Giustizia

C’è una specie di convitato di pietra, nel dibattito furibondo sul caso di Delitto di Garlasco, ed è curioso che quasi nessuno sembri volerlo nominare apertamente. Il confronto pubblico procede ormai come una discussione tra tifoserie calcistiche: da una parte chi è assolutamente certo della colpevolezza del primo imputato, dall’altra chi considera inevitabile che il vero colpevole sia il secondo. Come se esistessero soltanto due caselle disponibili, e il gioco consistesse semplicemente nello spostare il cartellino “assassino” da un nome all’altro.

E invece il punto davvero inquietante è un altro.

Non il fatto, pur gravissimo, che una persona possa avere passato dieci anni in carcere da innocente. E nemmeno il rischio opposto, cioè che un altro individuo venga travolto da una nuova ondata investigativa costruita male, magari solo perché l’opinione pubblica pretende un colpevole alternativo da esibire in prima serata.

Il vero problema è che tutti sembrano dare per scontato che il colpevole debba necessariamente essere uno dei due. Come se fosse impossibile contemplare l’ipotesi più devastante di tutte: che gli investigatori abbiano completamente mancato il bersaglio in entrambe le direzioni.

E se non fosse stato nessuno dei due?

E se le indagini, sia allora che oggi, fossero semplicemente andate a farfalle? Se gli inquirenti non fossero mai riusciti neppure ad avvicinarsi davvero alla comprensione di cosa sia accaduto in quella casa? Perché questa eventualità viene trattata come una bestemmia impronunciabile, quando invece è perfettamente compatibile con la storia

La sensazione che emerge da tutta questa storia, però, è ancora più atroce. Molto più atroce. Perché va oltre il singolo caso, oltre Alberto Stasi, oltre Andrea Sempio, oltre perfino il delitto stesso.

Da anni i politici ripetono formule rituali come “abbiamo fiducia nella magistratura” oppure “crediamo nella Giustizia”, pronunciandole con quella maiuscola liturgica che dovrebbe evocare equilibrio, rigore, imparzialità. Ma ciò che il pubblico vede, molto spesso, è qualcosa di profondamente diverso. E decisamente meno rassicurante.

Quello che appare, osservando certi processi mediatici e certe costruzioni accusatorie, è un meccanismo nel quale la ricerca di prove solide sembra talvolta passare in secondo piano rispetto alla costruzione narrativa del personaggio da abbattere. Non una dimostrazione scientifica granitica, non una concatenazione impeccabile di elementi oggettivi, ma una specie di romanzo morale nel quale l’imputato deve progressivamente trasformarsi in qualcuno che “ispira colpevolezza”.

E allora si accumulano dettagli di carattere, stranezze comportamentali, goffaggini sociali, antipatie istintive, ricostruzioni psicologiche improvvisate al bar dello sport criminologico. Non importa che la prova decisiva manchi, sia fragile o contraddittoria: il punto diventa creare nell’osservatore — e magari nel giudice — quella sensazione viscerale per cui “uno così, in fondo, qualcosa deve avere fatto”.

Ed è questa la parte davvero terrificante, perché a quel punto il processo smette di essere un’indagine su un fatto preciso e rischia di diventare una valutazione morale della persona. Non si giudica più soltanto l’evidenza materiale; si giudica la faccia, il tono di voce, il modo di reagire al lutto, l’impaccio davanti alle telecamere, la personalità percepita come fredda, strana o antipatica.

In pratica, la sensazione è che il procedimento penale si trasformi lentamente in una gigantesca operazione narrativa, nella quale l’obiettivo reale non è dimostrare “ha commesso questo delitto”, ma convincere tutti che l’imputato sia il tipo umano capace di commetterlo. E una volta che questa trasformazione si compie, il confine tra giustizia e linciaggio elegante diventa spaventosamente sottile.


Voglio dire, guardate cosa c'e' qui sotto:

Ommioddio. Porno. Violenza. Autoerotismo. Si faceva le seghe. Pene. Vagina. Cacca. Parolacce. Maleducazione. E guardava del porno violento — che poi, a questo punto, bisognerebbe capire cosa intenda esattamente il magistrato italiano medio per “porno violento”, perché personalmente ignoravo persino l’esistenza del porno “non violento”. Pensavo che gli schiaffoni sul culo fossero semplicemente parte del rito liturgico, tipo il segno della croce o l’inginocchiarsi durante la consacrazione.

