convinto che una piccola élite di uomini superiori debba costruire tanto l’essere umano del futuro quanto l’ordine sociale nel quale dovrà vivere.

Eppure, a quanto pare, né la stampa né i cosiddetti intellettuali sembrano capaci di riconoscere la setta.

Osservano ogni dichiarazione separatamente.

Il testosterone di Hegseth viene trattato come una provocazione sulla cultura militare.

Neuralink come una notizia tecnologica.

La Singolarità come una previsione sull’intelligenza artificiale.

Le fantasie sull’immortalità come eccentricità da miliardari.

L’ossessione per la genetica come folklore della destra biologica.

La distruzione delle istituzioni come semplice radicalismo politico.

Nessuno unisce i punti.

E così nessuno riesce a capire quando un pensiero, una decisione o un comportamento degli uomini di Trump provenga precisamente da quella matrice ideologica.

Continuano a interpretarli come episodi.

Sono sintomi.

Continuano a descriverli come provocazioni individuali.

Sono professioni di fede.

Continuano a chiedersi perché persone diverse dicano cose stranamente simili.

Perché appartengono alla stessa setta.

Che nessuno sembra disposto a vedere.




Uriel Fanelli


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