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Habermas e AfD

Mi si rimprovera, leggo, di portare Habermas in palmo di mano ma, a differenza dei marxisti che citano continuamente il loro supereroe, di non usarlo quasi mai per spiegare quello che succede in politica e nella società. Beh, avete ragione. Anche perché, se ripenso seriamente a quello che scriveva Habermas, parecchie delle cose che stanno succedendo in questi giorni si spiegano meravigliosamente bene.

Uno dei punti cruciali del pensiero di Habermas è la distinzione tra quello che chiama il sistema e quello che chiama il mondo della vita.

Il sistema è il mondo dell'economia, delle organizzazioni, delle burocrazie e degli apparati: luoghi nei quali è perfettamente normale ragionare in termini di obiettivi, procedure, efficienza, denaro, potere, incentivi, risultati e strategie. Non c'è nulla di necessariamente malvagio in tutto questo. Una grande azienda non potrebbe funzionare convocando un'assemblea socratica ogni volta che deve decidere quante turbine produrre, così come uno Stato non potrebbe amministrare milioni di persone discutendo ogni singola pratica fino al raggiungimento di un consenso universale.

Il problema comincia quando queste logiche smettono di restare nei luoghi nei quali sono utili e cominciano a tracimare altrove.

Habermas parla, non a caso, di colonizzazione del mondo della vita: strumenti e criteri che funzionano benissimo nell'economia e nella burocrazia cominciano a occupare spazi nei quali le persone dovrebbero invece ragionare in termini di significato, legittimità, fiducia, valori, relazioni sociali e consenso.

Ed è qui che la faccenda diventa interessante.

Perché se vogliamo capire alcuni degli errori più spettacolari compiuti negli ultimi decenni dalle grandi aziende tedesche, possiamo scoprire qualcosa di curioso: gli stessi errori, prodotti dallo stesso modo di ragionare, stanno comparendo quasi identici nella classe politica.

Prendiamo quindi alcuni dei più grandi disastri strategici dell'industria tedesca e vediamo quanto assomigliano a ciò che sta facendo oggi la politica.



Per un certo periodo di tempo, l'industria automobilistica tedesca ha cantato praticamente in coro lo stesso ritornello: «Noi ci spostiamo verso il segmento premium», «noi siamo prodotti del mondo luxury».

Bene.

Quello che non si sono chiesti è: e adesso cosa compreranno quelli che non possono permettersi un'automobile dal prezzo a sei cifre? O, per essere meno teatrali, quelli per i quali anche trentaduemila euro sono semplicemente troppi?

Perché trentaduemila euro, per una famiglia working class, non sono affatto «un'auto economica». Sono una quantità enorme di denaro. E il bello è che i numeri rendono il problema persino peggiore della mia iperbole: nel 2024, in Germania, il prezzo medio di un'automobile nuova era arrivato a circa 43.500 euro. Persino una piccola utilitaria a benzina costava mediamente più di 22.500 euro, contro circa 13.000 dieci anni prima. Secondo l'ADAC, comprare una piccola nuova significava ormai spendere quasi il 78% del reddito netto annuale medio di un lavoratore.

Quindi la domanda rimane: cosa compreranno tutti quelli che non sono «premium», non sono «luxury» e non hanno nessuna intenzione di indebitarsi per anni soltanto per andare al lavoro e portare i figli a scuola?

Il risultato è stato, da una parte, la SUV-izzazione di qualsiasi cosa avesse quattro ruote; dall'altra, che a un certo punto qualcuno ha bussato alla porta e, con un accento leggermente cinese, ha detto: «Ehm. Io produco automobili che la gente comune può permettersi. Interessa?»

E qui la cosa diventa quasi comica, perché oggi sul mercato europeo trovi, per esempio, una BYD Dolphin Surf intorno ai 23.000 euro e altre elettriche cinesi sotto o attorno ai 20.000, cioè precisamente nella fascia che per anni è sembrata sempre meno interessante a una parte dell'industria europea.

E apriti cielo.

Ma no! La Cina ci vuole distruggere! Ricevono incentivi dallo Stato! Come se in Europa l'automobile non fosse mai stata incentivata, sovvenzionata, protetta, rottamata, premiata, salvata e nuovamente incentivata.

