Investigatori di internet.

Investigatori di internet.
Photo by Mrika Selimi / Unsplash

Durante una discussione sul Dudes Club, mi sono trovato a condividere alcuni dettagli autobiografici. Non per vanità, ma per dimostrare concretamente come certi "investigatori" che si affannano a parlare di me – o meglio, a diffamarmi – abbiano clamorosamente mancato il bersaglio. Il punto è semplice: "investigare su internet" non funziona. Per davvero. Bisogna essere del posto, o quantomeno recarvisi fisicamente, se si vuole capire qualcosa di concreto.

Stiamo parlando di quasi quarant'anni fa, dopotutto. I luoghi di cui parlo, e dei quali pubblicherò alcune fotografie prese da Google Street View, sono oggi trasfigurati, quasi irriconoscibili. Dove c'erano le cappezzagne sterrate, oggi scorre l'asfalto. Per questo affermazioni come "dovevi per forza avere un motorino per andare a scuola" – e non, che so, una bicicletta – hanno ben poco senso. Chi indaga senza conoscere il contesto temporale e geografico finisce inevitabilmente per costruire castelli di sabbia su fondamenta inesistenti.

C'è poi un altro fattore, più doloroso. Una sciagurata decisione della CEE, il regolamento 3330/74, ha portato su quella zona una devastazione economica tale che la miseria, agendo come una sorta di acido corrosivo, ha letteralmente consumato gli edifici delle aree impoverite. Piccoli centri dove un tempo si andava per fare shopping tra vetrine curate si sono trasformati in distese di ruderi. La memoria di quei luoghi è stata quasi cancellata dalla povertà.

Ecco perché pubblicherò delle fotografie: non per nostalgia, ma per illustrare quanto sia facile sbagliarsi quando si "investiga su internet" senza sapere a cosa dare peso, senza conoscere la storia vera di quei luoghi. Del resto, sono passati trenta, quarant'anni. Il tempo ha riscritto tutto.

Quindi, un avvertimento:

DISCLAIMER: Quello che segue contiene una discreta quantità di riflessioni personali che potrebbero non interessarvi. POI, però, c'è una storia che forse merita la vostra attenzione: quella della CEE – oggi diventata "UE" – e di come ha agito in passato su certi territori.

Se la parte autobiografica non vi interessa, saltate direttamente alla sezione finale: "Cosa è successo".


Per prima cosa, ho sempre raccontato di aver maturato una pessima opinione dei sindacati italiani durante un periodo di lotte operaie particolarmente accese. Anni in cui i lavoratori venivano spinti verso forme di attivismo e attività politica che lasciavano il segno. Per qualche motivo, chi ha provato a ricostruire questa parte della mia storia ha pensato che parlassi degli zuccherifici di Migliaro o di Volano.

Eppure nessuno di quegli stabilimenti fu mai occupato al punto da richiedere l'intervento della Celere, o degli Autonomi, episodi di cui ho effettivamente parlato. L'unico zuccherificio che visse un'occupazione così lunga e drammatica – diversi mesi, tra il 1982 e il 1983 – fu quello di Jolanda di Savoia. Un'occupazione vera, con tutto ciò che comportava: tensioni, scontri, la presenza costante delle forze dell'ordine.

C'è poi un altro dettaglio che evidentemente è sfuggito: ho menzionato più volte di essere cresciuto nel quartiere delle case operaie. Quelle case esistevano solo a Jolanda, non negli altri zuccherifici. Altrove, al massimo, si trovavano cinque o sei abitazioni sparse, niente di paragonabile al vero e proprio quartiere che caratterizzava Jolanda di Savoia. E c'era anche una fermata dedicata degli autobus – ancora esistente oggi – che serviva proprio quella zona. Un dettaglio piccolo, forse, ma significativo per chi conosceva davvero quei luoghi.

Semplicemente ignorando questi elementi, chi mi colloca a Migliaro o Migliarino sta confondendo gli zuccherifici. È un errore comprensibile per chi cerca di ricostruire tutto da lontano, attraverso ricerche superficiali. Ma resta un errore. Negli altri stabilimenti non ci furono occupazioni di quella portata: chiusero e basta, alcuni anni dopo. Le date non coincidono con quelle che ho raccontato nel tempo, i luoghi non corrispondono. È storia scritta altrove, su qualcun altro.

