Il Manifesto di Palantir.

Si fa tanto parlare di Palantir Technologies, motivo per il quale io sospetto che ci sia una crociata in preparazione, o forse già in corso. E le crociate contro le multinazionali sono sempre facili: sono bersagli grandi, visibili, impersonali, e quindi perfetti per proiettare sopra ogni genere di ansia morale o paranoia politica.
Però, per una persona come me, che oggettivamente lavora e ha sempre lavorato per multinazionali, diventa molto difficile riconoscersi in questa narrazione un po’ caricaturale della cabala capitalista/satanista che si riunirebbe in cantine di lusso per discutere di malvagità e vizi ripugnanti, come se fossimo dentro una sceneggiatura scritta male.
Quindi, dicevo, non ho sinora preso parte ad alcuna crociata, e non è una posizione presa per partito preso ma per semplice esperienza diretta. Mi oppongo anche a quella contro la AI perché, in ultima analisi, stiamo usando sistemi di intelligenza artificiale – tutti, nessuno escluso – ormai da una decina di anni. Solo che prima si chiamavano in altro modo, oppure erano nascosti dentro sistemi meno visibili; lo scandalo, curiosamente, sembra essere nato con i modelli di linguaggio. Il che, più che indicare una scoperta improvvisa del problema, certifica una certa cattiva fede di chi ha fatto partire la crociata, o quantomeno una selettività piuttosto sospetta nell’indignazione.
Con Palantir, essendo una singola azienda, le cose cambiano leggermente. Nel senso che, alla fine, sarà più o meno malvagia di Microsoft? O di The Coca-Cola Company? O di Ferrero? È una domanda che ha senso porsi, ma che diventa scivolosa nel momento in cui si prova a darle una risposta troppo netta.
Attribuire categorie morali a un’azienda è una cosa che puoi fare soltanto se riesci a capire qual è la visione di quell’azienda. Nel senso che il fatto di cooperare o meno coi militari mi dice assai poco: lo fanno tutte, o quasi, le aziende automobilistiche, per dirne una. Sono aziende malvagie? Non lo so, ma di certo potremmo valutarlo soltanto conoscendo la loro visione del mondo, perché le azioni delle aziende, anche quelle apparentemente buonissime, sono sempre ambigue e spesso producono effetti collaterali non banali.
Certo, possiamo ammirare quella banca che ha tolto i finanziamenti a una miniera dove i lavoratori venivano sfruttati. Poi però i minatori sono diventati poveri, magari sono finiti dentro circuiti illegali o armati, e adesso il posto è in preda a una guerra tra clan. A quel punto la domanda diventa inevitabile: quella decisione era “buona”? Sì, forse, nelle intenzioni. Ma le conseguenze? E il bilancio complessivo? È qui che le categorie morali semplici iniziano a scricchiolare.
Per valutare la malvagità occorre quindi valutare le azioni, ma anche le conseguenze di tali azioni, e confrontarle con le intenzioni. Solo facendo questo lavoro un minimo serio possiamo dire se la nostra banca etica sia ancora “buona”, oppure se la realtà sia, come spesso accade, molto più complicata e meno consolatoria.
Ma, a parte strani discorsi sull’Anticristo – che sono stravaganti ma non mi sembrano più terrificanti di un Karl Lagerfeld che dice apertamente che “le donne sopra la 42 non dovrebbero nemmeno esistere” – il problema non è capire il CEO, o perlomeno non è quello il punto centrale.
Il punto è che Palantir ha fatto una cosa strana, o quantomeno inusuale per un’azienda di quel tipo: ha pubblicato una specie di manifesto. E questo cambia le regole del gioco, perché a quel punto non siamo più costretti a indovinare o a proiettare fantasie. Possiamo prendere quel testo – non è reato, lo hanno messo loro stessi su Twitter – e commentarlo direttamente, riga per riga se serve. Non per partecipare a una crociata, ma per vedere quanto siano davvero malvagi, e soprattutto che idea del mondo abbiano.
Proviamo quindi a tradurre il manifesto, e vediamo se c’è davvero puzza di zolfo oppure no, al netto delle fantasie apocalittiche che inevitabilmente si addensano attorno a qualunque cosa abbia a che fare con Palantir Technologies.
