La leva, l'elefante nella stanza.

La leva, l'elefante nella stanza.
Photo by Filip Andrejevic / Unsplash

Come sapete, in tutti i paesi europei è in corso un vivace dibattito su come reimpostare la coscrizione, come incrementare il numero di effettivi militari e, in ultima analisi, su chi inviare a combattere le guerre del futuro. Le proposte fioccano numerose e di varia natura, ma tutte hanno una cosa in comune, di cui nessuno – e di questi tempi risulta particolarmente strano – sembra voler parlare apertamente.​

In tutte le discussioni, quando si affronta il tema della coscrizione – ossia della chiamata obbligatoria alle armi – ci si riferisce esclusivamente ai maschi. Questo orientamento fa il paio con la situazione ucraina, nella quale ai maschi, e soltanto ai maschi, fu vietato di lasciare il paese: non semplicemente "a chiunque in età di leva", ma specificamente agli uomini di età compresa tra i 18 e i 60 anni.

Certo, qualcuno farà notare che le donne sono comunque presenti nelle forze armate ucraine, ma le proporzioni non parlano affatto di equità. A quanto pare, sì, le donne esistono nell'esercito ucraino: oltre 70.000 donne prestano servizio nelle forze armate ucraine nel 2025, con circa 5.500 schierate direttamente in prima linea. Tuttavia, queste cifre rappresentano appena l'8% del totale delle forze armate, mentre i maschi tra i 25 e i 60 anni possono essere arruolati d'ufficio. I numeri effettivi sono dunque lontani anni luce da qualsiasi discorso di parità. E ancor meno parlano di quel fantomatico "privilegio maschile" di cui tanto si discute in altri contesti, considerando che le donne sono esentate dalla coscrizione obbligatoria e il loro servizio rimane volontario.


Nelle proposte europee, comprese quelle tedesche e persino in quelle scandinave, di questa equità non si fa alcun cenno. Il che risulta decisamente strano, se volete, dal momento che in una situazione di emergenza esistenziale, chi aveva un bisogno disperato di formare un esercito per difendersi – come Israele – ha creato fin dal 1948 un sistema di servizio militare obbligatorio esteso sia alle donne che agli uomini.

La Germania, con la sua recente riforma, prevede la compilazione obbligatoria del questionario solo per gli uomini, mentre per le donne rimane facoltativa. Persino la Norvegia, che nel 2015 è stata il primo paese europeo e NATO ad estendere la coscrizione obbligatoria anche alle donne, mantiene un sistema che vede solo un terzo dei coscritti effettivamente arruolati di sesso femminile. La Danimarca ha annunciato l'estensione alle donne solo a partire dal 2026, mentre la Svezia l'ha fatto nel 2017.

Non esiste, di fatto, alcun motivo tecnico – lo dimostra inequivocabilmente la situazione israeliana – per il quale sarebbe sensato tenere le donne fuori dal servizio militare obbligatorio. Se un paese di dimensioni ridotte, costantemente sotto minaccia militare, ha potuto fare affidamento sulla coscrizione universale per oltre settant'anni, l'argomento della "necessità tecnica" di escludere le donne semplicemente non regge.


Viene da chiedersi, quindi, dove siano adesso tutte quelle voci così solerti nel denunciare il famigerato “privilegio maschile”. Quando si tratta di quote rosa nei consigli di amministrazione, nelle liste elettorali, nei talk show e nei panel sulle “pari opportunità”, sono in prima fila, microfono alla mano. Quando però si passa dal comfort climatizzato delle riunioni al freddo delle trincee, all’improvviso cala un silenzio meravigliosamente compatto.

In caso di guerra, stando agli schemi oggi sul tavolo in Europa, il copione è piuttosto chiaro: loro, al caldo nei rifugi, a spiegare magari sui social quanto sia tossica la mascolinità; i maschi, al fronte, a farsi letteralmente macellare in nome della patria, della sicurezza, della democrazia e di qualunque altra parola altisonante torni utile al momento. Gli uni “costruiti” come carne da cannone per legge, le altre “costruite” come soggetti da proteggere per consuetudine. Ma ricordiamoci: il problema, ci dicono, è il privilegio maschile.

E allora la domanda diventa inevitabile: c’è qualcuno, oltre a me, che nota una “lieve contraddizione” in tutto questo? Qualcuno che si accorge che il genere privilegiato, alla prova dei fatti, è quello che non viene selezionato per il macello obbligatorio? Qualcuno che abbia il coraggio di dire che se il servizio militare è davvero un “dovere civico”, allora è quantomeno curioso che questo dovere cada in modo così selettivo su un solo sesso, mentre l’altro continua a raccontarsi come oppresso dal patriarcato, possibilmente a distanza di sicurezza dal fuoco nemico?

Se la parità significa condividere poltrone, stipendi e visibilità, ma non rischiare la pelle allo stesso modo, forse non si chiama “uguaglianza”: si chiama trattativa molto ben riuscita da una parte sola. E guarda caso, quella parte non è quella che in caso di mobilitazione si ritrova con un fucile in mano. E gli intestini sul pavimento di un carro armato appena colpito.

Ah, il privilegio intestinale!


Prendiamo la situazione italiana.