Ecco cosa ne resta, di fatto.

Tra l'altro, ho sempre menzionato le grandi "bugadare" di quelle case – quegli ampi lavatoi che caratterizzavano le abitazioni operaie di Jolanda. Non mi sembrano così comuni, per quanto ne so, nelle casupole che davano agli operai al Volano. Certo, non sono mai stato dentro quelle altre abitazioni, quindi potrei sbagliarmi.

Oggi, guardando queste immagini di Google Street View, vedo ruderi industriali dove un tempo c'era vita e lavoro. E quella che fu la mia casa d'infanzia, ancora lì, ancora abitata a quanto pare. Un piccolo miracolo di sopravvivenza in un paesaggio che il tempo e la crisi economica hanno profondamente trasformato.

A destra, le bugadare. Sono cresciuto qui. E non e' a Migliarino.

Per la seconda fase della mia vita – che a sua volta non riguarda Migliarino – occorre davvero essere del luogo per capire. Ho raccontato più volte che i miei comprarono una casa, un vecchio edificio di origine ecclesiastica venduto dalla Chiesa. Parliamo di secoli di storia: durante i lavori di ristrutturazione, mio padre trovò tubature in piombo antico. Anche questo l'ho scritto. Non lo acquistammo direttamente dalla Chiesa, ma dalla banca che ne era entrata in possesso.

Era chiaramente un edificio ecclesiastico. La metà che toccò a noi come famiglia – l'altra andò al socio di mio padre – consisteva di otto stanze, tutte delle stesse dimensioni: otto metri per cinque. Le mura erano larghe più di un metro, massicce come si costruiva una volta. E poi c'erano le cripte, nicchie nelle pareti così ampie che ci stava comodamente un materasso singolo. Io non le usai mai per dormirci, sia chiaro: mio padre ne ricavò uno spazio per lo stereo e i dischi nella zona camera, e una scrivania con scaffali nello spazio che avrei dovuto usare per studiare. Se non era un edificio ecclesiastico, non saprei proprio come definirlo. Tutto era in pietra rossa a vista, pavimenti compresi. E c'erano madonne ovunque, custodite dentro piccole nicchie scavate nei muri.

Circa cosi', ecco. Solo, adesso l'ho generata con la AI. Ogni stanza era cosi'.

Quell'edificio è crollato col terremoto. L'hanno ricostruito, quindi dubito fortemente che quei muri siano ancora lì. Lo spero, francamente.

Ma non c'erano molti ex conventi in zona. Se foste della zona, inteso delle vallette, questa descrizione che feci del posto vi avrebbe consentito di trovarmi.

Ma per capire dove fosse davvero quella casa, bisogna essere del luogo. Come ho menzionato più volte, la località era vicina alle vallette – e questo dettaglio, per chi sa di cosa parlo, escluderebbe automaticamente Migliarino. La contrada si chiamava "Maccaferla". Se avete meno di ottant'anni, o non ci avete mai abitato, nessuno di voi ha la più pallida possibilità di sapere dove sia questa località, indicata con quell'espressione dialettale che continuo a menzionare. È uno di quei nomi che esistono solo nella memoria orale di chi c'è nato, cresciuto, invecchiato.

Anche qui, però, chi ha cercato di ricostruire la mia storia è stato superficiale. Ho scritto diverse volte di aver usato la littorina per andare a scuola, e di aver fatto quel viaggio insieme a un tizio di nome Roberto Bui, che poi avrebbe militato nei Wu Ming. Se davvero foste gli investigatori che pretendete di essere, quel dettaglio avrebbe dovuto portarvi verso Ostellato, non certo verso Migliarino.

A quei tempi non c'era ancora asfalto.
Il posto , che ho menzionato, dove il socio di mio padre teneva la cavalla.

Onestamente, entrambi i luoghi mi sembrano completamente ricostruiti. Immagino sia stato il dopoterremoto: i materiali sono troppo nuovi, troppo diversi da come li ricordavo. Quell'antica pietra rossa, quei muri spessi, quel senso di permanenza che avevano quegli edifici – tutto sparito, sostituito da costruzioni moderne su strade asfaltate che un tempo erano sterrate.

