Hanno la faccia come il cul... come una banca.

Hanno la faccia come il cul... come  una banca.
Photo by Bruno Martins / Unsplash

Il motivo per cui ho il dente avvelenato con la Lagarde e, in generale, con la BCE – soprattutto da quando lei e Mario “facciadibronzo” Draghi hanno iniziato a recitare la parte dei grandi sponsor dell’innovazione – è complicato da raccontare in astratto. Ma oggi il quadro è cambiato, perché quello che per anni è sembrato un discorso da addetti ai lavori è diventato visibile a tutti, anche in Europa, quindi anche ai lettori del blog.

Quando dico che liberarsi dal giogo delle carte di credito americane sarebbe stato possibile da anni, usando hardware tutto sommato già esistente e limitandosi a scrivere un po’ di software decente, molti pensano che stia esagerando. In realtà, il punto era proprio questo: non servivano miracoli di silicio né rivoluzioni hardware, bastava la volontà politica e industriale di costruire uno strato di pagamento europeo sopra l’NFC dei telefoni, invece di continuare a regalare rendite a Visa, Mastercard e soci. Oggi, però, un’azienda ha deciso di fare davvero quello che ripeto da anni essere tecnicamente alla portata, e ci ha fornito una dimostrazione pratica che non si trattava di fantascienza.

L’ho provato personalmente su alcuni ferrivecchi che tengo ancora in giro, un Samsung S9 e un Samsung S10: installi l’app, abiliti la funzione di pagamento contactless, passi alla cassa, avvicini il telefono al terminale NFC e il pagamento va a buon fine, come con qualsiasi carta contactless. Se funziona su telefoni di quella generazione, è difficile sostenere con faccia seria che “non eravamo pronti”, o che “mancava la tecnologia”: è evidente che l’hardware non è mai stato il problema, e non lo è da parecchi anni.


Mi riferisco a un’azienda che europea non è, cioè PayPal. Se avete aggiornato l’app negli ultimi giorni, avrete notato che – almeno qui in Germania, e probabilmente a breve anche in Italia – potete pagare in negozio semplicemente avvicinando il telefono al terminale, senza che venga creata per voi l’ennesima carta di credito “usa e getta” da infilare nel wallet.

PayPal intercetta direttamente la chiamata NFC, si presenta al POS come una smartcard contactless tramite la sua emulazione software, installa il proprio modulo crittografico e gestisce l’intera transazione da solo, addebitando il conto PayPal, o il conto in banca via SEPA (IBAN, come dite in italia). Dal punto di vista dell’utente non c’è nessuna nuova carta da portarsi dietro, né fisica né visibile come oggetto separato: c’è solo un telefono che, da anni, avrebbe potuto fare esattamente questo.


Da quando l’hardware è pronto

I primi telefoni con NFC commerciale (tipo Nokia 6131 NFC) sono del 2007, già capaci di interagire con lettori e fare pagamenti in trial. Nel mondo smartphone moderno, Android ha telefoni NFC in modo diffuso dal 2010–2011 (Nexus S/prime Galaxy con NFC, poi tutta la fascia medio‑alta). Apple ha messo NFC sugli iPhone solo dal 2014 (iPhone 6), e da subito con un’antenna NFC pensata per i pagamenti contactless. Quindi, in pratica, l’hardware per fare “app che parlano EMV con il POS” è di massa da almeno 10–12 anni.

Il pezzo chiave: emulare una carta dalla app

La vera svolta è stata il supporto ufficiale a host card emulation (HCE) in Android 4.4 (2013): da lì qualsiasi app può emulare una smartcard NFC e parlare direttamente con il lettore. Prima di HCE, l’emulazione di carta era delegata a secure element interni (chip dedicato, SIM dell’operatore, ecc.) e servivano accordi con telco/banca per poterci caricare una “carta”, quindi non potevi semplicemente pubblicare un’app sul Play Store e diventare wallet contactless. Su iOS, fino a tempi recentissimi, Apple ha tenuto l’NFC “chiuso”: l’antenna NFC per pagamenti era usabile solo da Apple Pay, niente HCE aperto per terze parti. Questo ha reso impossibile a PayPal (o chiunque altro) fare quello che fa oggi se non “passando” da Apple Pay come carta dentro il wallet di Apple.

Ma non era impossibile. Era "solo" un problema di scrivere il software giusto.


