Il Ministero della Verita' di Internet.
In questi giorni, discutendo sul Dudes Club di cose successe ai tempi dell’università – diciamo primi anni ’90 – mi è tornata la voglia di mostrare i bizzarri modi con cui si esprimevano al DAMS gli studenti di quegli anni. Non “strani” in generale, ma proprio un altro dialetto culturale, estetico, politico.
Così mi sono messo a fare delle ricerche. Fotografie, volantini, locandine, pagine web sopravvissute. Niente. Assolutamente NIENTE. Se oggi voglio mostrare che faccia avessero studenti e studentesse del DAMS negli anni ’90, non trovo NULLA. Quando ci entravate, specialmente nei periodi della Pantera, quando fu occupato, sembrava davvero di essere finiti su un pianeta alieno; eppure, a guardare la memoria digitale, è come se non fosse mai successo.
Perché cercando e ricercando mi sono reso conto di una cosa: per Internet, in Italia, in quel periodo non è successo quasi nulla. Eppure erano anni vivissimi, con un movimento studentesco di massa che attraversava le università e lasciava dietro di sé una quantità di carta, foto, ciclostilati, ma pochissime tracce online. Eppure il DAMS aveva un corso di fotografia (e vorrei pure vedere che non lo avesse) e un’enorme produzione visiva, oggi in gran parte confinata in archivi fisici, cassetti privati e ricordi sparsi.
Intanto, internet veniva insegnato al DAMS come uno dei “nuovi mass media” e cominciavano a comparire corsi, seminari e dispense su come costruire pagine personali: prima i siti artigianali, poi gli esperimenti su Geocities, e solo più tardi MySpace e simili. Tutte pagine che i motori di ricerca hanno ingoiato come i vermi di Dune, lasciandoci giusto qualche rottame di HTML malconcio al posto di un’epoca intera.
Invece no.
Quella stagione che, vissuta in presenza, sembrava densissima e rumorosa, oggi – alla prova dell’archivio digitale – assomiglia a un buco nero nella storia recente, un pezzo di realtà che non ha fatto in tempo a diventare memoria online.
Secondo la Internet che rimane oggi, quindi, gli studenti del DAMS di quel periodo non hanno lasciato tracce: si trovano copiose testimonianze in bianco e nero degli anni ’70, ma degli anni ’90, in termini di archivio fotografico accessibile, praticamente nulla. C’è un vuoto quasi assoluto, un silenzio di immagini che stride con la densità di ciò che è stato vissuto.
C’è praticamente un buco. Un buco nel quale sopravvive SOLO ciò che è conforme, o almeno confondibile, con la realtà giovanile del 2025: outfit neutri, pose standard, estetiche riciclabili. Tutto il resto è come se non fosse mai esistito. Per come appare oggi online, la Bologna degli anni ’90 non aveva NULLA di atipico, DAMS compreso. Nemmeno nei centri sociali, che alimentavano e venivano alimentati dal DAMS, sembra essersi sedimentata una vera memoria visiva, soprattutto per quanto riguarda le presenze femminili, che spariscono quasi del tutto dallo sfondo.
Troverete fotografie di discoteche come il Matis, che oggi potrebbero tranquillamente essere scambiate per fotografie attuali, ma non troverete nulla di quell’anima davvero trasgressiva, rivoluzionaria, corrosiva, vivace, famelica che ha caratterizzato gli anni ’90 a Bologna, e se vogliamo in Italia. La parte più disturbante, più scomoda, più incompatibile con il presente, semplicemente non ha fatto in tempo a diventare archivio.
Quando parlo della vivace varietà tra le persone, confrontata col noioso conformismo piatto e stupido del social odierno, dunque, sto parlando di cose di cui non esistono più prove su Internet. Trovo un sacco di riferimenti a mostre e a libri scritti da pochi e letti da nessuno, di cui online esiste solo la copertina su qualche sito in disuso, ma non trovo alcuna prova che, per vent’anni, il paese sia stato diverso da questa distesa di zombie depressi e tutti uguali che si vedono oggi.
Posso tranquillamente dire che le ragazze e le donne di oggi sono tutte uguali. Il conformismo Kardashian fa sì che, se giro per la città o scorro un social qualsiasi, distinguere una dall’altra diventa complicatissimo: stessi tratti “ottimizzati”, stesse pose, stessi filtri, stessa faccia Instagram. Fortunatamente ci si mette di mezzo la genetica: alcune sono bionde, altre di discendenza africana, altre ancora con lineamenti asiatici; certe hanno i capelli ricci, altre lisci, qualcuna il viso più orientale, altre più europeo. È solo perché il DNA resiste che non siamo ancora arrivati all’appiattimento totale ed è ancora possibile distinguere Anna da Francesca dall'ennesima sorella Kardashian.
