Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Il Minimarket della morte.

E le locuste. Apocalisse, Bangladesh, nucleare, stupri. E, ovviamente, genocidio. Genocidio di apocalisse, di anticristo minimarketoso, di morte satanica. Nucleare. Ok, adesso però basta droga, e andiamo un attimo al punto. Perché sta iniziando uno di quei fenomeni, abilmente aiutati dalla stampa, che negli anni hanno trasformato il giornalismo italiano in una tale macchina industriale di ansia, paranoia e catastrofismo che persino Lercio comincia a bullarsene.

Per prima cosa, stiamo parlando di un provvedimento scritto, emanato da un ufficio dello Stato. Di conseguenza, non si legge una cosa tipo: «Io, Giuseppe Ilianovic Zanardi, decido di mettere in libertà il delinquente negro perché voglio la sharia, evviva il comunismo».

Un provvedimento del genere si scrive piuttosto così: «Ai sensi della legge XYZ, art. 123, il signor Lorenzio Bangladesio Minimarcheto ha diritto al beneficio previsto dal paragrafo BAU della legge SGNAUS; pertanto, ricorrendone i presupposti, si dispone che, ai sensi della legge SBRAUS, articolo ZIP, il signor Lorenzio Bangladesio Minimarcheto venga scarcerato».

Il provvedimento, quindi, richiama delle norme precise: la legge XYZ, art. 123; il paragrafo BAU della legge SGNAUS; e la legge SBRAUS, articolo ZIP.

A questo punto esistono due casi.

Il primo è che quelle leggi esistano e siano in vigore. Se quelle leggi esistono e sono in vigore, e al governo non piacciono gli effetti che producono, il governo non ha che da cambiarle.

Il secondo caso è quello in cui il provvedimento abbia applicato correttamente quelle leggi, così come sono scritte e così come sono in vigore. A quel punto, nemmeno la famosa “ispezione” del Ministro potrà farci molto. Del resto, la prassi normale delle istituzioni dello Stato consiste precisamente nell’applicazione e nell’esecuzione delle leggi vigenti, ciascuna nell’ambito delle proprie competenze.

Il governo può certamente sostenere di aver irrigidito le leggi, modificato il codice penale o introdotto nuove fattispecie e nuove pene. Ma se non ha toccato PROPRIO QUELLE norme che hanno prodotto quell’esito, allora quell’esito continuerà a prodursi.

Punto.



Secondo punto. Se fosse così, si tratterebbe di un caso di violenza. Non si capisce, leggendo i giornali, se sia stata una carezza o un gangbang di negri con tripla penetrazione anale, perché i giornali stanno facendo così bene il loro mestiere che, alla fine, le persone non capiscono nemmeno cosa sia successo davvero dentro quel negozietto.

E quando si parla di stupro e di violenza contro le donne, c'è una cosa che la destra non può cavarsela dicendo: «abbiamo aumentato le pene».

Perché sì, le pene si possono aumentare. Si possono introdurre nuove aggravanti, nuove fattispecie, persino un reato autonomo di femminicidio. Lo hanno fatto. Ma questo non significa affatto aver eliminato PROPRIO quei meccanismi giuridici che, in un caso concreto, possono consentire a un imputato o a un condannato di uscire dal carcere.

E infatti, mentre il governo rivendica l'inasprimento della legislazione sulla violenza contro le donne, Vannacci — che sta cercando di superare Meloni sulla destra — sostiene addirittura che il femminicidio «non esiste», nel senso che non dovrebbe esistere come fattispecie autonoma e che dovrebbe essere considerato un omicidio come gli altri.

Qui, curiosamente, potrei persino essere d'accordo sulla discussione puramente terminologica: se volete chiamarlo «omicidio misogino», per me va benissimo. Il nome è un problema secondario. Ma Vannacci usa una discussione sul nome e sulla costruzione giuridica del reato per contestare la sostanza stessa della distinzione.

Ed è proprio questo il punto.

Puoi aumentare le pene quanto vuoi, puoi aggiungere aggravanti, puoi scrivere «ergastolo» in caratteri gotici sulla Gazzetta Ufficiale: ma se lasci aperta una specifica scappatoia attraverso la quale lo stupratore può uscirsene a piede libero, quella scappatoia continuerà a esistere.

E se poi quella stessa scappatoia viene utilizzata da persone che non sono «nere» nel modo politicamente desiderato dal governo, questo non è un problema del giudice.

È ancora un problema del governo.



Ho chiesto allora ad un collega coetaneo cosa sarebbe successo nella DDR in un caso molto più concreto.

Una ragazzina di tredici anni entra in un minimarket. Uno straniero ne abusa sessualmente.

Niente filosofia: cosa gli succede?

