Il cattolicesimo puo' rimpiazzare il socialismo?

Lo scontro fra il Papa e Donald Trump ha portato, da parte della sinistra, ad un’ondata di simpatie per il Papa, che da alcuni viene letto come il solo “partito politico globale” capace di fare una vera opposizione a Trump, e non solo di commentarne le mosse.

E specialmente, molti si stanno accorgendo che la Chiesa ha una dottrina sociale, cioè un impianto coerente e già pronto, quindi le spalle coperte sul piano dottrinale, e un’ideologia definita: esattamente ciò che gli orfani della farlocchità di sinistra chiedono disperatamente, dopo anni passati a sostituire il pensiero con gli slogan.

Per prima cosa, vediamo di cosa stiamo parlando, in modo da affrontare la questione senza usare parole come etichette vuote.

Cos’è il socialismo?

Il socialismo è una teoria filosofica formulata da Karl Marx. E “teoria” qui non è un modo elegante per dire “opinione”: significa che parte da alcune fondamenta — necessarie, anche se non sempre sufficienti — e da lì costruisce il resto delle sue tesi attraverso un ragionamento strutturato, non per accumulo di slogan.

Quali sono queste fondamenta, cioè i pilastri senza i quali il socialismo non sta in piedi?

  1. La lotta di classe. Significa che è dovere delle classi inferiori, o proletarie, prendere coscienza della propria condizione e lottare contro le classi superiori, che le opprimono, fino a ottenere una rivoluzione. E sì, nella formulazione classica questo implica anche l’uso della violenza come strumento di rottura.
  2. La proprietà collettiva, o sociale, dei mezzi di produzione. Questi cessano di essere proprietà privata e, soprattutto, smettono di essere scambiabili sotto forma di capitale, come avviene ad esempio con l’azionariato. In altre parole, non possono più essere oggetto di accumulazione individuale.
  3. Il materialismo. Un modo di leggere i fenomeni storici e sociali che rifiuta costruzioni metafisiche o astratte — Dio, il Bene, essenze trascendenti — e si concentra invece sulle condizioni materiali, che nella pratica si traducono quasi sempre in rapporti economici.
  4. Un'idea giacobina di uguaglianza, per la quale nessuna persona dovrebbe capeggiare al punto da prendere una decisione da sola, e tutte le decisioni devono essere collettive, almeno in teoria. E tutti hanno gli stessi diritti, sia nell'atto che in potenza.

Senza questi  pilastri non potete avere il socialismo. Potete avere, certo, l’amore per i poveri e la volontà di aiutarli, come fanno spesso le religioni. Potete avere l’idea di uno Stato che protegge e provvede, come in altre dottrine politiche, come il fascismo. Ma non potete chiamarlo socialismo se non accettate quelle tre condizioni.

Di conseguenza, chi dice che Cristo fosse “socialista” sbaglia, perché non ha mai enunciato né accettato quei tre punti. E lo stesso vale per chi sostiene che il fascismo fosse una forma di socialismo: si tratta di etichette usate a sproposito, non di categorie che reggono a un minimo di analisi.


Detto questo, può il cristianesimo rimpiazzare il socialismo, visto che non sono la stessa cosa? Abbiamo appena visto che sono concetti radicalmente diversi, costruiti su fondamenta incompatibili. Ma questo, di per sé, non vieta che uno possa prendere il posto dell’altro: carne e pesce sono diversi, eppure se manca uno, a tavola si mette l’altro.

Il punto è capire che cosa si sta cercando di sostituire. Se parliamo di una teoria politica strutturata, con i suoi pilastri, i suoi obiettivi e i suoi strumenti, allora il cristianesimo non è un rimpiazzo. Non perché sia “inferiore” o “superiore”, ma perché gioca proprio un altro gioco: non nasce per organizzare i rapporti di produzione o per guidare una rivoluzione sociale, ma per rispondere a domande morali e, soprattutto, trascendenti.

Se invece quello che manca è un’ideologia — cioè un sistema coerente che dia senso al mondo, indichi un bene e un male, e dica alle persone da che parte stare — allora il discorso cambia. Il cristianesimo questo lo offre eccome: una visione organica, un impianto etico, una narrativa forte. E soprattutto, non cambia ogni tre mesi inseguendo l’umore del pubblico.

