Il problema di una russia iranianizzata.
C’è una specie di spettro che si aggira per gli stati maggiori europei, e parla in persiano. È lo spettro di una Russia che, guardando a come sta finendo la guerra tra Stati Uniti e Iran, decide di non copiarne soltanto qualche tattica — missili, droni, saturazione, minacce sul traffico marittimo — ma di adottarne la strategia generale. Perché l’Iran, pur non essendo una superpotenza tattica nel senso americano del termine, ha usato una strategia di una semplicità quasi geniale: ha mostrato, in tempi piuttosto rapidi, il più grosso problema delle forze USA.
L’incompetenza strategica dei generali americani.
Non l’incompetenza tecnica, sia chiaro. Gli americani sanno ancora far decollare aerei, lanciare missili, colpire bersagli, organizzare campagne aeree, proiettare forza a distanze ridicole. Il problema non è quello. Il problema è che, da decenni, sembrano confondere la superiorità operativa con la vittoria politica. Confondono il fatto di poter colpire qualcuno con il fatto di poterlo costringere a fare quello che vogliono. E queste due cose, purtroppo per loro, non sono la stessa cosa.
Per prima cosa, sveliamo il mio bias.
Se definisco la vittoria militare come il momento in cui il nemico ha perso la volontà o la possibilità concreta di combattere, non sto inventando nulla di particolarmente originale: sto parafrasando Clausewitz, con una spruzzata moderna di teoria strategica. La guerra, in quella tradizione, non è una gara a chi occupa più chilometri quadrati, né una partita di Risiko con più sangue. È il tentativo di costringere l’avversario ad accettare la nostra volontà politica. Per riuscirci, bisogna togliergli almeno una delle due cose che rendono possibile la guerra: la capacità materiale di combattere, oppure la volontà politica e morale di continuare a farlo.
Questo, però, ha implicazioni che non piacciono agli americanoidi.
Perché se prendiamo sul serio questa definizione, allora la domanda diventa molto semplice: gli Stati Uniti hanno tolto all’Iran la volontà di combattere? No. Gli hanno tolto la possibilità materiale di combattere? Nemmeno. L’Iran continua ad avere missili, droni, capacità di interdizione regionale, reti proxy, capacità di minacciare il traffico nel Golfo e, soprattutto, una classe dirigente che non si comporta come se fosse stata sconfitta.
E qui cade il teatrino.
Trump può anche dire che gli Stati Uniti “finiranno il lavoro”, come da tradizione retorica americana, cioè con la solita aria da trailer cinematografico dove manca solo l’aquila che esplode in slow motion. Ma il fatto politico è un altro: se sta negoziando, non sta “costringendo” proprio nessuno. Sta cercando una via d’uscita. E quando una superpotenza cerca una via d’uscita da una guerra contro un paese molto più debole, significa che qualcosa è andato storto nella definizione stessa degli obiettivi.
In soldoni, gli USA hanno decisamente perso la guerra nel senso strategico del termine, mentre gli iraniani l’hanno vinta nel senso più antico e più fastidioso della parola: sono sopravvissuti, non hanno ceduto, non hanno perso la capacità di colpire, e ora possono trattare.
Questa è la parte che agli americani riesce sempre indigesta. Per loro, specialmente dopo il 1991, la guerra è diventata una specie di pornografia della potenza: stealth bomber, portaerei, cruise missiles, immagini termiche, generali che indicano mappe su schermi giganti. Poi però succede sempre la stessa cosa: il nemico, invece di sciogliersi come nei briefing PowerPoint, resta lì. Magari più povero, magari più bombardato, magari più incazzato. Ma resta lì. E se resta lì, e continua a poter combattere, allora non è stato sconfitto.
È successo in Vietnam. È successo in Afghanistan. È successo in Iraq, dove l’esercito di Saddam fu distrutto in poche settimane ma il problema politico fu semplicemente trasformato in un altro problema, molto più lungo e molto più costoso. Ora rischia di succedere con l’Iran: una campagna pensata per dimostrare onnipotenza che finisce per dimostrare il contrario, cioè che la potenza militare americana è enorme, ma non infinita; e soprattutto non sempre traducibile in obbedienza politica.
L’Iran ha capito questo punto. Non doveva “battere” gli Stati Uniti sul campo, perché sarebbe stato impossibile. Doveva impedire agli Stati Uniti di ottenere una vittoria politica spendibile. Doveva restare in piedi abbastanza a lungo da trasformare ogni giorno di guerra in un costo per Washington: costo economico, costo energetico, costo diplomatico, costo elettorale. E siccome Trump deve chiudere la faccenda prima delle elezioni di midterm, ogni settimana che passa aumenta il prezzo politico della sua guerra e, di conseguenza, aumenta il potere negoziale degli iraniani.