Cosa ha impedito di farlo prima

Ci sono stati tre blocchi principali:

  1. Accesso limitato allo stack NFC e al secure element. Senza HCE e senza API aperte, l’app non poteva intercettare direttamente le transazioni EMV; dovevi passare da SE di telco/banca (Android vecchio) o da Apple Pay (iOS), quindi servivano accordi pesanti e non era scalabile “alla PayPal app installo e pago”.
  2. Regolamentazione e compliance. Per poter emulare una carta di pagamento e fare tokenization sicura, devi rispettare schemi EMV, PCI‑DSS, certificazioni dei circuiti, strong customer authentication, ecc.; molti di questi framework si sono consolidati dopo il 2010–2014 (Apple Pay, Google Pay, tokenizzazione lato circuito). Finché l’ecosistema non era “standard”, un’app pur avendo HCE era un casino da certificare per pagamenti general purpose su POS.
  3. Interesse commerciale e controllo piattaforma. I produttori di OS e le banche volevano spingere i propri wallet (Apple Pay, Google Pay, Samsung Pay), non lasciare a terzi l’accesso diretto al payment path NFC. Per questo, anche quando Android tecnicamente lo permetteva, l’uso di HCE per pagamenti general purpose ha richiesto anni per essere “ben visto” da banche e circuiti; su iOS è stato proprio vietato per policy fino a quando non ci sono stati cambi di posizione e pressioni regolatorie in EU.

In sintesi: l’hardware NFC nei telefoni è pronto dal 2007–2011, ma il mix di HCE, tokenizzazione standardizzata, API di piattaforma più aperte e cambio di strategia/policy lato Apple/Google/circuiti ha reso pratico e “permesso” a un’app come PayPal di diventare default NFC‑payment app solo negli ultimi anni.


Ma manca ancora un pezzo. E allora benvenuti in HCE.

HCE (Host Card Emulation) è la tecnologia che permette al telefono di emulare una smartcard direttamente via software, invece di usare solo il modulo sicuro hardware (come la SIM, la eSIM o un secure element dedicato). In pratica, fa sì che un’app possa comportarsi come una carta contactless EMV, parlando con il POS tramite NFC. Usate una e-sim, una sim scaricabile? Eccola, usate HCE.

Prima dell’HCE: tutto passa dal secure element

All’inizio, per fare pagamenti NFC, i telefoni usavano solo un secure element “fisico”:

  • poteva essere la SIM/UICC dell’operatore,
  • oppure un chip saldato nel telefono (embedded secure element),
  • oppure una microSD con SE integrato.

Su quel secure element venivano installate applet tipo Java Card che erano la carta: contenevano chiavi, logica EMV, contatori, ecc. Il controller NFC instradava i comandi APDU del POS direttamente al secure element, senza passare dall’OS. Il telefono, in sostanza, era solo un veicolo: la “carta” vera stava nel chip SE.

Questo modello aveva un problema enorme: il controllo. Chi possiede il secure element (di solito l’operatore telefonico, tramite la SIM, o la banca, tramite una carta di credito fisica) decide chi può installare applicazioni di pagamento. Se una banca o un soggetto come PayPal voleva mettere una carta lì dentro, doveva negoziare con la telco, o con una carta di credito (VISA, Mastercard, etc) . Era un ecosistema chiuso, lento e altamente politico.

Cosa introduce HCE

HCE nasce per “spostare” l’emulazione della carta dall’hardware dedicato (SIM/ Carta di credito) al sistema operativo/CPU applicativa. Invece di dire al controller NFC “parla solo con il SE”, gli si dice:

  • quando arriva una richiesta di tipo carte EMV, passala allo stack software del sistema,
  • e lascia che un servizio (un’app) risponda a quelle APDU come se fosse una smartcard.

In altri termini, HCE è:

  • una modalità in cui il telefono emula una carta non più facendo terminare i comandi in un chip SE (SIM, Carta di credito fisica) , ma in un servizio software (un app/service Android) che implementa il protocollo EMV;
  • un insieme di API di sistema che permettono alle app di registrarsi come “card emulation service” per certi AID (Application ID) EMV, così che il sistema sappia a chi inoltrare le richieste.