Per il codice penale della DDR una tredicenne era un Kind, un bambino ai fini della legge, perché il limite era fissato a quattordici anni. L'abuso sessuale ricadeva quindi direttamente nel § 148 dello Strafgesetzbuch, Sexueller Mißbrauch von Kindern: abuso sessuale di minori.

La pena “comunista” partiva a cinque anni di carcere, e nei casi aggravati fino a otto.

Ma lo straniero aveva anche un problema supplementare.

Il § 59 dello stesso codice consentiva infatti al tribunale di espellere dalla DDR chi non fosse cittadino della DDR, sia in aggiunta alla pena sia, in determinate circostanze, al suo posto. Dal 1979 era previsto esplicitamente che uno straniero già condannato potesse essere espulso anche durante l'esecuzione della pena, interrompendone il resto e rimandandolo fuori dal paese.

Quindi, detta senza il linguaggio degli editoriali: processo per abuso sessuale di minore, possibile carcere e, trattandosi di uno straniero, possibilità concreta di espulsione dalla DDR.

E nel caso dei lavoratori stranieri presenti attraverso gli accordi con Vietnam, Mozambico, Cuba e altri paesi socialisti, il diritto di rimanere nella DDR non era precisamente concepito come qualcosa di intoccabile. Era un soggiorno temporaneo, legato al lavoro e agli accordi fra Stati.

Aveva scritto l'espulsione degli stranieri condannati direttamente nel codice penale.



Buffo, quanto la legge “comunista” della DDR somigli, almeno in alcuni meccanismi, a quelle italiane attualmente in vigore.

Esisteva la possibilità che il candidato venisse fermato e poi rimesso in libertà dopo uno o due giorni?

Uhm. Tecnicamente sì: la DDR non prevedeva affatto che ogni persona accusata di un reato dovesse automaticamente rimanere in galera sino al processo. La custodia cautelare aveva dei presupposti, e il fermo provvisorio doveva essere rapidamente sottoposto al controllo della procura e del giudice.

Ma da lì in poi le somiglianze cominciano a diminuire.

La Bewährung della DDR era piuttosto invasiva. Il condannato poteva essere obbligato a dimostrare la propria “rieducazione” sul posto di lavoro, evitare determinati luoghi o persone, sottoporsi a cure, svolgere lavoro non pagato e presentarsi periodicamente al tribunale o al proprio collettivo. Se violava gli obblighi, poteva scattare la pena detentiva minacciata.

Esisteva inoltre la possibilità di sospendere il resto di una pena già iniziata, la Strafaussetzung auf Bewährung, dopo aver valutato comportamento, disciplina e prestazioni lavorative del detenuto.

Arresti domiciliari nel senso italiano attuale, invece, no.

La DDR aveva misure di Aufenthaltsbeschränkung e controllo statale che potevano arrivare a imporre un luogo di residenza o soggiorno e a vietare di lasciarlo senza il consenso della Volkspolizei. Ma erano strumenti di controllo e di esecuzione penale, non l’equivalente ordinario del vostro “ti mando a casa in attesa del processo”.

Quindi sì: anche nella DDR potevi essere arrestato e successivamente rimesso in libertà se non esistevano più i presupposti per tenerti in custodia cautelare.

Solo che “libero”, nella DDR, poteva avere un significato abbastanza diverso dal nostro. Diciamo che eri fuori dal carcere sotto il controllo della Volkspolizei. “Libero” e' una cosa diversa.


Naturalmente bisogna anche imparare a leggere il burocratese dei regimi comunisti.

Perché alcune di queste formule erano modi estremamente gentili di descrivere qualcosa di parecchio meno gentile.

“Prestazioni lavorative del detenuto”, per esempio, può sembrare quasi un programma di reinserimento professionale. Nella pratica della DDR il lavoro era invece uno dei pilastri del sistema carcerario, spesso obbligatorio, ripetitivo, pesante e svolto in condizioni che potevano essere pericolose per la salute. In alcuni contesti, specialmente per i detenuti politici, gli storici parlano senza troppe esitazioni di lavoro forzato.

Allo stesso modo, parole come “rieducazione”, “disciplina” e “trattamento” potevano indicare cose decisamente più concrete.

Negli istituti disciplinari della DDR sono documentati isolamento, fame, umiliazioni, lavoro coatto e percosse. Quindi quando leggete nelle carte dello Stato socialista che qualcuno era stato sottoposto a “misure educative”, non immaginate necessariamente uno psicologo con il cardigan che gli spiegava gentilmente come diventare una persona migliore.

Il burocratese dei regimi funziona spesso così: prende qualcosa di brutale e gli assegna un nome amministrativamente rassicurante.

Ed è una cosa che vale la pena ricordare quando si leggono le leggi dei paesi autoritari.

