I social per i sedicenni.
Leggo in giro di questa idea bislacca di vietare i social network ai minori di sedici anni, perché si ritiene che i grandi social siano dannosi per la loro salute mentale. Onestamente, credo che sia vero. Anche perché esistono evidenze scientifiche in questo senso, e quindi c’è poco da avere “un’opinione”, come se stessimo discutendo del colore migliore per le tende del salotto. Se una cosa fa male, o mostra di fare male con una certa regolarità, il punto non è fingere che il problema non esista.
Quello che obietto, quindi, non è il principio in sé: non sto contestando l’idea che gli utenti sotto i quindici o sedici anni debbano essere tenuti lontani dai grandi social, o almeno protetti in modo molto più serio di quanto accada oggi. Quello che obietto è semplicemente il come lo si sta facendo.
Come capita spesso, per trovare gli errori in un ragionamento ha poco senso chiedersi se tutto sia in ordine. Molto più utile è guardare cosa manca al ragionamento.
Per spiegarmi, supponiamo che si faccia nel modo giusto, e vediamo le differenze.
Ok: siamo una nazione di qualche decina di milioni di persone — diciamo il Regno Unito, visto che c’è Starmer — e improvvisamente togliamo i social a tutti i minori di sedici anni.
Che succede, dopo?
Cosa fanno tutti questi adolescenti? Accettano il proprio destino? Si siedono composti sul divano, guardano fuori dalla finestra e riscoprono il fascino educativo della noia? Sono abituati a estendere il loro mondo, già immiserito dalla gentrificazione di ogni cosa, che rende a pagamento il loro tempo libero; sono abituati a estendere la propria personalità, visto che spesso non hanno molti altri spazi in cui farlo. E secondo voi rimangono fermi?
Abbiamo fatto architettura ostile togliendo le panchine, o rendendole difficili da usare, perché volevamo che andassero a sedersi nei bar e spendessero soldi.
Abbiamo tolto le fontane, in modo che se hanno sete debbano per forza comprare qualcosa.
Abbiamo vietato di giocare, correre, sostare o semplicemente esistere nelle piazze, in modo che debbano andare in un club, in una palestra, in un centro sportivo, in qualche luogo dove prima si passa dalla cassa e poi, forse, si vive.
La gentrificazione ha letteralmente commercializzato le loro vite. Vite, diciamo, se hai i soldi.
I social sono rimasti una delle poche cose che possono fare per sentirsi vivi, presenti, visibili, senza dover pagare ogni singolo minuto della loro esistenza.
Lasciamo perdere, per un attimo, cosa faranno. Le possibilità sono infinite, e alcune sono prevedibili solo fino a un certo punto. Andiamo invece a vedere cosa manca.
Manca l’alternativa.
Ma come dovrebbe fare un governo a creare davvero un’alternativa? Supponiamo che nella stessa legge si stabilisca che:
- Ogni scuola offre un servizio di Wi-Fi gratuito ai propri studenti.
- E' una WIFI aperta, col nome della scuola. La si puo' usare praticamente soltanto dall'interno dell'edificio, e magari arriva al cortile quando c'e'.
- Da quella Wi-Fi si accede solo a un’istanza federata — Mastodon, Pleroma, quello che volete — e a un’istanza Matrix per la chat. Pixelfed per quelli che amano instagram?
- Le scuole sono tutte federate tra loro.
- Ogni scuola ha un gruppo di moderatori volontari, scelti tra genitori e docenti, che moderano l’istanza ActivityPub della scuola e segnalano alla scuola i casi più gravi quando il problema supera la normale moderazione comunitaria.
- potremmo anche forzare tutte le scuole ad usare lo stesso dominio, tipo scuola.gov.it, schule.gov.de , eccetera in modo che le istanze federino solo tra loro, volendo, filtrando il resto.
Fatto? Bene. Ora, rifacciamoci la domanda.
Da domani chiudiamo i social ai minori di sedici anni. Che succede, in queste condizioni?