Ah, sì: il manifesto in questione non nasce dal nulla, ma riassume un intero libro–manifesto, cioè The Technological Republic. E, già questo, è interessante. Perché al netto di tutto, si può almeno riconoscere un merito: il tentativo – piuttosto raro, nel mondo aziendale contemporaneo – di dire apertamente come si vede il mondo, senza nascondersi dietro slogan neutri o dichiarazioni da ufficio stampa.
“La Silicon Valley ha un debito morale verso il paese che ha reso possibile la sua ascesa. L’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo affermativo di partecipare alla difesa della nazione”.
Ecco, qui è difficile dargli torto, almeno se si guarda alla questione senza farsi prendere da riflessi ideologici automatici. Perché, in effetti, il venture capital che ha alimentato l’ascesa della Silicon Valley non è una magia spontanea del mercato, ma è spesso un proxy di un sistema molto più ampio, che passa – direttamente o indirettamente – attraverso la banca centrale e politiche monetarie espansive, dal quantitative easing in poi. In altre parole: qualcuno, a monte, ha creato le condizioni perché enormi quantità di capitale finissero a finanziare anche idee che, diciamolo senza troppi giri di parole, a volte rasentano il ridicolo.
Se quindi, di fatto, si è messo in piedi un sistema che – tramite QE e compagnia – ha stampato denaro in quantità tali da permettere agli ideatori di “Tinder per il tuo gatto” di vivere tra sandwich all’avocado e coworking patinati, invece di marcire sugli Appalachi, consegnare pizze o restare intrappolati in qualche slum di Sarcazzistan, allora il ragionamento che ne consegue è quasi banale nella sua brutalità.
Quello che stanno dicendo, tradotto senza troppi eufemismi, è: ti abbiamo strapagato per fare anche cose tutto sommato risibili, spesso inutili e talvolta francamente cazzone; a questo punto, forse, potresti anche mostrare un minimo di gratitudine. Non necessariamente sotto forma di retorica patriottica, ma almeno accettando l’idea che esista un debito verso il sistema che ti ha reso possibile esistere.
Viste queste premesse, e per quanto il tono possa risultare indigesto a chi è abituato a pensare la Silicon Valley come un tempio neutrale dell’innovazione, mi sa tanto che sia davvero difficile dargli torto.
“Dobbiamo ribellarci alla tirannia delle app. L’iPhone è il nostro più grande risultato creativo, se non il coronamento come civiltà? L’oggetto ha cambiato le nostre vite, ma ora potrebbe anche limitare e restringere il nostro senso del possibile”.
Anche qui, se ci pensate, è difficile dargli torto. Se c’è una cosa che ha prodotto ricchezza – diciamo pure “diversamente meritata” – nella Silicon Valley, è stato il business delle app. Ma diciamo la verità: le app in giro si occupano principalmente di superfluo. Ok, la app per consentire alle donne di tenere traccia del proprio ciclo mestruale ha forse qualche utilità, se una è una ritardata e non sa fare quello che ogni ragazzina impara a fare a 10 anni.
Ma diciamolo pure: già esplorando il mercato IT consumer cinese, dove puoi aprire una partita IVA, tenere la patente di guida e mostrarla alla polizia, pagare le tasse, fatturare, e tante altre cose con una sola app, quelle occidentali sono, per così dire, meno utili. Che si sia in ottica nazionalista – e allora bisogna chiedersi “cosa fa la tua app per la nazione?” – o che si sia in preda all’umanesimo – “cosa fa la tua app per il prossimo tuo” – onestamente sarebbe ora che il mondo IT uscisse dal mondo delle app e si sforzasse di fare qualcosa di utile.
Certo, esistono app per perdere peso. Qualcuno mi avvisi appena perde il primo chilo, per favore.
“L’email gratuita non è abbastanza. La decadenza di una cultura o di una civiltà, e in particolare della sua classe dirigente, sarà perdonata solo se quella cultura è capace di fornire crescita economica e sicurezza al pubblico”.
Anche da questo punto di vista, è praticamente una tautologia: se produci crescita e sicurezza, vieni tollerato; se non lo fai, prima o poi qualcuno presenta il conto. Il modo migliore di commentare la Silicon Valley resta proprio questo: mai tante risorse sono state investite per ottenere, in cambio, così poco.
È curioso, però, il modo in cui la formulano. Invece di porre la questione in termini positivi – cioè la necessità di fare qualcosa di realmente utile per la propria civiltà – si concentrano sull’idea di “perdonare” la decadenza della classe dirigente. Che è un’impostazione un po’ rivelatrice.