Questa non è una vittoria romantica. Non è Davide contro Golia, non è il popolo oppresso che sconfigge l’impero con la fionda e la poesia. È molto più cinica. È la vittoria di chi capisce che, contro una superpotenza, non devi necessariamente distruggerne l’esercito. Devi distruggerne la pazienza politica.
E l’Iran, almeno questo, lo ha capito benissimo.
Ma la cosa che fa tremare le cancellerie europee è ancora più angosciante.
In che modo, di preciso, l’Iran ha vinto?
Direte che ha vinto perché aveva droni, missili, swarm, munizioni circuitanti, arsenali accumulati, capacità di saturazione, e blablabla. Perché siete abituati a Hollywood, e quindi volete vedere il missilone superdotato, il pistolone da culturista africano superdotato, il generale con la mascella quadrata, il bunker che esplode, il radar che fa bip, il presidente che dice una frase memorabile guardando fuori dalla finestra.
Ma non è così che hanno vinto.
Quella è tattica. Importante, certo. Nessuno sta dicendo che i missili non servano, che i droni siano decorazioni, o che la capacità di colpire a distanza sia una forma di poesia persiana. Però la vittoria iraniana non sta nel singolo missile, nel singolo drone, nel singolo radar accecato, nel singolo deposito colpito. Quella è la parte che capiscono anche i commentatori televisivi con la cartina dietro, cioè il livello in cui si contano esplosioni e si finge di fare strategia.
L’Iran ha vinto in un altro modo.
Ha colpito gli amici degli americani in quella zona. O, ancora peggio, ha dimostrato di poterli colpire. Ha fatto vedere che le monarchie del Golfo, Israele, le basi americane, i porti, le rotte energetiche e il traffico commerciale non sono protetti da una cupola magica chiamata “presenza americana”. Sono protetti, quando va bene, da sistemi costosi, vulnerabili, saturabili, politicamente limitati e logisticamente finiti.
E insieme a questo, ha minacciato — e in parte tagliato — una via commerciale insostituibile.
Questa è strategia.
Non è tattica, perché il campo di battaglia tattico era un altro: la superiorità aerea americana, la resilienza iraniana al bombardamento, la capacità di sopravvivere agli omicidi mirati, la dispersione dei lanciatori, la difesa antiaerea, la guerra elettronica, il controllo del cielo. Su quel piano gli Stati Uniti potevano ancora raccontarsi la solita favola: noi abbiamo gli aerei migliori, i missili migliori, i satelliti migliori, i piloti migliori, il PowerPoint migliore.
Ma il vero campo di battaglia non era quello.
Il vero campo di battaglia era la credibilità della protezione americana.
E lì l’Iran ha colpito nel punto giusto. Perché se sei l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait, il Bahrain, gli Emirati, o qualsiasi altro felice condominio petrolifero costruito sopra una faglia geopolitica, la domanda non è se gli Stati Uniti possano bombardare Teheran. Certo che possono. La domanda è un’altra: gli Stati Uniti possono impedire a Teheran di rendere la tua vita economica impossibile?
Possono garantire che le tue petroliere escano? Possono garantire che i tuoi porti funzionino? Possono garantire che le tue raffinerie, i tuoi terminali, le tue pipeline, i tuoi aeroporti, le tue basi e le tue città non diventino bersagli? Possono garantire che lo Stretto di Hormuz resti aperto senza trasformare ogni viaggio commerciale in una roulette navale?
La risposta che l’Iran ha imposto è stata: no.
O meglio: non sempre, non gratis, non senza escalation, non senza rischiare una guerra più grande, non senza bruciare munizioni costosissime contro bersagli relativamente economici, non senza mettere in crisi l’intera architettura della presenza americana nel Golfo.
Ed è qui che la cosa diventa molto interessante per Mosca.
A Mosca sanno bene di non essere più l’Unione Sovietica.
E sanno bene quello che abbiamo visto in Ucraina. Non la propaganda, non i video con la musica epica, non le mappe colorate dei canali Telegram, ma la realtà materiale della guerra: quando il nemico resiste davvero, quando combatte tenacemente, quando riceve intelligence, armi, addestramento e copertura politica dall’Occidente, la capacità russa di proiezione terrestre diventa molto più modesta di quanto raccontino i nostalgici dell’Armata Rossa.
