La definizione:  timosessualità.

Ho sempre avuto la tendenza a non muovere un dito per risolvere un problema finché non ne ho compreso la natura, e soprattutto finché non sono certo di aver afferrato il meccanismo su cui sto per intervenire. Per questo guardo con diffidenza all’idea di “move fast, break things”: non è una questione di gusto, ma il fatto che, nella maggior parte dei casi, suona come una versione ammiccante della sciatteria.

Questo stesso atteggiamento lo applico anche al cosiddetto “dibattito sociale” che si accende intorno a certe vicende di cronaca — come quelle, ricorrenti, che coinvolgono calciatori ed escort. In questi casi preferisco fermarmi e sospendere il giudizio finché non dispongo di definizioni chiare. Che cosa si intende davvero per “escort”? Che cos’è, in concreto, un “privé”? E tutte le altre etichette che, non a caso, abbondano di neologismi e anglismi proprio perché — e vale la pena ribadirlo — consentono di sfuggire a contorni troppo netti.

Se si vuole affrontare la questione con un minimo di serietà, bisogna partire da qui: dalle parole, e dal loro significato. O, quanto meno, da una conoscenza concreta delle pratiche che quelle parole pretendono di descrivere. Per quanto riguarda il “privé” — e le sue varianti più enfatiche, come “privé esclusivo” o “superprivée” — posso dire di avere una certa familiarità, perché ho assistito alla nascita del fenomeno.

Parliamo degli anni in cui lavoravo come buttafuori (o, per restare al lessico corrente, “security”) nelle discoteche della Riviera romagnola. A un certo punto cominciarono a presentarsi all’ingresso quelli che definirei i vitelloni arricchiti: uomini che avevano sentito raccontare ovunque che in discoteca si andava per divertirsi e per rimorchiare ragazze giovani, e che, dopo aver consumato la giovinezza lavorando, si ritrovavano oltre i quarant’anni con l’urgenza — quasi fisica — di recuperare il tempo che sentivano di aver perduto.


Era un inverno dei primi anni Novanta, credo, e lavoravo nelle discoteche attorno a Modena. La fauna dei “vitelloni” era composta da persone che si stavano arricchendo soprattutto allevando maiali; arrivavano in Mercedes, vestiti da morire, giacca e cravatta, sempre maschi e quasi sempre obesi.

La cosa che si capì subito era che in quelle condizioni non avevano alcuna speranza di competere. L’unico modo per “sfoggiare” la ricchezza era il vestito, che però era del tutto fuori posto rispetto all’atmosfera della discoteca, prima di tutto per ragioni di età: per quanto firmato, un completo Armani da due o tre pezzi non aveva molto senso in quel contesto. Anche lo sfoggio di orologi Rolex o altri gingilli non serviva a nulla, se non a farseli spesso rubare.

Le ragazze, in molti casi, cercavano davvero la ricchezza, è vero, ma faticavano a restare abbagliate da quei cafoni arricchiti che, pur avendo denaro, non ne avevano affatto paragonabile a quello dei veri ricchi — che frequentavano altri locali dove quei vitelloni non sarebbero stati nemmeno ammessi. Si vedeva la loro provenienza contadina non solo dai calli alle mani, ma anche da un livello di ignoranza e di volgarità che a volte lasciava davvero atterriti. Le ragazze, invece, spesso erano universitarie fuori sede, attratte da PR e da biglietti omaggio, e non si mescolavano per niente bene con quel tipo di cliente.


In breve, non erano abbastanza ricchi da entrare nei locali davvero alla moda, o meglio, nei locali davvero dedicati ai ricchi; quindi cercavano di recitare la parte dei ricchi nei locali per ragazzi, diciamo, di working class. Cercavano il riconoscimento di una ricchezza che in termini relativi non avevano. Avrebbero potuto provare a frequentare locali più “in”, dove c’era la vera borghesia di Modena o di Bologna, ma lì non li avrebbero fatti entrare.