Siamo comunque alle Vallette, località "Maccaferla". Comune di Ostellato. Se foste davvero del posto, l'avreste capito subito da certi dettagli che ho lasciato cadere nel corso degli anni. Ma usando solo Google, non potevate saperlo. "Maccaferla" è un nome che sopravvive solo nella memoria degli ottantenni che ancora parlano dialetto. Deriva dal cognome della nota famiglia Maccaferri, che possedeva questa zona prima di trasferirsi a Bologna decenni fa. È uno di quei toponimi che esistono nell'oralità, nelle conversazioni tra anziani del luogo, ma che non troverete su nessuna mappa moderna.

Ma come potevate saperlo?

Investigare le persone su internet semplicemente non funziona. Troppi dettagli sembrano irrilevanti a chi guarda da lontano, quando invece dovrebbero far scattare lampadine nella mente di chi conosce davvero quei luoghi.

La distanza tra ciò che si può trovare online e ciò che significa davvero aver vissuto in un posto è incolmabile. E questa distanza, alla fine, fa tutta la differenza.


Andiamo avanti, perché a diciotto anni litigai con i miei e lasciai casa. Andai a Migliarino? No. E perché mai avrei dovuto? Non ci conoscevo nessuno. Così, come ho scritto più volte, andai da mia nonna.

Ho menzionato spesso che nel paesone di mia nonna le persone venivano, di tanto in tanto, per fare shopping tra le vetrine. Ok, è un po' un'esagerazione – onestamente era solo un grosso paese – ma contava circa ventimila abitanti. La presenza della Jolly Colombani e la vicinanza degli zuccherifici avevano portato lavoro e vita in quella zona. Per chi conoscesse davvero quei luoghi, doveva essere chiaro che parlavo di Massa Fiscaglia. Non era Manhattan, certo, ma a quei tempi Migliarino faceva appena tremila abitanti, e francamente dubito che qualcuno ci sia mai andato per guardare le vetrine. Massa Fiscaglia era il paesone, il punto di riferimento: ventimila anime. Rispetto a Migliarino, era il posto numero due dopo Ferrara in tutta la zona.

Quindi no, spiacente di deludere chi ha cercato altrove, ma non fui mai "uno di Migliarino". Se proprio dovete collocarmi da qualche parte, Ostellato. Ma nemmeno in paese: il posto che ho fotografato a settembre aveva la peculiare caratteristica di ritrovarsi col giardino invaso di anguille in migrazione, tra due canaloni. Perfetto se in casa qualcuno soffriva di una fobia per serpenti e affini. Non io, per fortuna.

E sì, per prendere il treno mi serviva davvero un motorino. In bicicletta, lungo le cappezzagne, il viaggio era poco salubre. Certe volte, quando si allagava, mi conveniva persino andare fino a Migliaro a prendere il treno. Ma non Migliarino: era troppo fuori mano in ogni caso, qualunque fosse il tempo.

Ancora una volta, conoscere la demografia del periodo avrebbe aiutato chi si è messo a "investigare". Per capire l'evoluzione sociale di quegli anni, bastava prestare attenzione a certi dettagli che ho lasciato cadere. Ho scritto che mia nonna andava in piazza, al mercato quando c'era, a piedi, ogni giorno, anche a ottant'anni. Potevate intuire che non abitasse poi così lontano dalla piazza. E se vi dico che se ne stava di fronte alla porta di casa a prendere il fresco sotto un portico, beh... se siete davvero del posto, non ci sono poi moltissime alternative su dove potesse essere quella casa.

Ecco com'e' ora:

Prima c'era una porta. Buffamente, c'e' ancora una sedia.

E ho menzionato spesso anche il garage ove teneva il suo prezioso vecchio Ciao:

Ecco com'e' ora. Prima i "vetri" c'erano tutti.