Ovviamente la parte di sicurezza non scompare: le chiavi non possono stare in chiaro nell’app. Vengono tipicamente gestite così:

  • tokenizzazione lato circuito (Visa/Mastercard) con PAN virtuali e chiavi temporanee;
  • uso di secure element / TEE per proteggere materiale sensibile;
  • oppure delega di parte della logica a backend remoti (cloud‑based HCE), con il telefono che fa da “proxy” sicuro. (questo ancora deve venire, ma e' possibile)

Perché HCE cambia il gioco

Dal punto di vista dell’utente (e degli attori come PayPal), HCE ha rotto il monopolio del possesso del secure element (SE):

  • prima, per entrare nel gioco NFC bisognava convincere chi controllava la SIM o il SE embedded (una carta di credito fisica);
  • dopo HCE, basta pubblicare un’app che usa le API del sistema e registra il proprio servizio di emulazione carta.

Questo ha reso possibile:

  • wallet puramente software, che potete installare dal repository applicazioni senza cambiare SIM;
  • soluzioni di pagamento “over the top” (come quella che sto descrivendo per PayPal), che si registrano come app di pagamento NFC di default e parlano direttamente con il POS;
  • sperimentazione più rapida: bastano aggiornamenti software per cambiare logica di emulazione.

Dal punto di vista dei pagamenti EMV, HCE è quindi l’anello che mancava tra il mondo “telco‑centrico” (SIM come smartcard unica) e il mondo “app‑centrico” dove un fornitore di servizi (banca, fintech, PayPal) può distribuire il proprio wallet come semplice applicazione.

Collegandosi a quanto avete visto sulla eSIM: la eSIM è un esempio di “profilo” che viene scaricato dentro un secure element dedicato alla connettività. HCE generalizza l’idea di emulazione di smartcard al livello software: invece di essere obbligati a mettere ogni funzione (pagamento, trasporto, accesso) dentro un chip SE proprietario, potete avere app che emulano carte via software, usando il SE e/o la tokenizzazione solo per custodire le chiavi, non per esporre direttamente l’intera logica al lettore.


Da quanto tempo esiste HCE?

HCE (Host Card Emulation) è un’idea relativamente “vecchia” in termini IT, e “nuova” solo per i burocrati dei pagamenti.

In sintesi: il termine HCE viene coniato nel 2012 dai fondatori di SimplyTapp per descrivere la possibilità di far parlare direttamente un terminale contactless con un “secure element” remoto attraverso il telefono, emulando il comportamento di una smartcard NFC tramite software sul device invece che tramite chip dedicato.

Nel mondo mobile mainstream entra ufficialmente nel 2013, quando Google introduce il supporto HCE in Android 4.4 (KitKat), permettendo a qualunque app di emulare una carta NFC e gestire le APDU ISO‑DEP direttamente sulla CPU dell’host.

Prima di HCE, l’emulazione di carta NFC su smartphone era legata a secure element hardware: chip dedicati nel device o nella SIM, controllati da telco, produttori o schemi di pagamento, con costi alti e governance incasinata, che di fatto hanno frenato l’adozione dei pagamenti NFC. Con Android 4.4 HCE “sposta” il routing NFC dal secure element alla CPU del telefono, così il protocollo ISO‑DEP (ISO/IEC 14443‑4) arriva all’OS, che passa le APDU a un servizio applicativo: di colpo tu, sviluppatore, puoi implementare via software quello che faceva prima una carta contactless da pochi centesimi.

Parallelamente, ci sono state implementazioni HCE anche fuori da Android stock ufficiale: per esempio CyanogenMod introduce supporto HCE modificando lo stack NXP (libnfc-nxp) e aggiungendo nuovi tipi di tag ISO_PCDA/ISO_PCDB per trattare un terminale come se fosse un “tag” NFC e viceversa. Dal punto di vista dei casi d’uso, HCE non nasce solo per i pagamenti: la stessa architettura viene usata per loyalty, access control, pass per il trasporto pubblico e simili, sempre sfruttando il fatto che la “carta” ora è puro software, e il vero secure element può stare lato server.

Tradotto nel mio contesto polemico: parliamo di una tecnologia formalizzata da oltre dieci anni e supportata in Android dal 2013–2014, che permette a un telefono da qualche centinaio di euro di fare esattamente il lavoro di una smartcard contactless – e di farlo in puro software, senza dipendere da un chip “benedetto” da telco o circuiti di carte.


Come funziona, a grandi linee?

In Europa oggi PayPal usa l’NFC presentandosi come carta virtuale (di solito una Mastercard/debit) generata da PayPal, e poi regola il pagamento sul conto PayPal dietro le quinte, invece di passare direttamente una carta “fisica” o virtuale di Mastercard. Si limita ad usare un modulo di autenticazione "Mastercard-Compatibile" che accontenti il POS fisico.