A quanto pare, l'ultima proposta di Crosetto non sembra proprio notare il "piccolo" elefante che occupa il centro della stanza. Il ministro della Difesa ha infatti presentato un disegno di legge per reintrodurre un servizio militare volontario con l'obiettivo di arruolare inizialmente 10.000 riservisti, potenzialmente fino a 40.000. Una bella iniziativa, sulla carta.

Peccato che in tutta la proposta non si faccia il minimo accenno alla questione di genere, dando per scontato – evidentemente – che anche questa nuova leva "volontaria" riguarderà prevalentemente, se non esclusivamente, i maschi. Nessuna riflessione sull'estendere l'obbligo o l'opportunità alle donne, nessuna considerazione sul fatto che la parità dovrebbe valere anche quando si tratta di indossare l'uniforme e rischiare la pelle. Solo l'ennesima riproposizione dello schema classico: gli uomini a combattere, le donne a casa.

Chi ha il privilegio?


Per la cronaca, chi scrive HA fatto il servizio militare. Potevo, all'epoca, richiedere di fare l'obiettore di coscienza, ma non lo feci. E proprio per questo mi sento legittimato a porre la domanda che segue con una certa fermezza. E no, non ero tra quelli che tornavano a casa il weekend in licenza.

Adesso la domanda è: il mondo del cosiddetto "femminismo" si rende conto che, tollerando questo elefante nella stanza – anzi, fingendo bellamente che non esista – sta letteralmente costruendo con le proprie mani l'argomento cardine per la demolizione di tutta la retorica del "privilegio maschile" e del "maschio tossico"? Si rendono conto che ogni volta che tacciono di fronte alla coscrizione esclusivamente maschile, stanno ammettendo implicitamente che no, forse il privilegio non è così distribuito come raccontano? Che forse, quando si tratta di rischiare la vita per decreto di legge, il genere "privilegiato" è proprio quello che può restarsene a casa?

Perché vedete, si può parlare per anni di patriarcato, di soffitti di cristallo, di privilegi maschili e di tutto l'armamentario concettuale che preferite. Ma quando arriva il momento di mettere la firma sotto alla disponibilità a morire per il proprio paese, e quella firma la devono mettere solo i maschi, allora tutta la narrazione del privilegio maschile si sgonfia come un soufflé mal riuscito. E il silenzio assordante del movimento femminista su questo tema non fa che rendere la contraddizione ancora più evidente, ancora più grottesca, ancora più insostenibile.

Stanno segando il ramo su cui sono sedute, e sembrano non accorgersene. O forse se ne accorgono benissimo, ma sperano che nessuno lo noti. Peccato che qualcuno lo noti eccome.


C'è un elefante nella stanza. Un elefante che nessuno, nel dibattito pubblico mainstream, si prende la briga di menzionare. Eppure è un elefante GROSSO. Anzi, è enorme. È talmente mastodontico che consente, con una sola frase ben piazzata, di mettere a tacere intere coorti di ochette starnazzanti che occupano talk show, commissioni paritarie e tribune politiche.

È sempre stato difficile, per chi ascolta superficialmente, capire per quale motivo esistessero quelli che vengono definiti "privilegi maschili". Perché, nel modo in cui certa propaganda costruisce la retorica, essi appaiono assolutamente immotivati, arbitrari, frutto di chissà quale oscura cospirazione patriarcale perpetuata nei secoli per puro sadismo. Una narrazione in cui gli uomini si spartiscono potere e risorse per il semplice gusto di tenere le donne ai margini, senza alcuna ragione logica, senza alcun "do ut des", senza alcun prezzo da pagare.

Ma tutto questo sembra così solo finché qualcuno non fa la domanda fatidica. Solo finché qualcuno non si alza in piedi e fa notare l'elefante nella stanza, indicandolo col dito e chiedendo a gran voce: "E quello lì? Quello che sta occupando metà della stanza? Quello che pesa tonnellate e che tutti fingete di non vedere? Di quello ne vogliamo parlare, o continuiamo a fare finta di niente?"

Perché quando sollevi il tema della coscrizione obbligatoria esclusivamente maschile, quando ricordi che in caso di guerra sono i maschi – e solo i maschi – a essere trasformati per legge in carne da cannone, improvvisamente tutta la narrativa del privilegio gratuito e immotivato crolla. Improvvisamente emerge una verità scomoda: forse quei "privilegi" non erano affatto gratuiti. Forse erano il prezzo che la società pagava a chi, in cambio, accettava di morire quando necessario.

L'elefante nella stanza, a dirla tutta, si fa sempre più evidente. Più il dibattito sulla coscrizione si accende in Europa, più i governi presentano proposte che riguardano esclusivamente i maschi, più il silenzio del femminismo mainstream su questo tema diventa fragoroso. E più diventa fragoroso quel silenzio, più l'elefante cresce di dimensioni, fino a occupare l'intera stanza e a rendere impossibile continuare a fingere che non ci sia.

Perché ormai anche chi volesse girarsi dall'altra parte non può più farlo: l'animale è troppo ingombrante, la contraddizione troppo palese, il doppio standard troppo evidente. O si ammette che la narrazione del privilegio maschile è monca, parziale, costruita selezionando accuratamente solo gli aspetti che fanno comodo; oppure si deve spiegare come mai il genere "privilegiato" è sistematicamente quello selezionato per il macello di stato.

Non c'è una terza via. L'elefante è lì, e sta diventando impossibile ignorarlo.

Solo che questa volta non è per niente divertente