Ho visto StarFleet Academy
…così non dovrete farlo voi. Ho persino fatto un abbonamento a Paramount per poterlo fare. E devo dire una cosa: non fa solo schifo. Fa così schifo che, se ci fosse un concorso di schifo, arriverebbe secondo, perché niente di così pessimo può permettersi il lusso di essere primo in qualcosa.
E no, per inciso: la Disney con questa porcata non c’entra niente. Questo è proprio 100% responsabilità Paramount
C’è da dire che il repertorio di Paramount, in quanto a “fantascienza”, fa cagare esattamente come può far cagare un catalogo che, per riempire i buchi, considera fantascienza pure i supereroi tipo Superman e compagnia cantante. Quelli sono fumetti, non fantascienza, e non lo sono mai stati: i supereroi esistevano già ai tempi dei greci, con Ercole come capostipite del tizio con poteri speciali e problemi caratteriali; solo che, dopo secoli di cloni, anche Ercole finisce per stufare.
Comunque, il catalogo asfittico, gonfiato artificialmente con le 690 versioni di Ercole e le loro 11.567 fatiche riciclate, avrebbe dovuto suggerirmi una cosa molto semplice. Ormai la produzione di qualsiasi cosa è dominata da una sola domanda: “how much?”. Quanta roba possiamo buttare nel catalogo, non importa cosa sia. E quindi, per moltiplicare la quantità, o si fanno cloni di Star Trek, o si fanno Star Trek ancora più Star Trek, talmente Star Trek da sembrare fanfiction generata da un algoritmo che ha mangiato solo meme.
I cloni di Star Trek, paradossalmente, non erano nemmeno malaccio. Babylon 5 era apprezzabilissimo, e gli Psi erano una bella invenzione: un’idea di mondo coerente, una politica interna, una struttura di potere che almeno provava a dire qualcosa sul rapporto tra controllo, libertà e responsabilità. Rispetto a molta della roba che oggi si spaccia per “prestige sci‑fi”, sembrano quasi documentari antropologici girati sul serio, non l’ennesimo cosplay costoso messo online per riempire un buco di palinsesto.
Immaginate che vi incarichino di produrre un film della serie di Star Trek, con un target dichiarato: bambini di otto anni – o, in alternativa, studenti di Scienze del Kebab, che a livello di profondità tematica siamo lì. E che vi dicano anche che potete fare una sola domanda ai produttori, una soltanto, per capire cosa vogliono. La domanda è “how much?”. E, per via di qualche paresi cerebrale non meglio specificata, i produttori rispondono soltanto: “more”.
E allora via, se Star Trek era considerato “inclusivo” ai tempi di TOS, quando ci fu il famoso bacio interraziale tra Kirk e Uhura nella TV americana (chi altri doveva baciare le donne, in quella nave, il Tribble?), oggi la parola d’ordine è farlo… more. Sì, ma quanto? Ancora di più. Ho capito, ma dove mi fermo? Ancora di più. Possono entrare anche i tostapane in Accademia? Ancora di più. E i dementi? Ancora di più. E gli imbecilli? Ancora di più. E gli storditi? Ancora di più. E i cactus‑sessuali? Ma ancora di più.
È come mettere in cortocircuito un film porno in cui l’attrice ripete solo “ancora, ancora, non ti fermare” e un regista che, dall’altra parte del vetro, chiede ai produttori cosa abbiano in mente. Loro non hanno una visione, non hanno un’idea, non hanno un limite: hanno solo questo mantra tossico, questo “more” gridato nel vuoto, che è il modo più pigro e insieme più distruttivo di concepire un universo narrativo.
Onestamente, provate ad immaginare di dover costruire un'accademia con dei cadetti che escono direttamente da Idiocracy. Una compagine di idioti, ritardati, imbecilli, disfunzionali , farlocchi, che poi dovranno guidare astronavi e gestire guerre.
Ma torniamo indietro, perche' evidentemente chi ha scritto la trama non sapeva bene come fare ad immaginare una flotta del genere, e quindi ha usato un espediente narrativo. Chiamarlo espediente mi sembra assurdo, e' che il nome piu' adatto sarebbe quello che si indica per indicare la controfigura di un'attrice di porno anal. Non esiste il nome. Ecco, ci siamo.
