Groenlandia
Oggi non si può non parlare della situazione in Groenlandia (in danese: Grønland), ma siccome si è scatenato il Progetto Cagnara proverò a stendere il problema politico in termini razionali: spezzandolo in tronconi e guardandoli uno per uno.
Il punto più evidente è questo: se gli USA mandassero i soldati a prendersi la Groenlandia, si aprirebbe un conflitto in seno alla NATO. Non in seno alla UE, almeno per ora.
Il guaio è che, a questo punto, emerge una differenza sostanziale tra i paesi UE — e non sto parlando della solita spaccatura “ex Patto di Varsavia vs Europa occidentale”.
La differenza vera è: che cosa serve, politicamente e legalmente, a quei paesi per uscire dalla NATO?
Mettiamo i paesi in tabella, e la prima cosa che salta fuori è la comparsa di due gruppi. Il gruppo di quelli cui basta una decisione del governo, e quelli che devono passare per un lungo processo parlamentare.
Questi gruppi ricalcano due (anzi tre) linee di frattura, e forse è per questo che i commentatori politici — persino i dilettanti allo sbaraglio di Limes, rivista italiana di geopolitica — potrebbero capirci qualcosa. (Non si può dire “Limes” senza esclamare “zo’ da ‘cla pioppa!”, scusate.)
Per prima cosa, questa divisione ingloba benissimo la spaccatura con i paesi dell’Est: stanno tutti nel gruppo II. A maggior ragione se ci mettessi dentro il Regno Unito; ma lasciamo perdere e restiamo rigorosi.
In secondo piano, si sovrappone alla divisione tra i paesi che piacciono a Trump e quelli che non gli piacciono, con la sola eccezione dell’Italia.
In terzo piano, ricalca (grossolanamente, ma neppure troppo) la divisione tra i paesi più “morbidi” con Putin.
Il motivo per cui userò questa tabella è semplice: è sintetica e, proprio perché lo è, comprime dentro un unico schema — comodo per ragionare — una quantità di significati geopolitici diversi.
| Paese (UE & NATO) | Uscita decisa dal governo (senza voto parlamentare di autorizzazione) | Uscita che richiede approvazione parlamentare |
|---|---|---|
| Belgio | Sì (modello asimmetrico) | |
| Francia | Sì (modello asimmetrico) | |
| Germania | Sì (modello asimmetrico) | |
| Grecia | Sì (modello asimmetrico) | |
| Italia | Sì (modello asimmetrico) | |
| Lussemburgo | Sì (modello asimmetrico) | |
| Portogallo | Sì (modello asimmetrico) | |
| Bulgaria | Sì (modello simmetrico) | |
| Croazia | Sì (modello simmetrico) | |
| Cechia | Sì (modello simmetrico) | |
| Danimarca | Sì (modello simmetrico) | |
| Estonia | Sì (modello simmetrico) | |
| Finlandia | Sì (modello simmetrico) | |
| Ungheria | Sì (modello simmetrico) | |
| Lettonia | Sì (modello simmetrico) | |
| Lituania | Sì (modello simmetrico) | |
| Paesi Bassi | Sì (modello simmetrico) | |
| Polonia | Sì (modello simmetrico) | |
| Romania | Sì (modello simmetrico) | |
| Slovacchia | Sì (modello simmetrico) | |
| Slovenia | Sì (modello simmetrico) | |
| Spagna | Sì (modello simmetrico) | |
| Svezia | Sì (modello simmetrico) |
Il gruppo I è il più critico. È critico perché se — per ipotesi — diamo per scontata l’uscita della Danimarca, e anche la Germania uscisse dalla NATO invocando l’art. 13 del Trattato (quindi con una decisione dell’esecutivo e un anno di preavviso), a quel punto sarebbe inutile parlare di “NATO” come sistema coerente: la zona scandinava e il Baltico resterebbero immediatamente scoperte, almeno sul piano politico-strategico.
Se poi se ne uscisse “radicalmente” la Francia, il risultato sarebbe più o meno lo stesso — a chi obietta che non sarebbe la prima volta, va ricordato che nel precedente storico del 1966 la Francia non uscì dal Trattato: uscì dal comando militare integrato, restando però membro politico dell’Alleanza.