Per questo diventavano un problema “nostro”, nel senso che diventavano troppo insistenti e arroganti con le ragazze, secondo la logica “io pago, io pretendo”. E come problema di sicurezza non erano sempre facili: abituati al lavoro duro erano fisicamente robusti, al punto che in molti posti avevamo a disposizione una mazza da baseball di sicurezza. Oppure si metteva il cartello di plastica “attenzione, scala scivolosa” e si approfittava della situazione per spingerli giù. Non erano comunque momenti gradevoli, anche perché quei tizi, essendo arricchiti, spesso riuscivano a “parlare con il titolare”.

La tensione durava da tempo, me ne avevano parlato subito i colleghi più scafati, finché non fu trovata una soluzione. Arrivarono prima i tavoli prenotati, che denotavano ricchezza e che lo studente medio non poteva permettersi, e infine nacque il “prive”, che in origine sorsero per le feste, spesso — siamo nel modenese — per il “debutto” (i diciottenni) delle figlie di arricchiti che non erano abbastanza “in” per permettersi il vero debutto, quello dell’Accademia di Modena. Quindi si organizzavano la loro costosissima copia locale affittando un “privee” in un locale.


Come soddisfare la richiesta degli arricchiti, che si aspettavano di entrare in discoteca e di “scopare” ragazze giovani solo perché avevano prenotato il tavolo? All’epoca le strade erano piene di ragazze dell’Est che si adattavano molto bene a quel tipo di glamour, e spesso quei tipi se le portavano appresso dopo averle conosciute come escort. Ma anche così, il gelo tra loro e le ragazze “non a pagamento” della disco era evidente, e cominciava ad essere socialmente disdicevole per una ragazza del luogo essere vista in un locale pieno di baldracche ungheresi.

Cosa fare? Il “privee” si prestava benissimo alla scena. Era abbastanza privato da sembrare esclusivo, e così un ghetto di ricchi contadini arricchiti si trasformò in un ambiente “esclusivo”, mentre loro potevano illudersi di essere invidiati anziché disprezzati.

Il problema di un’escort, però, è che vuole essere pagata, e se consideriamo il costo dello champagne — che era quello che pretendevano, perché si convincevano che solo “champagne” fosse la bevanda dei ricchi — insieme al costo dell’entrata nella zona VIP, le serate cominciavano ad essere piuttosto salate.

Ma c’era un ma. La cocaina divampava, e c’erano un sacco di ragazze dipendenti dalla cocaina. La dipendenza da cocaina non era come quella da altre droghe: non ti riduce allo stato di tossico classico che ti chiede un euro per la dose, ma crea un’impellenza fortissima. Erano proprio le prede preferite dei ricconi da privé: ragazze che si prostituivano per pagarsi la sniffata, giovani, esteticamente adatte a recitare il ruolo di “noi siamo i ricchi” che quei vitelloni volevano mettere in scena davanti agli altri. Beninteso, davanti ai loro vicini di casa.


In definitiva, dunque, il privé nacque così: un palcoscenico per personaggi arricchiti di recente, dove potevano illudersi di essere attraenti solo perché ricchi, senza accorgersi che, in ultima analisi, quella recita della ricchezza li relegava più o meno nella fascia sociale da cui provenivano. Certo, dall’esterno esisteva una certa invidia nominale per quelli che stappavano champagne e stavano abbracciati a quelle ragazze, ma le ragazze “per bene” non avrebbero voluto prendere il loro posto, se non per una sera.

Da qui, poi, il privé poté affermarsi come posto “dei ricchi” e delle “modelle”, perché era l’unica alternativa al termine “prostituta avvenente e drogata”. E spesso, anche nel jet‑set, la differenza era minima.

La definizione corretta di “privee” è quella di un luogo, principalmente ostentato, in cui uomini di provenienza modesta e ricchezza recente si trovano per recitare la commedia del successo, circondati da prostitute drogate che amano pensare a sé stesse come “modelle”.

