La burocrazia e' bella, adesso?

La burocrazia e' bella, adesso?

Per la serie "giornalismo-spettacolo", non poteva mancare l'imprenditore velleitario per eccezione, tale Briatore. Il quale ci fa sapere, da esperto di locali da ballo per ricchi o meno, che "ma chi gli ha dato i permessi?", e che ovviamente – essendo geometra, magari sa quel che dice – una sola uscita di sicurezza sarebbe insufficiente. Per cui, quel locale non avrebbe mai dovuto ottenere la licenza.

Questo è molto interessante, e ho già spiegato per quale motivo in Italia sia difficile ottenere una licenza in quelle condizioni, qui:

Discoteche & soffitti.
Sta diventando insopportabile il comportamento dei maggiori giornali nel riportare la vicenda di Crans-Montana, per la semplice ragione che, ormai è chiaro, il loro intento è quello di utilizzare la tragedia per intrattenere, e non per informare degnamente il pubblico. Come padre, trovo spesso rivoltanti i commenti degli abbonati -

Ma il problema è che stiamo parlando di Briatore, e questo impone una riflessione. Perché l'uomo è noto per essere quello che minaccia di lasciare l'Italia ogni due minuti, lamentandosi che la burocrazia sia asfissiante e che per aprire un locale ci vogliano troppi permessi e autorizzazioni.

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L’annuncio di Briatore
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flavio briatore: ″vendo le mie attività in italia: c’e’ troppa burocrazia...″
Da “la Zanzara - Radio 24” BRIATORE CANTIERE TWIGA “Vendo tutte le mie attività in Italia, troppa burocrazia. Se c’è qualcuno interessato si faccia avanti”. “Renzi unico in grado di cambiare l’Italia”. “Non mi

Vorrei capire, quindi, di cosa stiamo parlando. Perché se servono cinquemila permessi per aprire un locale, dopo la strage in Svizzera si direbbe che ne servirebbero cinquemilauno, non di meno.

Nel mondo ideale di Briatore, probabilmente, il permesso e la licenza non dovrebbero nemmeno esistere, sostituiti dai soldi necessari ad aprire il locale. Ma quando arriva il conto da pagare per una burocrazia non abbastanza asfissiante, ecco che lui stesso si mette a gridare "ma chi gli ha dato i permessi per aprire?". Non lo so, Briatore: a quanto pare glieli ha dati il mercato, cioè aveva i soldi per farlo.

Ma allora occorre parlarne: la burocrazia è un bene o un male?


Il dibattito su questo è a dir poco delirante e testimonia lo stato di profonda dissonanza cognitiva che ormai il "progetto cagnara" ha indotto nella mente dei cittadini italiani.

I giornali degli imprenditori continuano a ripetere che lo Stato non si fida abbastanza degli imprenditori, e che quindi tutti gli asfissianti obblighi e i controlli continui sarebbero il sintomo di un rapporto sbagliato tra cittadini e Stato. Lo Stato, a sentire loro, si comporterebbe da controllore e burocrate perché non si fiderebbe dei suoi cittadini, che sono in gran parte onesti.

Nessun dubbio.

Ma a causare una quarantina di morti bruciati vivi non è stata una minoranza. Non è stato l'1% degli svizzeri, beninteso che sarebbero al 99% onesti. Non è stato l'uno per mille degli svizzeri, beninteso che sarebbero onesti al 99,9%. È stato un disonesto. Uno solo.

E allora, bisogna fare di tutta l'erba un fascio, condannando tutti per uno solo? La risposta è... sì. Nel momento in cui uno solo basta per bruciare vivi quaranta giovani e rovinarne altri cento, il problema non è condannare tutti: il problema è controllare tutti.

Ovviamente, un controllo più capillare, così capillare da poter intercettare il singolo che sgarra, non potrà che generare un catastrofico sistema di burocrazie. Perché c'è un solo modo per eliminare statisticamente la possibilità che un elemento sbagli: avere un campione grande quanto l'intera popolazione. Se vuoi errore zero, confidenza al 100% e intercettare anche un solo caso anomalo su migliaia, matematicamente non puoi fare affidamento su controlli a campione: devi controllare ogni singolo soggetto.

Puoi fare controlli a campione, certo, ma se andiamo a dimensionare il campione della stima per controllare una prevalenza del 100% di discoteche sicure, con confidenza statistica del 100% ed errore nullo, il campione diventa grande quanto l'intera popolazione.

Ovvero, controllare tutti, e di continuo.

E questo non è altro che un regime di burocrazia asfissiante, che parte dal presupposto che chiunque potrebbe causare una strage. Un sistema di burocrazia del genere, ovviamente, è quello descritto da Briatore-che-se-ne-va, perché se pensi che ogni impresa sia potenzialmente gestita da un malfattore criminale, sei chiaramente "contro le aziende".


Ma che sia "contro le aziende" o meno, se supponiamo davvero che il problema sia "ma chi gli ha dato la licenza", allora la burocrazia asfissiante è un bene. Anzi, diventa una necessità assoluta, l'unico strumento in grado di prevenire tragedie come quella svizzera.

Forse Briatore intende dire che a gestire la burocrazia sia qualcuno che è "ideologicamente" contro le aziende, come se esistesse una sorta di pregiudizio sistemico nei confronti degli imprenditori. Ma a questo punto, se notiamo che per fermare problemi del genere occorre essere così intolleranti da non lasciare nessun caso scoperto – dato che ogni singola eccezione potrebbe scatenare un disastro – la mia domanda diventa inevitabile: che differenza c'è, nella pratica concreta, tra la consapevolezza che un solo malfattore può causare una strage enorme, e quella che Briatore chiama l'ideologia "contro le aziende"?