C’è però un dettaglio importante: nei paesi del gruppo I basta la decisione del governo, certo, ma i parlamenti esistono. Morale: ai paesi del gruppo I serve un pretesto per uscire dalla NATO; può farlo in modo rapido l’esecutivo, ma proprio perché c’è un parlamento serve comunque una “buona ragione” da spendere in pubblico (o almeno una ragione presentabile).
Ecco la situazione.
Gruppo 1:
| Nome | Decisione (Groenlandia) |
|---|---|
| Belgio | Annunciato: invio di 1 ufficiale per missione di ricognizione. |
| Francia | Inviati/annunciati: unità già in arrivo/on-site e ulteriori rinforzi annunciati. |
| Germania | Annunciato: invio di un team di ricognizione (13 militari) |
| Grecia | Non citato (nessuna conferma/annuncio riportato nelle fonti consultate sull’operazione). |
| Italia | Valutato: “presenza italiana” discussa/possibile in ambito NATO, senza invio confermato. |
| Lussemburgo | Non citato (nessuna conferma/annuncio riportato nelle fonti consultate sull’operazione). |
| Portogallo | Non citato (nessuna conferma/annuncio riportato nelle fonti consultate sull’operazione). |
Ecco i paesi del gruppo II. Su questi c’è poco da commentare.
Ovviamente la Danimarca, se decidesse di uscire politicamente dalla NATO, farebbe saltare un pezzo grosso dell’architettura nel Baltico: non perché “comanda lei”, ma perché controlla fisicamente l’accesso al Mar Baltico attraverso gli stretti danesi, che nella pianificazione NATO sono sempre stati un collo di bottiglia strategico.
E la Polonia è, come sempre, irrilevante nel senso logistico del termine: se Berlino si chiamasse fuori, l’appartenenza formale della Polonia alla NATO diventerebbe una barzelletta operativa, perché la Germania è uno snodo chiave per ricevere rinforzi alleati e facilitarne il movimento verso Polonia e Paesi Baltici.
Senza corridoi terrestri e senza accessi marittimi “amici”, far arrivare truppe e materiali verso il Baltico diventa un problema enorme (e quello che resta, per definizione, passa da vulnerabilità come il Suwałki Gap).
La caratteristica di questi paesi è che richiedono conferma parlamentare per uscire politicamente dalla NATO: e per ottenere una conferma parlamentare, serve un pretesto. Tra questi, notiamo subito Finlandia, Olanda, Svezia.
Gruppo 2:
| Nome | Decisione (Groenlandia) |
|---|---|
| Bulgaria | Non risulta un annuncio/invio nelle fonti consultate. |
| Croazia | Non risulta un annuncio/invio nelle fonti consultate. |
| Cechia | Non risulta un annuncio/invio nelle fonti consultate. |
| Danimarca | Annunciato/avviato: presenza militare aumentata e ricezione di truppe alleate (esercitazioni). |
| Estonia | Non risulta un annuncio/invio nelle fonti consultate. |
| Finlandia | Annunciato: confermato invio di personale militare. cnn+1 |
| Ungheria | Non risulta un annuncio/invio nelle fonti consultate. |
| Lettonia | Non risulta un annuncio/invio nelle fonti consultate. |
| Lituania | Non risulta un annuncio/invio nelle fonti consultate. |
| Paesi Bassi | Annunciato: confermato invio di personale militare. |
| Polonia | Decisione negativa: il premier ha dichiarato che non invierà soldati. |
| Romania | Non risulta un annuncio/invio nelle fonti consultate. |
| Slovacchia | Non risulta un annuncio/invio nelle fonti consultate. |
| Slovenia | Non risulta un annuncio/invio nelle fonti consultate. |
| Spagna | Valutato: “non esclude” la partecipazione, senza invio confermato. |
| Svezia | Annunciato: confermato invio di truppe/personale militare. |
Adesso facciamo un Gedankenexperiment: immaginiamo un attacco militare americano per prendere la Groenlandia.
Il danno militare, per i paesi europei che hanno “mandato soldati”, sarebbe probabilmente minimo, perché in parecchi casi non parliamo di brigate corazzate ma di piccoli team/missioni di ricognizione (gente mandata a guardare, coordinare, verificare, fare presence, chiamala come vuoi).