Il sottotesto sembra essere: il mondo IT dovrebbe produrre abbastanza valore, abbastanza utilità concreta, da far dimenticare al pubblico gli eccessi degli oligarchi dell’IT. Non tanto cambiare il comportamento della classe dirigente, quanto compensarlo con risultati sufficientemente tangibili.
Messa così, la cosa potrebbe persino avere un senso. Non particolarmente edificante, ma coerente. E si poteva dirlo meglio, "possiamo consentire ad Elon Musk di essere triliardario, se ci fa vivere bene e al sicuro". Suona meglio.
“ I limiti del soft power, della sola retorica altisonante, sono stati smascherati. La capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede qualcosa di più dell’appello morale. Richiede l’hard power, e l’hard power in questo secolo sarà costruito sul software”.
Nel suo dialetto un po’ patamarinettiano, sembra voler dire che, nella loro visione, le società libere e democratiche devono prevalere in quanto tali, ma che questa prevalenza non può basarsi soltanto su valori proclamati: deve poggiare su una capacità concreta di esercitare potenza, e questa potenza, nel mondo contemporaneo, passa sempre più attraverso il software.
I metodi basati sul soft power, secondo loro, non servono a molto, o comunque non bastano. È una posizione opinabile, certo, ma che alla fine riflette una stanchezza verso le ideologie che non è affatto nuova, e che era già ben visibile nell’edonismo disincantato degli anni ’80: il soft power, cioè, spesso parla molto bene, ma razzola molto male, e quando arriva il momento di incidere davvero sulla realtà mostra tutti i suoi limiti.
Opinabile, sì. Ma, almeno così formulata, non necessariamente tragica o malvagia.
“La domanda non è se le armi basate sull’IA verranno costruite; è chi le costruirà e per quale scopo. I nostri avversari non si fermeranno a indulgere in dibattiti teatrali sui meriti dello sviluppo di tecnologie con applicazioni militari e di sicurezza nazionale critiche. Loro andranno avanti”.
Qui stanno un po’ cazzeggiando, nel senso che si attribuiscono implicitamente una centralità che, francamente, non hanno certo inventato loro. È dal 1991 che guardiamo bombe “intelligenti” cadere qua e là: non è che l’intelligenza artificiale sia entrata nelle armi ieri mattina perché lo ha deciso Palantir Technologies.
Prendiamo un esempio concreto: il Lockheed Martin F-35 Lightning II, in particolare nella versione STOVL. Quel coso riesce ad atterrare in verticale grazie a sistemi di controllo avanzati che oggi chiameremmo tranquillamente “AI-driven”, e il primo volo è del 2006, mentre il design delle funzionalità STOVL risale agli anni ’90. Quindi, parlare al futuro – “verranno costruite” – è un pelino un cazzeggio. Sono già state costruite, testate, deployate da anni.
Ma si sa, il brand è il brand, e l’operazione comunicativa consiste anche nel suggerire, più o meno implicitamente, che la frontiera passi da lì, possibilmente sotto il proprio marchio.
In realtà, è molto più plausibile che certe forme di AI esistessero già da decenni dentro il perimetro militare, e che siano arrivate al pubblico solo negli ultimi anni, quando il contesto commerciale lo ha reso conveniente. Altrimenti, difficilmente qualcuno avrebbe progettato, negli anni ’90, un aereo che per funzionare richiede una quantità significativa di sistemi di controllo intelligenti, e una chilata di reti neurali artificiali.
“Il servizio di leva nazionale dovrebbe essere un dovere universale. Dovremmo, come società, prendere seriamente in considerazione l’idea di allontanarci da una forza armata di soli volontari e combattere la prossima guerra solo se tutti condividono il rischio e il costo”.
Qui, francamente, non è chiarissimo il filo logico. Perché da un lato abbiamo Palantir Technologies che costruisce e vende sistemi basati su AI, quindi sistemi sempre più “unmanned”, autonomi, droni, automazione spinta; dall’altro lato, nello stesso respiro, si invoca più manpower, più persone dentro il sistema militare. È una posizione che suona quantomeno contraddittoria.
