Internet e la sindrome dello sceriffo.

Internet e la sindrome dello sceriffo.

Periodicamente, Internet viene invasa da orde di aspiranti sceriffi digitali, tutti ansiosi di appuntarsi al petto la loro bella stella luccicante, come se la rete fosse un polveroso saloon del Far West. Le motivazioni? Esattamente le stesse per cui, nella vita reale, qualcuno decide di guidare un SUV: non per necessità, ma per compensare. E sia chiaro: siccome i SUV vengono guidati anche dalle donne, non si tratta sempre di dimensioni che “non contano”, ma piuttosto di un disturbo della personalità bello robusto, di quelli che nemmeno un cambio itifallico a otto marce riesce a nascondere.

Per chiarire meglio a chi mi riferisco, è utile raccontare la triste epopea degli sceriffi antispam. Questi pittoreschi personaggi, con la stessa serietà con cui un bambino si mette la pistola di plastica alla cintola, si appuntavano al petto una stella da sceriffo e, con un’ottusità che solo un crociato bovaro può esibire senza vergognarsi, dichiaravano guerra allo spam.

E gli sceriffi non mancavano nemmeno in Italia. Ricordo ancora, ad esempio, un certo Ercolessi, accademico della SISSA, che interpretava magistralmente la parte dello sceriffo digitale: un ruolo da spaghetti western, con il fascino posticcio dell’intellettuale che scambia l’autoritarismo per rigore accademico. A suo modo, un autentico talento della recitazione.

Ora, la domanda è semplice: questi sceriffi hanno davvero sconfitto lo spam? Basta aprire oggi, dopo più di vent’anni, la vostra casella di posta per leggere la risposta scritta nero su bianco. E la risposta è: manco per il cazzo. Lo spam non è stato sconfitto, anzi: i cosiddetti “re dello spam” hanno fatto a pezzi questi improvvisati vigilanti. Li hanno schiacciati, umiliati, ridotti a macchiette: semplicemente perché erano più intelligenti, più preparati, più competenti e infinitamente più avanzati sul piano tecnologico di quanto i loro antagonisti potessero mai sognare di diventare.

Potrei mettermi a elencare, con la pazienza di un entomologo, tutti i patetici, ridicoli e fallimentari tentativi di “fermare lo spam” che si sono susseguiti negli anni. Ma in fondo non serve: bastano le parole sprezzanti con cui Shane Atkinson e Leo Kuvayev (per la cronaca, due tra i piu' grandi spammer della storia, tutt'ora a piede libero) avrebbero potuto liquidare l’intera crociata, sintetizzando tutto con un lapidario — “siete solo un prurito sul nostro cazzo”.


Tra i “grandi successi” degli sceriffi antispam, cioe' alla voce "pruriti sul loro cazzo" vale la pena ricordare alcune perle che oggi suonano come barzellette, ma che all’epoca venivano vendute come soluzioni epocali.

Primo fra tutti, i filtri RBL (Realtime Blackhole List): un nome che già da solo sembra uscito da un fumetto Marvel, e che prometteva di gettare lo spam in un “buco nero” digitale. In realtà, il risultato fu più simile a un colabrodo: bastava cambiare IP e i nostri re dello spam riprendevano il loro mestiere indisturbati, mentre i poveri utenti legittimi finivano più spesso in black-list che nella inbox dei loro destinatari.

Poi arrivarono i record SPF (Sender Policy Framework), che nelle intenzioni avrebbero dovuto autenticare i mittenti come una specie di carta d’identità elettronica. Peccato che bastasse un minimo di astuzia tecnica per aggirarli, e che nella pratica abbiano creato più problemi a chi spediva legittimamente che ai professionisti dello spam. Un po’ come chiudere l’autostrada perché ogni tanto ci passa un’auto rubata.

Non contenti, gli sceriffi si inventarono altre pezze ridicole su SMTP, come il DomainKeys Identified Mail (DKIM) e il DMARC. Ogni volta lo stesso copione: annunciate come armi definitive contro lo spam, queste tecniche diventavano in pochi mesi un fastidio burocratico per chi gestiva i server di posta, senza che gli spammer se ne accorgessero minimamente. È la versione digitale del “nuovo regolamento condominiale” che nessuno legge, ma che rende la vita più complicata solo agli inquilini onesti.

E non dimentichiamoci le challenge/response: quelle email automatiche che ti chiedevano di “confermare che non sei uno spammer” rispondendo manualmente. Un’idea geniale, se l’obiettivo era infastidire amici, colleghi e clienti fino al punto di farsi mandare cordialmente a fanculo.