In altre parole: hanno mandato i loro Vannacci. (E sì: l’idea di mandare Vannacci in Groenlandia a fare cartografia ha una sua poesia. Ammettiamolo.)
Ovviamente, in numeri così piccoli, dei “cartografi in mimetica” in caso di contatto vero potrebbero solo arrendersi o morire.
E se si arrendessero, si troverebbero davanti al problema politico più tossico di tutti: tornare indietro umiliati — ammesso e non concesso che il rilascio dei prigionieri avvenga in tempi rapidi e in condizioni che non diventino un caso mediatico permanente.
Ed ecco il punto che mi interessa davvero (quello politico, non quello “militare”): la prigionia anche di pochi militari europei, oggi, sarebbe un acceleratore d’opinione pubblica.
E quindi, per i paesi che richiedono un passaggio parlamentare per uscire dal trattato politico NATO (il mio gruppo II), il pretesto sarebbe servito su un piatto d’argento: “ci hanno catturato i nostri soldati” è la frase che rende improvvisamente votabile qualsiasi cosa.
In quel senso, l’uscita non sarebbe più un atto “tecnico” (articoli, procedure, note diplomatiche), ma un prodotto industriale: governo decide, Parlamento ratifica, e la narrativa si scrive da sola.
In definitiva, in caso di attacco, tutti i paesi presenti in Grønland avrebbero il pretesto politico per mettere in discussione la permanenza nella NATO: chi sta nel gruppo I potrebbe muoversi con una decisione rapida dell’esecutivo; gli altri seguirebbero, perché il passaggio parlamentare diventerebbe una formalità sotto pressione emotiva e mediatica.
Del resto, una parte di quella responsabilità politica è già stata “prenotata” nel momento stesso in cui quei contingenti sono stati annunciati, autorizzati o comunque rivendicati come scelta nazionale: a quel punto, tornare indietro senza trarne conseguenze strategiche sarebbe politicamente più costoso che tagliare il cordone.
E' assolutamente chiara, quindi, una cosa: l'invio dei soldati in Groenlandia e' la ricerca di un pretesto politico.
Il prestesto per uscire politicamente dalla NATO, tutti insieme.
Mandare pochi soldati minimizza le perdite in caso di attacco militare, ma massimizza la resa politica: pochi soldati hanno un nome e una faccia.
Non è più “hanno catturato il settimo battaglione alpino”, è “hanno preso Franz”: e a quel punto partono le interviste alla mamma di Franz, al papà di Franz, agli amici di Franz, al compagno di stanza di Franz — e la macchina narrativa va da sola.
E non è solo emotività spicciola: è meccanica dei media. Con numeri piccoli puoi raccontare la storia come tragedia personale, non come statistica; puoi ripetere il nome, mostrare una foto, ricostruire una biografia in tre minuti, trovare il video di Franz a scuola, e trasformare una questione strategica in un “caso” quotidiano che buca lo schermo.
Con un battaglione intero catturato, paradossalmente, l’evento diventa più astratto: è grande, terribile, ma impersonale; con sei o tredici militari, diventa serializzabile e quindi politicamente ingestibile, perché ogni singolo volto è un detonatore di indignazione e richieste di “fare qualcosa”.
E soprattutto: con un battaglione catturato hai una sconfitta “militare” nel senso classico, una roba che puzza di disfatta, di comando incompetente, di bandiere ammainate e ritirata disordinata. È materiale da tribunale, da commissione d’inchiesta, da resa dei conti tra generali. È un numero che ti schiaccia, e più è grosso più diventa facile ridurlo a statistica, a grafico, a dibattito tra esperti che la gente spegne dopo trenta secondi.
Con sei o tredici militari, invece, la sconfitta cambia forma: non è più la “unità annientata”, è il “ragazzo preso mentre faceva il suo lavoro”. Diventa quasi un incidente morale, un torto personale. E qui scatta la magia nera della percezione pubblica: nessuno chiama Franz uno sconfitto per essere stato catturato mentre disegnava cartine tra i ghiacci; semmai lo chiamano vittima, ostaggio, simbolo, figlio di tutti.