Una costituzione può anche essere piena di diritti magnifici. Poi bisogna vedere cosa succede quando lo Stato chiude la porta.

Il Gulag sovietico è forse l'esempio più noto di questo scarto: nella costituzione sovietica la pena di morte era abolita. Non scherzo. Ma non occorre necessariamente scrivere “condanna a morte” su una sentenza per costruire un sistema nel quale fame, freddo, malattie, lavoro estenuante e condizioni materiali possono tranquillamente ammazzare una persona. Voglio dire, se voi non reggete cinque anni a -27℃ con due crackers al giorno come nutrimento, il comunismo non c'entra. Siete fragili, siete.

Formalmente non è la stessa cosa.

Materialmente, per quello che muore, la distinzione può diventare piuttosto accademica.

Questo per dire una cosa semplice: nel sistema comunista, lo stupratore non se la passava benone. Il linguaggio burocratico poteva addolcire la cosa, ma “lavoro in carcere” erano lavori forzati, e “rieducazione” erano mazzate , vessazioni e umiliazioni.

Se fossi nella destra, la smetterei di dare dei comunisti ai giudici.



Ma torniamo al nostro caso.

Questo modo di procedere, con la complicità di una stampa che pende a destra — e uso un eufemismo — ormai da anni, è persino storicizzato. Possiamo partire tranquillamente da Berlusconi.

Berlusconi avrebbe potuto fare almeno due cose che, peraltro, aveva evocato più volte politicamente.

La prima era riformare la legge Merlin.

La seconda era intervenire direttamente sulle norme che riguardavano prostituzione minorile, sfruttamento e rapporti sessuali con adolescenti, se riteneva che fossero troppo severe, troppo ambigue o semplicemente sbagliate.

Perché qui va chiarita una cosa che la narrazione dell’epoca tendeva a confondere: in Italia l’età generale del consenso sessuale era, ed è, quattordici anni. Ruby ne aveva diciassette.

Il problema giuridico del processo non era quindi semplicemente: «Berlusconi avrebbe fatto sesso con una minorenne». L’accusa era prostituzione minorile, che è tutta un’altra fattispecie.

Se Berlusconi avesse davvero ritenuto assurdo che un adulto potesse essere perseguito penalmente in una situazione del genere, aveva una maggioranza parlamentare e poteva tentare di cambiare PROPRIO QUELLE norme, partendo, appunto, dalla riforma della Legge Merlin che aveva promesso diverse volte in campagna elettorale.

Avrebbe avuto proteste feroci in Parlamento e sui giornali, naturalmente.

Ma non sarebbe stata l’Unione Europea a impedirglielo: l’età del consenso sessuale e una parte importante della disciplina penale relativa restano competenza nazionale, purché vengano rispettati gli obblighi europei di protezione dei minori.

Poteva quindi portare una proposta di legge, assumersene pubblicamente la responsabilità politica e farsela votare.

E dopo, se proprio voleva, poteva passare con un autobus di troie — parole sue — dell’età di Ruby sotto il Palazzo di Giustizia e fare il dito medio.

E allora chiediamoci: perché non lo ha fatto?



Perché il gioco della politica moderna è, sempre più spesso, quello di occupare tutte le prime pagine. È un gioco di occupazione dello spazio mediatico. Se continui a spalare merda dentro il sistema dell'informazione, e il sistema dell'informazione non oppone alcuna resistenza perché quella merda genera traffico, puoi continuare a far cacare il dibattito pubblico praticamente all'infinito. Il meccanismo conviene a entrambi.

  • Al sistema dei giornali conviene, perché scandalo, conflitto, indignazione e paura aumentano le letture, i click, il tempo passato sulla pagina e quindi, direttamente o indirettamente**, gli introiti.**
  • Al politico conviene, perché persino nell'era di Internet l'attenzione rimane una risorsa scarsa e fortemente concentrata. Le homepage sono finite, i telegiornali hanno una durata finita, le prime pagine hanno uno spazio finito, e anche gli algoritmi finiscono per concentrare l'attenzione su pochi argomenti alla volta.

E quindi, se parla lui, non parla il partito avversario.

Se per tre giorni tutti discutono della sua dichiarazione, della sua provocazione, della sua “ispezione”, del suo nemico del giorno o dell'ennesima emergenza costruita mediaticamente, per tre giorni qualcun altro è semplicemente fuori dallo schermo.

Non importa nemmeno troppo che se ne parli bene.

L'importante è occupare lo spazio.

Questa è la ragione per la quale si fa esplodere la caciara.

Ultimamente, il maestro assoluto di questa tecnica è Trump: occupa così bene le prime pagine di qualsiasi cosa, con le sue dichiarazioni, le sue provocazioni e le sue continue bizzarrie, che praticamente non si sente più parlare del Partito Democratico.