Cosa succede tecnicamente al POS

Quando avvicinate il telefono al POS, dal punto di vista dell’esercente non sta pagando “PayPal”, ma una carta Mastercard-compatibile (oggi lo standard de facto) contactless emessa da PayPal (tokenizzata nel wallet del telefono tramite HCE / wallet OS). Il terminale vede un PAN Pseudo-Mastercard, fa l’autorizzazione sul circuito classico, incassa come qualsiasi pagamento carta e non ha idea che dietro ci sia un conto PayPal.

Da dove prende i soldi se “non usi la carta”

Il funding “vero” è sul backend: PayPal può usare il saldo PayPal, un conto corrente SEPA collegato, o una carta di credito collegata se proprio le amate, secondo le regole del vostro account e dell’ordine di priorità che avete configurato. Al POS rimane comunque un pagamento carta, ma l’emittente è PayPal e non la tua carta di credito personale; voi vedete vedi solo un addebito sul conto PayPal, che a sua volta si finanzia dalla fonte che hai scelto.​​

Questo è lo stesso pattern che già usava con Google Pay/Apple Pay: al wallet viene esposta una carta virtuale PayPal (PAN diverso, tokenizzata), mentre la “vera” origine dei fondi resta il tuo conto PayPal e i suoi funding source interni (banca, saldo, ecc.).​

Solo che stavolta l' emittente e' Paypal, mentre nel caso di Apple Pay, era sempre la carta di credito che mettevate nel Wallet.

Perché il POS non vede il conto PayPal

Il circuito NFC in ambito retail parla solo linguaggio “carta” (EMV contactless): PAN, data scadenza, criptogrammi, AID Mastercard/Visa, ecc. E' insomma "compatibile Mastercard": PayPal quindi si integra dove l’ecosistema è già standard, cioè emettendo una carta virtuale compatibile EMV e usando il proprio ruolo di issuer per mappare ogni autorizzazione su una transazione del tuo conto PayPal. Così può offrire NFC anche se di fatto tu “non hai una carta” in mano, virtuale o meno, ma solo un account PayPal. Senza passare peril circuito di una carta di credito.


Ripeto, questa possibilita' esiste da DODICI anni. Da Android KitKat 4.4.

Non e' uno scherzo. E c'era chi lo faceva, tipicamente in oriente estremo, come DoCoMo in Giappone.

l guaio e' che "negli ultimi anni" significa .... dal 2013/2014. Che sono dodici, tredici ANNI FA.

Facciamo un po' di storia.

I primissimi telefoni con NFC in commercio compaiono a metà anni 2000, prima in Giappone con FeliCa e poi nel resto del mondo con Nokia.

I primissimi (Giappone, FeliCa)

Nel 2004 NTT Docomo lancia il Panasonic P506iC con FeliCa integrato, usato per il servizio Osaifu‑Keitai (“mobile wallet”) per pagamenti e biglietti; è considerato il primo telefono commerciale con funzionalità NFC‑like/contactless wallet. Questi terminali usavano tecnologia Sony FeliCa, compatibile con ISO 14443, pensata fin da subito per pagamenti contactless sul mercato giapponese.​

I primi smartphone NFC “standard” (Nokia)

Nel 2007 Nokia introduce il Nokia 6131 NFC, spesso citato come il primo smartphone di massa con NFC integrato secondo gli standard NFC Forum (ISO/IEC 18092, 14443). Il 6131 NFC era una variante del 6131 con chip NFC interno, usato in vari trial europei per pagamenti, biglietti di trasporto e carte fedeltà; è generalmente indicato come “il primo smartphone abilitato NFC” in senso moderno.

Subito dopo Nokia amplia la gamma con modelli come Nokia 6212 classic (2008) e 6216 classic (2009), portando l’NFC su più telefoni Symbian.​

Symbian. La gente non lo ricorda nemmeno piu'. Eppure, era gia' possibile allora.


Qui sta il problema: dirlo ed essere creduti.

Se dieci anni fa avessi scritto che tutto questo era già realtà in Giappone, mi sarei sentito rispondere il solito “vabbè, i giapponesi sono un altro pianeta”, archiviando la cosa come folklore tecnologico orientale. Persino nel mondo telco europeo, dove i giapponesi di DoCoMo vengono venerati come gli dei dell’innovazione, la reazione sarebbe stata un’alzata di spalle: interessante, esotico, ma “da noi è diverso”.