In altri termini: se accettiamo il principio che quaranta morti richiedono controlli più severi, allora stiamo accettando che il controllo capillare e ossessivo non è ideologia, ma semplice matematica della sicurezza. E se è matematica, allora non c'è differenza tra essere prudenti ed essere "contro le aziende" – sono esattamente la stessa cosa, vista da angolazioni diverse.


A questa mia obiezione si risponde sempre che "occorre trovare un compromesso ragionevole", cioe' che occorre bilanciare i rischi con i vantaggi economici. Ma a quel punto la mia domanda e':

va bene, compromesso. Troviamoci a meta' strada. A meta' strada?

Significa.... "solo" 20 morti?

Perche' se diciamo di "rilassare" un attimo i controlli per andare incontro alle aziende, stiamo inevitabilmente parlando di aumentare qualche rischio. E siccome alla fine il rischio diventa danno, ci troveremmo con un 20 morti/anno, anionati.

E allora, questo "compromesso" quale sarebbe, di preciso?

Quanto rischio siamo disposti ad accettare, di preciso?


Non credo, quindi, che lo Stato nell'esercitare il potere di controllo debba preoccuparsi di apparire o meno "contro le aziende" o "contro i ricchi". Non è una posizione ideologica: è una conseguenza matematica della richiesta di sicurezza assoluta.

Ma non è l'unica ideologia in gioco, a volerla dire tutta. Perché di ideologia ne esiste anche un'altra, e ben più pervasiva.

Milton Friedman, premio Nobel per l'Economia, ha sostenuto nel suo celebre articolo del 1970 sul New York Times Magazine, "The Social Responsibility of Business Is to Increase Its Profits", che gli imprenditori non hanno responsabilità sociali: l'unica responsabilità dell'impresa è aumentare i propri profitti, nel rispetto delle regole. E Ayn Rand, filosofa e scrittrice nota per il suo "oggettivismo" e autrice di opere come La rivolta di Atlante e La fonte meravigliosa, ha aggiunto che, secondo la sua etica dell'egoismo razionale, nemmeno una singola persona ha alcuna responsabilità nei confronti della società.

E questa non e' un'ideologia?

Nella visione di questi due, infatti, i gestori del locale non hanno commesso alcun crimine contro la societa', al limite hanno commesso un crimine contro le vittime. Ma anche in questo modo, non ne sono responsabili, dal momento che il loro UNICO dovere era quello di fare soldi. E questa non è un'ideologia?

Nella visione di questi due, infatti, i gestori del locale non hanno commesso alcun crimine contro la società: al limite hanno commesso un crimine contro le vittime. Ma anche in questo senso non ne sarebbero davvero responsabili, dal momento che il loro unico dovere era quello di fare soldi, e qualsiasi considerazione che vada oltre il profitto – compresa la sicurezza delle persone – rappresenterebbe una distrazione da questo obiettivo primario, se non addirittura un tradimento dei principi del libero mercato.


Se torniamo all'idea della posizione di compromesso, non è forse bilanciato dire che, se da un lato ci sono persone che ritengono normale essere dei maiali senza coscienza sociale, ha senso che per compensare lo Stato sia ferocemente "contro le aziende" ?​

Se partiamo dall'idea che l'unico dovere dell'azienda, come sostiene Friedman, sia quello di fare soldi nel rispetto delle leggi – e il locale la licenza l'aveva, in qualche modo (vedremo in futuro come) – perché non possiamo accettare il fatto che a questo punto qualcuno di veramente aggressivo, lo Stato appunto, pensi che il suo lavoro sia, invece, quello di impedire che si esageri? Se l'imprenditore per definizione spinge sempre al limite del consentito per massimizzare il profitto, è del tutto razionale che il controllore sia altrettanto intransigente nel tirare il freno, applicando ogni norma con il massimo rigore possibile.

Il fatto che la società esista e che sia coinvolta dalla tragedia è ovvio: basta guardare la folla ai funerali, basta osservare che la cosa interessa i politici, o notare che il fatto sia entrato prepotentemente nel discorso pubblico. Con buona pace della Thatcher – che sosteneva notoriamente che "la società non esiste, esistono solo gli individui" – la società esiste eccome, e si manifesta proprio in momenti come questi.

E nel momento in cui esiste e si prende cura dei suoi membri, appare chiaro che l'individuo-imprenditore debba farci i conti. Non può trincerarsi dietro la dottrina friedmaniana del profitto come unico dovere, ignorando che opera all'interno di un tessuto sociale che ha le sue aspettative, i suoi valori, e soprattutto il suo diritto di non vedere bruciati vivi quaranta giovani in nome della massimizzazione dei ricavi.


Non vedo, quindi, un problema se l'apparato dello Stato sembra – ideologicamente – diffidente nei confronti delle imprese. L'ideologia praticata dall'altro lato, a volerla dire tutta, sembra dare ragione alla diffidenza dello Stato. Se un'intera corrente di pensiero economico e filosofico predica che l'imprenditore non ha alcuna responsabilità sociale e deve solo massimizzare il profitto, è del tutto comprensibile che lo Stato risponda con controlli capillari e sospetto sistematico.

Se in Svizzera hanno cinquemila permessi per aprire un locale, caro Briatore, quello che è successo ci dice che devono essere cinquemilauno. Non cinquemila meno uno, come vorresti tu quando ti lamenti della burocrazia italiana che soffoca le tue iniziative imprenditoriali. La contraddizione è tutta tua: o accetti che la sicurezza richiede controlli asfissianti, oppure accetti che qualche locale brucerà con la gente dentro. Tertium non datur.


Sarebbe stato meglio tacere, caro Briatore.

Certe volte, è davvero meglio.