Lo ammetto, forse questo dettaglio non era così immediato da cogliere. Ma su quel centro si sono abbattuti disastri economici voluti dalla CEE, decisioni prese a Bruxelles che hanno cambiato per sempre il volto di quella zona. Alla fine vi spiegherò cosa abbiano fatto davvero a quei territori, a quella gente. Insomma, a noi. È una storia che forse vi importerà più della mia vita personale, perché riguarda il modo in cui le istituzioni europee hanno plasmato – e spesso devastato – intere comunità.

Pero'... gli investigatori online sono deludenti.

Ho menzionato spesso negozi di elettrodomestici e garage trasformati in computer club, luoghi dove negli anni Ottanta si respirava un'aria di futuro e possibilità. Ecco come sono oggi, quello che ne resta.

Quelle bianche erano vetrine, circa 40 anni fa. Nella freccia il garage, ma credo lo abbiano rifatto a nuovo.
Altre vetrine.

Insomma, si poteva capire. Bastava prestare attenzione ai dettagli, a quei particolari che sembrano insignificanti ma che in realtà raccontano tutto. Ma evidentemente non è andata così.

Investigare le persone su internet semplicemente non funziona. Troppi dettagli sembrano irrilevanti a chi guarda da lontano, quando invece dovrebbero far scattare lampadine nella mente di chi conosce davvero quei luoghi.

Finita questa parte personale, veniamo ora a ciò che forse vi interesserà davvero, se seguite il discorso su UE e CEE. Veniamo a cosa è successo a quei territori, e perché oggi sono quello che sono.


Cosa è successo?

So cosa state pensando guardando quelle fotografie: che è successo? Hanno bombardato la zona? Armi chimiche? Nucleari?

No, quella corrosione è tipica di quello che io chiamo "Acido Poverico". La miseria che corrode gli edifici, che trasforma città vive in deserti di ruderi.

In passato – fino ai primi anni Duemila – ho avuto una relazione piuttosto complicata con l'idea di Unione Europea, proprio a causa di esperienze di gioventù. Il disastro sociale che potete intuire vedendo il centro di una cittadina ridotto a ruderi è tra queste.

La "botta" parte da una scelta CEE: l'istituzione dell'Organizzazione Comune di Mercato (OCM) dello zucchero nel 1968, poi irrigidita e ristretta negli anni Settanta. Non fu una singola decisione isolata, ma un processo sistematico.

Il sistema delle quote

Nel 1968 la CEE istituisce l'OCM zucchero (regolamento CEE 1009/67 e successivi), introducendo il sistema di quote nazionali e di zucchero pagato a prezzo garantito (quote A e B) con forti dazi sull'import. Il modello premiava gli impianti più efficienti e le aree con rese alte – Germania, Francia, Regno Unito, Belgio, indovinate un po'? – spingendo già negli anni Settanta a ridurre le superfici bieticole marginali e a pianificare la chiusura degli zuccherifici definiti "meno competitivi" da Bruxelles. Tra questi, diversi nel Ferrarese.

Sia chiaro: l'anno prima della chiusura, quegli stessi zuccherifici avevano dato agli operai un premio di produzione. Erano "meno competitivi" secondo Bruxelles. Eppure quelle zone erano popolate, vivaci e – anche se non ricchissime – economicamente vivibilissime.

Le strette degli anni Settanta

Negli anni Settanta il regime venne più volte ritoccato per contenere la sovrapproduzione e il costo del sostegno, irrigidendo di fatto le quote e limitando l'espansione degli impianti meno produttivi. Il regolamento CEE 3330/74 e le modifiche del 1978 segnarono tappe decisive di questo processo.

Quella del '74 fu una data che ricordo. Mio padre tornò a casa in lacrime, dicendo che cominciava la cassa integrazione. Avevo quattro anni. Fu uno choc. Non avevo mai visto mio padre piangere, né pensavo che fosse possibile. A quattro anni tuo padre è un pilastro inossidabile, immortale. Se piange, evidentemente sta piovendo e ha le grondaie chiuse, perché altre spiegazioni non ne esistono.

I grandi gruppi italiani – Eridania, SADAM, Maraldi e altri – reagirono concentrando la produzione negli stabilimenti migliori e pianificando la chiusura graduale degli altri. È in questo contesto che si collocano le prime minacce di chiusura per Jolanda, Codigoro, Volano, Migliarino. E comincia la cassa integrazione.