La Russia può avanzare, certo. Può logorare. Può distruggere città. Può consumare uomini e munizioni con una brutalità quasi industriale. Ma la sua reale capacità di spingere forze terrestri in profondità, contro un avversario organizzato e determinato, si è dimostrata limitata. Non parliamo della Wehrmacht che attraversa mezza Europa in sei settimane. Parliamo di avanzate lentissime, costose, spesso misurate in villaggi, campi, sobborghi, linee di alberi, strade secondarie. La guerra in Ucraina ha mostrato che, anche in un territorio relativamente favorevole per lingua, reti locali, geografia e memoria sovietica, Mosca fatica enormemente appena deve uscire dalla fascia di contatto e trasformare la pressione tattica in una vera manovra strategica.
Certo, questa capacità consente ancora alla Russia di minacciare gli stati baltici: piccoli, geograficamente esposti, difficili da difendere in profondità, e con il solito problema del corridoio di Suwalki che fa venire l’orticaria agli stati maggiori NATO. Ma non va molto oltre.
La Polonia non è alla portata di una marcia trionfale russa. La Finlandia nemmeno. I paesi scandinavi, con la loro geografia infame, i loro eserciti piccoli ma seri, le loro industrie tecnologiche e il loro clima concepito da un dio che odiava i logistici, non sono esattamente il posto dove mandi l’esercito russo a fare turismo corazzato. La Romania, con la profondità strategica, il Mar Nero, il Danubio e la NATO dietro, non è un bersaglio semplice. In tutti questi casi, presenza americana o meno, un’offensiva terrestre russa verrebbe massacrata. Magari dopo aver fatto danni enormi, certo. Ma verrebbe massacrata entro 100-150 Km dal confine.
E questo a Mosca lo sanno.
Il punto, però, è che l’Iran ha posto una domanda molto chiara.
Perché invadere?
Perché cercare lo sfondamento corazzato, la battaglia decisiva, il grande movimento sulla mappa, quando puoi fare un’altra cosa? Perché non adottare la stessa logica iraniana e cominciare a lanciare missili qui e là: sulle città, sugli impianti strategici, sulle centrali elettriche, sui nodi ferroviari, sui porti, sugli aeroporti, sui depositi energetici, sui data center, sui cavi, sugli snodi industriali, sui punti dove la vita civile e quella militare si toccano?
I missili li hanno.
I droni li hanno.
E, soprattutto, hanno già dimostrato in Ucraina di saper usare una combinazione di missili balistici, missili da crociera, droni Shahed/Geran, decoy e salve miste per saturare le difese aeree e costringere il difensore a spendere intercettori costosissimi contro bersagli spesso molto più economici. Anche nel 2026, l’Ucraina continua a denunciare il problema della scarsità di difese antimissile, in particolare contro i balistici come gli Iskander, mentre gli attacchi russi combinano grandi numeri di droni e missili per logorare la protezione delle città e delle infrastrutture.
E allora la domanda diventa: perché Mosca dovrebbe provare a conquistare Varsavia, se può provare a rendere Varsavia economicamente isterica?
Perché dovrebbe attraversare la Finlandia con i carri armati, se può colpire infrastrutture energetiche, porti, radar, ferrovie, magazzini, stazioni di compressione, snodi elettrici, e costringere Helsinki a vivere sotto una minaccia intermittente ma permanente?
Perché dovrebbe cercare una battaglia convenzionale contro la NATO, dove rischia di essere triturata, quando può fare la cosa più iraniana possibile: colpire gli amici degli americani per dimostrare che gli americani non riescono a proteggerli?
Questo è il punto che fa paura.
Non la possibilità che i russi arrivino a Parigi coi carri armati. Quella è roba da editoriale scritto da gente che pensa ancora alla guerra come a Risiko, ma con le bandierine più costose. Il problema vero è che Mosca può imparare una lezione molto più semplice e molto più pericolosa: non devi occupare un paese NATO per sconfiggerlo politicamente. Devi rendergli insostenibile la normalità.
Devi far capire agli elettori polacchi, tedeschi, finlandesi, romeni, svedesi, danesi, italiani, che essere alleati degli Stati Uniti significa diventare bersagli. Non necessariamente bersagli di invasione. Bersagli di pressione. Bersagli di interruzione. Bersagli di ansia strategica. Bersagli di assicurazioni che aumentano, voli cancellati, porti rallentati, energia più cara, fabbriche ferme, reti ferroviarie nel caos, governi che convocano conferenze stampa alle tre di notte per dire che “la situazione è sotto controllo”, cioè che non lo è.
Questa è la forma europea della lezione iraniana.
Non “possiamo battere l’America”. No. Troppo stupido. Troppo hollywoodiano.
La lezione vera è: possiamo rendere costoso stare con l’America.