E poi arrivano le famigerate “agendine horror”. Cioè, tradotto dal burocratese giudiziario all’italiano corrente: da ragazzino disegnava mostri, teschi, robe prese dalle copertine heavy metal o dagli album degli Iron Maiden sull’agenda scolastica. A questo punto ho telefonato immediatamente a casa pregando mia madre di distruggere qualsiasi cosa io abbia mai disegnato alle superiori, compreso un innocente acquerello di Jasmine Le Bon, perché non si sa mai cosa possa pensare il brigadiere di turno. Magari il maresciallo aveva internet nel 2004, ha visto due corde e una frusta su un banner pubblicitario, e improvvisamente diventa tutto “un inquietante immaginario BDSM compatibile con pulsioni antisociali”.

Ed è meraviglioso osservare con quale abilità questi “giornalisti”, prodotto tipico della provincia padana più ottusa e moralista, stiano costruendo il romanzo diffamatorio contro Andrea Sempio. La stessa identica tecnica narrativa usata anni fa contro Alberto Stasi: non avendo prove granitiche, si costruisce il personaggio. Lo Strano. Il Deviato. Il Tizio Che Guarda Robe. Il Mostro Potenziale. Funziona sempre benissimo con il pubblico italiano, allevato culturalmente tra il catechismo e il rotocalco criminale.

Cosa penso? Ho qualche consiglio pratico per sopravvivere.

  1. Per prima cosa, buttate via quelle copie di Fifty Shades of Grey. Sul serio. Comprate invece Histoire d'O. Se proprio dovete finire schedati come maniaci, almeno fatelo con un minimo di dignità letteraria. Finire nei guai per Sir Stephen ha ancora una sua eleganza decadente; finirci per la storia di una commessa della ferramenta seviziata dal fidanzato miliardario con l’elicottero è semplicemente umiliante.
  2. Se amate scene violente, magari stupri letterari, tenete in casa Mafarka il futurista. Vi accuseranno comunque di consumare pornografia violenta, ma almeno Filippo Tommaso Marinetti venne assolto un secolo fa dalle accuse di oltraggio al pudore, alla morale e probabilmente anche alla geometria euclidea, quindi un precedente favorevole esiste. E poi, diciamolo, c’è differenza tra masturbarsi e fare zangtmb flapflapflap OOOOOHGGH davanti a YouPorn. Lo stylish masturbator è un’altra categoria antropologica. Basta aggiungere un po’ di QultVra, e improvvisamente il vizio privato diventa decadentismo europeo.
  3. Ricordate inoltre che gli “incel” non li hanno inventati gli americani. Esistevano già da noi molto prima. Li chiamavamo “sfigati”. Era una definizione molto più efficiente, italiana, sintetica e quasi artigianale: individui professionalmente inabili alla figa. Perciò, non frequentate forum incel, che poi sembrate "radicalizzati da internet". Limitatevi ad essere dei tradizionalissimi sfigati italiani. È una categoria storicamente riconosciuta e culturalmente integrata.
  4. Se proprio dovete frequentare forum da disperati, almeno scrivete cose tipo: “ho trivellato tutte le casalinghe di Garlasco finché non è uscito il petrolio”. Andrete comunque nei guai, sembrerete comunque degli sfigati, ma a quel punto verrete classificati come “predatori” con ambizioni industriali, e magari vi sponsorizza pure ENI. Sono dettagli. Ma i dettagli fanno stile.
  5. Oppure confondete direttamente gli acutissimi investigatori e gli editorialisti televisivi dicendo frasi come “quella troia era dell’OPEC” oppure “gestiva una flotta di petroliere fantasma”. A quel punto i giornalisti non sapranno più se inserirvi nella cronaca nera, nella geopolitica energetica o in un dossier NATO. E almeno, per qualche minuto, il circo andrà in cortocircuito.

