La Gabbia.

Fare gli esperimenti culturali mi è sempre piaciuto, fin dai tempi in cui mi inventai la storia dell’olio di colza per motori diesel. Stavolta ho fatto un altro esperimento, e i dati che ne sono usciti sono interessanti.
Spesso, anzi molto spesso, parliamo di culture insulari, come quella anglosassone: culture che vedono il mare non come un ponte, ma come un elemento di separazione, un ostacolo naturale. Da qui nasce anche una certa tendenza a percepire i confini come barriere, più che come linee di passaggio o di contatto.
Oppure parliamo di culture limitate dalla lingua. È il caso, per esempio, degli anglofoni, che molto spesso parlano solo inglese e che quindi ricevono quasi tutte le notizie da media in inglese. Il risultato è una bolla linguistica che non è soltanto fastidiosa o limitante: può diventare davvero pericolosa, perché restringe il campo visivo e rende molto più difficile capire cosa succede fuori dal proprio perimetro culturale.
Il mio problema, quindi, era capire quanto fosse davvero insulare la popolazione italiana, cioè quanto gli italiani vivano in una bolla culturale e informativa. E il punto non era neppure, in senso stretto, parlare o non parlare una lingua straniera: oggi esistono estensioni del browser che traducono automaticamente le pagine, quindi anche se avessi scritto il blog in inglese, chiunque avrebbe potuto fare clic e leggerlo in italiano.
La domanda vera era un’altra: quanto l’inglese è una barriera reale, e che tipo di barriera produce? Non una barriera assoluta, ovviamente, perché la tecnologia la attenua molto; ma una barriera che resta comunque decisiva nel determinare da quali fonti si legge, quali notizie si incontrano per prime e quale parte del mondo entra davvero nel proprio orizzonte mentale. In altre parole: quanto pesa ancora la lingua, anche quando la traduzione automatica sembra aver risolto tutto?
Allora, quando ho cominciato a postare in inglese, il numero di lettori è cresciuto di colpo. E questo non sorprende: l’italiano è una lingua piccola rispetto all’inglese, che ha circa 1,5 miliardi di parlanti complessivi, mentre l’italiano resta nell’ordine di poche decine di milioni.
Quindi il picco di visitatori, arrivati soprattutto dai motori di ricerca, era prevedibile quando ho cambiato lingua. Non era solo una questione di “capire o non capire”: era, molto più banalmente, una questione di bacino potenziale. Se scrivi in una lingua globale, vieni intercettato da una massa di persone immensamente più grande; se scrivi in italiano, il tuo pubblico naturale è molto più ristretto.
| Lingua | Parlanti totali stimati (milioni di persone) | Madrelingua stimati (milioni di persone) |
|---|---|---|
| Inglese | 1500 | 380 |
| Cinese mandarino | 1100 | 930 |
| Hindi | 700 | 345 |
| Spagnolo | 600 | 485 |
| Francese | 300 | 80 |
| Italiano | 70 | 65 |
In queste condizioni, niente di strano che gli accessi si siano impennati.
La cosa strana, invece, è stata che gli italiani hanno abbandonato il blog. È rimasta una certa quantità di lettori italiani — riconoscibili anche dagli header HTTP Accepted-Language, almeno quando il traffico proveniva dall’estero — ma gli altri lettori hanno smesso di leggerlo. Per questa ragione, o meglio anche per questa ragione, ho preferito usare un generatore statico: Ghost, secondo me, scala malissimo e la perdita degli italiani si e' persa nell'arribvo di stranieri.
È interessante notare come la reazione italiana sia stata decisamente immediata, quasi una forma di repulsione. E questo, secondo me, deve far riflettere. Nel mondo delle estensioni del browser e dell’AI, ottenere una pagina tradotta è davvero a portata di un clic, quindi se la lingua fosse stata solo un ostacolo, sarebbe stato un ostacolo facilmente superabile.
Per questo, più che di barriera linguistica, parlerei di una vera e propria repulsione. La lingua, da sola, non spiega tutto: quando la traduzione è immediata, il rifiuto dice qualcosa di più profondo sul tipo di contenuto, sul contesto percepito, o forse proprio sul rapporto fra il lettore e la lingua in cui quel contenuto viene presentato.