E se ci pensate, è esattamente il tipo di guerra che la Russia può permettersi molto meglio di una guerra convenzionale estesa contro la NATO. Una guerra fatta non per conquistare, ma per intimidire. Non per occupare, ma per disorganizzare. Non per distruggere completamente il nemico, ma per rompere il rapporto psicologico tra protezione americana e sicurezza reale.
Perché la NATO, nella testa dei suoi membri europei, non è soltanto un trattato. È una promessa. È l’idea che, sotto l’ombrello americano, alcune cose non succedano. Che certe soglie restino intoccabili. Che il nemico possa protestare, minacciare, fare cyberattacchi, avvelenare dissidenti, finanziare partiti idioti, ma non possa colpire apertamente infrastrutture europee senza subire una risposta devastante.
L’Iran ha mostrato che questa promessa può essere sfidata senza necessariamente cercare l’Apocalisse.
Ha mostrato che esiste una zona grigia tra la pace e la guerra totale, dove puoi colpire, minacciare, saturare, interrompere, far salire i costi, e poi fermarti un centimetro prima del punto in cui l’avversario è costretto a scatenare tutto. È una guerra di soglia. Una guerra di nervi. Una guerra fatta per obbligare il protetto a chiedersi se il protettore valga davvero il prezzo della protezione.
E per la Russia questa è una tentazione enorme.
Perché una Russia che non può più permettersi di essere l’Unione Sovietica può ancora permettersi di essere un Iran con l’atomica, più artiglieria, più missili, più profondità territoriale, più industria bellica, più cyber, più intelligence, più esperienza di sabotaggio, e una lunga tradizione storica nel considerare la sofferenza altrui una forma di diplomazia.
Quindi il problema non è chiedersi se i russi possano arrivare a Lisbona.
Non possono.
Il problema è chiedersi se possano rendere la vita strategica europea talmente instabile da trasformare ogni alleanza con Washington in una discussione interna. Se possano colpire abbastanza da far nascere, nei paesi europei, la domanda proibita: ma gli americani ci proteggono davvero, oppure ci rendono soltanto bersagli più interessanti?
È questa la domanda che l’Iran ha regalato a Mosca.
Ed è questa la domanda che, oggi, fa tremare le cancellerie europee.
Ma cosa temono, di preciso?
Supponiamo che Mosca faccia una cosa molto semplice. Non una grande offensiva, non i carri armati verso Berlino, non la bandiera rossa su Varsavia, non la fantasia erotica dei pensionati sovietici e degli editorialisti atlantici. Una cosa molto più sobria, più russa, e molto più inquietante.
Fortifica i confini.
Rende estremamente costoso per gli europei attaccarla. Trincee, mine, artiglieria, missili, difese aeree, guerra elettronica, mobilitazione territoriale, profondità strategica. Tutto quello che la Russia sa fare quando non deve muoversi troppo e può trasformare la geografia in una malattia venerea della logistica.
A quel punto, una volta reso l’attacco europeo politicamente e militarmente dispendioso, comincia a fare quello che sta già facendo in Ucraina.
Un missile qui.
Uno lì.
Un drone esplosivo cade su Firenze. Uno su Nantes. Uno su Cracovia. Uno su Monaco. Uno su Palermo. Uno su Amburgo. Uno su Rotterdam. Uno su un terminale LNG, uno su una sottostazione elettrica, uno vicino a un aeroporto, uno su una linea ferroviaria, uno su un deposito carburanti, uno su un data center, uno su un ponte, uno su un porto.
Non abbastanza da sembrare la Terza Guerra Mondiale.
Abbastanza da distruggere la normalità.
Questa è la parte che in Europa non vogliono davvero immaginare. Perché noi siamo ancora abituati a pensare alla guerra come a una soglia netta: prima c’è la pace, poi c’è la guerra. Prima ci sono i voli low-cost, i weekend a Barcellona, le borse che oscillano, i mutui, le assicurazioni, le conferenze sulla resilienza, i sindaci che inaugurano piste ciclabili. Poi, improvvisamente, c’è la guerra, con i carri armati e le sirene.
Ma l’Ucraina ha mostrato una cosa diversa. Ha mostrato una guerra nella quale la vita civile continua, ma sotto una minaccia intermittente e permanente. Si lavora, si va al supermercato, si portano i bambini a scuola, e ogni tanto arriva un missile. Ogni tanto esplode una centrale.
Ogni tanto una città resta senza corrente. Ogni tanto una stazione diventa un bersaglio. Ogni tanto il cielo decide che oggi tocca a te.
È questo che Mosca potrebbe importare in Europa.
Non l’occupazione.
L’incertezza fisica.