Apocalisse! Cavallette! Fame! Carestia! Morte! Malattia! PowerPoint!!!



La parabola dell'automobile sembra bella, ma cosa fareste se vi dicessi che anche la politica ha fatto esattamente la stessa cosa?

Per capirlo, bisogna prima stabilire che cosa sia il «segmento premium» di un partito politico e, già che ci siamo, quale sia il suo segmento luxury.

Prendiamo la SPD. In questi giorni girano continuamente identikit dell'elettore di AfD: maschio, bianco, poco scolarizzato, eterosessuale. Aha.

La cosa interessante, però, non è nemmeno stabilire quanto questo identikit sia statisticamente preciso. La cosa interessante è ascoltare il tono con cui viene pronunciato. Se chiedete a qualcuno dell'ambiente SPD, specialmente a una donna, di descrivere quel tipo di elettore, molto spesso quelle parole arriveranno accompagnate da quel particolare tono che non significa semplicemente «questa persona vota per un altro partito». Significa qualcosa di più vicino a: «ma come puteano questi bavbavi».

Ed è qui che ricompare il segmento premium.

Perché, nel frattempo, una parte consistente della socialdemocrazia europea ha costruito il proprio cliente ideale esattamente come l'industria automobilistica aveva costruito il suo. Nel caso SPD, non troppo provinciale, possibilmente cosmopolita; non troppo bianco o comunque molto consapevole di esserlo; iperscolarizzato, preferibilmente laureato, meglio ancora se con master, dottorato e qualche parola inglese infilata nella conversazione; sessualmente moderno, culturalmente progressista, urbano, mobile, internazionale.

Quello è il segmento premium.

Poi c'è il segmento luxury: intellettuali, artisti, scrittori, giornalisti, professori, gente che pubblica libri, frequenta festival, compare in televisione e possiede abbastanza capitale culturale da spiegare agli altri quali parole sia opportuno usare questa settimana.

Ed esattamente come nell'automobile, anche qui nessuno sembra essersi posto la domanda successiva.

Benissimo. E gli altri?

Quelli che non hanno una laurea? Quelli che fanno lavori manuali? Quelli che non abitano nelle grandi città? Quelli che non hanno nessun desiderio di diventare cosmopoliti? Quelli che sono semplicemente maschi, bianchi ed eterosessuali senza aver mai pensato che queste tre caratteristiche dovessero costituire un manifesto politico? Quelli che non leggono il giornale giusto, non guardano il programma giusto, non hanno imparato il lessico giusto e, quando tornano a casa dal lavoro, non hanno nessuna intenzione di frequentare un seminario sulla propria decostruzione?

Che cosa dovrebbero votare? Un'auto cinese?

Il risultato, in Germania, è davanti agli occhi. Alle elezioni federali del 2025 la SPD è scesa al 16,4%, perdendo più di nove punti rispetto al 2021, mentre AfD è salita al 20,8%. Tra gli uomini AfD è arrivata al 25,2%, mentre SPD si è fermata al 14,9%. Non è una dimostrazione matematica della mia tesi, naturalmente. Ma se un partito nato per rappresentare il mondo del lavoro scopre che un quarto degli uomini vota un partito alla sua destra, forse prima di concludere che un quarto degli uomini sia improvvisamente impazzito potrebbe essere utile chiedersi quale scaffale del supermercato politico sia rimasto vuoto.

Perché il mercato non scompare soltanto perché hai deciso che il cliente non ti piace.

OPS. Hanno imitato l'errore della loro industria,e sono finiti come la loro industria.



Lo stesso dicasi per CDU e CSU.

Per capirlo, facciamo un esempio.

Supponiamo che un signore siriano abbia aperto un'officina di biciclette e voglia affittare l'appartamento proprio sopra la sua officina. E supponiamo che i condomini si oppongano dicendo che quella strada «appartiene ai tedeschi», che è «patrimonio di tutti i tedeschi» e che, lasciando entrare gli stranieri, «si perderanno posti di lavoro tedeschi».

Non credo serva molta fantasia per immaginare come verrebbe classificato un discorso del genere. AfD. Nazionalismo. Xenofobia. Probabilmente qualcuno comincerebbe già a cercare le fiaccole.