Se davvero la direzione è quella che raccontano – cioè sistemi sempre più automatizzati che dovrebbero ridurre la necessità di presenza umana – allora perché spingere verso un aumento della forza lavoro militare? Anche perché, se vogliamo dirla brutalmente, addestrare un soldato “moderatamente intelligente” costa, in Occidente, intorno ai 100.000 dollari, e molto meno altrove. Quindi non è nemmeno un problema insormontabile di scarsità di risorse umane.
Il punto che sembrano voler sollevare, forse, è un altro: non tanto la necessità operativa di più soldati, quanto l’idea che il rischio e il costo della guerra debbano essere condivisi da tutta la società, e non delegati a una minoranza di volontari. Ma anche qui, la questione resta sospesa: in un contesto tecnologico in cui si tende a ridurre l’esposizione diretta degli individui al rischio, esiste davvero ancora un modo per “condividere” quel rischio in maniera equa?
Perché, alla fine dei conti, l’ultima volta che abbiamo visto guerre combattute in senso tradizionale, il rischio di morire era distribuito in maniera piuttosto ampia, altro che condivisione teorica. E allora viene da chiedersi se questa proposta sia una riflessione seria su come redistribuire il costo della guerra, oppure semplicemente una posizione ideologica che non si concilia del tutto con il tipo di tecnologia che l’azienda stessa sviluppa.
“Se un Marine degli Stati Uniti chiede un fucile migliore, dovremmo costruirlo; e lo stesso vale per il software. Dovremmo, come paese, essere in grado di continuare un dibattito sull’opportunità di un’azione militare all’estero, rimanendo al contempo incrollabili nel nostro impegno verso coloro a cui abbiamo chiesto di mettersi in pericolo”.
Ok. Quindi mandiamo a combattere un drone, o un robot, e teniamo il marine col suo joystick dentro la sua cameretta, se ho capito bene. Ci sta: è un’azienda che si occupa esattamente di questo, dopotutto, e quindi sta semplicemente dicendo – senza nemmeno troppi giri di parole – che tutti dovrebbero comprare i loro prodotti, perché è lì che vedono il futuro del combattimento.
La cosa che, secondo me, resta strana è l’assunzione implicita che il nodo centrale sia continuare a discutere se fare o meno una guerra all’estero, quando si dimentica – o si evita accuratamente – che Palantir Technologies viene usata moltissimo anche per prevenire il terrorismo, cioè per gestire una guerra che, volenti o nolenti, è già “in casa”. Il fatto che il discorso venga spostato quasi esclusivamente sul teatro esterno dice qualcosa: forse non c’è grande entusiasmo nel parlare apertamente di ciò che si fa all’interno, dove il confine tra sicurezza e sorveglianza diventa molto più scivoloso.
Del resto, negli Stati Uniti girano più armi di quante ce ne siano negli eserciti di Italia e Francia messi insieme. E questo, più di qualunque manifesto, dà già una misura piuttosto concreta di cosa significhi davvero parlare di “impegno verso coloro a cui abbiamo chiesto di mettersi in pericolo”.
“I dipendenti pubblici non devono essere i nostri sacerdoti. Qualsiasi azienda che compensasse i propri dipendenti nel modo in cui il governo federale compensa i dipendenti pubblici farebbe fatica a sopravvivere”.
Qui, onestamente, non si capisce benissimo dove vogliano andare a parare. Le due frasi stanno insieme, ma non è chiarissimo se conducano davvero nella stessa direzione o se siano semplicemente accostate per effetto retorico.
Da un lato, l’idea che i dipendenti pubblici non debbano essere “sacerdoti” sembra voler dire che lo Stato non dovrebbe essere trattato come una sorta di entità morale superiore, quasi religiosa, a cui si deve obbedienza cieca. Un invito, quindi, a uno Stato più laico, meno investito di una missione quasi sacrale.
Dall’altro lato, però, si introduce il tema della compensazione economica, sostenendo che un’azienda che pagasse i propri dipendenti come fa il governo federale faticherebbe a sopravvivere. E qui il senso si fa più ambiguo: stanno dicendo che i dipendenti pubblici sono sottopagati, oppure il contrario, cioè che sono pagati in modo inefficiente rispetto al valore prodotto?
Il risultato è che le due frasi, prese singolarmente, non sono chiaramente sbagliate. Ma messe insieme non producono un messaggio altrettanto chiaro. E quindi resta il dubbio: stanno proponendo un apparato governativo meno “religioso” e meglio pagato? Oppure stanno semplicemente mescolando due critiche diverse senza preoccuparsi troppo della coerenza complessiva?