 

Ecco, era un breve manuale di sopravvivenza alla magistratura di provincia padana.


Lo so benissimo quale domanda vi ronza sopra la testa come una zanzara radioattiva della bassa padana. Ci arrivo. La vexata quaestio, quella che alimenta da anni salotti televisivi, criminologi da discount e investigatori da Facebook, è sempre la stessa:

“Va bene tutto. Ma allora chi ha ucciso Chiara? Chi dei due?”

Ed è qui che vorrei fare una cosa scandalosa, quasi rivoluzionaria nel panorama del dibattito italiano contemporaneo: provare ad essere seri. Sul serio. Non “seri” nel senso televisivo del termine, cioè un tizio con gli occhiali che parla lentissimo davanti ad una grafica blu con scritto DNA lampeggiante. Seri nel senso matematico della parola. Usiamo le probabilità. Cerchiamo di costruire una storia che sia non soltanto possibile, ma plausibile. E magari persino probabile.

La mia teoria? Semplicissima. Talmente semplice da risultare offensiva per l’industria dell’intrattenimento criminale.

Non è stato nessuno dei due. Non avete preso il vero colpevole, e probabilimente non lo troverete mai, come minimo si trova oggi in Sarkazzistan. O in qualche obitorio, per overdose.

Qualcuno esce dalla villetta e lascia la porta aperta, o socchiusa. Magari per distrazione, magari pensando “vabbè, tanto dentro c’è ancora lei”. Chiunque sia cresciuto nei piccoli centri della pianura padana sa benissimo quanto questa scena sia ordinaria. Porte accostate. Cancelli mezzi aperti. Gente che entra dal retro. Vicini che passano. Frequenza statistica? Altissima.

Un ladruncolo di passaggio — magari un tossico, magari uno che girava in bici cercando occasioni — vede la porta. Capisce che quella è una villetta borghese. Decide di entrare per rubare. Frequenza? Altissima pure questa. In certe zone della pianura padana il “furto in villetta” è quasi una specialità territoriale, come il culatello o il lambrusco.

Il tizio entra. Trova la ragazza in casa. Lei urla. Lui reagisce nel modo in cui reagiscono disperati, tossici, criminali improvvisati e persone nel panico quando vengono sorprese: con una violenza improvvisa, stupida, animalesca. Frequenza statistica? Medio-alta, purtroppo. La ragazza muore. Lui fugge. Magari in bicicletta, magari con quella bicicletta mai identificata davvero. E se parliamo di delinquenti occasionali, tossici, immigrati irregolari o criminalità di passaggio, la probabilità che spariscano nel nulla dopo un fatto simile è tutt’altro che trascurabile.

Fine.

Una storia banalissima. Talmente banale da risultare insopportabile per il cervello contemporaneo, che ormai riesce ad accettare soltanto trame da serie Netflix con sette livelli di complotto psicologico e un trauma infantile nascosto dietro ogni cassetto.

E infatti questa ipotesi, che probabilmente è la più plausibile di tutte, non viene quasi presa in considerazione. Perché? Hollywood.

Hollywood ci ha insegnato che se non è stato rubato nulla, allora non poteva trattarsi di un furto. E perché? Mistero. Ma siccome lo dicono i telefilm americani, allora dev’essere vero. Se lo sostiene Lieutenant Columbo e lo conferma pure Derrick, abbiamo ormai una giurisprudenza transatlantica consolidata.

Peccato che nel mondo reale un ladro colto di sorpresa possa tranquillamente fuggire senza prendere niente. Anzi, è esattamente quello che succede quando il furto va male. Ma questa eventualità è troppo poco cinematografica. Nessuno vuole sentire che un omicidio possa nascere da una concatenazione miserabile di stupidità, panico e casualità. No. Deve esserci il Mostro. Il movente psicologico. Il rituale. La simbologia. Le chat. Il porno violento. Le agendine horror.

E non basta. Hollywood ci ha pure insegnato che l’assenza di segni di effrazione implica automaticamente che la vittima conoscesse l’assassino. E perché? Boh. Perché così funziona nei procedural americani. L’idea che qualcuno possa semplicemente avere lasciato aperta una porta sembra troppo provinciale, troppo italiana, troppo reale per essere considerata scientificamente degna.