In sintesi, due decenni di soluzioni “miracolose” hanno prodotto un arsenale degno di nota: filtri che filtrano il legittimo, protocolli che complicano la vita agli onesti, e regole che fanno la gioia dei burocrati ma non toccano minimamente gli spammer veri.

Alla fine, ciò che il mercato ha offerto come risposta "finale" allo spam sono state le cosiddette “cinture di castità digitali”: firewall patinati, antivirus con l’etichetta “antispam”, suite di sicurezza vendute a peso d’oro. Tutti strumenti che non hanno mai fermato davvero nessuno, ma che hanno garantito lauti guadagni a chi li produceva. Una truffa elegante, con il bollino blu della rispettabilità.


Voi direte: ma se certa gente, ossessionata dal recitare la parte dell’accademico ottuso da film western, vuole la sua stella di latta, che male c’è? Dopotutto, chi conosce il BDSM sa benissimo che ad alcuni piace essere umiliati, sottomessi, trattati da schiavi, presi a frustate e lasciati a cuocere nel loro stesso ridicolo. Nulla da eccepire: de gustibus.

E avreste ragione, se questa loro pulsione all’autoumiliazione fosse rimasta confinata in ambito privato, senza effetti collaterali. In quel caso avrei persino applaudito, riconoscendo il valore terapeutico del gioco. Ma il problema sono stati, appunto, gli effetti collaterali: con la loro guerra di cartapesta hanno tolto a chiunque la possibilità di mandare una semplice email da un indirizzo IP residenziale.

Il grandioso risultato di questi sceriffi del pruritino del cazzo è che oggi, se volete spedire un messaggio da casa, dovete per forza appoggiarvi agli smart relay server di qualche mega-provider come mailgun, oppure affidarvi direttamente ai colossi globali della posta elettronica. E questo significa che ogni vostra parola viene letta, analizzata, profilata e archiviata, spesso insieme a tutto quello che ricevete. In altre parole: libertà di comunicare sacrificata sull’altare della paranoia accademica.

Gli sceriffi, nel frattempo, si sono presi la loro stella di latta e magari anche un brivido in più, quella “erezione triste per un coito molesto, spermi indifferenti per ingoi indigesti” (cit. CCCP) tipica del maschio che guida un SUV e della donna che usa il passeggino come rompighiaccio, mentre a voi resta l’obbligo di non poter inviare nemmeno un biglietto di auguri senza che qualcuno lo ispezioni e lo cataloghi.

E mentre gli sceriffi celebrano i loro fallimenti spacciandoli per vittorie, i veri campioni della partita — Shane Atkinson e Leo Kuvayev, due tra i più grandi spammer della storia, tutt’ora a piede libero — se la spassano altrove: probabilmente sdraiati su una spiaggia tropicale, un Mojito in mano e circondati da ragazze in topless, affettuosamente ribattezzate “le pompiere”. L’immagine perfetta di chi ha vinto davvero la guerra allo spam.

In sostanza, oltre a non aver fermato lo spam nemmeno per sbaglio, questi sceriffi sono riusciti nell’impresa opposta: obbligarvi oggi a passare per un OTT se volete inviare posta, consegnandogli così il diritto di leggerla, archiviarla e profilarvi a piacimento. Una performance che non esito a definire una catastrofe intellettuale di portata storica, una pila di imbecillità degna di restare nei manuali non di informatica, ma di psicopatologia accademica e non.

Vediamo di capire cosa e' successo in breve:

  • Gli idioti con la stella da sceriffo iniziano a mettere in blacklist indirizzi IP.
  • Scoprono con stupore che gli indirizzi residenziali non sono statici, ma dinamici.
  • Soluzione geniale: mettere in blacklist tutti gli IP residenziali.
  • Lo spam continua indisturbato.
  • Voi però non potete più hostare un server SMTP da casa.
  • Per mandare una semplice email dovete passare da un OTT o un grande provider, che nel frattempo vi legge, vi archivia e vi profila.

Perché racconto questa storia? Perché, in sostanza, stiamo assistendo alla stessa identica sceneggiata, solo aggiornata alla nuova generazione di aspiranti sceriffi del web. È una vera e propria pandemia della Self-Appointed Sheriff Syndrome: un morbo che trasforma perfetti sconosciuti in giudici, giurie e boia digitali.

Lo vediamo nella pratica: chiusure di siti mai ordinate da un’autorità statale, mai precedute da un processo, da una difesa, da una sentenza. No: basta che una banda di sceriffe autoproclamate decida che quel sito promuove “una cultura dello stupro” e zac!, lo fanno sparire come in un tribunale improvvisato da saloon. Impiccati al primo albero libero.