“Dovremmo mostrare molta più grazia verso coloro che si sono sottomessi alla vita pubblica. L’eliminazione di qualsiasi spazio per il perdono – un rigetto di qualsiasi tolleranza per le complessità e le contraddizioni della psiche umana – potrebbe lasciarci con un cast di personaggi al timone di cui finiremo per pentirci”.
Qui siamo chiaramente nel campo della politica. Stanno cercando di dire, in sostanza, che i politici sono pur sempre esseri umani, con le loro contraddizioni, i loro limiti e, sì, anche le loro marachelle. E quindi, implicitamente, che ogni tanto bisognerà anche accettare una certa dose di imperfezione, senza trasformare ogni deviazione in una condanna definitiva.
La parte interessante arriva però alla fine: il rischio che stanno evocando è quello di un puritanesimo politico eccessivo, dove l’assenza totale di tolleranza e perdono finisce per selezionare una classe dirigente particolare. Non necessariamente la migliore, ma quella più “sterile”, più immobile, più attenta a non esporsi mai davvero, proprio perché deve superare filtri morali sempre più rigidi. In altre parole, personaggi che passano indenni attraverso il setaccio etico non perché siano migliori, ma perché non fanno abbastanza da rischiare.
E quindi, secondo gli autori, sarebbe forse meglio allargare un pochino le maglie, accettare una certa complessità umana, piuttosto che ritrovarsi governati da figure che non sbagliano mai semplicemente perché non fanno nulla di significativo.
Resta comunque il fatto che siamo nel campo della politica, e viene spontaneo chiedersi perché un’azienda senta il bisogno di enunciare posizioni di questo tipo. Ma, al netto di questo, non si tratta di un’opinione illegale o particolarmente malvagia: è una posizione discutibile, certo, ma su cui si può tranquillamente concordare o meno.
La psicologizzazione della politica moderna ci sta portando fuori strada. Coloro che guardano all'arena politica per nutrire la propria anima e il proprio senso del sé, che fanno troppo affidamento sul fatto che la loro vita interiore trovi espressione in persone che potrebbero non incontrare mai, rimarranno delusi
Non è così misteriosa come sembra, se la spogli dal tono un po’ oracolare.
Quando parlano di “psicologizzazione della politica”, stanno criticando una tendenza abbastanza evidente: quella per cui la politica smette di essere uno strumento per organizzare la società e diventa invece un’estensione della vita interiore delle persone. Cioè un luogo dove cerchi identità, riconoscimento, senso morale, perfino una specie di salvezza personale.
Tradotto: invece di chiedere “questa politica funziona?”, si chiede “questa politica mi rappresenta emotivamente?”, “mi fa sentire dalla parte giusta?”, “dice qualcosa su chi sono io?”. È un passaggio dalla politica come azione alla politica come specchio psicologico.
Quando poi aggiungono che chi usa la politica per “nutrire la propria anima e il proprio senso del sé” resterà deluso, stanno dicendo una cosa piuttosto cinica ma lineare: i politici non sono lì per completarti come individuo. Sono persone lontane, che non incontrerai mai, e che operano in un sistema fatto di compromessi, interessi e vincoli. Se ti aspetti che incarnino la tua identità o risolvano il tuo bisogno di significato personale, finirai inevitabilmente frustrato.
In sostanza, il messaggio è: smettete di usare la politica come terapia o come religione laica. Torni a essere uno strumento, imperfetto e spesso sporco, per gestire il potere e prendere decisioni collettive.
Non è una posizione particolarmente nuova, ma è coerente con il resto del manifesto: meno moralismo astratto, meno auto-narrazione, più risultati concreti. Che poi ci riescano davvero è un altro discorso.
Non capisco per quale motivo sia una questione aziendale, ma rimaniamo nel campo di opinioni politiche lecitissime, non necessariamente malvagie.
L'era atomica sta finendo. Un'era di deterrenza, l'era atomica, sta finendo, e una nuova era di deterrenza costruita sull'IA sta per iniziare
Uhm.... qui la mano è un po’ pesante.
Quando dicono “l’era atomica sta finendo” e che verrà sostituita da una deterrenza basata sull’AI, stanno chiaramente spingendo il discorso oltre il necessario. È una tipica operazione retorica: per dare centralità a ciò che vendi, devi dichiarare che ciò che c’era prima è superato.