Il problema è che, nel fare questa sostituzione, si rischia di fare confusione tra piani diversi. Il socialismo pretende di spiegare come funziona la società e come cambiarla. Il cristianesimo dice come dovresti comportarti dentro qualsiasi società. Sono due livelli che si possono sovrapporre, ma non coincidono.

Quindi sì, in assenza di un’ideologia laica funzionante, qualcuno può rivolgersi al cristianesimo come surrogato. Ma non è una sostituzione uno a uno: è più simile a usare una bussola al posto di una mappa. Ti dà una direzione, ma non ti dice dove sono le strade.


Questa sostituzione può durare? La risposta è: è improbabile.

Per prima cosa, il cattolicesimo ha il “difetto strutturale” di inglobare al proprio interno la religione ebraica, cioè la Torah, ovvero quello che i cristiani chiamano Vecchio Testamento. Questa operazione, storicamente, è servita anche a fare sincretismo: assorbire e rielaborare elementi di una tradizione concorrente invece di combatterla frontalmente. Ma ha avuto un effetto collaterale non banale: portarsi dietro un corpus di testi che, per linguaggio e contenuti, appartengono a un’epoca molto più dura.

In effetti, il Vecchio Testamento — che coincide in larga parte con la Torah — è pieno di episodi che oggi suonano brutali, normativi fino all’ossessione, spesso violenti. Questo, in certi contesti, può diventare una riserva ideologica utile a giustificare pratiche autoritarie: se vuoi legittimare repressione, punizioni esemplari o una visione gerarchica della società, lì dentro il materiale non manca. Non è un caso che figure come Joseph Stalin, pur muovendosi in un contesto completamente diverso, abbiano incarnato metodi che trovano più affinità con quel tipo di narrazione che con il moralismo soft contemporaneo.

E qui nasce il problema. Questo bagaglio si concilia molto male con la sensibilità dei socialisti europei moderni, che — al netto delle contraddizioni — si muovono dentro un orizzonte etico completamente diverso, più attento a diritti individuali, uguaglianza formale e rifiuto della violenza esplicita come strumento politico.

Non solo. Paradossalmente, proprio quel Vecchio Testamento che dovrebbe rendere il cristianesimo “più robusto” sul piano ideologico finisce per avvicinarlo, in alcune letture contemporanee, a mondi che stanno dall’altra parte dello spettro politico. Una parte dei sostenitori di Donald Trump, per esempio, si richiama a forme di religiosità biblica molto letterale — spesso nel contesto degli ebrei messianici — che hanno poco a che vedere con il cattolicesimo europeo, ma che condividono proprio quell’impianto veterotestamentario più rigido.

Il risultato è una tensione interna difficilmente risolvibile: da un lato, una dottrina che pretende coerenza e continuità storica; dall’altro, un pubblico che vorrebbe usarla come sostituto “morbido” di un’ideologia politica. Ed è una tensione che, alla lunga, difficilmente può reggere.


Certamente, se il cristianesimo cattolico non avesse compiuto la scelta — chiamiamola così — di inglobare il Vecchio Testamento, ma lo avesse lasciato come semplice “lettura di contesto” utile a capire perché Cristo volesse riformare la legge mosaica, il senso di rottura sarebbe stato molto più netto e leggibile.

In quel caso, il cristianesimo avrebbe potuto presentarsi come una discontinuità chiara rispetto al passato, senza trascinarsi dietro ambiguità dottrinali o tensioni interne tra un Dio misericordioso e uno punitivo. E, soprattutto, avrebbe lasciato che chi cercava una visione più dura, vendicativa e normativa della religione trovasse altrove il proprio riferimento, senza che queste due anime convivessero sotto lo stesso tetto.

Ma qui entriamo nel campo della storia controfattuale, che è sempre un esercizio interessante, ma raramente innocuo. Perché quella scelta — l’inclusione del Vecchio Testamento — non è stata un incidente, né un capriccio. È stata una mossa precisa, che ha permesso alla Chiesa di radicarsi in una tradizione più antica, di darsi una continuità storica e, soprattutto, di legittimarsi come compimento, e non come semplice alternativa.

Senza quella continuità, il cristianesimo avrebbe rischiato di apparire come una setta tra le tante, una deviazione più che un’evoluzione. Con quella continuità, invece, ha potuto dire: non stiamo distruggendo la legge, la stiamo portando a compimento.