Altrimenti sarebbe impossibile.
Parlare di un tempo nel quale, a occhio, potevi distinguere personalità diverse, subculture diverse e quindi opinioni diverse semplicemente dal colpo d’occhio, oggi è complicato perché sono scomparse le prove fotografiche. Sistematicamente. Con una precisione estenuante. Certo, esistono ancora foto, ma riguardano quasi solo le persone “medie”, quelle che a quei tempi trovavamo noiose e che oggi sono diventate la norma, il template dominante.
Si sta aprendo un buco di vent’anni, perché la necessità di appiattire ogni cosa sugli standard commerciali odierni costringe motori di ricerca e big money a spingere in alto solo ciò che rientra nel canone corrente e a rendere invisibile il resto. Tutto ciò che non si allinea – estetiche, corpi, volti, stili che oggi verrebbero percepiti come fuori standard – scivola fuori dall’inquadratura, fino a sparire dalla memoria visiva del web.
Non credo nei complotti. Quindi tendo a pensare che il problema stia soprattutto nei motori di ricerca e nei loro algoritmi commerciali, che premiano ciò che è vendibile e tranquillizzante, non ciò che è vero o scomodo.
Perché se oggi volete vestirvi da punk, potete scegliere tra il punk di Etro, il punk di Calvin Klein, il punk “di passerella” ripulito e stirato. Ne ricaverete vestiti costosissimi che potete tranquillamente indossare al terzo matrimonio di vostra zia, senza che i vostri genitori si vergognino di voi e senza che nessuno tema un minimo di conflitto con l’ordine costituito.
Ecco cosa otterrete: un simulacro addomesticato di ribellione, una versione safe del dissenso, accuratamente filtrata perché passi senza problemi nei feed, nelle vetrine e negli algoritmi:

Mentre il punk vero e' circa cosi':

Qual era il problema? Il problema è commerciale, banalmente. Il punk di quel periodo era fatto in casa: compravi una giacca qualsiasi e la devastavi di spille, la tagliavi, ci mettevi le toppe, la sporcavi e non la lavavi mai, finché diventava un pezzo unico, irripetibile, irrivendibile.
Ovviamente questo non è commercializzabile in formato “catalogo”. Un motore di ricerca oggi è pagato dagli inserzionisti, e quindi deve soprattutto mostrarvi cose vendibili, in vendita, idealmente con il link accanto per comprarle subito. È strutturalmente programmato per portarvi verso lo scaffale, non verso il guardaroba devastato e non monetizzabile del ragazzino punk del ’92.
Lo stesso vale per il make-up. C’è stato un periodo in cui le ragazze con più personalità e più cose da dire si inventavano il trucco da zero, adattandolo alla propria faccia, ai propri difetti, alla propria estetica, invece di incollarsi addosso un template preconfezionato.
Oggi, al contrario, hanno tutte la stessa faccia: base ipercoprente, contouring fotocopiato, sopracciglia identiche, stessa bocca gonfiata e lucidata a dovere. Ci sono perfino tutorial su YouTube e TikTok in cui una ragazza prende il fratello, gli fa il suo stesso make-up e lui diventa – a schermo – indistinguibile da una qualsiasi altra ragazza: stessa faccia della sorella, stessa faccia di mille altre, perché il trucco è progettato proprio per asfaltare completamente l’unicità dei lineamenti.
Tutte Kardashian-like. Tutte. Un unico stampo estetico, che trasforma il volto in una maschera standardizzata, pensata per piacere all’algoritmo prima ancora che allo specchio.
Questo è dovuto alla prevalenza di alcune marche specifiche di make‑up e di pochi stilisti “incumbent” che presidiano il mercato a colpi di budget marketing. E siccome i motori di ricerca sono commerciali e in cima vince chi sponsorizza di più, mediamente nella pagina uno, alla voce “make up”, troverete facce e tecniche TUTTE UGUALI, perfettamente allineate ai look che quei brand devono spingere.
Sono le case di make‑up che pagano, sono le case che pagano le influencer, e quindi l’ecosistema intero – risultati di ricerca inclusi – finisce per rispecchiare soprattutto chi spende di più, non chi è più creativo. Risultato: oggi, se si truccano, è praticamente impossibile distinguere una ragazza dall’altra per chi è abituato alle differenze FORTI degli anni ’80 e ’90, quando il trucco era un’estensione dell’identità e non un preset imposto dall’industria.