Oggi però la scusa non regge più, perché l’esistenza della nuova app di PayPal, e il fatto che giri tranquillamente anche su ferri vecchi come il Samsung S9 e S10, dimostra che avevo ragione sin dall’inizio. Non c’è mai stato alcun bisogno né di carte di credito tradizionali, né del teatrino dell’“Euro digitale”, per effettuare pagamenti sicuri via NFC, esattamente come fate quando appoggiate la carta – o il telefono – sul POS del supermercato.

Questa tecnologia era già possibile dodici anni fa: bastava scrivere le app invece di inventarsi alibi come "abbiamo paura per la stabilita' del sistema finanziario". Se davvero si fosse voluto estromettere i circuiti di credito americani dai pagamenti al dettaglio, non c’era nulla, assolutamente nulla, nelle tecnologie hardware a impedirlo. Il limite non era il silicio: era, come sempre in Europa, la volontà.


La morale? Tanta roba.

Per prima cosa, tutto l’ecosistema dell’Euro Digitale nasce già vecchio di dodici anni: in termini IT, Jurassic Park. Sono dodici anni che qualsiasi home banking avrebbe potuto abilitare pagamenti contactless via NFC senza passare da una carta di credito americana, perché l’infrastruttura tecnica – HCE, NFC, smartphone adeguati – era già lì. E non parliamo di segreti industriali: Mastercard ha reso pubbliche le specifiche dei propri moduli crittografici per i pagamenti contactless già da molti anni, il che permette di scrivere moduli Masterclass-Compatibili , abbastanza da permettere a chiunque avesse davvero voluto farlo di implementare una soluzione sovrana, senza aspettare l’ennesimo “grande progetto europeo”.

L’ "euro digitale", per i pagamenti al supermercato, poteva farvelo già la vostra banca dentro al normale servizio di home banking, senza aspettare nessuna “moneta magica” della BCE.


E qui arriva il secondo scandalo.

A chi dobbiamo il fatto che, nel 2026, per le transazioni elettroniche siamo ancora sostanzialmente schiavi di Amex, Visa, Mastercard – e, già che ci siamo, anche di PayPal che è pur sempre americana? Semplice: lo dobbiamo a un sistema bancario antidiluviano, che ha avuto in mano per anni tutta la filiera dei pagamenti al dettaglio e non ha mosso un dito finché non sono arrivati gli OTT a mangiarsi la torta.

Ma questo stesso sistema bancario antidiluviano è, o dovrebbe essere, sotto la supervisione della BCE, cioè della Lagarde. La stessa Lagarde che, con la faccia di bronzo che ti aspetti da un banchiere di lungo corso, continua a predicare alle aziende europee che devono essere “innovative” e “competitive”, mentre il cuore dell’infrastruttura dei pagamenti resta appaltato ai circuiti americani che lei stessa indica come problema.

La realtà è che la BCE ha dormito per almeno dodici anni. Dov’era la Lagarde in tutti questi anni in cui qualsiasi gruppo bancario europeo avrebbe potuto fare esattamente quello che oggi fa PayPal con l’NFC, senza passare da Visa o Mastercard, e nessuno si azzardava nemmeno a provarci?

E adesso lei, e Draghi con lei, vanno in giro a vendere “agende per la competitività”, piani strategici per rendere l’Europa più innovativa e meno dipendente dagli altri. Ma che ne sanno, loro, di cosa significa davvero innovare, se per dodici anni hanno lasciato che il cuore dei pagamenti europei restasse nelle mani di quattro circuiti americani, ignorando completamente ciò che si poteva fare con l’hardware e gli standard già sul tavolo?


Dal punto di vista di uno che nel mondo Telco ci ha lavorato per molti, troppi anni, sempre a occuparsi di tecnologie emergenti, la frustrazione è abbastanza semplice da immaginare: ti chiamano a fare corsi su NFC, HCE, secure element, tokenizzazione, ti vendono la narrativa della “rivoluzione dei pagamenti”, e poi nessuno usa nulla. Le slide, i PoC e i pilot finiscono in un cassetto, e dopo qualche anno ti ritrovi una banchiera che ti piscia in testa spiegandoti che “in Europa non si innova abbastanza”, mentre gli stessi enti che lei sostiene di supervisionare piantano i piedi come muli pur di non muoversi di un millimetro.