Che pure esiste.

È finanziato, organizza campagne, presenta candidati, raccoglie soldi, mobilita elettori ed è perfettamente attivo.

La sensazione che “i Democratici siano scomparsi” nasce soprattutto da questo: è una percezione prodotta dall'occupazione dello spazio mediatico.

Perché quasi tutta la scena viene continuamente riempita dal Donald Trump & Friends Bozo Pornocircus.

Trump ha capito una cosa semplicissima: non devi necessariamente convincere tutti.

Devi impedire agli altri di parlare.

Ogni dichiarazione assurda produce un titolo. Ogni insulto produce una seconda giornata di titoli. Ogni minaccia, provocazione o sparata produce commenti, editoriali, fact-checking, reazioni indignate e controreazioni.

E tutto questo occupa spazio.

Persino quando la stampa lo critica, continua comunque a parlare di lui.

Il risultato è che Trump riesce a divorare una quantità enorme dello spazio disponibile per l'opposizione, semplicemente attraverso un modo rumorosissimo, aggressivo e indecente di fare politica.

Non ha cancellato il Partito Democratico.

Ha semplicemente invaso i media.



Lo stesso meccanismo si sta usando con la vicenda del minimarket.

La si porta sulle prime pagine, la si mantiene lì, la si alimenta con dichiarazioni, reazioni, ispezioni, indignazione e controindignazione, e la si tiene viva per tutto il tempo necessario.

Perché quello spazio, una volta occupato, non può essere occupato da altro.

E quindi, mentre tutti discutono del minimarket, del giudice, dello straniero, della scarcerazione e dell'ennesima dichiarazione del ministro, quello stesso spazio non viene utilizzato per parlare di qualche problema, diciamo, un po' più imbarazzante per il governo.

Non serve nemmeno dimostrare che ogni singolo titolo faccia parte di un piano coordinato.

È sufficiente che il meccanismo funzioni.

La politica produce caciara, la stampa la trasforma in traffico, e per qualche giorno il resto del paese scompare dalla prima pagina.


E tornando a bomba, fu per questo che Berlusconi non cambiò MAI la legge Merlin a proprio favore, nonostante fosse al governo e avesse tutti gli strumenti politici per provarci davvero.

Alla fine, quelle feste riempirono i giornali per anni e anni, e tutto lo spazio che occupavano lo toglievano all'opposizione.

Per questo chiedersi come mai Berlusconi non abbia MAI cambiato la legge Merlin ha senso anche in questo caso: perché lasciare aperto il FINTO scandalo sulle sue feste gli consentiva di continuare a occupare spazio mediatico, e quindi di sottrarlo agli avversari.

La destra moderna vince perché OCCUPA LO SPAZIO della discussione.

Non necessariamente perché abbia argomenti migliori, programmi migliori o soluzioni migliori.

Vince perché riesce a decidere di cosa si parla.

Questo richiede, ovviamente, una complicità molto concreta e molto materiale da parte della stampa.

Ripeto: è una simbiosi.

  • Al sistema dei giornali conviene, perché scandalo, conflitto, indignazione e paura aumentano le letture, i click, il tempo passato sulla pagina e quindi, direttamente o indirettamente, gli introiti.
  • Al politico conviene, perché persino nell'era di Internet l'attenzione rimane una risorsa scarsa e fortemente concentrata. Le homepage hanno uno spazio finito, i telegiornali hanno una durata finita, le prime pagine hanno uno spazio finito, e persino gli algoritmi finiscono per concentrare l'attenzione su pochi argomenti alla volta.

È una transazione perfetta: il politico fornisce il rumore, il giornale lo monetizza.

E nel frattempo entrambi occupano lo stesso spazio.



E poi naturalmente il collasso. Il collasso totale. Carestia, peste, invasione, pedofilia, sharia, meteoriti, stupri, cavallette, atomiche tattiche e supermercati etnici dell'Anticristo. Bande di cannibali transgender armati di machete attraversano le periferie mentre l'Europa brucia, il Mediterraneo bolle e qualche imam, probabilmente nucleare, prepara il califfato nel retrobottega di un minimarket. Genocidio. Sempre genocidio. Genocidio termonucleare con salsa piccante. Famiglie sterminate, civiltà cancellate, Occidente morto entro martedì, possibilmente prima di pranzo. Bambini terrorizzati. Pensionati assediati. Satana parcheggiato in doppia fila. E naturalmente nessuno fa niente.

NESSUNO.

Perché ormai siamo alla fine della Civilta' occidentale.

Di nuovo.

Con cinque minuti di ritardo sull' Apocalisse delle cinque.

Oppure capiamo il trucco , spezziamo la simbiosi, e il discorso finisce.

Uriel Fanelli

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