Siamo 120 anni dopo "The Burn", di cui intuiamo si tratti di un evento cosmico , un qualche disastro che ha colpito la vecchia flotta della federazione, e quindi adesso dopo 120 anni provano a ricostruirla.
Nell’universo di Discovery, “The Burn” è causato da Su’Kal, un Kelpien nato e cresciuto su un pianeta‑nido di dilitio nella Verubin Nebula, le cui cellule si “tarano” sul dilitio mentre è ancora nel grembo materno. Quando la madre muore davanti ai suoi occhi, il trauma fa sì che il pupo emetta una specie di urlo psichico che si propaga nel subspazio, manda in risonanza il dilitio in tutta la galassia e fa esplodere contemporaneamente tutti i warp core attivi, sterminando gran parte della Flotta e gettando a pezzi la Federazione. In pratica, sì: tutta la flotta esplode perché un bambino “allergico al dilitio” ha una crisi di pianto cosmica.
Chiaramente, senza la tecnologia della curvatura, la Federazione si scioglie come un consorzio di condomìni quando smette di funzionare l’ascensore: i pianeti non riescono più a raggiungersi tra loro, le rotte di rifornimento saltano, i contatti si riducono a chi hai nel quartiere, e tutto va in pezzi, inaugurando una specie di medioevo su scala galattica. Il dilitio superstite diventa rarissimo, ogni salto a curvatura ha costi proibitivi, e chi controlla anche solo una manciata di cristalli ha più potere di qualsiasi “ideale federale” stampato sulle brochure.
Poi, come in ogni sceneggiatura pigra che si rispetti, arriva il colpo di spugna: si scopre un pianeta praticamente fatto di dilitio, nella Verubin Nebula, e a quel punto la Federazione superstite torna in partita con una cambiale energetica infinita in mano. La Terra rientra nel giro, si riaggancia alla nuova Federazione e il dilitio diventa il filtro: chi accetta di stare sotto l’ombrello federale ottiene accesso ai cristalli e ai motori a curvatura, chi no può tranquillamente restare nel suo medioevo planetario, a guardare le stelle come i contadini guardavano i castelli dei signori
E siccome torna la Flotta, allora ovviamente torna anche l’Accademia che dovrebbe preparare gli ufficiali della nuova Flotta: il grande rito laico della ricostruzione, la scuola dei migliori, la fucina delle élite spaziali del futuro. Sulla carta è quasi commovente: dopo il medioevo galattico, riapri il tempio del merito, rimetti insieme pianeti, culture, specie diverse e li fai studiare tutti sotto la stessa bandiera, per non ripetere gli errori del passato.
Poi però premi “play” su Starfleet Academy e ti accorgi che no, non è l’atto di rinascita di una civiltà spaziale: è l’inizio della tragedia, il punto esatto in cui capisci che qualcuno ha deciso di usare il più interessante contesto politico dell’intero franchise per girare una specie di teen drama scolastico con qualche uniforme addosso.
Non so nemmeno più come definirlo, questo cast. Dire che, in confronto, la Biancaneve woke della Disney sembra recitata da soli premi Nobel è quasi un complimento: lì almeno si intuisce un’idea di fondo, per quanto maldestra. Qui no: non è inclusivity, è selezione inversa sistematica, l’arte di prendere chiunque verrebbe riformato da qualsiasi esercito minimamente serio e decretare che è “materiale da ufficiale”.
Che in una flotta che impiega anche alieni di specie diverse i parametri di ingresso non possano essere omogenei è ovvio: in qualche sfortunata specie della galassia magari è normale essere sferici, fotosintetici o respirare ammoniaca, e non puoi pretendere il fisico da marines umano standard.
Ma il punto è che, qui, i “difetti” che ci si chiede di tollerare non sono compensati da nessuna qualità evidente, come ci si aspetterebbe da qualunque razza che è sopravvissuta al proprio ecosistema e alla selezione naturale. Qui sembra che qualcuno abbia scelto appositamente e dichiaratamente una compagine che pare uscita dal Circo Burzum, e poi abbia deciso di chiamarla “il futuro migliore della Flotta Stellare”.