Gli europei invocano l’articolo 5. E qui arriva il punto politico, quello davvero osceno: gli Stati Uniti potrebbero rispondere “no”. O non rispondere davvero. O rispondere a metà. O aprire una discussione infinita sul fatto che non si sa se fosse davvero un attacco russo, se il drone fosse partito da territorio russo, se il missile fosse stato intercettato male, se si tratti di escalation controllata, se convenga reagire, se gli europei abbiano speso abbastanza, se l’articolo 5 implichi automaticamente una guerra totale, se sia il caso di convocare un altro summit, un altro comitato, un altro gruppo di lavoro, un altro pranzo con i consulenti strategici.
E magari Trump, o chiunque venga dopo Trump ma abbia imparato la stessa lezione, dice la frase che distrugge settant’anni di architettura europea:
“No. Non avete speso abbastanza. Dovevate pensarci prima.”
Non serve nemmeno che lo dica in modo così brutale. Basta che lo faccia capire. Basta una settimana di esitazione. Basta un tweet ambiguo. Basta una conferenza stampa nella quale il presidente americano dice che “stiamo valutando tutte le opzioni”, cioè che non sta facendo nulla.
Basta che la risposta americana non sia immediata, automatica, devastante.
Perché l’articolo 5 non è una bacchetta magica. È una promessa politica. E come tutte le promesse politiche, funziona solo finché gli altri credono che verrà mantenuta. La NATO può anche avere procedure, comunicati, piani, comandi integrati, generali, acronimi, diagrammi, esercitazioni e portaerei. Ma alla fine, se il protettore esita, il protetto lo vede.
E anche il nemico lo vede.
A quel punto l’intera economia europea comincia a rompersi non perché ogni cosa esploda davvero, ma perché ogni cosa potrebbe esplodere.
La borsa potrebbe esplodere. La stazione potrebbe esplodere. L’aeroporto potrebbe esplodere. Il Colosseo potrebbe esplodere. Una raffineria potrebbe esplodere. Un porto potrebbe esplodere. Un treno merci potrebbe esplodere. Una pipeline potrebbe esplodere. Un centro logistico potrebbe esplodere. Un cavo sottomarino potrebbe smettere di funzionare proprio mentre tutti spiegano che non bisogna trarre conclusioni affrettate.
Tutta roba che in Ucraina è all’ordine del giorno.
Ed è qui che la strategia diventa davvero elegante, nel senso orribile del termine. Mosca non avrebbe bisogno di distruggere l’Europa. Le basterebbe trasformarla in un continente assicurativamente instabile. Un continente dove i premi salgono, le catene logistiche si allungano, gli investitori chiedono sconti sul rischio, le compagnie aeree cambiano rotte, i porti aumentano i controlli, le industrie chiedono garanzie pubbliche, i governi stampano sussidi, le opposizioni urlano, i cittadini domandano perché debbano vivere sotto attacco per difendere “gli interessi americani”, e i giornali iniziano a scoprire improvvisamente la parola “de-escalation”.
Non serve il collasso totale.
Serve il sospetto permanente.
Perché un’economia moderna non vive soltanto di cemento, acciaio, fibra ottica, gas, porti e aeroporti. Vive di prevedibilità. Vive del fatto che un container parta e arrivi. Che un aereo decolli e atterri. Che una fabbrica riceva componenti. Che una borsa apra lunedì mattina senza dover prezzare l’eventualità che Monaco, Nantes, Firenze o Palermo siano diventate bersagli ricorrenti di una guerra che nessuno osa chiamare guerra.
Questo è ciò che temono le cancellerie europee.
Non che Mosca possa occupare l’Europa.
Temono che Mosca possa ucrainizzarla.
Temono che la guerra, invece di presentarsi come invasione, si presenti come degradazione della normalità. Come rumore di fondo. Come rischio sistemico. Come quella cosa che non distrugge subito lo Stato, ma distrugge prima il mercato, poi la fiducia, poi la politica, poi la coesione sociale.
E a quel punto la domanda non sarebbe più: “la Russia può battere militarmente la NATO?”
La domanda diventerebbe: “la NATO può impedire che l’Europa viva come l’Ucraina?”
Perché se la risposta è no, allora la vittoria russa non consiste nel conquistare Bruxelles.
Consiste nel far capire agli europei che Bruxelles non è più sicura.
Voi direte: e se invece in USA ci fosse un altro presidente?
Non potrebbe farci nulla ugualmente.
Come abbiamo visto in IRAN.
Questo e' quello che hanno fatto gli americani al mondo intero, PERDENDO contro l'IRAN.
Emulazione.
Uriel Fanelli
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