E il copione che seguirà è facile da prevedere, perché è già stato scritto una volta:

  • Gli idioti con la stella da sceriffo iniziano a far chiudere arbitrariamente siti che non gli piacciono.
  • Scoprono, con la solita aria sorpresa, che chiunque può farsi self-hosting di un sito web con due click, un DNS dinamico e un Raspberry.
  • Soluzione geniale: sara' chiedere ai provider di filtrare e “autorizzare” solo i siti ospitati sui cloud degli OTT (Amazon, Microsoft, ecc.).
  • Il porno, ovviamente, continuera' indisturbato, usando reti overlay e sistemi di evasione che loro nemmeno immaginano. Oppure semplicemente su Telegram.
  • Voi però non potrete più alzare un sito dal garage di casa, o appoggiarvi a un piccolo ISP indipendente: anche quelli verranno fatti fuori.
  • Risultato: per avere un sito dovrete rivolgervi a un OTT, che ovviamente potrà loggare ogni accesso e sapere con precisione chirurgica chi legge cosa.

La morale? La storia è già scritta, semplicemente perché è già stata scritta. Su Internet, l’idiozia non solo è ricorrente: è ciclica, come un virus stagionale che torna puntuale a ricordarci che l’imbecillità, in rete, non conosce vaccino.


E sia chiaro: non sto parlando di “censura” nel senso classico del termine, ma di una progressiva perdita di libertà, sacrificata in favore delle solite multinazionali che, come sempre, ci guadagnano sopra. Esattamente come accadde con lo spam.

Se oggi non potete più mettervi in casa un server SMTP in self-hosting, non significa che sia sparita la libertà di scriversi cose in privato: io stesso ho un server Matrix e posso inviare quel che voglio a chi voglio. Ma il punto è un altro: se devo scrivere a qualcuno che non usa Matrix, devo passare per forza attraverso un OTT, che legge la mia mail, la macina in un algoritmo e ci fa profilazione pubblicitaria.

Tradotto: soldi.

E lo stesso film si ripeterà per i siti web. All’inizio, cavalcando questa nuova isteria, gli sceriffi si divertiranno a far chiudere qualche sito qua e là. Poi si accorgeranno che non possono zittire proprio tutti: qualcuno reagirà, qualcun altro si difenderà. E allora la soluzione sarà la solita: chiedere direttamente agli ISP — quelli che vi portano il cavo a casa o vi vendono la SIM — di consentire la navigazione solo verso i siti ospitati sulle infrastrutture dei soliti noti: Microsoft, Google, Amazon e compagnia cantante.

Risultato: gli OTT potranno leggere i log di accesso a ogni sito, sapere esattamente chi legge cosa, e trasformare anche questo in profitto. Non è più un problema di “censura sì / censura no”: è semplicemente una questione di dominio economico dei giganti del web, che si sono trovati un’intera nuova torma di utili idioti disposti a fare il lavoro sporco. Malati cronici della SASS, la Self-Appointed Sheriff Syndrome. Complimenti, stupide oche.

Personalmente, posso ancora permettermi di hostare senza difficoltà una rete overlay come Yggdrasil, Loki e decine di altre. Per i volumi che tratto, e con la mia banda domestica, non mi cambia nulla: non sto certo distribuendo pornografia, che per ovvie ragioni di traffico non potrei gestire.

Il vero problema sarà per chi vorrà avere un sito per dire liberamente ciò che pensa. E si vedrà rispondere che le “regole della comunità” di Google, Microsoft o Amazon non consentono di scrivere quel che ha scritto.

Non credo che le cretine rumorose ci porteranno ad una dittatura del femminismo, non le sopravvaluto cosi' tanto. Credo solo che facciano acqua al mulino dei soliti giganti della rete.

Se non fosse cosi', del resto, sarebbero state silenziate dagli OTT, e non sapreste nemmeno che esistono. Se sono cosi' potenti, e' perche', appunto, come si diceva, non si muove foglia che un OTT non voglia.

P.S: Del resto, su tutta questa discussione incombe la AI: presto questi forum si evolveranno e mostraranno solo immagini prodotte da AI, e anche film porno prodotti con AI, e non si saranno piu' donne a lamentarsi di "sentirsi violentate" mentre qualcuno esibisce foto della sua "fidanzata AI" nuda. Del resto, anche l'immagine nel front dell'articolo e' fatta con una AI.