Ma se la prendiamo sul serio, l’affermazione scricchiola. L’era nucleare non sta finendo affatto: le armi atomiche restano il fondamento ultimo della deterrenza tra grandi potenze, e nessuno – nemmeno lontanamente – ha trovato un sostituto che garantisca lo stesso livello di “equilibrio del terrore”. Il fatto che esistano nuove tecnologie non elimina quelle precedenti, le stratifica.
Quello che è più realistico è questo: si sta aggiungendo un nuovo livello. L’AI entra nella deterrenza come moltiplicatore – intelligence, targeting, cyberwarfare, automazione decisionale – ma non rimpiazza il nucleare. Lo affianca.
Quindi sì, si stanno un po’ sopravvalutando, o quantomeno stanno vendendo una narrativa in cui il loro campo diventa il nuovo centro del mondo strategico. Che è comprensibile: è marketing, più che analisi.
Detto questo, il punto non è completamente campato in aria. L’AI sta davvero cambiando il modo in cui si esercita il potere, soprattutto nei domini non nucleari. Ma dire che sostituirà l’era atomica è, per ora, più ambizione che realtà.
Nessun altro paese nella storia del mondo ha fatto progredire i valori progressisti più di questo. Gli Stati Uniti sono tutt'altro che perfetti. Ma è facile dimenticare quante più opportunità esistano in questo paese per coloro che non appartengono a élite ereditarie rispetto a qualsiasi altra nazione del pianeta
Uhm, ... detta così fa un po’ sorridere, soprattutto per il tono assoluto.
“Nessun altro paese nella storia del mondo…” è già di per sé un’esagerazione retorica: quando parti così, stai più facendo propaganda che analisi. È una frase costruita per rafforzare un’identità, non per reggere a un confronto storico serio.
Poi però, se la spacchetti, il nucleo del discorso è meno campato in aria di quanto sembri. Gli Stati Uniti hanno effettivamente avuto – soprattutto in certi periodi – una capacità notevole di offrire mobilità sociale e opportunità a persone che non provenivano da élite ereditarie, molto più di quanto accadesse in sistemi rigidamente stratificati europei o in società con caste formali o informali.
Il problema è che stanno mescolando due cose diverse: da un lato i “valori progressisti”, dall’altro la mobilità sociale e l’accesso alle opportunità. Non sono la stessa cosa, e storicamente non sempre sono andate di pari passo. Inoltre, stanno implicitamente prendendo il momento migliore e universalizzandolo, ignorando le fasi in cui quella promessa è stata molto più limitata o contraddittoria. Vedi alla voce schiavismo.
Quindi sì: come frase è gonfiata, autocelebrativa, e un po’ da manuale. Ma non è completamente vuota. È una versione molto ottimistica – e selettiva – di una dinamica reale.
In altre parole: più slogan che falsità, ma sempre slogan resta.
Il potere americano ha reso possibile una pace straordinariamente lunga. Troppi hanno dimenticato o forse danno per scontato che quasi un secolo di una qualche versione di pace è prevalso nel mondo senza un conflitto militare tra grandi potenze. Almeno tre generazioni - miliardi di persone e i loro figli e ora nipoti - non hanno mai conosciuto una guerra mondiale
Se lo traduciamo in chiave americana, il messaggio diventa più o meno questo: il potere degli Stati Uniti – militare, economico, tecnologico – ha garantito un ordine globale che, pur con tutti i suoi difetti, ha evitato guerre tra grandi potenze per decenni. E quindi, implicitamente, le azioni necessarie a mantenere quel potere (anche quando discutibili) vengono giustificate dal risultato finale: una lunga fase di relativa pace su scala globale.
È una forma di giustificazione ex post: non si dice “facciamo cose discutibili perché possiamo”, ma “le abbiamo fatte, e guardate il risultato”. Che è una versione più elegante, ma sempre quella logica lì.
Naturalmente, questa lettura ha almeno due punti deboli evidenti. Il primo è che quella “pace” non è stata affatto universale: è stata una pace tra grandi potenze, mentre conflitti locali, guerre per procura e instabilità diffusa non sono mai mancati. Il secondo è che attribuire il merito quasi esclusivo a un singolo attore è una semplificazione piuttosto comoda. Nemmeno l' URSS ha iniziato una guerra nucleare, dopotutto.