Bene.

Adesso supponiamo invece che un gruppo bancario italiano decida di comprare Commerzbank.

Ehm.

Quali diventano improvvisamente le obiezioni?

Che Commerzbank è strategica per la Germania. Che bisogna proteggerne l'indipendenza. Che bisogna difendere Francoforte. Che bisogna tutelare i posti di lavoro tedeschi. Che non si può permettere che un pezzo importante dell'infrastruttura finanziaria nazionale finisca sotto il controllo di qualcun altro.

Le parole cambiano pochissimo. Cambia il soggetto.

Quando UniCredit ha cominciato a muoversi seriamente su Commerzbank, il governo tedesco ha difeso esplicitamente l'indipendenza della banca e ha parlato di un'operazione ostile e non concordata. Friedrich Merz, pur predicando contemporaneamente la necessità di un mercato finanziario europeo più integrato, ha continuato a sostenere l'opposizione alla conquista di Commerzbank quando entravano in gioco gli «interessi nazionali». E ancora nel settembre 2026 Boris Rhein, ministro-presidente CDU dell'Assia, incontrando il capo di UniCredit, ha chiesto che sede legale, consiglio di amministrazione e forma societaria tedesca rimanessero a Francoforte, insieme alle attività considerate importanti per l'economia tedesca.

Ed eccoci di nuovo al segmento premium.

Per la CDU il meccanico siriano, la strada, il quartiere e il piccolo commercio sono cose sulle quali il nazionalismo diventa immediatamente sospetto. Ma banche, grande industria, finanza e i relativi colletti bianchi appartengono al segmento premium. Le grandi banche sono direttamente il segmento luxury della CDU.

E allora improvvisamente la «germanicità» ritorna perfettamente pronunciabile.

Si può difendere la germanicità di Commerzbank, del suo quartier generale, dei suoi dipendenti, dei suoi clienti industriali e perfino della città nella quale ha sede. Ma se qualcuno usa lo stesso schema mentale per la propria strada, il proprio quartiere, il proprio lavoro o il proprio piccolo commercio, allora bisogna spiegargli che vive nel XXI secolo.

La cosa interessante non è stabilire se una delle due difese sia giusta o sbagliata.

La cosa interessante è chiedersi perché il principio diventi improvvisamente rispettabile quando riguarda il segmento premium della CDU.



Come vedete, se avessi voluto spiegare quello che succede oggi in Germania usando il pensiero di Habermas, non ci sarebbe voluto molto.

È quasi vincere facile.

La logica commerciale delle loro industrie ha tracimato fuori, sommergendo la politica, e tutti i partiti si sono mossi verso il “segmento premium” del proprio elettorato. Gli altri, cosi' come comprano auto cinesi, oggi votano AfD.

Ed è precisamente questa la sua potenza intellettuale: Habermas è un intellettuale di oggi. È morto soltanto pochi mesi fa, nel marzo del 2026, dopo aver passato praticamente tutta la vita a ragionare sui problemi delle società democratiche contemporanee: il rapporto tra economia, potere, istituzioni, opinione pubblica, comunicazione e legittimità.

Per questo riesce ancora a spiegare le cose di oggi.

Non occorre riesumare rapporti di produzione dell'Inghilterra vittoriana, proletari ottocenteschi con la coppola, proprietari delle ferriere e interminabili pipponi marxisti per cercare di adattarli a una società che nel frattempo è cambiata tre o quattro volte.

Con Habermas basta guardare cosa fanno le persone, quali logiche hanno imparato a considerare normali e, soprattutto, cosa succede quando queste logiche escono dal posto nel quale funzionavano e cominciano a colonizzare tutto il resto.

Ed eccoci qua.

Vi ringrazio per la domanda.

P.S.: l'«identikit dell'elettore AfD» è una cosa ridicola e poco scientifica, se non si mostrano mai le distribuzioni. Tanto vale dire che l'elettore AfD è composto per circa il 60% d'acqua, il 16% di proteine, il 20% di grassi e il resto di sali minerali e altre sostanze. Almeno ci prendete.

Uriel Fanelli

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