Fight Club

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Sul fatto che alcuni libri di fantascienza siano “profetici” nessuno ormai ha dubbi, ma capita raramente che un libro di narrativa possa esserlo altrettanto. Eppure, a tanti anni di distanza, sia il libro di Palahniuk che il relativo film (che differiscono nel finale, ma non farò spoiler: leggete e guardate!) si sono rivelati, per certi versi, molto più profetici di Star Trek, che ha anticipato molte tecnologie ma non ha centrato granché l’evoluzione della società.

Interpretare una profezia di tipo sociologico non è come interpretarne una di tipo tecnologico. Quando vediamo i “comunicatori” di Star Trek riconosciamo quasi immediatamente dei telefoni cellulari, e nel “tricorder” non facciamo molta fatica a vedere un tablet ante litteram. E poi i computer che parlano, l’intelligenza artificiale, eccetera eccetera.

Riconoscere una tendenza nella società, invece, risente di così tanti fattori estetici che bisogna astrarla molto, e nell’operazione di astrazione si aprono infiniti spazi per quello che dice “ma non è la stessa cosa”. Ma vi faccio presente che il “comunicatore” di Star Trek, alla fine dei conti, non aveva un touch screen, e nemmeno il tricorder, che peraltro era largo quasi sei centimetri: tablet un cazzo.

La verità è che quando riconosciamo un cellulare nel “comunicatore” di Star Trek stiamo astraendo la funzione ergonomica dell’apparecchio; idem nel caso del tricorder. Allo stesso modo, quando si vuole cercare l’anticipazione nel mondo della letteratura umanistica – in questo caso sociologica – occorre astrarre delle categorie sociali, non fermarsi al look o all’ambientazione.


Che cosa ha predetto, di preciso, Fight Club?
Astraiamo un pochino.

La prima fase è quella di un Homo Economicus, interpretato da Norton, che improvvisamente comincia a sentirsi soffocare – ma di questo “soffocare” Palahniuk si è occupato molto – e comincia a cercare un’epica per la propria vita. In superficie la chiama “vita vera” o “qualcosa di reale”, ma ciò che gli manca non è la realtà in sé: è un racconto in cui poter recitare un ruolo che non sia quello del consumatore anonimo.

Sta cercando una narrazione epica della propria esistenza, che Palahniuk identifica come un vero e proprio "bisogno" maschile.

Per quanto possiamo cercare di interpretare, infatti, se ci si chiede di riassumere cosa stesse cercando Norton nella prima parte del film, la risposta corretta e sintetica è che stava cercando un’epica. La cerca nel rischio e nella violenza, cioè nel fare a botte con altri, perché soltanto in quella sospensione della normalità – pugni, sangue, rituali clandestini – gli sembra di accedere a qualcosa che non sia prefabbricato, qualcosa che si possa raccontare come “storia” degna di essere ricordata.

In questa prima fase, la profezia parte riconoscendo come bisogno maschile una narrativa epica di sé, al punto che se un uomo non ne ha una, se la costruisce attraverso primitivismo, tribalismo e violenza. Il linguaggio del film insiste su “reale” e “autentico”, ma quello che vediamo è un gruppo di uomini che si costruisce prove di coraggio, gerarchie e mitologie interne – in una parola, epica – per smettere di essere comparse nella pubblicità di qualcun altro.

Dentro questo contenitore si sviluppano altre mini‑profezie.

  • Cool before important: riunioni interminabili il cui principale risultato è garantire che una specifica icona sul desktop sia viola; l’innovazione puramente estetica, priva di contenuti tecnologici reali; aziende considerate innovative anche quando i loro prodotti rimangono immutati per lustri. Qui il film mostra come la stessa sete di epica che muove i singoli venga deviata nel corporate bullshit: storytelling aziendale, “vision”, “mission”, sostituti industriali dell’epica personale.
  • Una morbosa attrazione verso la sofferenza altrui, che porta Norton a finire in tutti i gruppi di autoaiuto per malattie gravi, pur senza essere malato. Anche qui, sotto la superficie della “ricerca di emozioni vere”, il problema è identico: senza un’epica propria, il protagonista si aggrappa a narrazioni forti già pronte – la malattia terminale, il dolore, la catarsi di gruppo – nel tentativo di sentirsi parte di una storia significativa. Ovviamente i gruppi sono un’esagerazione, ma sulla “morbosa attrazione verso la sofferenza altrui” direi che la profezia sia ampiamente avverata.
  • Un odio viscerale verso la finanza e le grandi corporation. Con una profezia, e cioè che ci saranno la Galassia Microsoft e il pianeta Apple, e che alla fine l’esplorazione spaziale sarà fatta da loro. In contrapposizione, un ideale primitivista che chiede la distruzione della società in cambio di una vita da cacciatori/raccoglitori, che riempie di epica il semplice sopravvivere, ormai privato di epica, in una vita insulsa da impiegati: è sempre lo stesso conflitto fra epica delegata ai Brand, ed epica riappropriata attraverso la violenza e il rischio.
  • Un antiecologismo spietato, di principio, viscerale, nel quale il protagonista vuole uccidere tutte le specie che rifiutano di sopravvivere e di esistere, come balene o orsi. In questa fantasia di sterminio ecologico c’è l’ennesima deformazione del bisogno di epica: se la natura non si comporta da antagonista all’altezza, se non offre una lotta “degna”, allora va riscritta o annientata, pur di restituire al protagonista il ruolo di eroe in una storia che non sia quella, insopportabile, del pendolare in giacca e cravatta.