Lo stesso dicasi per le opinioni e i comportamenti. Tutto e' appiattito sugli standard commerciali, quindi troverete SOLO cio' che vende. Veganismo, e tutta una serie di consigli su posti ove comprare e mangiare vegano, ed e' un esempio, ma anche le sole due categorie di opinione che vendono, perche' la propaganda politica e' sempre pubblicita', e i motori di ricerca si adattano.
Nel post sul dudes club raccontavo di quando avevo conosciuto delle situazioniste convinte. Convinte significa che vivevano da situazioniste. Certo, una si stava laureando i filosofia e l'altra faceva il DAMS, appunto, quindi non mi stupisce che praticassero una filosofia della quale non avevo mai sentito parlare. Del resto, l'unica situazionista famosa fu Sasha Grey, che si dichiaro' seguace del situazionismo in varie occasioni.
Lei:

Lo dice qui.

Oggi come oggi il situazionismo commercialmente non vende. Non perché sia del tutto scomparso, ma semplicemente perché nessuno sponsorizza il situazionismo, mentre a livello politico le uniche opinioni che portano davvero soldi ai motori di ricerca sono, come sempre, “destra” o “sinistra”. Per questa ragione, nelle ricerche, emergono quasi esclusivamente sottoculture elettorali di destra o di sinistra, impacchettate in modo da stare bene nel teatro polarizzato dell’algoritmo.
In questo senso la pressione commerciale non fa altro che omologare il pensiero. Un tempo ti capitava di incontrare persone che si definivano nichiliste, situazioniste, anarco-qualcosa, e tra le ragazze dark non era raro imbattersi in chi rivendicava esplicitamente una distanza da qualsiasi appartenenza canonica. Oggi, invece, le gotiche finiscono quasi sempre incasellate in una qualche sfumatura di sinistra o del cosiddetto “woke”, e la mappatura simbolica delle sottoculture si riduce a una manciata di etichette politiche compatibili con il format del dibattito televisivo.
E degli sponsor che pagano, specialmente in periodo elettorale, per pubblicizzare le idee di un certo partito.
Sia chiaro: non sto dicendo che quelle pagine o quei contenuti non esistano in rete. Probabilmente esisteranno migliaia di pagine con esattamente ciò che sto cercando. Ma, non essendo legate a prodotti commerciali né ottimizzate per il ranking, nessun motore ve le mostra in superficie, o le seppellisce oltre la decima pagina.
E quindi è come se non esistessero: non indicizzate, o mal posizionate, diventano parte del web sommerso, di quell’Internet “invisibile” che per l’utente normale equivale al nulla.
Non ho mai avuto una grandissima considerazione delle persone del DAMS, ma devo riconoscere che, almeno, potevi distinguere una ragazza dall’altra. Dalle idee. A seconda delle idee, che nella maggior parte dei casi avrei comunque archiviato come farlocche, ma pur sempre idee, differenze reali, non varianti di uno stesso template mentale.
Mi sento quasi in colpa verso di loro. Per quanto delirante sia l’idea di lasciare un millimetro di crosta di – qualcosa che preferisco ancora oggi non identificare con precisione – sul fondo della vasca da bagno per contestare il “razionalismo igienista del corpo”, almeno quelle due avevano un’idea (e probabilmente un odore) che le distingueva da chiunque altro. Per inciso, per un periodo guadagnai soldi smaltando vecchie vasche per avidi affittuari di case che non volevano cambiarle, per poi affittarle a studenti , e mi capitò di dover scartavetrare proprio una di quelle vasche “performative”: esperienza che ti fa capire cosa significhi davvero coerenza tra teoria e pratica. E cosa non si fa per centomila lire.
Oggi un comportamento del genere non potrebbe nemmeno affacciarsi su un motore di ricerca: non essendoci nessun partito, nessun brand, nessun centro di potere disposto a sponsorizzare a colpi di dollari un’idea del genere, non esiste alcun meccanismo commerciale che la porti in superficie. E quindi non verrebbe mai restituita come risultato: resterebbe sotto traccia, fuori dall’inquadratura, esattamente come lo erano quelle vasche prima che qualcuno ci passasse ore con la carta vetrata in mano
Ieri sera sono andato a festeggiare il Capodanno a Düsseldorf e ho assistito allo stesso spettacolo. Entrato nelle Kasematten sul Reno, nei vari party lungo la banchina chic, vedevi la Düsseldorf ricca: indistinguibili, tutti uguali, come se qualcuno avesse selezionato un filtro “classe media superiore europea” e lo avesse applicato in blocco.