È una sconfitta senza colpevoli comodi e senza effetti drammatici — e quindi senza valvole di sfogo interne — che finisce direttamente addosso alla politica estera: non puoi liquidarla dicendo “è andata male un’operazione”, perché non è presentata come operazione; è presentata come atto simbolico. E il sopruso, per definizione, pretende una risposta.
Questo ha un effetto diretto sulla leva parlamentare: quando “Franz” è in mano al nemico, ogni deputato che vota contro una ritorsione o contro un cambio di linea può essere dipinto come quello che “ha lasciato Franz là”.
Ed è lì che il pretesto smette di essere una scusa e diventa un binario: non decidi più se usare l’episodio per cambiare politica estera, decidi solo in che direzione cavalcarlo, perché l’opinione pubblica — alimentata a ciclo continuo — non ti lascia la possibilità di archiviare la cosa come un dettaglio operativo.
Salvate Franz! La sua mamma piange!
Crosetto, quando ha detto che mandare quindici soldati sembra una barzelletta, ha mostrato la sua natura. Più che grande e grosso, è pieno di sé. Mandare pochi soldati è una trappola politica. La loro sconfitta, ovviamente, è scontata; ma, se verranno presi prigionieri, ciò consentirà una svolta dell’opinione pubblica, che sarebbe catastrofica.
Ora, guardate CHI ha mandato soldati sinora, e capirete chi sta cercando un pretesto per uscire politicamente dalla NATO.
Ovviamente sta agli americani decidere se cascarci o meno, e qui viene da capire quale sia la loro strategia nello scegliere la Groenlandia:
- disfarsi della NATO, che sentono come un costo senza ritorni;
- disfarsi della UE, umiliandola.
Non ci sono altri motivi. Non c’è un motivo di risorse, perché sono difficili da estrarre e, in secondo luogo, il governo danese non si è MAI opposto agli investimenti minerari americani.
E non è nemmeno un motivo di controllo strategico. La ragione per la quale ne sono certo è che so leggere una cartina geografica. E da quelle parti c’è un posto MOLTO più gestibile politicamente, e ugualmente utile al controllo strategico.
Si chiama “Islanda”. Non fa parte della UE e la sua appartenenza alla NATO , per essere buoni, e' da considerarsi "perlomeno tiepida" per via degli screzi passati. Trump ci marcerebbe dentro.
Un’operazione in stile Venezuela per prenderla sarebbe rapida e indolore, a patto di riuscire a gestire il sistema militare islandese, composto principalmente da un gruppo AGGROTECH/FETISH chiamato Hatari.
L’esistenza stessa dell’Islanda chiarisce questo punto: tutti i pretesti che Trump accampa per prendere la Groenlandia sarebbero più che soddisfatti prendendo l’Islanda, che non è neppure nella UE e che, quanto alla presenza NATO, è sempre stata ondivaga e polemica.
L’obiettivo che Trump vuole ottenere sarebbe, semmai, disfarsi della NATO e umiliare la UE; e probabilmente lancerà un attacco militare per questo, pur sapendo che vantarsi di aver sopraffatto 13 soldati è mediaticamente pericolosissimo, e soprattutto sapendo che, nei parlamenti europei, questo sarebbe il motivo perfetto per un abbandono radicale della NATO.
Dall’altra parte, l’invio di questi soldati è chiaramente la costruzione del pretesto definitivo per un’uscita collettiva. E l’uscita deve essere collettiva, perché subito dopo si tratterà di costruire un trattato analogo alla NATO, ma fatto solo di paesi europei.
In qualsiasi modo si costruisca l’uscita collettiva dalla NATO, la domanda vera è: “e dopo?”. E quindi l’uscita deve essere collettiva. Se non uscissero tutti i paesi che hanno inviato soldati — e tutti insieme — la successiva alleanza militare europea sarebbe troppo piccola già alla nascita.
La situazione in campo, cioè, è molto più interessante di quanto sembri.
So benissimo che ci sono tantissimi scimmioni che paragonano la situazione UE/USA alla situazione “Sparta/Atene”.
Il guaio è che la guerra tra Sparta e Atene non fu vinta dagli spartani.
I quali, storia alla mano, di guerre importanti, DA SOLI, non ne hanno mai vinte.
Ops.