Detto questo, come argomento retorico funziona: prende un fatto reale – l’assenza di guerre mondiali per un lungo periodo – e lo usa per costruire una giustificazione più ampia del sistema che lo ha prodotto.
Quindi sì: non è detto così, ma la struttura è chiaramente quella del “il fine giustifica i mezzi”, con un po’ più di eleganza narrativa.
Niente di nuovo.
La castrazione postbellica di Germania e Giappone deve essere annullata. Aver tolto i denti alla Germania è stata una correzione eccessiva per la quale l'Europa sta ora pagando un prezzo alto. Un impegno simile e altamente teatrale verso il pacifismo giapponese, se mantenuto, minaccerà anche di spostare l'equilibrio di potere in Asia
Sì, qui si capisce bene che non stanno solo facendo filosofia: stanno facendo geopolitica, con un occhio molto concreto.
Tradotto in modo meno teatrale, il messaggio è questo: Germania e Giappone sono due potenze economiche enormi che, per ragioni storiche, sono state tenute in una posizione militare limitata dopo la Seconda guerra mondiale. Secondo gli autori, questo assetto oggi è diventato uno squilibrio, perché il mondo è cambiato ma quei vincoli sono rimasti, almeno in parte.
Quando parlano di “castrazione postbellica”, stanno usando un linguaggio volutamente provocatorio per dire che questi paesi dovrebbero tornare ad avere un ruolo militare più attivo. Non tanto per nostalgia del passato, quanto perché – nella loro visione – un sistema internazionale stabile richiede più attori “capaci”, non meno.
Il punto sull’Europa è abbastanza chiaro: una Germania economicamente dominante ma militarmente prudente crea una dipendenza strutturale da altri (in primis gli Stati Uniti) per la sicurezza. E questo, secondo loro, è un problema, perché rende l’intero sistema meno resiliente.
Sul Giappone il discorso è simile, ma con un’ombra più evidente: la crescita della Cina. Se il Giappone resta legato a un pacifismo molto rigido, rischia – nella loro lettura – di non riuscire a bilanciare gli equilibri regionali.
Ora, al netto della narrativa, c’è ovviamente anche un livello più terra-terra, che avrete già colto: più attori militari rilevanti significa più domanda di tecnologia militare, quindi più mercato per chi, come Palantir Technologies, vende software per difesa e sicurezza. Non è necessariamente una cospirazione, è proprio allineamento di interessi.
Ma non è solo quello. C’è anche una visione abbastanza coerente con tutto il resto del manifesto: meno illusioni pacifiste, meno soft power, più hard power distribuito tra alleati. In altre parole, un mondo in cui la sicurezza non è delegata a uno solo, ma condivisa – purché tutti siano abbastanza forti da partecipare davvero.
Che poi questa sia una buona idea o meno è un altro discorso. Però, come posizione, è leggibile: meno tabù postbellici, più riarmo degli alleati, più equilibrio basato sulla forza. Non l'hanno inventata loro, come posizione, anzi sembra piuttosto datata. Ancora, non sento odore di zolfo.
Dovremmo applaudire coloro che tentano di costruire dove il mercato ha fallito nell'agire. La cultura quasi ridacchia dell'interesse di Musk per le grandi narrazioni, come se i miliardari dovessero semplicemente rimanere nella loro corsia ad arricchirsi... Qualsiasi curiosità o genuino interesse per il valore di ciò che ha creato viene essenzialmente respinto, o forse si nasconde sotto un disprezzo a malapena velato
Qui il punto è meno “misterioso” di quanto sembri, ma è scritto male: Musk non sembra altro se non un prodotto del mercato. Sembra contraddittorio.
Quando parlano di “costruire dove il mercato ha fallito”, non stanno dicendo che Elon Musk non sia un prodotto del mercato. Lo è eccome. Stanno dicendo un’altra cosa: che, secondo loro, ci sono ambiti in cui il mercato non investe abbastanza, o non investe proprio, perché sono troppo rischiosi, troppo lunghi o poco redditizi nel breve periodo.
E qui infilano Musk come esempio di qualcuno che, avendo già accumulato capitale, si mette a fare cose che il mercato “normale” tende a evitare o a finanziare male: spazio, infrastrutture, auto elettriche quando ancora non erano mainstream, eccetera. Non perché il mercato non esista, ma perché da solo – nella loro narrazione – non si muove abbastanza in quelle direzioni.