E non mi serve dire che, se le sintetizziamo e le astraiamo un pelo, tutte queste tendenze siano visibilissime nella cultura odierna, a due decenni di distanza, solo con nomi diversi e un’interfaccia più lucida. Il punto è proprio che a noi non interessano i dettagli estetici: abbiamo detto che guardiamo alla struttura, e a livello strutturale l’epica che il film mette in scena è esattamente quella che oggi chiamiamo, con aria sofisticata, “narrativa motivazionale”, “personal branding”, “self‑improvement” o “ritorno alla virilità autentica”.

Ma anche la formazione di micro‑gang, di gruppi di vigilantes più o meno fascisti, la violenza gratuita che sta colpendo le nuove generazioni, sono sintomi della stessa struttura. Non è un caso se, accanto alla retorica della “vita vera” e dell’“autenticità”, esplodono mini‑milizie da social, pattuglie morali autoproclamate, branchi che cercano di darsi un senso attraverso il manganello invece che attraverso un curriculum: è sempre lo stesso buco di epica che viene riempito con il primo mito a portata di mano.


Nella seconda parte, quando avviene il “decluttering totale” e la casa del protagonista esplode – no spoiler here – e Norton va a vivere con la sua nemesi in una vecchia catapecchia, avviene la demolizione delle strutture di base della società, a partire dalla famiglia, seguita dalla donna.

L’accusa alla famiglia è di essere troppo femminilizzata, con padri assenti che dispensano consigli generici tipo “laureati”, “trova un lavoro”, “sposati”, prima di scomparire dalla vista dei figli, ai quali non insegnano mai un “come”. I figli rimangono invariabilmente sotto il dominio delle madri, finché non finiscono sotto il dominio di un’altra donna, la moglie.

E in effetti, le donne non sono figure molto rispettate, anche se il film prova a ripulire un po’ il quadro rispetto al libro. Le donne, come attrici principali, sono un mero elemento di disturbo: ostinatamente determinate a entrare nella vita degli uomini per destabilizzarla in una ricerca morbosa di attenzione (Marla), fino a diventare stalker che si infilano in ogni gruppo di supporto dove vada Norton. Per poi offendersi per essere lasciata fuori dai fight club e, in seguito, dal Project Mayhem. Persino nel film, Marla rientra solo alla fine, a cose fatte.

Il resto delle donne sono delle cretine che comprano a peso d’oro il sapone fatto col grasso delle loro grosse chiappe – per essere letterali – e non si vedono molte altre figure femminili di rilievo. Ma per quanto Marla sia sicuramente un personaggio, non è mai un’attrice: fanno tutto gli uomini, perché il film è per uomini, parla a uomini e mette in scena problemi maschili che usano le donne solo come sfondo, come ostacolo o come pretesto.

Per il resto del tempo, la donna protagonista si limita ad un nichilismo puramente estetico e ad una vita sessuale abnorme.

Si affaccia alla vita il Project Mayhem, nel quale l’epica si riempie di significati di tipo terminale. Morire per la causa è bello, è l’unico upgrade possibile rispetto a una vita che non vale niente, e l’unico modo per uscire dall’anonimato imposto dalla regola per cui “in Project Mayhem non hai un nome”.

La morte di Robert Paulson, per mano di un poliziotto, è una profezia: solo morendo ammazzati “servendo il Project Mayhem” si è degni di un nome, al punto che il mantra diventa “His name is Robert Paulson”, cioè l’epica collettiva sostituisce l’identità individuale. Se vi chiedevate come mai ad ogni manifestazione arrivano personaggi che desiderano lo scontro armato con la polizia, e se vi chiedete come mai ricordiamo bene il nome degli uccisi dalla polizia ma molto meno quelli dei capi dei movimenti ribellisti in piazza, beh, la profezia è servita: in un certo immaginario, se muori ammazzato dalla polizia sarai ricordato, se vivi e organizzi rimani nota a piè di pagina.

Dice qualcosa?

La stessa evoluzione del Project Mayhem diventa ancora più esplicita nel paradigma delle scimmie spaziali. “Listen up, maggots. You are not special. You are not a beautiful or unique snowflake”, urla Tyler: nessuno è speciale, nessuno è indispensabile e nessuno è una rockstar, come invece ci hanno insegnato le mamme. Ma quando si muore per qualcosa di più grande, “like the first monkey shot into space”, anche facendo cose oggettivamente stupide come la scimmia usata per un esperimento, allora si è degni di essere ricordati: “Space monkey! Ready to sacrifice himself for the greater good”.