Il prezzo, però, è quello che vediamo oggi: una tensione permanente tra due registri morali e simbolici diversi, che ogni epoca cerca di risolvere a modo suo. E sì, è plausibile pensare che, senza questa ambiguità originaria, anche la storia europea avrebbe preso una strada diversa. Ma non necessariamente più lineare, né tantomeno più “mite”.


Il secondo problema essenziale è che i Vangeli sono, storicamente, testi scritti decenni dopo la morte di Cristo. Non sono verbali stenografici, ma narrazioni costruite a posteriori, in contesti diversi e con finalità precise. E questo introduce inevitabilmente uno scarto tra i fatti e il racconto dei fatti.

Ce lo suggeriscono diversi elementi. La crocifissione, per esempio, nell’Impero romano era una pena tipicamente riservata a chi veniva considerato pericoloso per l’ordine pubblico: ribelli, sovversivi, gente che metteva in discussione l’autorità dello Stato. I seguaci di Spartacus, per capirci. Eppure Cristo, nei Vangeli, non viene mai presentato come uno che organizza rivolte armate o incita apertamente alla ribellione politica.

Qui nasce la frizione. Se non era un sovversivo nel senso romano del termine, perché una pena così? Una possibile risposta è che fosse percepito come un agitatore religioso con potenziali implicazioni politiche, cosa che in una provincia instabile poteva bastare. Ma il modo in cui viene raccontata la vicenda resta poco allineato con le categorie giuridiche romane. E lo stesso vale per Barabbas, che nei racconti appare più vicino al profilo del ribelle, eppure viene liberato secondo una dinamica che non ha riscontri chiari nelle pratiche romane.

Senza considerare un altro dettaglio non secondario: il “processo” con la folla che influisce sulla decisione finale non è una procedura tipica del diritto romano. Il governatore aveva ampia discrezionalità, ma non esiste una prassi documentata di scelta rituale tra due condannati sotto pressione popolare. È un elemento che risponde più a esigenze narrative e teologiche che giuridiche.

Si arriva a elementi discutibili anche nella scena dell’arresto. Nei Vangeli si parla di guardie del tempio e di una coorte, cioè di un gruppo armato, probabilmente con partecipazione sia locale sia romana. Questo è plausibile nel contesto di Gerusalemme. Meno plausibile è la costruzione della sequenza: intervento notturno, passaggi formali tra autorità diverse, e poi un processo articolato, tutto in tempi strettissimi.

La gestione dell’ordine pubblico nell’Impero romano era pragmatica, spesso brutale, e poco incline a formalismi quando si trattava di prevenire disordini. L’idea di una catena così lineare — arresto, trasferimento, decisione pubblica — sembra più costruita per dare senso alla narrazione che per descrivere fedelmente una procedura reale.

Il punto, ancora una volta, non è dire che “non è successo niente”, ma riconoscere che il racconto che abbiamo è filtrato, adattato, e in parte ricostruito da chi scriveva con altri obiettivi. E questo, quando si prova a usare quei testi come base per un discorso politico o storico rigoroso, comincia a pesare.

Ci sono poi scene che, lette con un minimo di senso pratico, lasciano perplessi. Prendiamo il riferimento a figure militari romane, come i centurioni, che nei Vangeli compaiono in vari momenti. Il centurione non era un individuo isolato, ma un ufficiale inserito in una struttura militare rigida, con uomini sotto il suo comando. Non era una figura che si muoveva “da sola” in contesti informali.

E infatti, nella scena dell’arresto, il ferito non è un romano, ma un servo del sommo sacerdote, Malco. Questo rende l’episodio meno implausibile, ma resta il fatto che l’intera dinamica appare costruita con una certa libertà rispetto alle reali modalità operative di un’unità armata.

Il problema non è il singolo dettaglio “strano”. È l’insieme. Sono piccole incoerenze che, sommate, danno l’impressione di una conoscenza indiretta del funzionamento dello Stato romano: non ignoranza totale, ma nemmeno familiarità concreta.

Questo non significa che gli autori “non sapessero nulla”, ma che non stavano scrivendo cronache militari o manuali di diritto. Stavano costruendo una narrazione con uno scopo teologico.

E questo, di nuovo, riporta al punto di partenza: se li leggiamo come testi religiosi, funzionano. Se li usiamo come base per un’analisi storica o politica senza tener conto di questa distanza, iniziano i problemi.