E questo, sia chiaro, segue un canone estetico di tipo proletario: la “modella” è ciò che la persona di working class crede che una modella sia, e si comporta come secondo la working class una modella dovrebbe comportarsi, sulla base di ciò che legge nei giornali di gossip. Così come il “ricco” o l’“imprenditore” è, ancora una volta, ciò che i lettori abituali di giornali di gossip immaginano che sia un ricco o un imprenditore, cioè una figura che parla, si veste e si presenta come pensano che parlino, si vestano e si presentino i veri ricchi e gli imprenditori.

Non è solo un ritratto di Trump o di Berlusconi, ma anche di Briatore: è un personaggio montato su un’immagine mediatica che non pretende di essere verosimile, ma solo riconoscibile, e che recita una versione caricaturale di sé stessa davanti a un pubblico che, a sua volta, ha già imparato il copione dai rotocalchi


Definito il “privee”, adesso occorre tentare una definizione di “prostituta” o di “escort”, e questo è il passaggio più rischioso. Lo è perché, in termini logici, l’unica definizione coerente finisce per essere troppo ampia, tant’è da urtare i canoni socialmente accettabili. Viene respinta come se la definizione di “cane” venisse rifiutata perché include insieme gli animali pura‑razza e quelli di strada, mescolando pedigree e bastardi.

Una prostituta, o escort, o “modella”, è una donna che concede favori sessuali, erotici, sentimentali, estetici o addirittura matrimoniali a un uomo in cambio dei vantaggi derivanti dalla ricchezza del partner.

In questa definizione, la differenza sta solo nella confezione, non nella sostanza: ciò che cambia è il packaging sociale, il linguaggio, il contesto di presentazione, ma non la natura della transazione.

E dico bene “transazione”: ogni rapporto transazionale che includa favori erotici, sessuali, sentimentali o matrimoniali è, in ultima analisi, prostituzione. Il guaio di questa definizione è appunto che è precisa, e quindi socialmente inaccettabile. È come se si desse una definizione biologicamente rigorosa di “cane”, e certi proprietari si offendessero perché vengono accostati a chi ha un bastardo di quartiere. Allo stesso modo, molte donne e molti mariti protestano perché la parola “prostituzione” finisce per includere, almeno in linea di principio, anche le loro compagne o loro stesse.

E questa ipocrisia, in genere, non viene nemmeno smascherata dal mondo cosiddetto “femminista”, che spesso si arrocca dietro distinzioni semantiche e retoriche, evitando di guardare in faccia la logica spietata di ciò che sta sotto la superficie.


Una volta data una definizione corretta, però, possiamo notare una cosa semplice: questo fenomeno non è semplicemente “prostitutivo”, ma una vera e propria necessità sociale. È una recita organizzata, il cui obiettivo è quello di convincere il pubblico dello status altolocato dei partecipanti, condita con una forte dose di sessualità.

Per questo vorrei coniare una definizione: “timosessualità”, ovvero la sessualità che richiede attrazione erotica verso i ricchi, tra i ricchi, e attraverso la ricchezza. In questo schema, il sesso serve meno a soddisfare un desiderio brutale che a confermare uno status, a rendere credibile il copione sociale del privilegio. In altre parole, la timosessualità è il meccanismo tramite cui la ricchezza diventa non solo un accessorio, ma un vero e proprio oggetto di desiderio sessuale, e la relazione sessuale un atto di legittimazione sociale più che di intimità.

Il termine “timosessualità” combina l’idea greca di τιμή (timé), cioè “valore”, “stima” e “ricchezza” in senso sociale, con il campo semantico della sessualità. In questo senso, timosessualità indica quel tipo di attrazione in cui il desiderio sessuale è legato non tanto alla persona in sé, quanto al suo status, alla sua posizione di privilegio e alla sua capacità di mostrare una ricchezza, reale o percepita, come sigillo di rango sociale.


La timosessualità ovviamente richiede un luogo ove esprimersi, e tutta una serie di meccanismi di sicurezza — di cui ho parlato nel post precedente — ma sinché non arriviamo a capire il meccanismo di base, non sarà possibile parlare di tutto questo in maniera davvero razionale.

Intendo dire: senza che qualcuno si inalberi, sentendosi accidentalmente (o forse no) rientrare nella categoria “escort”.

O se preferite, “timosessuale”.