E anzi, non serve nemmeno morire per qualcosa di speciale. Nel famoso incidente d’auto cercato con cura, Tyler parla di “near life experience”, un’esperienza di quasi‑vita che vale da sola come giustificazione epica dell’esistenza. Il messaggio è chiaro: in un mondo dove sei materiale organico intercambiabile, basta sfiorare la morte in modo plateale per sentirti, finalmente, protagonista di una storia.

Se nemmeno questa vi sembra una profezia sulla società moderna, con la sua fame disperata di “near life experiences” da postare e di martiri da trasformare in meme, non so cosa farci.


L’ultima parte è ancora “aperta”, nel senso che sia il libro che il film sono inevitabilmente fatalisti. Quando Norton si accorge della natura della sua nemesi, prova a fermare il progetto, ma scopre che esiste una sorta di doomsday device sociale: chiunque cerchi di sabotare dall’interno il Project Mayhem viene automaticamente punito, espulso o neutralizzato, come se l’organizzazione fosse ormai più forte dei suoi stessi capi.

Del resto, il Project Mayhem è praticamente ovunque: la sua cultura e la sua sete ideale si sono diffuse in ogni angolo della società – baristi, idraulici, portieri, camerieri, eccetera – e il progetto non si fermerebbe nemmeno se un ipotetico leader ordinasse di farlo. Se questa è una profezia, significa che la cultura distruttiva, violenta e tribale che può dare un’epica ai maschi è ormai disseminata ovunque, e non è più possibile “spegnere l’interruttore” dall’alto: oggi la riconosci nei gruppi Telegram che organizzano gli scontri allo stadio, nelle baby‑gang in cerca di risse filmate, nei ragazzini che cercano il video perfetto di parkour o di sport estremo per dimostrare al branco di “essere vivi”.

Libro e film si concedono due finali diversi. Nel film, il Project Mayhem alla fine “vince”, nel senso che i grattacieli delle grandi banche crollano e c’è un finale para‑romantico che suggella il tutto, probabilmente per assecondare le aspettative del pubblico e dare una catarsi visiva invece di un puro gelo nichilista. È la stessa estetica dello “spettacolo della distruzione” che ritroviamo oggi nei riot trasformati in contenuto virale, negli scontri con la polizia cercati apposta per finire in prima fila sui social: l’epica del crollo vale più di qualsiasi programma politico.

Il libro ha una fine più ambigua. Apparentemente vince il sistema, ma in chiusura si intuisce che il Project Mayhem è ancora vivo, ancora disseminato ovunque, ancora pronto a ripartire: come se il vero “ordigno finale” non fossero gli esplosivi nei palazzi, ma il cambio di epica nella testa di migliaia di uomini che non torneranno mai più serenamente alla vita da Homo Economicus. In questo senso, ogni ragazzino che cerca il brivido di “quasi‑morire” in auto, sul motorino, sul cornicione o nello scontro con la polizia è solo un’altra scimmia spaziale che si candida a dare un senso alla propria esistenza sacrificandola – o rischiando di sacrificarla – a un progetto che spesso non sa nemmeno nominare.


Il concetto finale e profetico, cioè, è l’inevitabilità del Project Mayhem. Una volta avviata questa cultura, una volta che sempre più maschi si mettono alla ricerca di una narrazione epica di sé e riescono a provarla – non fosse altro che in un club di pugilato, in uno sport estremo o nel correre come pazzi con l’auto – il fenomeno diventa inarrestabile.​

I richiami all’oggi sono fin troppo facili: negli USA li vedi incarnati in gruppi come i Proud Boys e nelle varie milizie “patriottiche” che si addestrano, marciano in divisa e cercano lo scontro di piazza per dare un significato eroico alla propria esistenza; in rete, nella “manosfera” di alfa autoproclamati, red‑pill, coach della virilità che promettono ai ragazzi un copione epico fatto di dominio, conflitto e sacrificio per una causa nebulosa. A quel punto il vandalismo è solo il tutorial: prima o poi l’escalation porta ad atti distruttivi su vasta scala, perché l’unico modo per alzare ancora la posta, in un mondo dove tutti cercano la propria “near life experience”, è trasformare l’epica privata in catastrofe pubblica.

E l’altro concetto profetico è il modo in cui le autorità si limitano a usare categorie vecchie per descrivere fenomeni nuovi. In Fight Club, il Project Mayhem viene liquidato come “club di boxe clandestina”, come se fosse solo questione di risse tra maschi annoiati, quando in realtà è già un’organizzazione paramilitare con struttura, gerarchia e obiettivi eversivi.

Nel mondo reale succede lo stesso: i ragazzini che girano armati di coltello vengono ancora archiviati alla voce “bullismo” o “baby gang”, le risse organizzate sembrano solo “club di lotta” di periferia, e la violenza ripresa col telefono è trattata come devianza giovanile generica, mentre dietro c’è già una cultura di branco, di epica condivisa e di escalation strutturale. Continuare a chiamare tutto questo “bullismo” o “ragazzate” è esattamente ciò che il film mostrava: una società che non ha più categorie per capire cosa sta succedendo, e quindi non ha neanche strumenti per fermarlo.