Fuori dalle Kasematten c’era la Düsseldorf meno ricca. Ma se ti illudevi di trovare persone molto diverse l’una dall’altra, rimanevi deluso uguale: stessi vestiti, stesse scarpe da sneakers premium o da fast fashion, stessi visi rifiniti da tutorial globali. Persino molte ragazze immigrate erano truccate in modo così standardizzato che, paradossalmente, incontrare una ragazza con il velo diventava quasi un sollievo: almeno lì c’erano linee, colori, codici diversi.
Per trovare davvero facce diverse dovevi quasi fotografare una pattuglia della polizia in divisa: se non altro, avevano tagli di capelli diversi e un numero diverso sulla schiena. In mezzo alla folla “libera”, invece, dominava un’unica grande faccia collettiva, un’unica maschera sociale spalmata su migliaia di persone. Stesso make up, maschi compresi, stesso taglio di capelli, stessi vestiti, quelli dominanti sul web e sui motori di ricerca.
TikTok è diventato una gigantesca fabbrica di esseri umani, con il solo piccolo problema che utilizza di fatto un modello unico per tutti: stesso tipo di contenuti, stessa gestualità, stessa estetica di base. Il meccanismo delle raccomandazioni premia ciò che assomiglia a ciò che è già piaciuto, e quindi tende a schiacciare sia le idee sia le facce dentro pochi stampi virali.
Questo è vero sul piano delle opinioni, dove format e slogan si ripetono fino alla nausea, ed è ancora più visibile sul piano estetico, tra filtri di bellezza, “faccia da social” e standard sempre più uniformi di trucco e chirurgia. Il risultato è una catena di montaggio che sforna individui formalmente diversi, ma sempre più intercambiabili.
TikTok è diventato una gigantesca fabbrica di esseri umani, col solo piccolo problema che conosce un modello unico per tutti, e lo applica in serie, sia alle idee sia all’estetica.
In un momento di breve riflessione, mentre impazzivo con tutti i motori di ricerca e con tutte le AI, ho provato a immaginare se le ragazze del DAMS che ho conosciuto – alcune biblicamente, altre no – avessero potuto vedere, che so io, Instagram o le influencer di TikTok che fanno un balletto. E se ci avessero potuto interagire.
- Ragazza DAMS anni ’90: Ok, bel balletto. Bel culo. Bell’esecuzione. Ma che cosa significa?
- Tiktoker: Ehm… no, cioè, in che senso cosa significa? Che sono anticonformista e trasgressiva, no?
- Ragazza DAMS: Ehm… tutti hanno un culo. Tutte le donne. E anche tutti i maschi. Un cavallo ha un culo. Cosa rende unico il tuo culo?
- Tiktoker: Ma io sono una content creator, mica una filosofa. Non è che mi fai overthinking.
- Ragazza DAMS: Va bene, sei una content creator. Qual è il contenuto, di preciso?
- Tiktoker: La trasgressione.
- Ragazza DAMS: Va bene. Quali regole stai trasgredendo, di preciso? Quale norma stai rompendo?
- Tiktoker: Eh… vabbè, ma che c’entra. Trasgressivo mica significa che trasgredisce delle regole. Vuol dire che… insomma, trasgressivo. Se si vede il tanga è trasgressivo.
- Ragazza DAMS: E perché mai? Chi lo dice?
- Tiktoker: Mia madre, per esempio.
- Ragazza DAMS: Tua madre faceva la cubista solo dieci anni fa. Che cazzo dici?
- Tiktoker: Vabbè, no, a mia nonna.
- Ragazza DAMS: Vista la tua età, tua nonna era una punk e occupava università. Non solo metteva il perizoma, ma lo metteva anche sporco di merda. Mi dici o no quale norma trasgredisci, con quel balletto? Qual è il messaggio?
- Tiktoker: Ma non è un messaggio, è un content.
- Ragazza DAMS: E va bene, qual è questo contenuto?
Loop diecimila volte. Poi la tiktoker fa la vittima della libertà di espressione repressa.
- Ragazza DAMS: Va bene, sacrosanto, è la tua libertà di espressione. Che cosa stai esprimendo, di preciso?
Rumore di una testa che esplode su TikTok. Dietro il “content”, il vuoto pneumatico di qualsiasi contenuto.
Mi sa che, almeno spiritualmente, mi toccherà chiedere scusa a ogni ragazza dotata di contenuti che abbia mai espresso sé stessa in maniera unica mentre frequentava il DAMS. Perché, a confronto con quello che si vede oggi, persino le loro idee più assurde, ingenue o deliranti avevano comunque una forma riconoscibile di differenza, di rischio, di esposizione personale.
L’omologazione che vedo oggi non la vedevo nemmeno tra le ragazze che frequentavano ingegneria. Meccanica.
E' un insulto.