La seconda parte è più culturale che economica. Quando parlano della “cultura che ridacchia”, stanno criticando l’atteggiamento per cui un miliardario dovrebbe limitarsi a fare soldi nel suo settore e basta, senza “pretendere” di avere una visione, una narrativa, o un interesse più ampio su cosa costruire e perché.
In altre parole, stanno dicendo: quando uno prova a fare qualcosa che esce dal puro ritorno economico immediato – o almeno così lo percepiscono loro – viene preso poco sul serio, o trattato con sarcasmo.
Poi, che questa lettura sia convincente è un altro discorso. Perché si può anche ribattere che Musk non sta affatto operando “fuori dal mercato”, ma anzi sfrutta incentivi, capitali e dinamiche di mercato come chiunque altro, solo su scala più grande. Però il senso della frase è quello: elogiare chi usa il proprio capitale per spingere in direzioni che il mercato, lasciato a sé, prenderebbe più lentamente o non prenderebbe affatto.
Anche qui, non sento odore di zolfo. Sono cazzate, certo, ma non basta che siano cazzate per fare lingua in bocca con Satana sotto la doccia.
La Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell'affrontare i crimini violenti. Molti politici in tutti gli Stati Uniti hanno essenzialmente fatto spallucce quando si tratta di crimini violenti, abbandonando qualsiasi sforzo serio per affrontare il problema o assumersi qualsiasi rischio con i propri elettori o donatori nel proporre soluzioni ed esperimenti in quello che dovrebbe essere un disperato tentativo di salvare vite umane
Ah, sì: qui si entra a piedi uniti nella politica interna, senza nemmeno troppi filtri.
Tradotto senza la patina retorica, il messaggio è questo: la Silicon Valley dovrebbe smettere di limitarsi a fare app e iniziare a intervenire direttamente su problemi “duri”, come il crimine violento, perché – secondo loro – la politica negli Stati Uniti non lo sta facendo in modo efficace.
Quando accusano i politici di “fare spallucce”, stanno dicendo che evitano il tema per convenienza: troppo rischioso elettoralmente, troppo divisivo, troppo facile perdere consensi o donatori. Quindi, nella loro visione, il sistema politico si auto-paralizza proprio sui problemi più seri.
E qui entra il vero punto: se la politica non agisce, qualcuno deve farlo. E quel “qualcuno”, guarda caso, dovrebbe essere anche il mondo tecnologico.
Il che è interessante per due motivi. Il primo è evidente: significa legittimare l’idea che aziende private – come Palantir Technologies – possano avere un ruolo diretto nella gestione della sicurezza interna, quindi analisi predittiva, sorveglianza, incrocio di dati, prevenzione. Non esattamente roba neutrale.
Il secondo è più sottile: stanno ridefinendo il confine tra pubblico e privato. Non più “lo Stato gestisce la sicurezza, le aziende vendono strumenti”, ma “le aziende partecipano attivamente alla soluzione di problemi sociali critici”, perché lo Stato da solo non basta o non vuole.
Che poi questo sia un bene o un problema dipende da quanto uno si fida del fatto che strumenti di questo tipo vengano usati in modo proporzionato. Però, come linea di pensiero, è coerente con tutto il resto del manifesto: meno attesa, meno dibattito infinito, più intervento concreto – anche se a farlo non è esattamente chi, in teoria, dovrebbe farlo.
Ci vedo un ideale di privatizzazione o di esternalizzazione dell'ordine pubblico, e non ci vuole molto a capire QUALE azienda dovrebbe farlo secondo loro. Ma di nuovo, il brand deve prosperare. Non la vedo superare in malvagita' un'azienda che magari non fa armi, ma ti riempie di zucchero il cibo e ti causa un bel diabete.
L'esposizione spietata della vita privata delle figure pubbliche allontana fin troppo talento dal servizio governativo. L'arena pubblica - e gli assalti superficiali e meschini contro coloro che osano fare qualcosa di diverso dall'arricchirsi - è diventata così implacabile che la repubblica viene lasciata con un elenco significativo di vasi vuoti e inefficaci la cui ambizione si perdonerebbe se ci fosse un'autentica struttura di credenze in agguato all'interno
Premesso che lo trovo abbastanza barocco, sono cose che abbiamo sentito prima, e ormai da anni.