Non saprei nemmeno da dove cominciare. L’ammiraglia ideologica di questa nuova Flotta è un’ammiraglio che sembra sintetizzata da un algoritmo che ha fuso Lena Dunham e Alexandria Ocasio‑Cortez, ma bionda e con più badge addosso.
Non è un personaggio: è una caricatura di dirigente progressista da campus, catapultata al comando di ciò che resta della civiltà interstellare, con la stessa aria di chi deve moderare un panel sul consenso, non coordinare una forza armata in un contesto post‑apocalittico.
Quello che rimane del klingon, poi, è la ciliegina sulla torta. Sembra una via di mezzo tra un influencer del make‑up e un esperto di yoga, uno che invece di spaccarti il cranio con un bat’leth ti propone una skincare routine al sangue di targ e tre posizioni per riallineare il tuo onore interiore. È il punto in cui capisci che non stai più guardando un membro di una cultura guerriera millenaria, ma un personaggio pensato per apparire bene in clip da trenta secondi su TikTok.
Esatto: i klingon e TikTok, in pratica. È come se qualcuno avesse preso una delle culture più iconiche e coerenti del franchise e avesse deciso di trasformarla in un format da social: meno onore, più chiappe.
Il problema è che non saprei nemmeno come descrivere la stupidaggine pseudowoke di tutta la faccenda. Dico pseudowoke perché non è chiaro quali conflitti sociali, quali discriminazioni concrete questa “inclusività” dovrebbe superare: è come guardare un elenco di check‑box riempite da un algoritmo HR, non l’evoluzione credibile di una società. In TOS bastava un’Uhura nera e procace sul ponte per capire benissimo qual era il bersaglio culturale: il razzismo americano degli anni ’60, la segregazione, il tabù del bacio interraziale in prima serata.
Qui no. Quando guardi il cadetto medio di Starfleet Academy non capisci quale problema sociale stia incarnando, né quale passo avanti rappresenti rispetto a quello che, entro il canone, dovrebbe essere già stato risolto da secoli. L’ammiraglia che sembra al tempo stesso una maniaca sessuale repressa e una fanatica di giustizia sociale si comporta come se la Federazione fosse ancora bloccata nel 2020, con bisogno urgente di un altro Martin Luther King, quando persino ai tempi di TOS – ottocento anni prima, nella timeline interna – certi temi vengono dati per acquisiti: specie diverse, mondi diversi, parità di genere e di etnia sul ponte come default, non come conquista fragile. Il risultato non è una società più avanzata, ma la messa in scena imbarazzante di un presente nevrotico proiettato a forza nel futuro, senza avere il coraggio di immaginare davvero cosa verrebbe dopo.
Da questo punto di vista, è una specie di Porky’s girato nello spazio: solo che, invece di una combriccola di adolescenti arrapati in un liceo americano, hai una combriccola di marxisti da campus che sembrano nati e cresciuti a Dubai, circondati dal lusso, dalla tecnologia e da un livello di comfort materiale tale da rendere ridicola ogni posa rivoluzionaria. È la rivoluzione permanente fatta da gente che non ha mai visto una vera ingiustizia strutturale nemmeno col telescopio: molto attivismo performativo, zero reale conflitto storico, zero rischio.
Sul capitolo “sesso”, il paragone con Porky’s non è un’iperbole, è quasi un atto di carità. TOS, onestamente, era “Kirk Siffredi invade la Galassia”: ogni pianeta era un’occasione per una nuova forma di diplomazia orizzontale, e il sottotesto era chiaro quanto il tight della divisa. Poi arriviamo a Deep Space Nine, e con Jadzia Dax – tecnicamente una superpassera in simbiosi con un verme centenario – ti ritrovi a pensare che, in effetti, la simbiosi non dev’essere poi questa cattiva idea.