Perché quanto sopra è un problema? Perché le persone che oggi si riconoscono come “di sinistra” o “socialisti” sono abituate — per una consuetudine ormai più che bicentenaria — al pensiero critico. Non prendono un testo per buono solo perché è autorevole: lo smontano, lo confrontano, cercano le crepe. E un testo che descrive eventi difficilmente conciliabili con il funzionamento del mondo romano, alla lunga, non reggerebbe nemmeno sul piano teorico senza continue razionalizzazioni.

E sul piano filosofico?

Anche qui, l’idea di proporre il cristianesimo come avversario del capitalismo “rapace” dei seguaci di Donald Trump potrebbe, in teoria, funzionare. C’è spazio per una contrapposizione morale, per una narrazione alternativa, persino per un recupero di linguaggio etico forte. Ma c’è un problema molto più concreto, e molto meno aggirabile.

La Chiesa cattolica non è solo un’istituzione spirituale: è anche un attore economico di prim’ordine. A Roma, per esempio, si stima che detenga una quota enorme del patrimonio immobiliare — cifre precise sono difficili da stabilire, ma si parla spesso di percentuali rilevanti, come il 20% chi del 25% — e su scala italiana il quadro si amplia ulteriormente, includendo anche vaste proprietà agricole, alcuni parlano del 10-15%. 

Ora, puoi anche costruire una narrazione morale contro il capitalismo predatorio. Ma se sei, contemporaneamente, uno dei principali proprietari immobiliari in un paese che vive una crisi abitativa strutturale, il messaggio comincia a scricchiolare. Non perché sia automaticamente falso, ma perché appare — agli occhi di chi è abituato al pensiero critico — come profondamente incoerente.

E questa incoerenza, più di qualsiasi disputa teologica, è ciò che rende difficile usare il cristianesimo come sostituto ideologico credibile per una sinistra che, almeno in teoria, pretende coerenza tra principi e realtà materiale.


 

Effettivamente, la parte del pensiero cristiano che ha assorbito quello greco — il cosiddetto umanesimo cattolico — potrebbe ergersi a condanna morale del capitalismo predatorio. Gli strumenti concettuali ci sono, e funzionano.

Ed effettivamente, un cristianesimo concentrato sui Vangeli — quindi sull’etica di Gesù Cristo — senza il peso del Vecchio Testamento, e senza la Chiesa cattolica come struttura ingombrante, potrebbe proporsi come critica morale del pensiero MAGA legato a Donald Trump. Questo è perfettamente plausibile.

Ma, di nuovo, non è quello che abbiamo.

Quello che abbiamo è un’istituzione che si porta dietro una continuità dottrinale complessa e, soprattutto, una realtà materiale fatta di potere, proprietà e gestione economica. E questa combinazione rende difficile presentarsi come alternativa morale “pura” a un sistema che si pretende di criticare.

E poi c’è il problema della credibilità, che è quello che alla fine uccide tutto il discorso. Quando membri della Chiesa si mettono a criticare figure come Jeffrey Epstein — simbolo di abusi e degenerazioni del potere — il messaggio non arriva mai in modo neutro. Viene immediatamente filtrato attraverso gli scandali interni, in particolare quelli legati agli abusi sessuali nel clero.

Non serve nemmeno entrare nei dettagli: basta la percezione. Per una parte dell’opinione pubblica, suona come un’istituzione che denuncia fuori ciò che non è riuscita a risolvere dentro. E in un contesto in cui la coerenza è tutto, questo crea un cortocircuito devastante.

Ed è lì che il tentativo di usare il cristianesimo come sostituto ideologico si rompe davvero: non perché manchino le idee, ma perché manca la credibilità per sostenerle senza essere immediatamente contraddetti dai fatti.


E quindi, possiamo riassumere la risposta in questo modo:

Il cristianesimo potrebbe, in teoria, diventare il nuovo “socialismo” e contrapporsi agli ideali del capitalismo predatorio?

Sì. Sul piano teorico, un cristianesimo depurato, centrato sull’etica dei Vangeli e sulla figura di Gesù Cristo, avrebbe tutti gli strumenti per farlo.

Può farlo il cristianesimo reale, quello storico, incarnato dalla Chiesa cattolica e dalle sue strutture?

No. Non nelle condizioni attuali, e non senza portarsi dietro contraddizioni che ne minano la credibilità prima ancora dell’efficacia.