Succede che tutti gli studenti, l’indomani, essendo parzialmente o totalmente dipendenti da qualche social, vanno a scuola e si buttano su questa rete. Non su una rete astratta, non su una piattaforma calata dall’alto, non su “l’app educativa” disegnata da qualche consulente con la cravatta triste, ma su una rete dove trovano le altre persone che conoscono.
Cioè le persone che, per loro, contano.
Trovano i compagni di classe, quelli delle classi vicine, quelli della scuola accanto, gli amici degli amici. Inoltre, federando con altre scuole, finiscono comunque dentro un network abbastanza largo di persone che non conoscono direttamente, ma che almeno sono coetanei, reali, collocati in un contesto riconoscibile.
Non è il deserto. Non è l’esilio digitale. Non è “adesso spegni tutto e vai a guardare il muro”.
È una migrazione.
In questo modo, non stiamo dando dei limiti senza offrire soluzioni. Non stiamo semplicemente dicendo: “questo non lo puoi fare”, lasciando poi milioni di adolescenti davanti al nulla, con il solo risultato di spingerli verso VPN, account falsi, prestanome digitali e tutte le soluzioni creative che gli adolescenti inventano quando gli adulti credono di aver chiuso una porta.
Stiamo guidando verso un modello di social network che consideriamo salutare. O, almeno, più salutare.
Un modello locale, federato, moderabile, trasparente, nel quale la comunità non è un concetto astratto scritto in un documento ministeriale, ma coincide in larga parte con persone reali: studenti, scuole, docenti, genitori, territori.
E siccome magari all’istanza si accede anche dalla rete normale, non è strano pensare che, una volta abituati a usare l’istanza gratuita della scuola, “risparmiando giga”, moltissimi continuino a usarla anche fuori dall’orario scolastico.
Non perché obbligati, ma perché lì c’è già la loro rete sociale. Lì ci sono già le conversazioni. Lì ci sono già i loro contatti, i loro gruppi, le loro abitudini. Dopotutto passano ore ed ore a scuola. Si tratta del posto dove passano la maggior parte del loro tempo.
Questa, secondo me, è la differenza tra “li stiamo guidando” e “li stiamo soffocando”.
Perché sappiamo benissimo una cosa: soffocare i giovani li spinge verso soluzioni illegali, o comunque clandestine.
C’è, però, un pericolo in più.
Come reagiranno i grandi della rete? Beh, ovvio. Creeranno aziende fantasma che offrono “YoungVPN”, grazie alle quali i ragazzi torneranno comunque sui social.
Con un solo, piccolo, catastrofico dettaglio aggiuntivo: in questo modo avranno preso il controllo totale del traffico. Pacchetto per pacchetto. Richiesta DNS per richiesta DNS. Il controllo totale, sotto il livello applicazione, dell’intero stack TCP/IP. E ci guadagnerebbero un sacco.
Possono farlo? Sì, hanno i soldi. Sì, hanno la banda. Sì, i loro sistemi hanno la capacità tecnica per farlo. E sì, hanno anche tutto l’interesse a non perdere una generazione intera di utenti.
Questa è la cosa che non approvo di questo modo di procedere.
Prima si sarebbe dovuta usare la scuola come alternativa, mettendo le scuole in condizione di essere anche un social alternativo: non “Facebook dei compiti”, non l’ennesima piattaforma ministeriale morta dopo tre mesi, ma uno spazio reale di socialità digitale, federato, moderato, accessibile e gratuito.
Poi si vieta.
A quel punto, il divieto si sposta tutto sui sistemi offerti dalle scuole. Non stai dicendo semplicemente “non potete più andare lì”. Stai dicendo: “non potete più andare lì, perché qui c’è un posto migliore, più sicuro, più controllabile, più adatto alla vostra età”.
Invece, li si sta soffocando. Si dice “non farai questo”, senza aprire spazi di socialità equivalenti. Il risultato sarà che i giovani finiranno sulle VPN che saranno figlie, vedrete, delle stesse aziende che producono i social, dando loro ancora più dati, ancora più pattern di traffico, e ancora più controllo su quel che fanno.
E a quel punto avremo ottenuto il capolavoro: vietare i social a parole, e consegnare ai social l’intera generazione, dal layer 3 al layer 7.
Complimenti.
Uriel Fanelli
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