Eppure chiunque abbia vissuto davvero in provincia sa benissimo che la scena più plausibile non è il complotto erotico-esistenziale costruito dai talk show, ma qualcosa di molto più triste: una porta lasciata socchiusa, un ladruncolo opportunista, cinque minuti di panico, e una ragazza morta per una concatenazione idiota di eventi normali.

Sempre alla voce “Hollywood ha devastato la percezione pubblica della criminologia”, esiste poi quest’altra perla straordinaria: se un omicidio è molto violento — tipo prendere qualcuno a martellate, colpirlo ripetutamente, eccetera — allora dev’essere necessariamente un delitto passionale.

Perché?

E che cazzo ne so.

Davvero. Nessuno sembra mai spiegare da dove arrivi questa specie di dogma metafisico. Ma viene ripetuto con tale sicurezza da essere ormai trattato come una legge della fisica, tipo la gravità o il secondo principio della termodinamica. Omicidio violento uguale coinvolgimento emotivo. Fine. Sigla. Pubblicità.

Naturalmente ad avallare questa teoria arrivano sempre orde di criminologhe televisive bionde, vestite in full leather nero da dominatrice fiscale di Düsseldorf, che annuiscono gravemente davanti alle telecamere mentre scorrono rendering 3D della scena del crimine e musichette inquietanti da documentario Discovery Channel. E siccome parlano lentamente e usano parole come “overkill”, “rabbia repressa” e “dinamica relazionale”, allora improvvisamente sembra tutto scientifico.

Comunque, ogni volta che l’assassino non riesce a procurarsi una pistola per uccidervi da lontano, freddamente, allora usa armi improvvisate, DUNQUE era un delitto passionale. Perché? Mistero. Ma lo dice Hollywood, quindi dev’essere vero.

Ha forse un senso negli USA, dove probabilmente è più facile trovare una Glock che un martello, ma in Italia no. In Italia il criminale medio non ha l’arsenale di John Wick: prende la prima cosa pesante che trova mentre sta facendo qualcosa di stupido e disperato.

Però no: se usa un martello, allora improvvisamente “c’è coinvolgimento emotivo”, “overkill”, “dinamica relazionale”. Non può semplicemente essere un ladro terrorizzato che ha trovato un martello in una casa dove, incredibilmente, c’era un martello.

Ditelo ai RIS. E alla criminologa in full leather.


Ma tanto lo so che, in fondo, non ve ne frega veramente niente. Perché le domande che vi state facendo sono altre.

“Ma Andrea Sempio trivellava Chiara, sì o no?”
Beh, viste le tracce di DNA sotto le unghie, direi che le probabilità siano alte. Magari non proprio in quel momento preciso, ma il DNA sotto unghie lunghe ci resta per un po’. Non è esattamente tecnologia aliena.

“Ma Alberto Stasi aveva torbidi segreti sessuali e una cronologia browser imbarazzante?”
E chi non li ha? Sul serio. Nel 2026 la vera anomalia statistica sarebbe trovare qualcuno con una cronologia internet compatibile con un appuntato dei carabinieri.

“Ma trivellando Chiara, Sempio ha trovato il petrolio?”
Non lo so. Chiedete all’OPEC. Credo che legalmente il primo trivellatore abbia i diritti sul giacimento, quindi magari la questione è più complessa di quanto sembri. Potrebbero servire arbitrati internazionali.

E no, non sto calcando la mano. Il punto vero è proprio questo: l’attenzione verso questo processo è morbosa. Non giudiziaria. Morbosa.

Ed è per questo che funzionano così bene questi romanzetti diffamatorio-pataporno costruiti intorno agli imputati: perché, in fondo, a quasi nessuno interessa davvero capire chi abbia ucciso Chiara Poggi.

Quello che VI interessa davvero è sapere chi se la trivellava, quanto, come, in che posizione, con quali fantasie, in quanti erano, e possibilmente se durante l’operazione sia stato individuato anche un giacimento petrolifero.

Ecco tutto.

Io, invece, uso xhamster.