L'effetto sulla bassa ferrarese

Nei decenni successivi l'Italia passò da 19 zuccherifici operativi , ognuno con piu' impianti, a soli 4 impianti, con una drastica riduzione delle superfici a barbabietola. L'Emilia-Romagna, e in particolare il Ferrarese, fu tra le zone più colpite. Tre anni dopo la CEE (antenato della UE, per capirci) disse no alle misure di emergenza per salvare lo zucchero made in Italy, cosicché furono chiusi 16 zuccherifici su 19, azzerando l'84% del potenziale industriale nazionale.

Nel quadro di queste politiche comunitarie arrivarono: prima la minaccia di chiusura e l'occupazione del 1968-69 a Jolanda, finita in cassa integrazione sempre più magra anno dopo anno. Poi la nuova vertenza e la chiusura definitiva del 1983, dopo una lunga seconda occupazione. E, a cascata, la dismissione degli altri zuccherifici della bassa.

Il tradimento dei sindacati

Perché disprezzo i sindacati? Durante l'occupazione del 1982-83, mentre gli operai si passavano con le mogli il cibo dalle finestre della fabbrica e la Celere cercava di menarli, i loro gloriosi sindacalisti andarono a Roma a negoziare la resa senza dire nulla a nessuno.

Cosa ci hanno guadagnato loro? Quando arrivarono le lettere che intimavano di andarsene dalle case, guarda caso i sindacalisti avevano in tasca i soldi per comprare case nuove e cambiare auto. Gli altri lavoratori... beh, nel mio caso mio padre aveva aperto un'azienda di idraulica e carpenteria insieme a un socio e aveva comprato a mutuo la casa di cui parlavo prima. Gli altri non ebbero questa fortuna.

Per diversi anni avemmo il record del morto di eroina più giovane d'Italia. L'acido poverico corrodeva tutto.

Le famiglie esplodevano: mariti in carcere, mogli costrette a prostituirsi per sopravvivere. Il tessuto sociale si disintegrò come quegli edifici che vedete nelle fotografie.

Nel frattempo, i "compagni" del PCI ci raccontavano che eravamo fortunati, perché vivevamo nella regione "meglio amministrata d'Italia".

Che culo!


Le fotografie di quel che rimane di Massa Fiscaglia dovrebbero essere, come dire, stimolo a una riflessione profonda.

L'economia, quando è usata come faceva l'Unione Europea ai tempi in cui si chiamava CEE, diventa uno strumento capace di causare disastri che definirei quasi-militari. Se girate oggi per quelle zone, potete comprare case agibili a 23.000-30.000 euro. Esistono solo i negozi di prima necessità. E tutto ha quell'aria corrosa di quell'acido, l'acido "poverico", che corrode e arrugginisce tutto.

Massa Fiscaglia è passata dai suoi 9.781 abitanti del periodo, ai 3000 attuali . La bassa provincia di Ferrara conta oltre 40.000 case non occupate, un'intera città fantasma distribuita sul territorio. Lo spopolamento nel medio-basso ferrarese è il più marcato della provincia, con una previsione di calo di altri 14.000 residenti entro il 2031. Dopo 40 anni, si sentono ancora gli effetti dell'acido poverico. Chernobyl, fatti da parte.

La popolazione raggiunse il suo massimo negli anni Settanta del Novecento, per poi crollare in seguito ai cambiamenti economici e sociali che ridimensionarono le economie di tipo agricolo.

I ruderi degli zuccherifici sono ovunque. Quello di Codigoro, con le sue strutture abbandonate e fatiscenti, fa pensare a rovine di cattedrali sconsacrate. Quello di Bondeno è stato demolito, lasciando solo le tracce dei fabbricati preesistenti, in completo abbandono dietro cancelli lucchettati. Jolanda e' un rudere. Idem gli altri.

Quando pensate che l'Europa sia il futuro, potrete forse avere ragione. Ma ricordatevi di mandarci la gente giusta. Quando la gente pensa su quella scala, basta uno sbaglio, e succedono delle tragedie.

Pr quanto guarda i politici della CEE, quelli di quel periodo, onestamente...

...spero che stiano bruciando all'inferno, per quello che ci hanno fatto.