Negli ultimi due anni ho fatto anche un breve excursus nel mondo automotive, e lì è pure peggio: stessi riflessi lenti, stessa incapacità di ripensare davvero l’architettura, ma con in più un’arroganza senza confini, un culto dell’auto‑celebrazione che rende impossibile qualunque critica. Onestamente, spero che i cinesi li facciano a pezzi: loro hanno avuto il buon senso di ricominciare da zero, umilmente, accettando di imparare e di buttare via il legacy quando non serviva più. E per favore non tirate fuori la favoletta del “ci hanno copiato”: da gran parte dei produttori europei di auto, oggi, c’è da imparare quasi solo bigottismo tecnologico e arroganza di ruolo.

Ma di questo, prometto, parlerò più avanti.


TERZA LEZIONE.

L’Euro digitale arriva tardi. Implementa “alla vecchia maniera” qualcosa che si poteva tranquillamente implementare meglio dodici anni fa, usando NFC e HCE, e che oggi non ha più nulla di rivoluzionario: dalle specifiche tecniche che iniziano a filtrare, non è altro che l’ennesimo circuito tipo carta di credito, solo con il timbro della BCE.

Di questi circuiti non c’è bisogno lato POS, come dimostra la nuova app di PayPal, che parla direttamente con il terminale NFC senza che tu debba “vedere” una carta; e non ce n’è bisogno nemmeno lato bancario, perché ormai i bonifici SEPA istantanei sono regolati per essere rapidi e senza sovrapprezzi rispetto ai bonifici normali. È il solito prodotto da burocrati giurassici: nasce già vecchio, cerca di imitare le carte di credito/debito aggiungendo per sicurezza limiti e vincoli che PayPal e le fintech non hanno, il tutto in nome della sacra “stabilità finanziaria”. Che se esistesse sarebbe bello, ma nessuno l'ha mai vista negli ultimi 50 anni.

Quando (e se) l' Euro Digitale arriverà davvero in produzione tra qualche anno, è molto probabile che tutte le banche virtuali e le app fintech – Revolut in testa, per fare un esempio – avranno già clonato le stesse idee di user experience e pagamenti istantanei, senza pagare il pizzo a nessun circuito di carta di credito americana. A quel punto l’Euro digitale rischia di fare la fine di Facebook e della TV generalista: un prodotto pensato per rassicurare gli ottuagenari, mentre il grosso dell’ecosistema dei pagamenti starà già altrove


E sì, il motivo per cui sono acido è proprio questo: chi lavorava sulle tecnologie queste cose le sapeva benissimo, le possibilità erano chiare nei whitepaper e nei lab, ma ogni volta che si proponeva qualcosa la risposta delle banche era un coro di “no”.

È un po’ come entrare nel mondo automotive, guardare il backend che stanno costruendo a colpi di microservizi e dirgli: “ragazzi, tutto quello che state facendo è un LDAP/Active Directory per auto, solo che vi state inventando schemi custom e infrastruttura da zero. Non vi conveniva appoggiarvi a OpenLDAP o a un qualsiasi OSS robusto e collaudato?”. Reazione immediata: ci guardano come se fossimo atterrati da Marte.

Probabilmente hanno ragione loro: sono un alieno e come me gli altri tecnici "appassionati" di tecnologia. Un alieno cinese, a quanto pare, visto che quelli la stessa cosa l’hanno fatta davvero, ripartendo da zero con stack standard, Linux ovunque e meno complessi da cattedrale gotica tirati su solo per mantenere gerarchie interne e feudi tecnologici.


Ma in generale, non credete a una parola quando si parla di Euro Digitale: tecnologicamente , è solo una carta di credito con la bandiera della BCE stampata sopra, niente di più.

Nascerà vecchia, superata e costosa, come ogni progetto pensato al ritmo dei comitati bancari invece che dell’innovazione reale. Si poteva fare di meglio, e adesso che la BCE ha deciso di mettersi in concorrenza con il mercato IT, quel “meglio” verrà fatto comunque, ma in tempi che loro, i burocrati e i banchieri (c'e' differenza?), non considerano sufficienti nemmeno per convocare una riunione di fattibilità.

Le nuove implementazioni card‑free continueranno a uscire in produzione mentre, nei comitati di rischio delle banche, staranno ancora discutendo di “profilo di rischio, impatto regolamentare e possibili effetti sui mercati.

L’Euro Digitale e' destinato ad essere esattamente questo: la carta di credito degli ottantenni che vogliono sentirsi ancora giovani.

Si poteva fare quattordici anni fa. Adesso è semplicemente in ritardo.

CATASTROFICO ritardo.