Questo lascia aperte diverse domande. Al di là di tutto, l’inglese resta per ora la lingua franca di internet, e se c’è un rifiuto così forte per le lingue straniere, viene da chiedersi di cosa si nutra davvero la maggior parte degli italiani, e quale internet frequenti. Oggi, con i paywall che hanno chiuso molte fonti di informazione, e con i social rimasti di fatto come principale canale accessibile, il quadro diventa ancora più interessante.
D’altro canto, questo spiega parecchie cose che ho sentito durante le mie vacanze pasquali in Italia. Spiega, per esempio, come mai l’italiano medio sembri convinto che il resto del mondo passi il tempo a invidiare l’Italia per lo spritz, o a sognare l’apericena — un’usanza che riesce a far sembrare salutare persino il peggio di McDonald’s — o a rosicare per non avere una propria pasta all’amatriciana. Spoiler: no. Questo fa dell’Italia un posto magnifico dove andare in vacanza, ma non molto di più.
Mi spiega anche come mai diverse persone fossero improvvisamente convinte che l’Italia avesse i fondamentali economici più forti d’Europa, trattandomi come se fossi fuggito dal Biafra, o qualcosa del genere. Mi spiega molte cose, perché questa bolla linguistica, in realtà, non è altro che una cassa di risonanza: è lo stesso tipo di isolamento che si respirava negli anni Ottanta, in qualunque villaggio di provincia italiano.
Mi spiega perché la Mastrobuoni può spacciare per giornalismo il diario della casalinga che tiene da Berlino; mi spiega molte cose, soprattutto sull’isolamento linguistico.
Questo esperimento mi ha chiarito parecchie cose. Io credevo che molti facessero semplicemente fatica a leggere testi in inglese. Invece la reazione che ho osservato sembra andare oltre la fatica: somiglia a una repulsione vera e propria. E questo cambia il quadro, perché suggerisce che l’italiano medio non viva soltanto dentro una bolla informativa, ma dentro un mondo separato che rifiuta persino di confrontarsi con ciò che è scritto in un’altra lingua.
Facciamo un esempio.
| Gruppo | Utile netto 2025 | Fonte |
|---|---|---|
| Volkswagen | 6,9 miliardi di euro | https://www.volkswagen-group.com/de/geschaeftsbericht-und-ergebnisse-geschaeftsjahr-2025-20174 |
| Mercedes-Benz | 5,331 miliardi di euro | https://group.mercedes-benz.com/investoren/berichte-news/geschaeftsberichte/2025/ |
| BMW | 7,45 miliardi di euro | https://www.bmwgroup.com/en/investor-relations/annual-report.html |
Ora, siccome si tratta di comunicazioni sociali, sono costretti a dire il vero. Il guaio è che, pur trattandosi di un calo enorme degli utili, (un dimezzamento, di fatto) si parla comunque di aziende che restano in utile.
Se io vengo in Italia e mi sento dire che le aziende automobilistiche tedesche sono ormai “tutte chiuse”, allora sta succedendo qualcosa di davvero strano. Non vanno bene come negli anni precedenti, certo, ma quando una nazione industriale perde una delle sue fonti energetiche a buon mercato e poi il sistema dei commerci globali va in crisi, direi che il risultato sia semmai una prova di resilienza niente male.
Certo, possiamo decidere se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto quanto vogliamo (matematicamente parlando, se avete quel problema allora il bicchiere è semplicemente il doppio di quel che servirebbe), ma, alla fine, il catastrofismo è fuori luogo: nessuna di quelle aziende “sta fallendo”.
Perché nella gabbia mentale italiana tutto ciò che è fuori dal perimetro abituale viene letto come minaccia, non come normalità. Se il mondo lo conosci solo attraverso titoli, cronaca nera e passaparola emotivo, finisci per reagire a chiunque abbia vissuto altrove come a uno che torna da un inferno.