Anche l’era Borg, con tutte le sue suggestioni di annullamento dell’individuo, il BDSM cyperpunk, riesce comunque a produrre regine Borg che rientrano tranquillamente nel fantamilf, per non parlare di Seven of Nine: cyber‑feticismo, latex concettuale, grosse tette, ma sempre all’interno di un immaginario che sa benissimo come maneggiare eros e potere. In Starfleet Academy, invece, il sesso è presente solo come ansia, allusione pudica e nevrosi da seminario HR: è come se qualcuno avesse preso decenni di erotismo più o meno esplicito del franchise e li avesse sostituiti con il regolamento interno di un campus americano post‑Title IX.
Almeno i vulcaniani, con tutto il loro controllo emotivo, una sveltina legittima ogni sette anni se la concedevano: razionale, regolata, ma pur sempre riconosciuta come parte dell’esistenza. Qui, invece, siamo al livello “incel nello spazio”, e pure detta così è gentile: un cast di personaggi che sembrano terrorizzati dal desiderio, dal corpo e da tutto ciò che non passi prima dal filtro di una seduta di autocoscienza collettiva
La cosa assurda è che proprio qui, dove vorrebbe dare una lezione di inclusività militare, l’effetto è esattamente l’opposto. Se qualcuno volesse dimostrare che Donald Trump ha sbagliato a bandire i transessuali dall’esercito, questa serie è il peggior testimone possibile: invece di smentirlo, gli prepara il comizio. Mostra una forza armata talmente disfunzionale, infantile e caotica che chiunque, guardandola, finisce per pensare che cacciare i trans ... va fatto, oppure finiamo come nel film.
Se l’intenzione era mostrare che bell’ambiente si crea con l’inclusione, e che sistema efficiente di militari si ottiene introducendo la modernità nelle forze armate, questa serie centra solo il bersaglio opposto. Quello che arriva allo spettatore è un gigantesco spot su perché è MOLTO meglio non provarci nemmeno: se “modernizzare” significa trasformare un’organizzazione militare in un asilo politico‑emotivo, allora qualsiasi Stato maggiore razionale spegnerà lo schermo e rafforzerà subito i vecchi regolamenti.
Questo coso potrebbe tranquillamente essere proiettato come film satirico in un comizio MAGA: “guardate cosa succede se si va troppo a sinistra, finiamo così”. La società di Star Trek TOS era “di sinistra” nel senso classico: pacifismo difficile, cooperazione, esplorazione, integrazione razziale e di specie come utopia razionale, non come bug di casting. Era un futuro in cui, pur con tutti i limiti, uno poteva dire: ok, lì ci vivrei.
La società mostrata in Starfleet Academy, invece, è un incubo burocratico‑terapeutico travestito da progresso. È il futuro come lo immagina un comitato disciplinare di campus: ipersensibile, infantilizzato, costantemente impegnato a fare workshop su sé stesso mentre l’universo crolla. Personalmente, in una società del genere non andrei a vivere nemmeno se l’alternativa fosse esplodere insieme al pianeta dei vulcaniani: almeno loro, ogni sette anni, sapevano ancora cosa volevano.
In definitiva, perché dovreste guardarlo? Non lo so. Davvero. Io non lo rifarei. Dopo aver verificato la miserrima offerta di Paramount in ambito fantascienza e aver guardato questa cosa, ho semplicemente chiuso l’abbonamento, perché se il fiore all’occhiello del “nuovo Star Trek” è questo, allora il resto del giardino dev’essere un campo di ortiche.
Sono stati soldi spesi bene? No. È stato come pagare volontariamente per farsi spoilerare il funerale di un franchise. Onestamente, è come andare al funerale della vecchia zia simpatica: ci vai perché da ragazzo ti ci trovavi bene, ti sembrava più “moderna” rispetto agli altri bifolchi che venivano al cenone di Natale, ma mentre guardi la bara sai perfettamente che dentro non c’è un ricordo, c’è una carcassa.
Giudizio: non guardatelo. Se proprio vi manca Star Trek, rivedetevi TOS, DS9 o anche solo un paio di puntate a caso con una regina Borg: è sempre necrofilia televisiva, ma almeno il morto, una volta, è stato vivo davvero.