Il mondo visto da quella gabbia è un posto triste. È un mondo fatto di violenza ovunque, strade troppo rischiose per essere percorse, pericoli dappertutto, apocalisse imminente, e l’immancabile “dove andremo a finire, signora mia?”. È un modo di guardare la realtà che amplifica tutto, perché vive di percezioni sociali ripetute fino a diventare verità automatiche.
Poi però esci, e scopri una cosa molto più semplice: in un paese dove l’ultimo omicidio risale al 1958, puoi andare in piazza, sederti al bar, girare per il mercato, prendere una pizza da asporto, persino incontrare coetanei senza che ti succeda nulla di quello che la stampa italiana ti racconta ogni giorno. È un paese noiosissimo, certo, provinciale pure, ma noioso e provinciale non significa pericoloso.
E infatti il punto è proprio questo: il racconto italiano spesso non descrive il mondo, descrive il proprio stato d’animo. Quando un’amica parrucchiera ti dice “ma lo hai visto cosa fanno adesso?”, la risposta vera non è un elenco di fatti: è chiedere se, davvero, ha visto bande di criminali girare per il paese ad ammazzare gente a caso. Se la risposta è no, allora forse non sta parlando del paese. Sta parlando della gabbia.
A un certo punto ho avuto un’illuminazione. Mia madre, 80 anni, che è un’utilizzatrice attivissima di tablet — ne ha due, più un cellulare — viene da me e mi dice: “Ma è vero oppure è intelligenza artificiale?”. Ne aveva sentito parlare. E lì mi si è accesa la lampadina: aveva cominciato a dubitare. Ci sono voluti ottant’anni, ma alla fine ci è arrivata anche lei: i media mentono e inventano.
La foto, su Facebook, ritraeva un gruppo misto di zingari e necri che stavano strappando di dosso il vestito e la borsetta a una povera vecchietta, col fazzoletto in testa. Siamo nel 2026: quanti anni dovrebbe avere, duecento? Secondo il racconto, la scena sarebbe avvenuta in Veneto. Allora porto mia madre davanti al PC, cerchiamo la notizia sui giornali nazionali e nelle sezioni locali del Veneto. Non c’è. Risposta: non è mai successo, tranquilla. È tutta roba scritta dall’AI.
Da quel momento, per quindici giorni, passava periodicamente da me a chiedermi: “Ma secondo te è AI?”, ogni volta che leggeva una notizia impressionante. E la mia risposta era sempre sì. Non perché io avessi prove particolari, ma perché mia madre, a 80 anni, non ha alcun bisogno di portare sulle spalle il peso del mondo, quindi chissenefrega. “La Germania ha ricevuto una petroliera dall’Iran”? Bene, buon per lei, chiunque sia “la Germania”. AI. “C’è un piano per togliere le case agli italiani e darle ai necri?” AI.
Dopo due settimane ho ottenuto che mia madre non credesse più a nulla di quello che leggeva su Facebook, e alla fine mi ha chiesto di toglierglielo. Al suo posto le ho installato Pinterest. Che interessi hai? Cucina, fiori, lavoretti di casa, bricolage, cose artigianali — da far fare a mio padre. Bene: Pinterest, e via.
È sempre scrolling infinito, ma almeno non c’è tutta quella merda.
Cosa voglio dire con questo aneddoto? Voglio dire che la Gabbia è un posto di merda. Ci vivete male, e ci vivete male soprattutto perché siete ossessionati da problemi che non avete.
State lì a discutere di gender: ma hai mai conosciuto di persona una persona trans? No. E allora di cosa ti preoccupi? Siete ossessionati dagli extracomunitari, quando poi quelli che avete lì, di fatto, lavorano nella raccolta delle mele o in campagna. E persino voi finite per ammettere che i vicini di casa albanesi sono “sempre gentili”.
Problemi che non avete. Problemi che non avrete mai. E, soprattutto, problemi che spesso non esistono nemmeno.
Ah, sì: una banda di ragazzini cattivi — l’ultima moda, a quanto pare — avrebbe ucciso un tizio senza ragione. Forse. O forse è solo AI. Di sicuro, però, è la Gabbia.
Perché nessuno, in Italia, ha davvero bisogno di sapere che sia successo.